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    Il cammino dell'esperienza religiosa nel vissuto ecclesiale



    Manlio Sodi

    (NPG 1996-08-67)


    Le pluriformi e diversificate esperienze sacrali che la storia delle religioni sottopone all'attenzione dell'educatore rivelano un denominatore comune: il bisogno del soprannaturale come luogo di incontro con l'Assoluto, come occasione di soddisfazione di attese. L'educatore cristiano osserva più da vicino l'esperienza religiosa narrata nella Bibbia, in quanto al suo interno scopre un cammino progressivo che, pur partendo da primordiali forme di religiosità naturale (come l'offerta sacrificale dei frutti della terra, o di animali...), tocca il culmine nella Parola, nell'esempio e nella vita di Gesù Cristo, esempio vertice di ogni esperienza religiosa. Si tratta di un itinerario emblematico per l'uomo di sempre.
    Riflettere oggi sull'esperienza religiosa nel vissuto ecclesiale implica il prendere atto che tale esperienza ha un nucleo originario e fondante; ha alle sue spalle una storia che continua a suscitare interesse da più parti; ha ancora oggi dei «luoghi» di attuazione talvolta particolarmente significativi per l'animo in ricerca; ha una serie di occasioni uniche nel loro genere in quanto riconducono alla primordiale e fondamentale esperienza di Cristo, attualizzandola nel tempo.
    Presentare quasi una radiografia dell'esperienza religiosa cristiana richiede necessariamente un aggancio al momento fondante del culto cristiano: l'evento Gesù Cristo con tutto ciò che esso sintetizza, per vederne poi, secondo le principali fasi storiche, lo sviluppo in alcune forme caratteristiche che più di altre hanno manifestato lo specifico del «vissuto»: non si tratta di ripercorrere lo sviluppo storico del vissuto religioso cristiano per delinearne una pagina quasi fine a se stessa, ma di cogliere gli elementi essenziali che la storia racchiude per osservare e comprendere il presente. Un ambito che, ieri come oggi, richiede una particolare attenzione da parte dell'educatore è quello offerto da «occasioni» ordinarie o speciali che, soprattutto in ambito giovanile, sono spesso via privilegiata per iniziare o continuare un cammino di fede e di vita. I tre momenti - il fondante, lo storico e l'esperienziale-occasionale - si presentano necessari per la comprensione dell'oggi: per osservare, cioè, la ridefinizione dell'azione liturgico-sacramentaria come vertice dell'esperienza religiosa cristiana, e per suggerire alcune prospettive di azione pastorale.
    Il vissuto cristiano, sulla linea di ogni forma di vita umanamente vissuta, racchiude nel suo ambito un'esperienza religiosa unica, determinata dalla particolare veridicità della religione cristiana. In essa, infatti, religione e vita non sono due aspetti in qualche modo autonomi, ma come due forme (diverse e complementari) di rapportarsi con il Dio dell'alleanza. Tanto che se tentiamo di ricercare un termine che sintetizzi e unifichi i due ambiti, lo individuiamo nella parola «culto». Ai cristiani di Roma Paolo scrive: «Vi esorto [...] fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale...» (Rm 12,1). L'espressione, decisiva ai fini della comprensione della religio tra Dio e il fedele, contiene anche un richiamo per quella che è l'essenzialità delle forme in cui il culto si esprime nei singoli linguaggi rituali.

    ALL'ORIGINE DELL'ESPERIENZA RELIGIOSA CRISTIANA

    Le esperienze religiose dell'uomo biblico sono senza dubbio complesse; nel loro insieme permettono, comunque, di percepire un cammino di educazione ad un rapporto con il Dio che si è fatto storia nelle vicissitudini di un determinato popolo. L'itinerario pone in evidenza numerose occasioni e tentativi di incontro tra un Dio che cerca l'uomo, e l'uomo che risponde (positivamente o negativamente) a questa ricerca, realizzando in tal modo una progressiva «conoscenza» del suo Dio. È un percorso esperienziale quello che viene delineandosi lungo l'ampio arco di vicende umano-divine raccontate nell'AT; un'esperienza in cui la «conoscenza» si attua e si manifesta anche nelle forme cultuali.
    Ma è proprio osservando la reazione dei profeti di fronte alle «vuote» forme cultuali (= quando il rito non è espressione di una vita) che si percepisce la progressiva precisazione del senso del culto visto come esperienza religiosa integrale. Tra i tanti aspetti che i profeti pongono in evidenza, ce n'è uno che può essere individuato come un'autentica rivoluzione cultuale. Quando infatti Osea grida a nome di Dio: «Voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (6,6) scagliandosi contro le vuote forme cultuali realizzate soprattutto nel Tempio, non fa altro che aiutare il popolo di Dio a fare un salto di qualità: a far comprendere, cioè, che il culto non ha senso se non è garantito e accompagnato da scelte di vita, personali e di gruppo, improntate alle più diverse forme di giustizia. L'indice non è puntato contro il linguaggio rituale sic et simpliciter, ma contro un linguaggio che non ritualizza una scelta di vita perché questa è assente.
    Ciò lascia intravvedere, in modo molto persuasivo, sia il radicale superamento che l'antico popolo d'Israele dovrà compiere nei confronti delle forme magico-rituali tipiche delle esperienze religiose dei popoli vicini, sia la preparazione all'abbandono di un culto ritenuto efficace solo perché compiuto in un luogo, come annuncerà il Cristo: «È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità...» (Gv 4,23). L'annuncio sarà convalidato da tutta la sua Vita; e la vita, vissuta nello Spirito, sarà un culto perfetto al Padre: tenderà, cioè, alla pienezza della Verità.
    La rivelazione cristiana, in tal modo, elabora e conferma una vera «rivoluzione sacrificale» rispetto al concetto di sacrificio comunemente inteso. Il sacrificio - cruento o incruento - acquisterà il suo ruolo di sacrum facere, cioè di riportare alla santità della sua origine quello che di più prezioso ha l'uomo - la sua vita -, quando non sarà un gesto vuoto o automatico, ma un segno reale di una vita realmente vissuta nell'ottica di quell'alleanza che il rito formalizza. È la vita che diventa culto!
    Ciò pone in essere un'esperienza religiosa particolare:
    - Si tratta di un'esperienza, anzitutto: non di un pensiero o desiderio o sentimento... ma di qualcosa di estremamente reale: quanto reale, ad esempio, è operare la giustizia nelle sue diverse forme.
    - Un'esperienza religiosa: l'experiri, in questo caso, viene ad essere il punto d'incontro e di sintesi tra il divino e l'umano; tra una proposta divina per la vita e una risposta umana che si concretizza in scelte di vita.
    - La dimensione rituale-sacrificale costituisce il particolare linguaggio simbolico, in cui e attraverso cui la sintesi si manifesta non per fare cronaca, ma in modo performativo: per dire il realismo dell'intervento divino e la realtà della risposta umana.
    Siamo così alla base del culto in spirito e verità, confermato dalla parola e dall'esempio del Cristo. D'ora in avanti, l'esperienza religiosa con il Dio dell'alleanza continuerà a manifestarsi attraverso forme cultuali che, in parte, affonderanno le loro radici nel substrato veterotestamentario e, in parte, si svilupperanno man mano che l'annuncio della novità di vita proposta dal Dio dell'alleanza troverà risposta nelle diverse culture.
    Il passaggio all'esame della lunga fase storica, che descrive gli aspetti determinanti del vissuto cristiano, implica la precisazione di alcuni elementi propri del linguaggio biblico, sia per una maggiore individuazione dello specifico dell'esperienza religiosa cristiana, sia per offrire spunti ad una lettura fenomenologica dell'oggi.
    Si tratta solo di ricordare tre aspetti che connotano e denotano l'esperienza religiosa cristiana di sempre, tanto che se si prescinde da questi, si svuota dal di dentro qualunque forma religiosa che abbia parvenza o pretesa cultuale.

