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    Giovanni D'Andrea

    (NPG 2014-06-40)


    “Tutti per uno, uno per tutti”. Questo slogan richiama alla nostra mente le avventure di D’Artagnan e dei Tre Moschettieri e sintetizza il “patto d’onore e di solidarietà” che accomuna i 4 protagonisti del romanzo di Alexandre Dumas. “Per uno… per tutti” esprime il dono per l’altro e per gli altri, l’avere a cuore queste persone e per loro impegnare la vita. Parlando di Don Bosco e del suo essere “per” i giovani, parliamo di un “romanzo” scritto con la vita per la vita di tanti altri, giovani in maniera particolare.
    Visto il tema ("per i giovani") che devo affrontare all'interno del progetto "con i giovani, per i giovani", ho voluto chiedere il supporto e il confronto ad un giovane trentenne, collaboratore e corresponsabile nel mio servizio (anni fa) di Direttore a Palermo-S.Chiara: Giandomenico Calà, oggi educatore ad Arese. Un modo per tradurre in pratica quanto andrò trattando più avanti, in una logica di sinergia educativa pastorale (dove le riflessioni diverse su una stessa esperienza arricchiscono l'insieme e si integrano a vicenda). Giandomenico mi ha inviato tempo fa una vignetta che ritrae di spalle Charly Brown che chiede al fido Linus quale sia il doppio di “sei”, e questi risponde “siamo”. Facendo un parallelismo e andando indietro nel tempo, il nostro Don Bosco avrebbe potuto dire semplicemente “Sono”. Aveva certamente tante capacità e forza da poter realizzare da solo – almeno agli inizi – il suo progetto di vicinanza e aiuto ai giovani; invece si cionvolge con i giovani stessi e li chiama a condividere con lui: vide emergere fra tutti Michele Rua, ragazzo di cui aveva capito il talento e non gli disse “sei” il migliore, ma il 26 gennaio 1854 lo chiamò insieme ad altri tre compagni e fece loro una proposta , che oggi potremmo sintetizzare in una parola: “Siamo”! Sagacia educativa o... intuizione dello Spirito?
    Provo ad affrontare questo delicato e importante argomento tipico della spiritualità giovanile salesiana e del modo di "lavorare" salesiano in 5 nuclei: il chi, il perché, il dove e il come; il quinto nucleo, il quindi, vuol essere un "invito" a passare dalle parole ai fatti, per meglio celebrare questo anno speciale del Bicentenario della nascita di don Bosco.
    Chiedo scusa se non mi fermo esclusivamente sul "per chi" (cosa che per altro dirò con una certa ampiezza dopo): per me tutti questi elementi o nuclei sono essenziali e "indivisi", non si possono capire l'uno senza l'altro.

    Chi

    Può sembrare una domanda scontata con relativa risposta scontata. Ritengo però utile “ripassare la lezione”, per chi lo facciamo, chi abbiamo in mente quando lavoriamo in una progettualità di tipo carismatico, salesiano? Abbiamo riflettuto precedentemente sul "con chi"... adesso abbiamo lo sguardo sul "per chi". Per i giovani, ovviamente, il "soggetto-destinatario" per cui vive il Salesiano e per cui visse don Bosco. Pur se il 47° rapporto CENSIS ci definisce una “società sciapa e infelice […]; infelici perché viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali” [1], non con falsa speranza voglio dire che i giovani ci sono! Basta guardare al mondo dell’associazionismo e del volontariato giovanile sempre più variopinto e numeroso. Oggi i giovani possono scegliere fra tante opportunità (volontariato all’estero, impegni nelle ONG, nella promozione dei beni culturali o della protezione dell’ambiente…). Come ha ben detto Mario Calabresi in Cosa tiene accese le stelle, se i nostri antenati tornassero a trovarci qui in Italia, sarebbero colpiti dall’aspettativa di vita, dalla sconfitta di molte malattie, dal cibo in abbondanza… ma, aggiungo io, anche dall’impegno nel volontariato di numerosi giovani. Tutti successi che oggi diamo per scontato, ma non si dovrebbe. La cosa che bisogna tenere sotto controllo è che questo impegno non sia solo “straordinario”, bensì ordinario nel tempo e nello spazio. Questo va fatto con i giovani e per i giovani.

