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    I luoghi di impegno sociale e politico


     

    Tavola rotonda con Silvia Costa, Giuseppe Berretta, Eugenio D'Agostino, Paola Pecci

    (NPG 92-06-82)

     

     

    LA MILITANZA

     

    Quello che affronto è un tema abbastanza «imprendibile» perché molto vasto: il senso dell'impegno politico oggi per un cristiano, e in particolare per un giovane.

    Parlo come ex giovane, naturalmente, ma cercherò dei ricordarmi come erano le cose qualche tempo fa.

     

    Fare politica oggi

     

    La mia riflessione non vuol essere solo riferita a come i giovani devono o possono incontrarsi con la politica (anche sulla base della mia esperienza personale), ma intendo anzitutto riflettere sulla situazione attuale dell'impegno in politica, sul ruolo del far politica oggi e sui limiti di una concezione della politica riduttiva o totalizzante.

    Il mito degli anni 60-70, in cui la politica diventava l'unico orizzonte possibile dell'esperienza sociale e umana, ha provocato non poco riflusso nel privato, come ricerca di una dimensione più personale, più vera e quotidiana e più densa di significati. All'opposto, quello che vediamo oggi è un rifiuto dell'impegno politico che finisce per sconfinare in una difesa dei particolarismi e degli egoismi. In fondo, è una non accettazione della diversità e dell'altro, che poi comporta, a mio modo di vedere, una grande involuzione politica, perché si delega la rappresentanza degli interessi comuni soltanto al «ceto» dei politici che rischia di diventare separato, di autoriprodursi e che in genere ha un ricambio troppo ridotto.

    Questi sono i due estremi del rischio di concepire la politica.

    Noi oggi siamo di fronte a molti giovani che paradossalmente affermano di non occuparsi di politica (e poi magari sono impegnatissimi in attività di volontariato, di solidarietà, di partecipazione scolastica, in vari movimenti, da quelli ambientalisti a quelli ecclesiali) e in realtà fanno politica senza saperlo, oppure a persone che affermando di fare politica, e in realtà non sempre hanno capito che la politica è un servizio, e non soltanto un esercizio di potere.

    Questi sono i comportamenti politici con i quali molte volte ci confrontiamo.

    Occorre allora ricondurre il tutto a un discorso ragionato su cosa significa oggi impegnarsi in politica e perché, secondo me, per un cristiano soprattutto, questo non è solo un diritto ma anche un dovere. Occorre anche abituarci a una politica «educata» (come si dice in un recente libro, una raccolta di saggi su questo tema a cura di Franco Casavola), cioè una politica che abbia coscienza di sé: coscienza del proprio limite, ma anche capacità di rispondere a esigenze ormai culturalmente diverse da quelle che ispiravano l'impegno politico anche solo agli inizi di questo secolo.

     

    Quale democrazia?

     

    Il grande rischio di oggi, a mio modo di vedere, è che si stia perdendo il senso della politica e il senso della sua centralità, e proprio della sua funzione ottimale, che è quella di dare delle regole di convivenza alla comunità.

    Noi viviamo all'interno di una democrazia che fondamentalmente si poggia sul suffragio universale, il che significa il riconoscimento dei pari diritti-doveri di esercizio dell'attività politica o comunque di un impegno politico di tutti i cittadini. E allora il non fare politica o il non occuparsi di politica oggi è quasi un peccato sociale, perché il dovere di sapere e di dare un giudizio sulle aree culturali-politiche, sulle forze politiche, sulle persone che si presentano... è un dovere ancora più cogente.

    Oggi c'è bisogno dunque di una riappropriazione dal basso di una maggiore coscienza politica, come esercizio di un diritto-dovere costitutivo della persona umana, perché non ci si può chiudere in una beata solitudine. Dietro questo rifiuto totale della politica, o questa perdita di significato della politica che può alimentare tale rifiuto, c'è un grande pericolo: di privilegiare una serie di poteri diffusi, non controllati democraticamente e con poche responsabilità, che possono incoraggiare gli interessi economici più forti e la politica spettacolo, e produrre alla fine un misconoscimento della volontà della maggioranza dei cittadini di esprimere scelte, regole di convivenza e soluzioni di autogoverno della società. Questo del suffragio universale è un bene che va reso cittadinanza attiva, e non soltanto una sorta di diritto quinquennale da esercitare in una sorta di non consapevolezza del valore in gioco.

