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    Lavoro e creatività giovanile nella società postindustriale



    Intervista a Domenico De Masi

    a cura di Federica Momoli

    (NPG 1992-08-23)


    Domanda. Per cogliere il rapporto che esiste tra i giovani e il lavoro è necessario definire la società nella quale essi si trovano oggi ad operare. Quali sono i tratti caratteristici di questa società?
    Risposta. Due anni fa ho assistito ad un seminario sui «post», tenuto a Roma da Touraine, che parlò del postindustrialismo, del postcomunismo, del postmaterialismo, del postmoderno. Questo significa, io credo, che esiste la consapevolezza che sono finite certe ere: nei confronti della cultura, del modo di lavorare, del modo di concepire il rapporto tra le classi, ecc.
    Non si intravedono ancora tuttavia le caratteristiche specifiche e definitive dei prossimi grandi mutamenti. Si preferisce allora dire cosa non è più, anziché cosa sarà. Io stesso uso frequentemente la dizione «società postindustriale», per dire un tipo di società non più dominata dall'industria manifatturiera. Cosa viene dopo? Alcuni dicono che si va verso la società terziaria; altri verso la società dei servizi; altri ancora vedono prospettarsi la società dell'informazione.
    Io preferisco dire che si va verso una società più creativa, mentre per esempio Touraine afferma che la società che si sta delineando sarà più programmata. Ora si comincia a capire qual è la direzione nella quale ci si muove, sin qui si era capito da dove si veniva. L'uso dei post sta dunque ad indicare la consapevolezza di tutto ciò che ci siamo lasciati alle spalle.

    D. In questa società che si definisce attraverso delle negazioni dei movimenti del passato, spesso si sente parlare anche di postideologia, soprattutto nei confronti dei giovani. Lei è d'accordo?
    R. No, perché io credo che le ideologie ci sono sempre e ci aiutano a vivere. Ognuno di noi ha delle ideologie, anche perché «nessuno di noi è completamente credente, nessuno di noi è completamente ateo», come mi rispose Sciascia, una volta che gli chiesi se era credente. Quindi, per quanto riguarda l'ideologia, nessuno è completamente ideologico, nessuno è completamente a-ideologico. Se uno non ha grandi ideologie di riferimento, come può essere il marxismo, o il cristianesimo, o il liberalismo, se ne costruisce di proprie.
    Le ideologie non sono altro che delle scorciatoie, cioè sono dei mezzi con cui noi evitiamo di dover pensare ogni volta tutto quello che dobbiamo tener presente per agire. L'ideologia, quindi, ci offre dei vademecum, come le istruzioni per l'uso. Anche i giovani che aderirono alla «Pantera», per fare un esempio, furono accusati di non aver un'ideologia politica. Loro in realtà avevano una chiara ideologia: «Tutto ciò che è pubblico è buono, tutto ciò che è privato è negativo. Tutto ciò che è pubblico è però debole, e nel confronto il privato lo schiaccia». Questo è ideologico. Mancava tuttavia la sfida, perché davano per scontato di perdere in un eventuale scontro con le aziende private.

    D. La società dunque sta mutando profondamente sotto vari profili. Sotto l'aspetto economico e lavorativo, siamo passati alla società postindustriale: qual è il ruolo dei giovani in questo tipo di società?
    R. I giovani purtroppo si trovano un po' handicappati, poiché la società postindustriale privilegia la conoscenza, così come la società precedente aveva privilegiato la forza fisica.
    Quando è necessaria la forza fisica, il giovane è meglio di un vecchio. Nella misura in cui invece occorre il sapere, è chiara la maggiore conoscenza del vecchio rispetto al giovane, per il solo fatto di aver vissuto di più, aver letto di più, aver viaggiato di più. Si privilegia perciò colui che è portatore di maggiori conoscenze, e il giovane per motivi di età non ne può avere. Anche il valore del titolo di studio mi pare che stia declinando. In una società di pubblicità interessa il giovane in gamba capace di avere idee pubblicitarie; poi che sia laureato o no, non interessa più molto.
    Io credo che oggi essere giovani non sia più un valore in sé, come è stato nel '68, perché purtroppo i giovani non sono più portatori di innovazione. Il movimento del '68 ha portato numerose idee innovatrici; la «Pantera» invece, per tornare all'esempio precedente, non ha portato alcuna idea nuova, ha anzi sostenuto delle idee addirittura retrograde. Ha infatti cercato di bloccare l'Università in un recinto chiuso, in una torre d'avorio senza rapporti con la produzione.

