Orizzonte giovani /11
Domenico Cravero
(NPG 14-03-4)
L’Italia è uno dei paesi europei dove i giovani sono più penalizzati. Oltre a essere pochi (solo il 10% degli abitanti del nostro paese è compreso tra i 15-24 anni), essi non sono valorizzati né sufficientemente incoraggiati a diventare attivi e responsabili. Il numero dei giovani che non studiano e non lavorano è ormai vicino al 20% (faccio ancora riferimento ai dati del Rapporto Giovani 2013, ricerca Toniolo). La percentuale di chi vive in modo autonomo e ha formato una propria famiglia è tra le più basse nei paesi europei.
Nella precarietà economica attuale, il vero ammortizzatore sociale sembra essere la famiglia di origine. Oltre l’80% dei giovani afferma che l’esperienza familiare gli è di aiuto nel fronteggiare le difficoltà della vita e nel coltivare i propri interessi. Il numero di chi dichiara di vedere con molta preoccupazione il proprio futuro è doppio tra chi non è stato aiutato dalla famiglia.
“Non toccateci i nostri genitori, sono l’unica cosa che ci è rimasta”, mi è capitato di ascoltare in un’assemblea scolastica. La frase è una cifra indicativa del disagio che i giovani vivono.
Di fronte a un futuro incerto la famiglia aumenta la sua importanza. Osserviamo così il diffondersi di una nuova “fase evolutiva”, quella del “giovane adulto”, una condizione che va dai 18 ai 30 anni circa. Si diventa adulti attraverso una doppia transizione: dall’adolescenza alla giovinezza, dalla giovinezza (avanzata) all’adultità. L’esito è un percorso di transizione allo stato adulto sempre più flessibile, elastico, che prevede un’ampia fase di sperimentazione di scelte reversibili e di rinvio delle responsabilità personali più importanti.
Per diventare adulti sembra non sia più necessario abbandonare l’infanzia, che ormai si protende fino all’adolescenza “interminabile”. Questa nuova forma familiare, la “famiglia lunga”, si compone così di due generazioni anagraficamente adulte, vincolate da un paradosso evidente e vizioso: da una parte una società che esalta i valori dell’autonomia, dall’altra le famiglie che non favoriscono il distacco e il raggiungimento della piena identità dei figli; da una parte un sistema economico dove gli adulti impediscono ai giovani di vivere le proprie prerogative, dall’altra famiglie che continuano a mantenere figli ormai adulti.
Genitori e figli inseguono una condizione di “vantaggio relazionale reciproco”, in un anomalo e apparente consenso vicendevole. Per i figli la famiglia è un luogo affidabile, per i genitori un’esperienza “lunga” di gratificazione affettiva. Il giovane adulto usa le risorse familiari senza particolari obblighi. Garantisce la sua indipendenza ma non costruisce autonomia. I genitori posticipano la separazione e allontanano la paura della solitudine. In realtà entrambe le generazioni rimandano l’assunzione delle proprie responsabilità, intensificando gli aspetti autocentrati di natura affettiva espressiva (ma anche narcisistica).
Questa situazione, tuttavia, non è percepita come problematica: il 73% non condivide l’affermazione che la famiglia sia una prigione, e un altro 25% vi concorda solo in parte. I giovani vivono la famiglia di origine come molto importante e utile e per nulla oppressiva. Nella relazione genitoriale prevale il modello materno. Secondo il Rapporto Giovani 2013, la relazione con la madre è più aperta e serena rispetto a quella con il padre. Con la mamma si parla di più e si è più capiti, indipendentemente dall’età. La famiglia mantiene il solo ruolo affettivo: proteggere il figlio, più a lungo possibile, dai traumi della vita collettiva. Più s’insiste sulla protezione, però, meno ci si propone di cambiare lo stato delle cose: il sistema economico e sociale che penalizza i giovani. In realtà, il modo con cui i genitori intendono e praticano lo stile materno annulla il codice paterno: l’assunzione delle responsabilità.
Questa concezione della famiglia, come rifugio dal mondo, incide pesantemente sulla pastorale.
La parrocchia che vuole rinnovarsi in senso missionario fa della famiglia un luogo privilegiato di azione. Scoprendosi così famiglia di famiglie, la parrocchia considera giustamente l’istituzione familiare non solo come destinataria, ma come vera e propria risorsa delle proposte pastorali. La tentazione forte delle parrocchie, però, è di “fare famiglia” secondo il modello culturale della famiglia affettiva. Le conseguenze sono importanti.
Nello scontro con la mentalità secolarizzata e la società complessa, il credente, dalla fede senza radicamento, si sente sotto assedio e reagisce con la paura, nella contrapposizione fondamentalista o nella chiusura autoreferenziale, nella frustrante ricerca di un rifugio caldo, in un mondo ostile: la parrocchia centrata sull’affetto, speculare alla “famiglia affettiva”.
La parrocchia è così intesa come “comunità emozionale”, un luogo caldo, intimo e confortevole, dove si accorda grande valore all’esperienza immediata, ma con una tendenziale reticenza per la riflessione concettuale o all’operosità concreta non gratificante, come è l’impegno educativo e culturale. L’autoreferenzialità che ne deriva trasforma la comunità in un prodotto artificiale di grande richiamo: le cose importanti ma pesanti della vita sono lasciate fuori e la sollecitazione alla consapevolezza critica della vita quotidiana è considerata fastidiosa.
La parrocchia amplifica la sua particolarità di luogo protetto, di comunità “piccola e bella”. La prerogativa “piccola”, anche quando la parrocchia è molto estesa, indica la speranza di trovarvi un ambiente affettivo disteso, denso e autosufficiente. L’aggettivo “bella” allude invece all’intensità emozionale, ricercata in tutto ciò che “si va a fare” in parrocchia.
La pastorale giovanile dei “pochi ma buoni” è molto diversa però dall’opera e dalla predicazione di Gesù, il quale insistentemente si rivolgeva a tutti e tutti chiamava alla conversione.








