    Perché

    Don Bosco nel suo agire di educatore e pastore ha posto in essere le sue attività con i giovani affidando a loro uno specifico ruolo con responsabilità proprie. Come animatori ed educatori siamo chiamati a camminare con i giovani lungo il non facile sentiero della vita, chiamati a dare risposte alle sfide che essa stessa ci pone (che essi stessi ci pongono) sul cammino: e ciò rende affascinante questa avventura. In questo cerchiamo e leggiamo la volontà di Dio che si incarna nel nostro quotidiano. In ottica salesiana lo viviamo in uno dei 5 pilastri della Spiritualità Giovanile Salesiana: “La spiritualità del quotidiano”. Stare con i giovani è la faccia della moneta preziosa del “dono di sé”, l’altra è il per i giovani. Come per ogni moneta, perché abbia valore, le due facce devono essere integre, mancando una delle due od essendo una delle due deteriorata, il valore si riduce e forse quasi si annulla. Cosa voglio dire con questo? Che l’azione educativa e pastorale non si ferma al semplice “stare con”, quasi come costituirsi un piccolo club privato dove tutti vanno d’amore e d’accordo chiudendo fuori il mondo. Lo “stare con” deve portare “all’essere per”, uno slancio di solidarietà e dono per coloro che magari non hanno avuto la nostra stessa fortuna di essere amati e di sentirsi amati.
    I giovani non sono dunque “soggetti passivi” destinatari della nostra missione di educatori ed evangelizzatori, ma sono “soggetti attivi”, protagonisti dello stesso agire di educazione e di evangelizzazione. Sono i “protagonisti”, non protagonisti di eventi ma di coloro che seguono un percorso che conduce alla pienezza di vita, alla santità. È noto che le cose “ben fatte”, ma non con continuità, servono a poco: oggi è necessario un impegno costante ed efficace nel proprio territorio, nella propria quotidianità. Sono formative e motivanti le esperienze di ragazzi che sono stati in missione con i bambini africani nel periodo estivo, ma devono essere altrettanto valorizzate le iniziative di quei giovani che scendendo quotidianamente per le strade dei loro quartieri, possono dire: “questa piazza era abbandonata, noi l'abbiamo resa fruibile e grazie a noi è diventata bene comune”. Abbiamo bisogno di giovani che (usando un ossimoro) sappiano portare avanti un impegno nel sociale, luogo dove incarnare il Vangelo, visibile e allo stesso tempo, direbbe il Piccolo Principe, “invisibile agli occhi”. È poco produttivo pensare al risultato diretto del proprio volontariato, ovvero il pallone dato ai ragazzi di un oratorio o il gioco proposto nel quartiere disagiato, ma si deve sperare con più lungimiranza che quel giovane, incontrato in uno dei tanti oratori, un giorno diventi l’alleducatore dei bambini di domani. Bisogna motivare i giovani nel crescere come cittadini attivi delle realtà che abitano: rendendoli promotori di comunità, così facendo si apre la strada nel ricercare la motivazione fondante per ogni cristiano: Gesù di Nazaret.
    Don Bosco ci insegna questo: non ha tenuto i giovani “solo” per lui, sono stati con lui e con lui si sono “formati”, poi li ha inviati ad altri giovani. Gesù “ha chiamato” i suoi perché stessero con Lui e per andare ad annunciare la “lieta novella”; Don Bosco personalizza l’agire di Gesù adattandolo al suo tempo e alle sfide che questo suscitava, alle sue caratteristiche, ai suoi “talenti”. Chiama dei giovani, come Michele Rua e altri e li invia ad altri giovani. Papa Francesco ce lo ha detto durante la GMG di Rio dello scorso anno: “Sapete qual è lo strumento migliore per evangelizzare i giovani? Un altro giovane”. Vivendo questo concretizziamo un altro dei pilastri della SGS: “l’impegno per il Regno”.
    Basta scorre le pagine delle Memorie dell’Oratorio, oppure della Vita di Domenico Savio per avere riscontro di questo. La nascita della “Compagnia dell’Immacolata” è anche dettata dalla necessita impellente di alcuni giovani dell’oratorio di mettersi al servizio di altri compagni dei quali prendersi cura, i cosiddetti “clienti” che potevano essere di due categorie: gli “indisciplinati” dal linguaggio boccaccesco e maneschi, e i “nuovi arrivati”, tristi perché lontani da casa, impauriti dal nuovo luogo di vita e bisognosi di chi li accompagnasse in una vero e proprio processo di integrazione e inclusione. Don Bosco è a conoscenza dell’iniziativa, ne approva il regolamento, lascia fare, li rende protagonisti. Ecco una leva educativa su cui fare forza e che caratterizza il nostro sistema educativo: il protagonismo giovanile. Anche il famoso episodio dell'epidemia di colera, che colpì Torino nel 1854, vede i giovani protagonisti nei confronti degli ammalati, un “per gli altri” che vivevano una situazione di emergenza. Don Bosco, sollecitato dalle autorità cittadine, fa la proposta ai suoi ragazzi e un gruppo di loro si rende disponibile, la protezione di Maria farà il resto.