    Un «sacerdozio» nuovo

    La Rivelazione cristiana presenta la storia dell'umanità come storia religiosa, cioè come storia dell'incontro e del dialogo tra Dio salvatore e l'uomo salvato.
    È all'interno di questa storia di salvezza, nelle sue diverse fasi, che si rivela progressivamente e si compie il culto al vero Dio.
    La particolare esperienza religiosa divino-umana descritta in Es 19-20 e 24 presenta i contenuti e, in un certo senso, anche la struttura di un rapporto cultuale tra il popolo ebraico e il Dio dell'alleanza. Le espressioni con cui si delinea la prospettiva di novità assoluta rispetto alla mentalità corrente, pongono le basi per un'esperienza religiosa unica rispetto a quelle di culture vicine al popolo ebraico. Al centro sta un rapporto unico e particolare tra Dio e il suo popolo; i termini di questo rapporto sono stabiliti nel «decalogo». Il linguaggio rituale che in Es 24,1-8 conclude la grande liturgia dell'Alleanza non è altro che il segno connotativo per Dio e per il suo popolo di un impegno di fedeltà.
    Il popolo sarà «nazione santa» non perché ha partecipato a quel rito lasciandosi materialmente aspergere dal segno del sangue, ma perché in quel segno è posta la garanzia di un impegno personale di fedeltà alle condizioni e alle conseguenze dell'alleanza, sia da parte di Dio che del fedele.
    L'inserimento in questa logica dà ai membri del popolo una nuova qualifica: quella di «regno di sacerdoti» (Es 19,6). La definizione è parte costitutiva della realtà dell'alleanza, e permette di allargare, con prospettive decisamente nuove, la figura e il ruolo «sacerdotale» conosciuto ed esercitato sia all'interno del popolo di Israele, sia nelle altre religioni. Si apre, cioè, la prospettiva di comprensione del sacerdozio non come funzione ministeriale per assicurare un rapporto tra un gruppo di persone e la divinità attraverso dei riti, ma come status di vita: uno status non fine a se stesso - come un onore - ma come garanzia e condizione per ricondurre ogni realtà creata nella logica dell'alleanza.
    Sarà questa la prefigurazione di quel sacerdozio comune che troverà in Cristo un fondamento rinnovato e nel sacramento del Battesimo la base e la certezza per la realizzazione di un rapporto personale tra il creato, l'uomo e Dio.
    In ambito cristiano tale sacerdozio è la radice e la garanzia di quell'esperienza religiosa unica che fa esclamare con piena verità - perché alla luce dell'evento-Cristo -: «Qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?» (Dt 4,7). Un rapporto che, mentre indica comunanza di vita e di ideali e una prassi quotidiana in linea con le condizioni dell'alleanza, pone anche in evidenza la novità e l'unicità di questa esperienza religiosa.
    Lo svuotamento delle forme cultuali ebraiche, ridotte a puro ritualismo perché senza rapporto con la vita e non espressione di essa - come sopra ricordato -, lascerà presagire la realtà di una nuova alleanza, questa volta scritta non sulla pietra ma nei cuori. L'annuncio di Malachia riaggancia il senso dell'originaria alleanza a quella nuova che Cristo porterà a compimento: «Ecco, io manderò un mio messaggero... entrerà nel suo tempio il Signore... purificherà i figli di Levi... perché possano offrire al Signore un'oblazione secondo giustizia. Allora l'offerta... sarà gradita al Signore come nei giorni antichi» (Ml 3,1-4). E sulla bocca di Zaccaria fiorisce il canto di una certezza: Dio «si è ricordato della sua santa alleanza... di concederci... di servirlo (latreuein) senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni» (Lc 1,72-75).

    Il «tempio» è Cristo

    Con la venuta di Cristo nella storia viene portato a compimento quanto prefigurato nella lunga e progressiva esperienza religiosa dell'AT. Egli infatti attua nella sua persona la sintesi di quanto prefigurato circa il tempio, il sacerdote e la vittima.
    I tre elementi essenziali per stabilire un culto, e dunque per realizzare un'esperienza religiosa, con l'Incarnazione del Figlio di Dio trovano un superamento e un inveramento decisivo.
    - L'episodio della purificazione del tempio offre al Cristo l'occasione per precisare che lui ormai è il nuovo tempio: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere»... Egli parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,19-21).
    La radicale novità del culto instaurata dal Cristo consisterà nello slegare l'essenza di un rapporto religioso da un luogo determinato per unirla, in modo indissolubile e atemporale, alla sua divina Persona. Per questo ogni rapporto con il Dio dell'alleanza sarà ormai «per Cristo, con Cristo e in Cristo».
    - L'istituzione del sacerdozio comune, come pure di quello levitico, va vista come prefigurazione di quel nuovo sacerdozio che troverà in Cristo il suo pieno inveramento, in quanto solo lui - a differenza del sommo sacerdote dell'antica alleanza - è entrato nel santuario di Dio come mediatore e intercessore perfetto.
    Le espressioni della Lettera agli Ebrei - «... abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio... Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia...» (Eb 4,14-16) - garantiscono la radicale novità operatasi con il compimento del mistero pasquale.
    - Il testo di Eb 10,1-14 ricorda che l'essenza del sacrificio della nuova alleanza non è più nel sangue di vittime animali, ma nel sangue del Cristo.
    Un sangue, però, visto non come elemento espiatorio fine a se stesso, ma come segno concreto di una vita di accettazione piena della volontà del Padre e di donazione totale al suo progetto di alleanza.
    Nell'espressione: «Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,6-7) è racchiuso il senso del nuovo sacrificio. L'accettazione e il compimento del progetto divino di salvezza nella propria vita costituisce la materia (= la vittima!) del nuovo sacrificio; il linguaggio rituale, d'ora in avanti, dovrà essere l'espressione di questa nuova realtà. «È... per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del Corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (Eb 10,10).
    Come il culto di Cristo è un servizio d'amore al Padre nel compimento della sua volontà e nel dono totale di sé sulla croce per la completa liberazione dell'uomo e per la gloria divina, così la realtà della nuova religio instaurata dal Cristo sarà un culto che nel linguaggio rituale troverà l'ambito di una manifestazione e di un'offerta di tutta una vita completamente orientata all'accettazione della volontà del Padre. L'essenza della nuova alleanza sarà così raggiunta a motivo dell'inserimento del proprio segno sacrificale (= vita del fedele) nel segno fondante del sacrificio di Cristo.