    D. Lei afferma che ci stiamo muovendo verso una società più creativa. Ritiene che il giovane possa trovarvi uno spazio adeguato?
    R. Il terziario è un'immensa galassia. C'è quello che non necessita di molta creatività, e c'è al contrario quello che si fonda sostanzialmente su di essa. Si tratta di capire dentro il terziario che cosa è necessitante di creatività e che cosa no.
    La società attuale ha bisogno di molta creatività perché ha un livello medio di istruzione molto più alto di quello precedente, e quindi i gusti e le esigenze si spostano da fatti primari, in cui la creatività è secondaria (l'importante è mangiare), a situazioni più voluttuarie, dove invece si dà libero sfogo alla molteplicità delle scelte.
    Complessivamente la società verso la quale andiamo ha perciò molto più bisogno di idee. Pensiamo per esempio al caso degli orologi: prima quanti tipi di orologi erano disponibili e quanto tipo di creatività vi era nella loro produzione? Poca. Oggi invece c'è il fenomeno degli Swatch: gli orologi al polso dei giovani sono diversi l'uno dall'altro. C'è quindi bisogno di un'infinita creatività, e i giovani cercano un lavoro creativo in quanto sono esseri umani. Gli esseri umani hanno infatti come guida l'istinto: ora, secondo Jung, gli istinti sono cinque, e uno di questi è la creatività. Questo istinto è l'unico che ci differenzia dalle bestie. Esso è stato represso durante la società industriale quando per vivere bisognava lavorare alla catena di montaggio, che era l'opposto della creatività. Ora, superato quel tipo di produzione, la creatività riemerge in tutta la sua prepotenza. Quindi i giovani non è che vogliano più creatività di quella che volessero i nonni: ora se la possono permettere, perché i lavori non creativi si possono far fare alle macchine. In questo è da sottolineare l'importanza del computer perché allevia il creativo di tutti i lavori non creativi e lascia al creativo gli spazi per creare.

    D. Oggi ci si occupa molto della formazione del giovane perché sappia affrontare i problemi che presenta la società. Lei crede che la scuola sia in grado di offrire strumenti adeguati?
    R. La scuola dà spazio alla creatività nella misura in cui è disorganizzata, quindi, senza volerlo, quasi vi apre degli spazi. La nostra università per esempio è anarchica: ognuno può fare quello che vuole, e se uno è creativo può fare cose creative. La creatività però non è premiata, anzi è scoraggiata: noi ad esempio organizziamo dei lavori di gruppo, ma non abbiamo un'aula a disposizione per svolgerli.
    Questo chiama in causa anche i teorici dell'educazione. I pedagogisti hanno un ruolo molto importante: devono conoscere bene però la società in cui viviamo e quella verso cui stiamo andando. Devono conoscere tutta la tematica della società postindustriale, nonché la tematica della cultura di questa società: quando cambia una società cambia infatti chiaramente anche la sua cultura.
    Nella società postindustriale quindi la cultura da moderna è diventata postmoderna. Il pedagogista deve perciò conoscere anche Andy Wharol o Renzo Piano, come conosceva Caravaggio o Bramante. Deve conoscere bene, non dico che deve amare. La conoscenza culturale dei pedagogisti non può bloccarsi a fasi non attuali. Inoltre, siccome nella società postindustriale emergono valori nuovi, anzi valori perenni che però erano stati trascurati, quello dell'estetica, della qualità della vita, della femminilizzazione, della soggettività, dell'affettività, il pedagogista deve cimentarsi con questi problemi. Deve sapere che ha il dovere di coltivare nei giovani tutte queste dimensioni.

    D. Finora abbiamo analizzato il giovane in funzione della società. Ma dal punto di vista soggettivo della cultura giovanile, come sono cambiati i suoi bisogni nei confronti del lavoro?
    R. I giovani ora pretendono molto di più lavori di carattere autorealizzativo, e amano più il lavoro che l'azienda. Per esempio un ragazzo che si interessa di informatica, non va a lavorare a vita all'Ibm. Vuole vivere in pieno la sua disciplina: sta allora due anni all'Ibm, poi va in America, poi passa all'Olivetti. Il giovane cioè non sposa più un'azienda, sposa una professione. In passato infatti l'azienda era considerata come una patria professionale: vi si entrava e lì si rimaneva fino all'età del pensionamento. Vi era proprio l'orgoglio di farvi parte. L'azienda stessa d'altronde adottava una politica di incentivazione in questo senso: vi erano i premi per la carriera, per la pensione, ecc.
    Adesso il giovane non si accontenta più di questo: sceglie in base all'azienda che è in grado di sviluppare maggiormente la sua professionalità, e seguendo questa politica non si pone limiti al cambiamento dei posti di lavoro.

    D. Ma in questo modo il giovane non antepone forse i bisogni e le scelte individualiste a quelli di appartenenza a un «gruppo» nel quale si viene a trovare in una determinata struttura produttiva?
    R. Sì certo, ma tutti oggi siamo più individualisti, perché non siamo più portatori di bisogni primari. Ognuno vuole qualcosa di diverso dall'altro, ha delle esigenze particolari; è impossibile perciò trovare un'organizzazione che riesca a raccogliere un gruppo di persone che abbiano tutte gli stessi bisogni, e dunque a soddisfarli tutti contemporaneamente.


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