    Dove

    In quali luoghi si “vive”, si mette in atto, quanto appena detto? Mi sento di rispondere dicendo: ovunque. Come cristiani che si ispirano allo stile di don Bosco siamo chiamati ad esserne testimoni ovunque, pur tenendo in considerazione che ogni luogo ha modalità e limiti diversi. Una cosa è agire all’interno di un Oratorio-Centro Giovanile, un'altra in una piazza luogo della “movida” notturna. Provo ad elencare qui di seguito alcuni “luoghi” dove agire “con-per” i giovani, quelli almeno che la mia esperienza mi permette ora di suggerire.
    - L’Oratorio-Centro Giovanile, è uno di questi “luoghi” dove si mette in atto il “per i giovani”: lo potremmo definire “il classico”, quasi come un “giocare in casa” anche se in questa “casa” chi ci abita cambia, così come cambiano le mode, i costumi e le tendenze della società. Siamo in presenza di nuovi abitanti che provengono per cultura o luogo natio da altre nazioni e culture (mi riferisco alle diverse sfaccettature del fenomeno migratorio). Una di queste sfaccettature è anche il dialogo e il confronto interreligioso. Nel mio vissuto di incaricato di oratorio a Palermo-S. Chiara, ho avuto un serio e costruttivo confronto con questa realtà: cinque religioni diverse e circa otto nazionalità-gruppi etnici differenti: bellissimo. I gruppi formativi erano e sono composti da questi ragazzi, si diceva esplicitamente che nel gruppo si parlava del “senso della vita” secondo l’insegnamento cristiano e salesiano ma aperti ad un confronto con le altre religioni. Posso dire che le domande più profonde specie nel J-Grup (adolescenti 14-17 anni) erano quelle dei ragazzi non cattolici. Nel confronto tra i vari credi religiosi, incaricavo un ragazzo di presentare i principi della religione di appartenenza, erano loro ad essere gli “esperti” che “spiegavano” agli altri. Anche in contesti fuori dalla realtà oratoriana, quando ad esempio eravamo invitati da altri enti, come l’Università, a presentare qualche “buona prassi” in tema di integrazione culturale.
    Restando sempre in ambito “Oratorio-Centro Giovanile” e ripensando a quanto don Bosco ha fatto, ritengo che la funzione e il ruolo dell’oratorio vanno ripensati e riproposti secondo una modalità di “animazione centrifuga”: cioè che non anima solo l’interno delle quattro mura, ma pensa al territorio in cui è inserito, una forza animatrice che da dentro si propaga fuori; e questo è possibile grazie all’abilità, all’entusiasmo, alla solidarietà dei giovani. Chi tra di loro sente il bisogno di “dare” quanto ricevuto, va formato e “inviato”. Nel dire questo mi rifaccio all’idea di “CAT-Centro di Animazione Territoriale” che è facile trovare in alcuni bandi indetti dai Servizi Sociali di alcuni Comuni, come quello di Palermo che insiste sui fondi della ex Legge 285/1997 quale una delle città riservatarie.
    Sarebbe un po’ come un ritorno alle origini, Don Bosco andava per le strade di Torino, specie a Porta Palazzo, alla ricerca di ragazzi e giovani specie quelli più emarginati, che lavoravano nelle botteghe e nei cantieri della capitale sabauda in forte sviluppo demografico, li incontrava in questi luoghi e li conduceva in oratorio. Lui stesso nell’arco della settimana li andava a trovare sui luoghi di lavoro. Oggi questo (secondo me) si può attualizzare nell’attività della “pastorale della strada”, quella che la lettura socio-educativa indica anche come “educativa di strada”. Chi deve fare una simile azione? I giovani. Un discorso che va ben