    Il culto della Chiesa

    Sulla linea del Maestro, la Chiesa porta a progressiva maturazione - non senza inevitabili difficoltà e incertezze - la mentalità veterotestamentaria. La triade «fede - sacramenti - opere» viene a caratterizzare, in una prospettiva di sintesi, il superamento di ogni dicotomia. Per il cristiano l'esperienza religiosa sarà non un momento tra i tanti della vita, ma il momento in cui scelte di fede e scelte di vita troveranno la loro sintesi e il loro inveramento.
    L'ascolto di una Parola di salvezza troverà piena attuazione nella celebrazione dei «sacramenti della fede» e in scelte di vita improntate all'amore e alla giustizia, e ispirate alla carità sacrificale del Cristo.
    Inserito nella pienezza di Cristo in forza del Battesimo, il fedele prende parte al suo sacerdozio, è costituito in tempio vivente di Dio, in popolo sacerdotale, in offerta gradita: in tal modo si realizza, sotto l'azione dello Spirito, una progressiva immedesimazione nella missione e nell'opera del Cristo sotto l'azione dello Spirito. Il culto del cristiano sarà pertanto un culto «spirituale» perché mosso e vivificato dallo Spirito, e tale da ricondurre ogni volontà e ogni realtà creata all'interno del progetto dell'alleanza.
    Si chiude così la fase originaria e fondante dell'esperienza religiosa cristiana nella quale Dio appare non come un'intuizione sentimentale dell'universo infinito, ma come un interlocutore che dà senso e compimento ad ogni tensione dell'uomo verso il divino.
    Lo sviluppo successivo permette di constatare la varietà di forme con cui l'esperienza religiosa cristiana si è manifestata nel tempo e nelle culture, condensandosi in particolari esperienze. Accanto ai sacramenti, esse hanno contribuito a diffondere, nel tessuto delle più diverse situazioni socio-culturali e ambientali, aspetti religiosi complementari ma pur sempre importanti ai fini di una celebrazione del «sacrificio spirituale» nella liturgia della vita.

    UNA «TRADIZIONE» RICCA DI ESPERIENZE

    Se l'AT rivela che l'essenza delle diverse forme di esperienza religiosa risiede nell'incontro con Dio, e se il NT ne annuncia la piena realizzazione nell'incontro tra Dio e l'uomo in Gesù Cristo Uomo-Dio, nel tempo della Chiesa tutto questo si continua a sviluppare e ad approfondire, perché possa costituire esperienza viva e vivificante di chiunque si pone nella logica dell'alleanza.
    Uno sguardo veloce alla Tradizione - dalla prima Pentecoste in poi - permette di osservare tre ambiti che, mentre garantiscono le basi di tale esperienza, ne mostrano anche le fonti per ulteriori sviluppi che, in qualche modo, condizionano e possono illuminare il nostro oggi.

    Di fronte alla Parola

    «Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo...».
    Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano» (Mc 16,15-16.20). Lo sviluppo della Chiesa ha origine da questo comando. La diffusione della Parola - secondo le diverse forme di evangelizzazione, kerygma, didascalia, catechesi e omelia - ha costituito fin dall'inizio l'asse originario e portante di qualunque forma di esperienza religiosa. Venti secoli di vita cristiana raccontano fondamentalmente l'impegno di ogni Chiesa nella diffusione di questa Parola come sorgente di risposta all'amore di Dio e di luce per una vita improntata nell'ottica dell'alleanza.
    Le forme di annuncio e di approfondimento della Parola nella storia sono notevolmente diverse; tutte comunque orientate alla realizzazione di un'esperienza religiosa unitaria nell'essenza dell'incontro con il Padre per Cristo nello Spirito, ma pluriforme nelle modalità di attuazione.
    La storia dell'evangelizzazione, della predicazione, dell'omiletica e della catechesi pongono in evidenza sia la perennità dell'annuncio, sia l'impegno per un suo adattamento e inculturazione. Ne costituiscono prova evidente il sensus fidelium, gli scritti dei Padri, le ricche linee di pensiero teologico della Tradizione, e soprattutto le diverse forme rituali con cui nella storia e nell'oggi si è condensata la risposta di fede di una determinata Comunità.

    I sacramenti della fede

    Sulla linea della primordiale esperienza celebrativa realizzatasi nella grande liturgia dell'alleanza (cf Es 19-20 e 24) si modula la dinamica sacramentale del tempo della Chiesa.
    Parola e sacramento sono i due momenti di un interloquire divino-umano, di un rapporto dialogico che ha sempre origine dal: «Se ascolterete la mia voce...», attraversa una verifica: «Questo noi lo faremo...», e si conclude in un segno di alleanza che suggella i due movimenti: da parte di Dio e da parte del fedele.
    Il sacramento diventa pertanto il momento di una fede ritualizzata, che a sua volta ritualizza sia i passaggi fondamentali della vita (Battesimo, Confermazione, Ordine, Matrimonio) sia le rinnovate scelte di una esistenza in Cristo (Eucaristia, Penitenza, Unzione).
    L'incontro liberante tra il Dio della vita e la vita del fedele nel sacramento trova la sua realizzazione piena quando questo è autentica sintesi di un «prima - durante - dopo» celebrativo. Se il «durante» è il luogo in cui il linguaggio rituale manifesta, con la forza che gli è propria, la capacità simbolica dell'evento salvifico, il «prima» (caratterizzato dalla volontà decisa di superare ogni limite costituito dal peccato) costituirà la garanzia della veridicità del linguaggio simbolico, e il «dopo» (all'insegna di una vita di grazia più piena) non sarà che un ulteriore inveramento di quanto vissuto già prima nella verità, dopo essere stato filtrato attraverso l'evento divino nel sacramento stesso.
    Vista in questa ottica, l'esperienza religiosa tipica del vissuto cristiano può essere identificata con una pluralità di forme che vanno gradualmente da quelle più ordinarie di rapporto con Dio (a partire dalla preghiera...) a quelle più personali e totalizzanti quali i sacramenti. Si può allora affermare che il vertice dell'esperienza religiosa cristiana si attua nei sacramenti della fede e principalmente nell'Eucaristia? La risposta è già nella vita cultuale del Signore Gesù.
    Quando egli ha comandato: «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24.25) non ha lasciato un'indicazione rubricale relativa al come si doveva ritualizzare la sua Pasqua, ma una scelta di vita tutta orientata alla volontà del Padre, scelta che nel sacramento di quell'Ultima Cena, come in ogni Eucaristia, ha trovato e continua a trovare il segno di inveramento pieno.

    La pietà popolare

    Se c'è un capitolo della storia che può risultare emblematico per evidenziare forme diversificate di esperienza religiosa cristiana, questo è offerto dalla pietà popolare.
    La lettura del rapporto tra liturgia e pietà popolare costituisce una pagina interessante per una fenomenologia dello sviluppo del culto cristiano, nonché per una più puntuale comprensione dei rispettivi ambiti specifici proprio a partire da questo incontro.
    Va precisato subito che qui si tratta di pietà e non di religiosità popolare. Il rilevamento è dunque condotto su quelle manifestazioni di pietas christiana che non vanno confuse con sincretismi magico-sacrali o simili, come può avvenire nell'ambito della religiosità.

