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    Una "straordinaria" quotidianità



    Manuela Prestianni

    (NPG 2014-06-74)


    Ho ventisei anni, sono originaria di Bronte, un paesino ai piedi dell’Etna, nella splendida Sicilia. Da sei mesi vivo dall’altra parte del mondo, sempre su un’isola... il Madagascar! Volontaria internazionale VIS, in qualità di ostetrica opero all’interno di una struttura sanitaria, il C.M.C. St Damien di Ambanja, villaggio al nord del paese.
    Perché sono qui?
    Tutto è nato da una consapevolezza, quella di avere "un talento" (non so bene se nel senso evangelico di "un" – un solo – talento rispetto ai tanti che altri possono avere ricevuto, o nel senso di una "qualità mia personale" peculiare... forse entrambi), e di avere dunque la responsabilità di farlo crescere e fruttificare, in una parola di donarlo.
    Non oso chiamarlo "vocazione", perché non ne conosco la durata futura, anche se qualche volta la sento come una chiamata al dono di me, un qualcosa di irresistibile che mi è nato dentro.
    La scoperta di questo dono é passata da un trafficato lavoro di conoscenza di me, che ha trovato accoglienza nella compagnia di Salesiani, FMA e giovani che incoraggiandomi nel cammino, proponendomi esperienza forti, condividendo con me pensieri, ideali, realizzazioni, amicizia, secondo lo stile di don Bosco, hanno come "piantato" in me un seme: il desiderio di una felicità senza fine, felicità che nasce da un cuore gioioso e da mani pronte ad un servizio “responsabile”, perché non posso pensare che la felicità non può esere solo di qualcuno, ma deve essere di tutti. Così, dai cortili dell’oratorio sono passata ad un cortile più grande, quello della vita, nello specifico della mia professione. Io giovane di don Bosco ho sperimentato la potenza del suo sistema educativo sulla mia pelle, tanto da farne uno stile di vita, nel mio quotidiano e oggi anche in questa terra lontana dalla mia. Dove vedo che non conta la differenza geografica o culturale quando si desidera entrare in contatto con le persone e condividere con loro vita e gioia.
    É chiaro che nella mia professione accolgo i “giovanissimi”, ma il mio lavoro qui è in particolare di affiancamento a coloro che lavorano con me e prima di me in questa terra, condividendone adesso aspettative, interessi, cultura e difficoltà.
    "Amate ciò che amano" è lo slogan della mia esperienza (che ho appreso alla scuola di don Bosco e nell'esperienza salesiana viva del mio oratorio), e questo significa entrare in profondo contatto con loro, con colleghi e con pazienti, ma anche coi giovani delle realtà salesiane a me vicine.
    La formazione di personale, o meglio, l’affiancamento, nasce dall’esigena di non sostituirmi ma di valorizzare il lavoro dei professionisti, soprattutto giovani, con una formazione e con un’esperienza differente dalla mia. Non c’è dunque nessun obbligo, ma solo la voglia di fare il bene e il meglio. Quindi: percorsi e scelte condivisi, al centro le persone e poi i risultati, la pazienza del seminare e qualche volta anche del raccogliere, l'accoglienza di ogni cosa buona e bella, il mettersi a fianco, non sopra o prima. Solo potenziando ciò che già esiste, con un substrato reale e non astratto, si ottiene un miglioramento... nessuno può creare dal nulla, si può solo plasmare e modificare. Non é semplice ma ne vale la pena.
    E' una bella lezione per noi occidentali che puntiamo subito al risultato, al successo e ci accorgiamo poco della persona e dei suoi ritmi e percorsi umani e culturali.
    Altro ambito del mio lavoro è l’educazione sanitaria. Già in clinica l’attenzione all’igiene, all’alimentazione e alla cura dei malati non é cosa da trascurare; non servono conferenze ma stili di vita, la testimonianza é un’arma potentissima! Nei prossimi mesi sarò impegnata in campagne di sensibilizzazione sanitaria nei villaggi più piccoli, incontrerò tantissima gente, soprattutto donne e bambini, che sono, se vogliamo, il centro della mia attenzione e il centro certamente della società presente e futura. Bisogna investire sulle donne che hanno qui, come del resto in tutto il mondo, la responsabilità dell’educazione, e sui bambini che risentono di ciò che oggi noi scriviamo nel loro mondo, per un futuro che sarà loro e sarà come avranno appreso a costrurilo.
    Questa in sintesi la mia esperienza, questo in sintesi il mio percorso, sicuramente ricco di persone, di mani che si stringono, di cuori che battono e che invocano un solo desiderio a qualunque latitudine: la felicità.
    È quello che ho sperimentato vivendo con don Bosco e con i suoi figli, la chiamata alla completezza e alla quotidianità. Alla completezza nella quotidianità.
    Sono consapevole che niente di quanto è raccontato è "straordinario", ma esso parla di una straordinaria quotidianità!


    T e r z a
    p a g i n A


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