ponderato, studiato a tavolino. I giovani animatori possono essere anche impegnati in questo, ma non da soli. Servono figure professionali ad hoc ai quali affiancare i giovani. Vorrei anche far notare che diveri giovani delle nostre opere, dopo l’esperienza di volontariato, hanno scelto per vocazione di diventare educatori, lavorando nell’emarginazione e nel disagio. Animatori diventati educatori, psicologi, professionisti del sociale. Sempre ripensando al mio vissuto palermitano, ricordo quando con alcuni animatori si andava in giro per il quartiere dell’Albergheria-Ballarò alla “ricerca” di quei ragazzi che non si vedevano da un po’ in cortile. C’erano e ci sono dei luoghi dove si radunavano, lì si andava a trovarli, due animatori più grandi e maturi si portavano dietro pallone e coni di plastica, si individuava una sorta di campetto da calcio, si componevano le squadre e mentre gli altri giocavano io ne approfittavo per fare quattro chiacchiere con loro o con qualche familiare che abitava lì vicino. I principali attori erano comunque i giovani, qualcuno di loro veniva coinvolto a fare da arbitro quando giocavano i più piccoli. Avevano maggiore presa su quei ragazzi e poi con un po’ di “lode esortativa alla don Bosco” si riusciva a fidelizzarli alla causa.
    - Se l’oratorio rappresenta un luogo fisico nel concretizzare il “con e per i giovani”, a questo però si affiancano altri “luoghi”, magari non "solidi" come le sale e i cortili degli oratori, ma che sono come i “nuovi” cortili, le “nuove” strade dove incontriamo i giovani: i Social Network. Chi di noi oggi non possiede un account o un profilo Facebook? Chi non usa l’hashtag di twitteriana emanazione e non posta le proprie foto su Istangram? Parliamo oggi di una generazione di “nativi digitali”, nati con la tastiera in mano, per i quali tra il reale dell’incontro a scuola e la conversazione via WhatsApp non c’è differenza: è tutto reale, concreto, pur non incrociando lo sguardo di chi ti chatta. Anche la Nota Pastorale sugli Oratori, da parte della Chiesa Italiana, cita tra le sfide educative che si prospettano quella dell’attenzione ai “nativi digitali” e pone un chiaro obiettivo da raggiungere: “educare alla conoscenza di questi mezzi e dei loro linguaggi e a una più diffusa competenza quanto al loro uso” [2]. Anche in questo ambito i giovani, a condizione di essere ben formati non solo dal punto di vista “tecnico” ma anche e soprattutto “valoriale”, possono essere l’arma vincente. Sono più vicini alle nuove generazioni, di altre sono coetanei, parlano “lo stesso linguaggio”. Coordinandosi con gli educatori adulti, consacrati e non, possono mettere in atto l’invito già citato da Papa Francesco alla GMG di Rio de Janeiro [3].
    - Questi ambiti interessano anche altri “luoghi” per i quali vanno fatte le giuste distinzioni, e cioè il mondo della Scuola e quello dei Centri di Formazione Professionale.
    - Ma ci anche sono altri luoghi dove siamo chiamati a “fare qualcosa” per i giovani. Luoghi vissuti dai giovani e da quei giovani che forse non verranno mai in oratorio non frequenteranno la parrocchia né la scuola oppure i CFP. Ho già fatto un accenno alle “piazze della movida”: sono il popolo della notte. Basta fare un giro per le nostre città per renderci conto di questa realtà. Mi verrebbe da “battezzare” una attività simile con “Progetto Nicodemo”, facendo riferimento al noto personaggio del Vangelo che incontra Gesù di notte. Questo è un luogo in cui incontrare i giovani