    L'antichità cristiana
    All'inizio dell'era cristiana non si pone il problema del rapporto tra azioni liturgiche e forme di pietà popolare, in quanto il culto è tutto cristocentrico e trinitario. Molto presto, però, appaiono le prime espressioni della pietà popolare che, provenendo da situazioni culturali diverse, confluiscono nell'ambito liturgico, come si può constatare nella Traditio apostolica (sec. III); oppure si tratta di espressioni di venerazione verso la Vergine Maria o i primi martiri.
    È in seguito alla situazione politico-sociale instauratasi nel sec. IV che la pietà popolare, sulla linea della liturgia, diventa un luogo di adattamento e di inculturazione della fede attraverso l'acquisizione di forme cultuali capaci di commuovere gli animi e colpire l'immaginazione. La sacralizzazione di tempi e di luoghi ne è un segno costitutivo.
    Sarà la progressiva instaurazione di norme liturgiche sempre più fisse a smorzare l'originaria creatività e a dare adito a forme di pietà privata e popolare. Parallelamente, vanno rilevate le sagge direttive date ai missionari perché la conversione dei nuovi popoli al vangelo non avvenga a scapito della loro tradizione culturale.

    Il medio evo
    In Occidente, l'incontro del cristianesimo con nuovi popoli dà luogo ad un processo di formazione e consolidamento di culture e di istituzioni politiche e sociali. Un complesso di elementi determinerà la nascita e lo sviluppo di un dualismo tra liturgia ufficiale e forme di pietà popolare. La progressiva non conoscenza delle Scritture contribuirà a privare laici e chierici della base essenziale per comprendere sia la struttura delle forme cultuali, sia il linguaggio simbolico con cui queste si esprimono.
    Il diffondersi di movimenti spirituali di vario genere e con diversificate manifestazioni permetterà il sorgere e l'amplificarsi di forme di pietà popolare, che talvolta hanno attraversato secoli giungendo fino a noi. Un tentativo di esemplificazione permette di percepire la varietà di tali espressioni con cui l'esperienza religiosa ha trovato modo di manifestarsi:
    * sacre rappresentazioni di «misteri» celebrati in periodi particolari dell'anno liturgico;
    * poesie in volgare, che coinvolgono la fede e il sentimento dei presenti;
    * forme devozionali alternative o parallele alla liturgia (adorazione eucaristica, rosario, pellegrinaggi, venerazione di reliquie, suppliche litaniche...);
    * riti di benedizione che talvolta riflettono una religione naturalistica o credenze popolari precristiane;
    * tempi sacri «popolari» che si pongono al margine dei tempi dell'anno liturgico (fiere sacro-profane, tridui, novene, mesi devozionali...).
    Alcune volte l'influsso tra l'ambito cultuale e quello popolare dà luogo ad un reciproco arricchimento; altre volte ci si trova di fronte ad un assodato dualismo. Di fatto, le forme liturgico-rituali, anche se si arricchiranno e si svilupperanno in seguito a istanze provenienti dalla pietà popolare, continueranno però a mantenere - anche a motivo della lingua - un livello di partecipazione dovuto ma non troppo sentito.

    L'epoca moderna
    Il sorgere della devotio moderna favorirà la nascita e lo sviluppo di pii esercizi a sfondo meditativo. In essi la dimensione affettiva e lo sforzo di volontà avranno un ruolo determinante (meditazione dei misteri della vita terrena del Cristo), e contribuiranno a mettere sempre più nell'ombra il primato della liturgia quale sorgente prima di vita cristiana. Con le grandi scoperte geografiche del XV e XVI secolo anche il rapporto tra liturgia e pietà popolare si viene a porre in termini nuovi, in quanto l'evangelizzazione avviene sia con l'annuncio della Parola e la celebrazione dei sacramenti, sia con la diffusione di pii esercizi. Anzi, questi ultimi talvolta sono un mezzo per trasmettere la fede, e spesso, comunque, per conservarla; e non solo in luoghi di recente evangelizzazione, ma anche là dove le tensioni create dalla Riforma avevano provocato una terribile divisione nella Chiesa.
    Nel periodo della Controriforma, se da una parte la liturgia diventa ancora più uniforme e statica, dall'altra la pietà popolare viene ad assumere uno sviluppo mai conosciuto prima, tanto che sorgono sempre più numerosi manuali di preghiera che raccolgono pii esercizi per ogni situazione. Le «missioni al popolo» sono un'occasione preziosa per far conoscere e per diffondere forme di esperienze religiose, come la devozione al Cuore di Cristo, i primi nove venerdì del mese, la Via crucis...
    Pur con il rischio di cadere in un sincretismo religioso - specialmente là dove l'evangelizzazione non ha ancora avuto un radicamento culturale profondo - si consolidano forme di pii esercizi; anzi, se ne creano altri spesso improntati alla cultura locale. Il panorama globale che ne emerge fa maturare l'impressione che la pietà cattolica venga a identificarsi pressoché esclusivamente con i pii esercizi.

    L'epoca contemporanea
    Il sec. XIX vede il sorgere di numerose componenti proprie del tessuto ecclesiale: il risveglio ecclesiologico, il movimento biblico, la rinascita liturgica, la sensibilità per la causa dell'ecumenismo, una migliore conoscenza delle fonti, il rifiorire del canto popolare... tutto contribuisce a ridare alla liturgia il suo volto più originario di espressione cultuale del popolo di Dio. Parallelamente, lo sviluppo della pietà popolare porta alla sovrapposizione tra pii esercizi e azioni liturgiche (cf, per esempio, il rosario o la predicazione durante la celebrazione dell'Eucaristia).
    Il XX secolo è illuminato dal cammino del movimento liturgico che, mettendo a frutto i dati provenienti dal movimento biblico e da una migliore conoscenza delle fonti, permette di predisporre un itinerario di progressivo incontro tra liturgia e pietà popolare.
    Quando SC 13 afferma che i pii esercizi «tenuto conto dei tempi liturgici, siano ordinati in modo da essere in armonia con la sacra liturgia, derivino in qualche modo da essa, e ad essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano», non fa altro che convalidare ulteriormente il valore di queste forme di esperienza religiosa, riportandole al loro alveo originario e restituendo loro la funzione subordinata rispetto all'azione liturgica, che resta sempre «di gran lunga superiore» a motivo del memoriale che in essa si perpetua.
    A 25 anni di distanza dalla SC, la Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Vicesimus quintus annus (4 dicembre 1988) riprende questo argomento della pietà popolare ricordando che essa «non può essere né ignorata, né trattata con indifferenza o disprezzo, perché è ricca di valori, e già di per sé esprime l'atteggiamento religioso di fronte a Dio. Ma essa ha bisogno di essere di continuo evangelizzata, affinché la fede, che esprime, divenga un atto sempre più maturo ed autentico». Di fronte a questa riaffermazione di principio si pongono - sempre nel dettato del documento - due punti strategici sotto l'aspetto formativo:
    * il primo tocca la gerarchia dei valori: «Tanto i pii esercizi del popolo cristiano, quanto altre forme di devozione, sono accolti e raccomandati purché non sostituiscano e non si mescolino alle celebrazioni liturgiche»;
    * il secondo chiama in causa l'impegno per il presente e il futuro dell'animazione pastorale: «Un'autentica pastorale liturgica saprà appoggiarsi sulle ricchezze della pietà popolare, purificarle e orientarle verso la Liturgia come offerta dei popoli» (n. 18).
    Ho preferito sviluppare in maniera abbondante questa parte per tre motivi. Anzitutto, per porre nella dovuta evidenza che anche in ambito giovanile un largo margine di esperienza religiosa prende le mosse inizialmente (o anche successivamente) da forme di pietà popolare in quanto più espressive della cultura nella quale il giovane si trova immerso. In secondo luogo, per ricordare come l'esperienza religiosa assume, lungo il tempo, una serie notevole di forme (e altre ancora ne sorgeranno); tutte comunque tese alla realizzazione di un incontro con il Dio della vita secondo le sensibilità che una cultura o un'età cronologica possiede. Infine, per evidenziare il cammino di riferimento al sacramento: questo è il termine ultimo per attuare un'esperienza religiosa piena e totalizzante.
    Si conclude pertanto la panoramica su un lunghissimo arco di cammino iniziato dalle strutture celebrative dell'AT, confermato nella pienezza degli eventi salvifici del NT, sviluppato nelle pluriformi esperienze cultuali dei periodi della storia, e riemerso - carico di tutti i valori propri di ciò che ha preceduto - in un oggi ecclesiale, in cui l'esperienza religiosa precisa ancora meglio e con più chiarezza i suoi itinerari, le sue tappe, le metodologie, i contenuti, i destinatari.
    Ma prima di accostare l'espressione vertice dell'esperienza religiosa cristiana quale si attua nell'azione liturgico-sacramentaria, è opportuno riflettere ancora su alcuni ambiti che, con percentuali e modalità diversificate, offrono spazi talvolta privilegiati di esperienza di fede.

