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    «Il seminatore uscì a seminare»


    Parabole giovani /7

    Roberto Seregni

    (NPG 2012-07-2)


    Selezionare

    Ripenso a quello che mi diceva una zelante catechista: «Non perda tempo con quei ragazzi, l’unica cosa da fare è non farli più entrare in oratorio. Vengono qui solo per stare al caldo, non sono interessati alle attività, danno solo fastidio…»
    Mi torna in mente lo sfogo di una mamma: «Possibile che una settimana dopo la Cresima ci siano solo venti ragazzi alla Messa? E gli altri sessanta? Dove sono finiti? State sbagliando tutto! Dovete selezionare prima: chi è fedele alla Messa va avanti e gli altri non stiano qui a dare fastidio inutilmente!».
    Un anziano confratello, dopo una riunione di preti in cui ci si è confrontati sulle fatiche e sui dubbi di alcuni percorsi della catechesi, mi consiglia di fare una verifica all’inizio dell’anno e poi dividere i gruppi in base alle risposte. «Così quelli bravi vanno avanti bene e le mele marce non rovinano il gruppo», questa è la sua ricetta.
    Lo ammetto: sono stato sfiorato dalla tentazione di selezionare.
    Mi ha sedotto l’idea di investire le forze solo con quelli di «serie A».
    Poi, per fortuna, mi è tornata in mente una parabola del Rabbì.

    «Ascoltate»

    Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». (Mc 4,1-9)
    Sì, per fortuna mi è tornata in mente questa parabola del Rabbì, la prima raccontata nel Vangelo di Marco e una delle poche che troviamo in comune nei sinottici (Mt 13,3-8; Lc 8,4-8).
    Mi piace sottolineare come questa parabola sia incorniciata dal tema dell’ascolto: «Ascoltate» e «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti». Gesù si rivolge alle folle come Mosè si rivolgeva al popolo: «Ascolta Israele» (Dt 5,1; 6,3.4). Ma il Rabbì allarga i confini del suo uditorio: non solo per Israele, la sua Parola è per tutti coloro che la vogliono ascoltare. Non esistono circonferenze che delimitino la possibilità di farsi uditori della Parola. Unica richiesta di Gesù è la disponibilità. Il Suo Vangelo è per tutti coloro che hanno il coraggio di mettersi in gioco.
    È interessante sottolineare che la prima richiesta fatta da Gesù alle folle è l’ascolto e non altro. Il Rabbì non chiede sacrifici, digiuni o astinenze, ma l’ascolto della Parola. Questa è la priorità. Così commenta Bruno Maggioni:
    Gesù utilizza l’imperativo «ascoltate», proprio per sottolineare che l’ascolto precede l’annuncio e la carità, così una comunità che non ascolta, né sarà evangelizzatrice, né servirà gli uomini.[1]

    Porterà frutto

    Il vero protagonista della parabola è il seme e le quattro vicende dei diversi terreni narrano esiti diversi dell’opera del seminatore. La presenza del Regno di Dio è come quel seme: piccolo, semplice, che deve essere seminato con abbondanza e deve marcire nella terra per portare frutto. È una presenza che non si impone e, anzi, può anche apparire improduttiva e fallimentare. Così, infatti, è stato con la Parola di Dio annunciata da Gesù e dalla comunità cristiana.
    Nel suo racconto il Rabbì si rifà alla tecnica di semina tipica del mondo palestinese: prima viene sparso il seme e solo successivamente si procede con l’aratura. Per questo il seme finisce anche su terreni che non hanno le minime condizioni per garantirne l’attecchimento. I primi tre terreni, infatti, risultano improduttivi: sulla strada, sui sassi e tra le spine il seme non può essere fecondo. Ma allo stesso tempo c’è un terreno buono che dà frutto e lo dà in modo abbondante e sorprendente. È proprio così: nella semina ci sono insuccessi, fatiche, errori, ma il seminatore ha la certezza che una parte del seme – nonostante tutto – porterà frutto. Così commenta Van Iersel:
    Ciò su cui il racconto sembra insistere è il contrasto fra, da una parte, la grande quantità di seme che non porta frutto e la piccola quantità che invece lo produce e, dall’altra, questa piccola quantità di seme produttivo e l’abbondanza del raccolto ottenuto alla fine.[2]
    Questo mi sembra un primo insegnamento della parabola: il discepolo deve vivere nella fiducia che la Parola annunciata porti frutto. Nella stessa semina c’è chi accoglie e chi rifiuta, chi lascia soffocare il seme e chi invece lo custodisce con passione. La certezza nella potenza e nell’efficacia della Parola è una condizione essenziale per l’annuncio del Regno di Dio.

    Sovrabbondanza

    Un secondo tratto che indubbiamente ha colpito gli uditori di Gesù, ma che rischia di rimanere in ombra per noi lettori moderni, è l’abbondanza sorprendente del raccolto del quarto terreno. La misura narrata da Gesù è inverosimile per qualsiasi produzione palestinese del tempo: un sacco di semi poteva darne al massimo 11 o 12, mentre Gesù parla di 30, 60 e addirittura 100! Così commenta Benoît Standaert:
    «Qui, come spesso altrove (la trave nell’occhio, il cammello che passa per la cruna di un ago), Gesù si serve della figura dell’esagerazione per suggerire una pienezza meravigliosa, segno dell’azione stessa di Dio».[3]
    La potenza della Parola è imprevedibile e supera ogni possibile attesa. Nessuno se lo aspetterebbe, eppure a fianco dei tre terreni che rimangono sterili germoglia un raccolto sorprendente, anzi: impossibile! È chiaro: le leggi della natura vengono messe da parte, qui entra in gioco una legge nuova, diversa, indomabile: quella di Dio!

    Dovunque

    Eccoci: tutto questo giro per arrivare qui e ne è valsa la pena (spero!). È questo il tratto della parabola che quella sera mi ha ributtato coraggio e passione nelle vene, allontanandomi dalla seduzione della selezione.
    Davanti alla tentazione di calcolare, misurare e valutare, ecco la logica diversa di Gesù e del Regno.
    Quello che a noi potrebbe sembrare uno spreco, per Gesù è gratuità, è rivelazione del volto del Padre.
    Quello che a noi potrebbe apparire noncuranza è, in realtà, la svelamento dell’amore disinteressato e traboccante di Dio.
    Quello che a noi potrebbe risultare una logica perdente è, invece, l’unica logica adeguata ed efficace per gestire gli affari di Dio: l’amore.
    Il discepolo non misura, non seleziona, non fa previsioni, sparge il seme della Parola ovunque, perché sa che essa è potente ed efficace, perché sa che il Padre saprà nuovamente sorprenderlo.
    Proprio lì, dove mai nessuno avrebbe potuto immaginare, raccoglierà i suoi frutti più preziosi.


    NOTE

    [1] Bruno Maggioni, La Parola si fa carne, itinerari biblici di spiritualità missionaria, EMI, 1996, p. 34.
    [2] Bas Van Iersel, Leggere Marco, Paoline, 1989, p. 118.
    [3] Benoît Standaert, Marco: Vangelo di una notte vangelo per la vita. Prima parte, EDB, 2011, p. 241.


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