con nuove modalità da studiare e mettere in atto. Qualcosa già c’è. C’è chi parla di “evangelizzazione notturna”: ne sono un esempio le “Sentinelle del mattino” [4] che operano in diverse città italiane e si integrano come un’azione della Pastorale Giovanile di alcune diocesi. Si deve alla loro attività iniziative come “Una luce nella notte” e “Cafè teologico”. Non escluderei quindi una sinergia con realtà già esistenti ma aperte alla collaborazione “nell’unica chiesa”, l’ho potuto sperimentare di persona. I bisogni rilevati potrebbero dar vita a nuove modalità di azione per rispondere alle esigenze specifiche di un determinato territorio.
    - Altro luogo che stimola la mia mente di salesiano sono i “Centri Commerciali” che spesso pullulano di comitive di adolescenti e giovani che si danno lì appuntamento e vi trascorrono parte del loro tempo libero. A titolo personale ho fatto una sorta di esperimento in uno di questi luoghi a Roma: per quattro volte in diversi periodi dell’anno ho trascorso qualche ora di un sabato pomeriggio in uno di questi megacentri: il Porte di Roma. Attuando quella che nella ricerca sociologica è “l’osservazione”, ho potuto percepire i gerghi e i generi musicali di alcuni di questi ragazzi, ma anche le noie e le frenesie, il vagare disordinato (o secondo l'ordine dei loro pensieri), cogliere le "attese" fors esi qualcosa o di qualcuno capace di riconoscerli, "catturarli", coinvolgerli.
    - Ci sono infine dei “luoghi” che possiamo definire di “servizio sociale per giovani a rischio”, e mi riferisco alle “Comunità educative residenziali per minori” e ai “Centri di recupero e contrasto dalle dipendenze”. È chiaro che qui servono le competenze ancora più specifiche e anche una particolare propensione nel prendersi cura delle persone che fanno ricorso a tali servizi. Siamo nell’ambito del disagio conclamato, e citare queste tipologie di servizio è in parte una deformazione professionale visto il Servizio a cui sono stato chiamato dalla Congregazione salesiana per l’Italia. Anche questi sono luoghi dove “lavorare per i giovani”, giovani che dalla vita sembra abbiano avuto di meno, che devono ricostruirsi una vita, comprendere cosa vuol dire “amare”, volere “il Bene”. Anche in questi luoghi l’apporto dei giovani è importante. Ci sono semplici azioni che anche dei buoni animatori possono svolgere, come ad esempio un incontro sportivo con i ragazzi di una comunità terapeutica o una gita alla quale in oratorio partecipano i ragazzi di una cosiddetta “Casafamiglia”. E' un modo di far sentire i ragazzi a loro agio e non come “animali da zoo” offrendo loro una inutile e umiliante commiserazione. Sono persone come altre e per questo vanno rispettate, sono alle volte come “figliol prodighi” che tornano dal padre che li attende: sarebbe poco evangelico assumere l’atteggiamento di “fratelli maggiori” o del fariseo della prima fila.
    Questi ultimi due “spazi educativi” sono luoghi che conducono a e sono realizzazione di determinate scelte di vita, di una "scommessa" per tutta la vita. Penso a persone come Massimo Giuggioli e la moglie Angela che insieme ad altri hanno dato vita alla Associazione Barabba’s Clown ad Arese e che gestiscono delle Casefamiglie per giovani in difficoltà; a Salvo e Linda Adamo che a Giarre (CT) hanno avviato realtà simili; a Nicoletta Goso, del Borgo Ragazzi di Roma, che con il marito Fabrizio conduce da anni una costante sensibilizzazione riguardo l’affido familiare vivendolo in prima persona.