    AMBITI E OCCASIONI PARTICOLARI, IERI COME OGGI

    Ieri come oggi, un incontro, un viaggio, un luogo, un oggetto, un'opera d'arte, una musica... possono costituire occasioni talvolta uniche - e dunque privilegiate - di esperienza religiosa. Le situazioni non hanno contorni ben delimitati, nel senso che l'elemento «occasionalità - sorpresa - unicità» gioca un ruolo determinante come avvio di un'esperienza, che richiede poi un adeguato margine di sviluppo per una sua vitale assimilazione.
    Toccherà all'educatore - e anzitutto a chi vive in prima persona l'esperienza - valorizzare l'occasione per portarne i germi a pieno sviluppo.

    Il «luogo» come spazio sacrale

    Nella tradizione cristiana lo spazio così detto sacro non è limitato solo a quello della struttura ecclesiale destinata alla riunione dei fedeli per la celebrazione dei sacramenti.
    Esistono luoghi - solitamente indicati con il termine «santuari» - che possono costituire ottime occasioni di esperienze religiose fuori dall'ordinario. Di solito si è soliti pensare ai santuari mariani; ma esistono altri «santuari» resi tali dal clima di spiritualità che vi ha impresso un santo di ieri o di oggi, già riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa nel suo grado di santità o ritenuto tale dal sensus fidelium.
    In luoghi come questi, incontri particolari - talvolta accettati o per tradizione, per abitudine o quasi per passatempo - possono costituire l'inizio di un cammino di ricerca.
    L'educatore sa bene che, soprattutto in ambito giovanile, simili esperienze richiedono di essere valorizzate in modo adeguato in momenti di interiorizzazione e attualizzazione del fatto, proprio a partire da ciò che il «luogo» racconta. La caratteristica di «privilegio» che tale situazione comporta è determinata dal fatto che spesso si fa riferimento più ad un luogo diverso dal solito, famoso per l'aura di sacralità di cui è fasciato, che non l'ambiente parrocchiale.

    L'«arte» come iconizzazione della bellezza

    Un grado sempre più elevato di cultura e la possibilità di occasioni turistiche offrono spazi ulteriori di confronto con segni la cui lettura può costituire l'inizio o la riscoperta di un'esperienza religiosa.
    La struttura di un edificio ecclesiale, pezzi iconografici, elementi destinati al culto o alla devozione... tutto può offrire occasione di confronto e di interiorizzazione cristiana.
    Si pensi al giovane che posa uno sguardo intelligente sulle strutture architettoniche religiose di città come Firenze, Siena, Pisa, Milano, Ravenna, Orvieto, Roma, Palermo, Monreale... Nel loro insieme gli elementi «raccontano» una teologia, un discorso su Dio, che certamente richiede una decodificazione per un'assimilazione più impegnativa. L'educatore può trovarsi di fronte a pagine di Biblia pauperum, che continuano a narrare esperienze religiose con un linguaggio che nella forma appartiene al passato, ma il cui contenuto mantiene la sua forza di attualità nell'oggi.
    Il misticismo che proviene da certi stili e soluzioni architettoniche forse che non può costituire una risposta alla ricerca di mistero dell'uomo di sempre?
    La contemplazione di opere d'arte - ma prima ancora opere di fede - come le pareti musive di battisteri (Firenze, Ravenna...) e di chiese (Ravenna, Roma, Monreale...), o quelle affrescate di edifici di culto (Padova, Firenze, Assisi, Roma, Cappella Sistina...), o i pavimenti musivi (Aquileia, Grado, Otranto...) o intarsiati (Siena, Napoli...) possono di fatto aiutare a passare dal fatto - raccontato con i colori delle tessere musive o del pennello o dei marmi policromi - a ciò che esso continua a narrare anche a un non credente (si pensi, per esempio, alla Cappella Sistina). Opere come la Maestà di Duccio di Boninsegna, a Siena, richiedono uno sguardo attento: ma la loro contemplazione formale può svilupparsi in un'autentica pagina di ricerca di quell'Assoluto mirabilmente iconizzato dalle linee, dai colori e dalle soluzioni strutturali dell'artista. Il discorso, comunque, si potrebbe continuare a proposito delle sculture (si pensi alle varie Pietà di Michelangelo), dei pulpiti e degli amboni, dei libri liturgici miniati, dei rotoli degli Exultet, dei candelabri...

    Il «gruppo» come esperienza di confronto e di crescita

    La ricerca del gruppo come luogo di incontro, di confronto e comunque di comunicazione interpersonale talvolta offre spazi insperati.
    Il bisogno di socializzazione racchiude attese più o meno diffuse, più o meno percepite a livello di coscientizzazione circa quella dimensione, che chiama in causa gli interrogativi più profondi della persona. Dall'incontro-confronto su temi e problematiche talvolta apparentemente molto distanti da un discorso di fede, può emergere una serie di stimoli circa i valori ultimi dell'esistenza.
    Il confronto, quando è sereno e oggettivo, è sempre in ordine ad una crescita.
    Questo l'educatore lo sa bene. Ecco il motivo per cui l'esperienza del gruppo (sia in ordine ad un argomento in discussione, sia in ordine a scelte di azione e di servizio per gli altri) può costituire quel locus theologicus da cui continuare e sviluppare un'esperienza religiosa.