    Come

    Il terzo nucleo che è consequenziale ai precedenti. Dopo aver provato a comprendere il perché e aver individuato il dove, è la volta di stabile il come fare tutto questo. Chi opera in stile salesiano la duplice azione educativa e pastorale, lo fa con lo stile dell’animazione. Ci ispiriamo all’icona biblica di Emmaus dove Gesù Risorto si affianca ai discepoli sconfortati, li ascolta, li accoglie, e inizia con loro un percorso di annuncio rispettando il loro livello iniziale ma ben sapendo dove vuole arrivare: alla sua “rivelazione nello spezzare il pane”. Con altre parole si può anche dire che lo stile dell’animazione diventa un modo di agire nella propria esistenza, in quello e per quello che si fa. Una animazione da non confondere con il lessico mondano che ci richiama a quanto si fa nelle feste e nei villaggi turistici. Quindi se dovessi trovarmi in coda alla cassa di un supermarket per pagare le mie compere, non mi esibirò nel fare un bans, né farò qualcosa di simile durante una pausa tra una lezione e l’altra a scuola o all’università. Questo è chiaro e scontato, e forse superfluo ribadire, ma dirlo toglie ogni equivocità: non si impone la propria presenza in maniera "talebana" o "sguaiata", alal fine anche sciocca e controproducente.
    Animare i giovani vuol dire in primis essere presenti dove essi si trovano, e questo ho essenzialmente cercato di dire parlando dei “luoghi”. È lo “stare in mezzo” che don Bosco e quindi la pedagogia salesiana intende col termine “assistenza”. Si tratta di istituire un rapporto personale, quindi saper parlare “il linguaggio” comune con i giovani. Avviato il contatto, va poi alimentato e rafforzato, diventare “amico” dei giovani sul modello di Don Bosco; e un amico è colui che sa dire anche dei “no”, che sa “correggere e incoraggiare”, conosce l’altro, i suoi pregi i suoi limiti, i passi che può compiere per diventare sempre più “buon cristiano e onesto cittadino”. Lo stile dell’animazione rientra tra gli strumenti e requisiti dell’arte di educare, deve contemplare una buona dose di pazienza, come quella del contadino, una profonda fiducia e speranza nell’azione che Dio opera in ciascuno di noi e della quale noi siamo collaboratori e strumenti. Parlando dei luoghi accennavo ai social network - che in alcuni casi rappresentano già nuove forme di dipendenza - i “nativi digitali” (e non solo loro) vi trascorrono diverse ore della giornata: mi chiedo: come mai? Perché hanno questo bisogno di “stare connessi”? Di comunicare in questo modo? Compreso questo, dovremmo offrire loro qualcosa di alternativo. I social network sono ottimi strumenti di comunicazione complementari alla relazione diretta fatta anche di sguardi, comunicazione non verbale, sorrisi e smorfie. Sono questi dei “luoghi di aggancio” per l’educatore che è presente anche sul social network, ma sa andare anche oltre “animando” i giovani, offrendo loro delle alternative valide. Mi raccontava tempo fa un amico docente presso una nostra scuola, Marco Pappalardo, che dal primo contatto con studenti e giovani attraverso Facebook, ha poi costruito relazioni chiacchierando de visu con la scusa di offrire un caffè o una bibita e facendo arricchire un bar vicino la scuola salesiana di Cibali a Catania.
    Prima ho fatto cenno all’attività dei Barabba’s Clown di Arese: nel loro stile di animazione-accompagnamento dei ragazzi in particolari difficoltà c’è l’attività dei clown che coinvolge buona parte di questi ragazzi. La prassi educativa dei Barabba’s ci serve anche per dire che l’educazione dei ragazzi più sfortunati non ha un percorso unilaterale, per cui la cura e l’aiuto non si fermano al beneficiario dell’intervento, ma vanno oltre. Infatti i ragazzi che in questi anni si sono messi in gioco facendo i clown, sono divenuti loro stessi portatori di sorrisi e sono stati chiamati ad essere animatori per i teatri e le piazze d’Italia dove si esibiscono e si impegnano in attività solidali, da brutti anatroccoli a splendidi cigni.

    Quindi

    Ultimo nucleo, una conclusione che vuol essere un avvio per una nuova tappa in questo anno speciale del bicentenario. I giovani che incontriamo sono dotati di talento, talento che spesso è nascosto o sottovalutato: questo è dato dalla capacità di sintonizzarsi sul prossimo e, quindi, di agire con gli altri e per gli altri. È l’attitudine a leggere gli interlocutori, le situazioni, gli ambienti, le atmosfere. È una forma di intelligenza emotiva: la più sofisticata, perché richiede attenzione ai dettagli, cuore e rapidità. Ricordando che non basta la bontà, occorre delicatezza, affidabilità, tenacia e regolarità, come dice Beppe Severgnini in La Vita è un viaggio. Mi piace concludere prendendo spunto da un testo della letteratura manageriale di Stephen R. Covey, autore di Le sette regole per avere successo, facendone una lettura per un successo educativo, quello in cui “il doppio di sei è siamo” :
    1.Sii proattivo
    2.Inizia con in testa la fine
    3.Dai la precedenza alle cose più importanti
    4.Fa' sì che tutti vincano
    5.Cerca prima di capire, poi di essere capito
    6.Cerca la sinergia
    7.Affila la lama
    Se queste regole le leggiamo secondo una “griglia salesiana” è facile scorgere l’agire di don Bosco e anche nostro. Sette “consigli” per lavorare per i giovani con i giovani in modo giovane.


    NOTE

    [1] Cfr https://www.corriere.it/economia/13_dicembre_06/censis-italiani-sciapi-infelici-cerca-connettivita-sociale
    [2] CEI, IL LABORATORIO DEI TALENTI, Nota pastorale sul valore e la missione degli oratori nel contesto dell’educazione alla vita buona del Vangelo, nr 26. Al nr 25 il documento fa riferimento ad un’altra sfida, quella della emarginazione e intercultura.
    [3] “Sapete qual è lo strumento migliore per evangelizzare i giovani? Un altro giovane”
    [4] Per saperne di più https://www.sentinelledelmattino.org

     

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