    La «musica» come espressione mistica

    Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione sociale ha fatto sì che l'attuale generazione sia molto più immersa nel mondo della musica che in passato.
    La produzione enorme e sempre in crescita di CD e di altro materiale permette di entrare in contatto, con estrema facilità e senza eccessivo dispendio economico, con tutti i generi di musica: da quella classica a quella operistica, da quella rock al gregoriano...
    Il boom di certe forme musicali (si pensi alla serie La musica di Dio pubblicata dal Corriere della Sera nel 1995) senza dubbio può rivelare il passaggio di una moda...
    Ma l'educatore sa leggere in fatti come questi (si pensi anche ai vari CD di canti gregoriani) che solo alcuni stili musicali hanno la capacità di far vibrare le fibre dello spirito, e questo proprio nei giovani.
    Perché? La risposta non può essere né univoca né semplicistica.
    La prassi pastorale, comunque, insegna che un'esperienza religiosa può essere stimolata, suscitata o sorretta anche a partire da un ascolto non troppo distratto di composizioni musicali scaturite - sulla linea delle icone bizantine... - come frutto di esperienza mistica dell'artista.
    E quando un'esperienza è davvero tale (il termine mistica deriva da mistero celebrato!) allora le forme in cui essa è condensata travalicano spazi, tempi e culture per continuare a narrare, secondo i codici delle armonie musicali, quanto lo Spirito ha suscitato nell'intelligenza, nella sensibilità e nel cuore di un compositore. Per questo l'ascolto di una sua opera può rinnovare un'autentica esperienza di fede.
    I quattro ambiti segnalati non presumono di esaurire l'intero spettro delle occasioni che, di fatto, possono presentarsi e offrire autentiche esperienze di tipo religioso.
    Per l'educatore il segreto risiede nel cogliere il germe spirituale - talvolta forte, talaltra quasi impercettibile - per offrire possibilità di sviluppo che potranno concretizzarsi in modo pieno solo nel sacramento.

    L'ESPERIENZA LITURGICA NEL VISSUTO ECCLESIALE

    Presupposto il comune punto di partenza che vede la liturgia come il prolungamento nel tempo del mistero della Pasqua del Signore (vertice del culto di Cristo, nello Spirito, al Padre), è possibile specificare quanto annunciato in modo assertivo nel titolo, per vederne l'articolazione nella prassi e osservare come la stessa prassi ne venga variamente «informata» in modo che questa possa costituire un'esperienza religiosa autentica.

    Storia di salvezza che continua

    I cinquant'anni del movimento liturgico (1909-1959) hanno tracciato pagine non tanto di storia, quanto soprattutto di vita: di una prassi, cioè, di rinnovamento spirituale progressivo che ha permesso di elaborare una sintesi preziosa nel primo documento emanato dal Concilio Vaticano II, la SC. È il primo capitolo di questo documento che dà il senso biblico-teologico-ecclesiale di quell'azione particolare che comunemente è chiamata liturgia.
    In SC 5-7 si legge che le celebrazioni sacramentali della Chiesa si pongono su una linea di ininterrotta continuità della storia della salvezza, in quanto sono storia di salvezza in atto. Dopo aver ricordato la prima grande fase degli interventi di Dio nella storia soprattutto dell'antico Israele, con un discorso prettamente biblico il Concilio pone in evidenza che il vertice di tali «interventi» risiede nel mistero dell'incarnazione del Cristo, della sua passione, morte, risurrezione e dono dello Spirito (cf SC 5). Dal compimento di tale mistero «è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa» (SC 5). L'attuazione del comando di Cristo di evangelizzare e sacramentalizzare dà inizio al tempo della Chiesa: un periodo in cui la salvezza, operata una volta per sempre sulla croce, attende di diventare esperienza viva e vivificante di coloro che accolgono la Parola di verità e di vita per essere quei «veri adoratori che il Padre ricerca» (SC 6).
    È da questa riflessione biblico-teologica che scaturisce la comprensione del momento sacramentale come perpetuazione del mistero pasquale di Cristo nel tempo; della liturgia, cioè, vista come storia di salvezza in atto; anzi come momento ultimo di questa storia, in quanto l'eskaton non sarà altro che la ricomposizione in Dio per Cristo nello Spirito (anakephalaiosis: cf Ef 1,10) di quanto era stato primordialmente concepito dalla Divina Sapienza.
    Qual è il fondamento dell'asserto che la liturgia è storia di salvezza in atto? La base del discorso è da ricercare in quanto è stato ricordato nella prima parte del presente intervento. Il sacerdozio di Cristo è perpetuato nel tempo perché il valore potenziale salvifico della sua Pasqua continui a raggiungere tutte le volontà di esodo da situazioni di oppressione e di ingiustizia di vario genere, verso una libertà del cuore che garantisca ogni forma di liberazione dal male.
    Tutte le volte che Mosè presenta al Faraone la richiesta di lasciar libero il popolo, la accompagna sempre con la motivazione cultuale ricevuta da Dio: «... perché mi serva» (Es 4,23), «... perché mi celebri una festa» (Es 5,1), per «celebrare un sacrificio al Signore, nostro Dio» (Es 5,3), «... perché possa servirmi nel deserto» (Es 7,16), «... perché mi possa servire» (Es 7,26; 9,1.13; 10,3), «sacrificheremo al Signore, nostro Dio» (Es 8,23). La motivazione sembra cultuale; in realtà, essa è lo specchio di una situazione di idolatria in cui ormai si sta trovando il popolo eletto. La dimensione sacrificale diventa, pertanto, il motivo per comprendere che la liberazione da una struttura di oppressione è un segno, che rinvia ad una liberazione molto più profonda e radicale qual è quella del cuore e della volontà. Dall'insieme, comunque, emerge che sacrificare al Signore costituisce il segno e l'occasione della liberazione di una vita che, nella singola esperienza religiosa, trova il simbolo di una liberazione interiore più profonda. Più l'uomo si radica nell'esperienza di Dio, più collabora alla propria liberazione realizzandosi, in tal modo, come persona.
    Al termine della pagina di teologia biblica con cui il Vaticano II presenta la liturgia, SC 7 dà una definizione descrittiva e contenutistica dell'azione sacra, ricordando che «la liturgia è ritenuta come l'esercizio della missione sacerdotale di Gesù Cristo mediante la quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell'uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale». L'esercizio del sacerdozio di Cristo assicura la permamenza del memoriale: all'interno di una comunità di fede si compie la memoria reale e attualizzante della Pasqua di Cristo (anamnesi) non per una semplice commemorazione, ma per un inserimento nel dinamismo liberante dell'avvenimento pasquale (partecipazione) attraverso l'opera unificatrice e trasformatrice dello Spirito (epiclesi). La realizzazione della santificazione, ricordata dalla SC, passa attraverso il linguaggio performativo dei «segni sensibili», allo stesso modo con cui nell'AT Dio interveniva nella storia «a più riprese e in più modi» (Eb 1,1).

    «Culmen et fons»

    L'espressione di SC 10: «La liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù» è qui ripresa non per scrivere una pagina apologetica - del resto inutile quando l'esperienza liturgica è presentata, accolta e vissuta nell'ottica ecclesiale di cui sopra -, ma per porre in evidenza una scalarità di forme nell'ampia varietà di espressioni che l'esperienza religiosa cristiana possiede.
    È ancora un testo della SC che può introdurre nella presa di coscienza e nel rispetto di una gradualità di forme: «La sacra liturgia non esaurisce tutta l'azione della Chiesa...» (SC 9); predicazione, fede, penitenza, sacramenti, opere di carità e di apostolato... sono tutti elementi che si intersecano e si compenetrano in un cammino unitario che trova nell'Eucaristia il punto sintesi, che consiste nella «santificazione degli uomini e glorificazione di Dio in Cristo» (SC 10).
    C'è dunque un vertice che, poggiato su una solida base, appare come l'apice di uno sviluppo; ma c'è anche una base e uno sviluppo che prendono ragione e consistenza da un vertice. L'«esercizio dell'ufficio sacerdotale di Gesù Cristo» realizza al massimo grado le potenzialità della Pasqua attualizzandole nei singoli attraverso i sacramenti, principalmente l'Eucaristia. Ma tale esercizio poggia su numerosi altri aspetti che, nel loro insieme, danno un quadro relativamente completo dell'esperienza religiosa cristiana. Tentiamo di individuare i momenti fondamentali precisando subito, però, che la classificazione non vuol avallare l'impressione di passaggi progressivi: tutti si intersecano e si intrecciano tra di loro, secondo le situazioni e gli stati d'animo in cui viene a trovarsi chiunque compie un cammino di fede.
    - La prima forma di esperienza religiosa cristiana è quella che si attua in un iniziale ascolto della Parola di vita, nell'accettazione di un Dio presente nella propria storia, e nella risposta orante al Dio della vita. La preghiera cristiana, nelle sue diverse forme, è il segno dell'esperienza vitale di un'accoglienza e di una risposta. Le forme vanno dalle più semplici «benedizioni» e «invocazioni» già presenti nelle primordiali esperienze religiose dell'uomo biblico, a quelle più sviluppate in cui la parola umana, sollecitata dalla Parola divina, intreccia sentimenti di lode, di meraviglia, di invocazione, di supplica... Più il rapporto con la Parola di vita è prolungato e intenso, più le forme possono variare sia a livello personale che di comunità (cf le varie modalità - e testi - di preghiera personale, le celebrazioni della Parola, le celebrazioni attorno ad un segno ordinario ma con valenza biblica, la lectio divina, la meditazione, la contemplazione).
    - Un secondo livello può essere individuato nei così detti pii esercizi. La pietas, cioè il rapporto vitale tra il singolo e Dio, ha «luoghi» particolari di manifestazione. I pii esercizi costituiscono un capitolo interessante e importante di questo rapporto, in quanto se da una parte manifestano una gamma davvero ampia di realizzazione, dall'altra evidenziano una risposta di fede inculturata che si pone a complemento di altre forme. Se la storia ci ha ricordato che questa pagina ha accompagnato l'esperienza religiosa cristiana fin dai suoi inizi, la presa di coscienza del valore del pio esercizio richiama all'educatore un compito importante di informazione e di formazione (cf segni di croce, Via crucis, Via lucis, Via matris, rosario, pellegrinaggi, veglie...). Molte volte - secondo le situazioni personali, ambientali e comunque culturali - potrà essere opportuno muoversi a partire dalla pietà popolare quale ambito, per molti giovani, di primario approccio all'esperienza religiosa cristiana.
    - Ad un terzo livello è possibile individuare alcuni sacramentali che, per la loro forte incidenza nella vita di ogni giorno, possono costituire un momento decisivo di esperienza religiosa, soprattutto per coloro che vi partecipano casualmente, per curiosità, per motivi di affetto o di compassione. Tipiche, al riguardo, sono le celebrazioni esequiali, le professioni religiose, le consacrazioni delle vergini, l'istituzione dei ministeri, l'incoronazione di una statua o di un'immagine, la dedicazione di una chiesa o di un altare... La diversità delle circostanze attiva una varietà di esperienze che - se ben animate e condotte - portano a «passare oltre» il segno per cogliere il significato, lasciandosi portare dal linguaggio simbolico.
    - Finalmente, ad un quarto livello si colloca l'esperienza specifica del sacramento. Il mistero compiuto nella Pasqua del Cristo può essere oggetto di esperienza vitale solo se diluito nell'arco di sviluppo e di crescita dell'esistenza umana. Ecco perché ci sono dei sacramenti che caratterizzano i passaggi fondamentali della vita, e altri che accompagnano lo sviluppo vitale del singolo in comunità. E tutti i segni sacramentali, nella loro intima logica di interconnessione reciproca, non fanno altro che ripresentare un aspetto della Pasqua del Signore perché diventi esperienza viva del singolo. Il vertice di questa esperienza sacramentale è, di solito, indicato con il termine mistica in quanto si tratta di un'esperienza religiosa che scaturisce dalla celebrazione del mistero e a questo continuamente riconduce come a sua fonte.

    Complessità e armonia

    La riflessione finora ha evidenziato l'ampio sviluppo che l'esperienza religiosa cristiana ha maturato lungo il tempo, e insieme ha ricordato i termini essenziali per proseguire il cammino di verifica, di indagine, di formazione di tale esperienza nell'oggi, in modo particolare nel contesto giovanile.
    La complessità dell'esperienza religiosa cristiana pone in evidenza un cammino non complicato ma ricco e diversificato. Non si può ritenere, per onestà di ricerca, di aver fatto un'esperienza religiosa cristiana solo perché essa si è modulata su uno dei quattro ambiti accennati sopra. Ciascuno di quelli può essere un punto di partenza; ma la complessità dell'esperienza ricorda che, se questa vuol essere organica e solida, deve attraversare i quattro settori, farli interagire e orientarli continuamente verso il loro vertice: l'esperienza pasquale dell'Eucaristia.
    L'armonia dell'esperienza religiosa cristiana è determinata sia da quanto realizzato all'interno delle singole aree, sia dal rapporto con le altre.
    Una non esclude mai le altre; anzi, ciascuna ha la capacità di aiutare a sviluppare le migliori potenzialità delle altre, in quanto all'origine è sempre la presenza misterica del Dio dell'alleanza che domanda di fare (o di rinnovare) alleanza con l'uomo. È un'armonia, inoltre, non superficiale; dal momento che coinvolge, attraverso forme rituali vere, le intime fibre della persona, il momento esperienziale diventa occasione per manifestare e per radicare ulteriormente quella sintesi interiore, che solo nell'esperienza cristiana può trovare la sua più piena realizzazione (e questo sia in rapporto con se stessi, sia con gli altri, sia con il cosmo).
    Si ricompone così un circolo ermeneutico che completa la presentazione di un progetto che - partito dal Dio della Bibbia - realizza la presenza di Dio nel cuore, per ricondurre la totalità della persona ad un'esperienza di trascendenza il cui traguardo ultimo è la visio Dei. La comprensione piena della Parola (= Cristo) avviene quando il fedele vive nello stesso Spirito in cui fu pronunciata dal Padre.

    PROSPETTIVE PER L'EDUCATORE

    Una riflessione prospettica sull'esperienza religiosa cristiana impegna nel mettere a fuoco alcune istanze, ai fini di una maggior comprensione della problematica che tale ambito comporta.
    Si tratta fondamentalmente di quattro problematiche - inclusive di ulteriori ambiti - che chiamano in causa un compito di informazione e di formazione, un'educazione al linguaggio, e una rinnovata presa di coscienza del ruolo dell'inculturazione.
    - I problemi che interpellano l'operatore pastorale oggi sono numerosi e complessi. Nell'ambito dell'esperienza religiosa cristiana c'è un capitolo, quello dell'informazione, che chiama in causa sia l'operatore che il giovane.
    L'operatore pastorale è coinvolto a un duplice livello: come destinatario e come fonte di informazione. Di tanto in tanto si sente dire: «Meno messe e più messa». È una battuta che rileva un disagio, in quanto nell'itinerario di fede non c'è solo una forma di esperienza religiosa; né può essere presa come modello educativo solo quella vertice. Un cammino educativo richiede, pertanto, da parte dell'educatore la riacquisizione di una consapevolezza: quella del ruolo e del valore delle diverse forme attraverso cui la fede e la vita trovano la loro ritualizzazione simbolica.
    Di qui scaturisce il compito di aiutare il giovane ad allargare l'orizzonte delle proprie esperienze religiose al di là di quelle abituali e più comuni. Non si possono sollecitare esperienze più intense o progressive se tale progressione non è fatta conoscere attraverso un ventaglio diversificato di forme.
    - Il richiamo all'ambito della formazione può apparire quasi banale dato il continuo riferimento che vi si fa da più parti. Nel contesto specifico dell'esperienza religiosa cristiana il ruolo della formazione non può mai ritenersi sottolineato abbastanza. La gradualità, racchiusa nei quattro settori di esperienze religiose cristiane sopra evidenziati, non è automatica; va illuminata, esplicitata, fatta comprendere nelle sue diverse istanze. Ogni settore ha dei valori propri da sviluppare e da trasmettere al successivo, creando così una recirculatio che inquadra, in forma sempre più unitaria, tutti gli aspetti delle diverse tappe di un cammino di conformazione al Cristo.
    Da notare ancora che la stessa esperienza religiosa diventa in sé capace di formare chi la vive, cioè di dare forma ad un cammino in cui quella determinata tappa porta con sé un elemento di novità e di vita.
    - La difficoltà del linguaggio con cui si esprime l'esperienza religiosa è forse, davvero... «il problema»! Ogni esperienza, infatti, si modula su una pluralità di forme espressive che, nel loro insieme, danno vita al linguaggio specifico di quella particolare forma. Così, ad esempio, una Via crucis o una Via lucis sono costituite dal linguaggio determinato dall'ambiente (esterno o interno), dal tempo liturgico (quaresima o pasqua), dai partecipanti (giovani o adulti), dai segni caratterizzanti (croce o altri simboli), dai testi proclamati, pregati, cantati, dalla predicazione proposta, dal silenzio, dal cammino... Ogni forma linguistica non può essere data come pacificamente acquisita; le diverse modalità espressive richiedono un'educazione o un'iniziazione.
    Se poi ci spostiamo nel settore dei sacramentali e soprattutto dei sacramenti, allora il discorso sul linguaggio si fa più complesso, e per questo richiede un più competente impegno perché sia visto e vissuto come strumento di una comunicazione umano-divina quale si attua nella simbolica della celebrazione. Comunque, quello del linguaggio è un discorso di tipo culturale che si collega strettamente a ciò che segue.
    - Che il problema, infine, dell'inculturazione non sia determinato dalla moda del momento è pacifico, quando si osserva lo sviluppo dell'evangelizzazione e della sacramentalizzazione lungo la storia. Se oggi, però, ritorna con più forte urgenza in ambito liturgico è perché questa ha toccato primariamente l'annuncio della fede nelle culture. Non si può parlare di inculturazione della liturgia, prescindendo dall'inculturazione dell'evangelo e di conseguenza della catechesi.
    Il problema, posto già da SC 37-40 - pur secondo una mens determinata da una visione parziale del problema -, ha trovato negli anni del dopo Concilio un'eco sempre più forte proprio attraverso la riforma liturgica.
    Basti vedere l'orientamento dato per realizzare un cammino di adattamento e di creatività, come premessa per un cammino più radicale e profondo di inculturazione, qual è «raccontato» (a livello di principi e di attuazioni concrete) dalle Premesse dei libri liturgici rinnovati.
    Il recente documento della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti Varietates legitimae (25 gennaio 1994) sull'inculturazione della liturgia romana, viene a colmare una lacuna e a facilitare un lavoro, che permetterà alle singole culture di riesprimere, in rinnovate forme cultuali, aspetti della propria cultura, dopo che questa è stata debitamente fecondata e purificata dall'accoglienza del vangelo. Il problema è senza dubbio delicato, e non può essere lasciato in mano al singolo educatore soprattutto quando il discorso si pone a livello di sacramento, in quanto è la celebrazione della fede della Chiesa quella che viene posta in essere.
    Diversa è la situazione per altre forme di preghiera e per i pii esercizi: qui l'ambito d'intervento risulta più ampio, anche se altrettanto ampio può apparire il rischio di soluzioni folkloristiche, quando non ci si pone in modo chiaro nella logica del mistero dell'Incarnazione che sta alla base di ogni forma di inculturazione.

    Conclusione

    Il lungo cammino, a questo punto, può ritenersi esaurito. Esso ci ha permesso di constatare che l'esperienza religiosa cristiana, vissuta in contesto ecclesiale:
    - è l'atteggiamento attraverso cui il fedele manifesta la sua volontà di amicizia con il Dio che si è rivelato in Cristo, e di accettazione della sua Presenza;
    - è la risultante di un incontro tra Dio e l'uomo per Cristo nello Spirito;
    - permette un controllo della propria emotività in quanto, rispondendo ad un bisogno profondo, aiuta a star bene anche quando le situazioni immediate sembrano indicare il contrario;
    - realizza una mobilitazione serena delle energie interiori, permettendo alla persona di sviluppare le proprie potenzialità in modo armonico;
    - s'inserisce e si sviluppa in un contesto culturale e ambientale, che garantisce il segreto per una piena maturazione della personalità;
    - si attua con modalità diverse, tutte comunque orientate al sacramento, come luogo simbolico di sintesi tra fede e vita;
    - ha come fondamento la realtà del sacerdozio comune, e come garanzia di veridicità una vita cultuale;
    - non può mai ritenersi definitiva, in quanto la celebrazione reiterata dei sacramenti è sempre pegno e garanzia di una pienezza che si raggiungerà solo nell'eskaton;
    - è sostenuta dalla pedagogia dei sacramenti e dell'anno liturgico: essi scandiscono i ritmi vitali della persona chiamata a vivere nello scorrere del tempo;
    - richiede impegno pedagogico ed educativo, perché le iniziali potenzialità raggiungano nello Spirito il traguardo desiderato.
    Se una parola conclusiva trova ancora spazio, questa non può che riguardare il cammino ecclesiale di una liturgia della liberazione. Le esperienze dell'Esodo sopra ricordate indicano le costanti nella vita del popolo di Dio: liberi per offrire un culto al Dio della vita. Un culto segno ed espressione di una libertà dai più diversi condizionamenti (interni ed esterni), quotidianamente realizzata nel mistero della vita, e di cui il mistero celebrato nella liturgia non è che l'espressione simbolica.


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