    Dobbiamo essere consapevoli anche di un'altra questione: oggi fare politica è diverso da tempo fa, per la natura diversa del rapporto esistente tra cittadini, istituzioni, potere.

    Siamo all'indomani dei momenti forti, delle grandi utopie che questo secolo ha conosciuto: pensiamo soltanto alle guerre mondiali, ai grandi conflitti anche solo europei, alle grandi utopie, come quella illuminista e marxista, e tutte oggi in crisi o crollate miseramente insieme a regimi che hanno travolto la storia e la vita personale di tante popolazioni.

    Il riferimento del far politica oggi è dunque profondamente cambiato: non è più quello di ideologie che si contrappongono (ridurre la persona a una variabile di un sistema ideologico o perseguire uno Stato etico nel senso totalitario). Oggi la nuova frontiera è quella di un far politica che sia consapevolezza critica dei valori in gioco: perché anche se le ideologie sono cadute, e dunque esiste come un vuoto ideologico in molta parte della società e della cultura, questo vuoto rischia di produrre una fuga nella irrazionalità o un ritorno all'indietro se non lo si riempie di valori che abbiano una scala di priorità. Si tratta allora di sostituire nella cultura e nella coscienza di molte persone che vi hanno creduto in buona fede, ai miti delle utopie del nostro secolo il valore della persona, della solidarietà, del rispetto dei diritti della vita, della famiglia, della tutela dell'ambiente. Perché oggi è avvenuta una sorta di banalizzazione dei valori e della loro gerarchia: si afferma che, cadute le ideologie, ormai tutti si pensa allo stesso modo, e resta solo da organizzarsi in modo pragmatico, con le forze politiche che devono dare solo ricette di buon governo e null'altro.

    Invece, a mio modo di vedere, oggi la politica ci mette di fronte a delle scelte di tipo etico.

     

    La scelta «ideale»

     

    In fondo, per quanto riguarda le scelte di politica economica o di politica internazionale, oggi tutto sommato le ricette si assomigliano. Chi oggi può non parlare di cooperazione, di sostegno e di solidarietà verso il sud e l'est del mondo? chi oggi può non perseguire una politica di costruzione progressiva di pace? Oggi le grandi differenze sono su un altro piano, sono su valori «prepolitici», etici, che sono poi fondanti il concetto stesso di società civile, di società rispettosa dei valori della persona. Pensiamo ad esempio al dibattito sul problema della tutela della vita e alle grandi differenze di pensiero e quindi anche di proposta politica sulla frontiera di come nascere, la manipolazione genetica, le tecniche spesso invasive dell'assistenza, la procreazione, le questioni che riguardano il diritto dei bambini ad avere un'identità personale, genetica, biologica ma anche umana, la questione della bioetica, l'eutanasia... sono tutte questioni che interrogano il cittadino, anche i giovani, e che devono interrogare necessariamente anche chi deve fare le leggi. Queste tematiche che attengono alla dimensione dell'essere, che sono costitutive della dignità della persona e della cultura generale, non possono essere delegate a pochi, nel disinteresse degli altri o nell'affermazione che oggi il problema è soltanto fare delle buone proposte di governo. Come cristiani, come giovani impegnati e che operano nei vari ambiti della cultura, del sociale, della solidarietà, dell'impegno anche professionale, oggi ci deve essere una maggiore consapevolezza del dovere che hanno i cristiani, direi un dovere in più.

    Vorrei fare una digressione personale. Nel '68 mi iscrivevo all'università, e per me fu quasi un obbligo morale impegnarmi politicamente. Ero, come molti giovani cattolici, di ispirazione cristiana ma non integralista, di sinistra ma non marxista, solidarista ma non per questo populista demagogica, e con un grande senso del diritto della persona... Insomma tutta questa formazione un po' complicata, ma a mio modo di vedere diffusa nella cultura di molti cattolici, si scontrava con un dogmatismo crescente, che secondo me è stato il presupposto della violenza fisica in cui progressivamente si è trasformato negli anni seguenti. Venivamo da un liceo «asettico», dove ci si diceva che la politica deve stare fuori dalla scuola, che non c'entrava: un insegnamento sbagliato, perché ci siamo subito resi conto che se noi potevamo anche disinteressarci della politica, la politica però si occupava molto di noi, perché essa decide le grandi scelte e allora non essere attenti era pericoloso. Ricordo allora che la prima lezione all'università è stata per me una esperienza traumatica: un anziano professore di filosofia morale fu letteralmente sbattuto per terra e la lezione trasformata in assemblea.

    In quella lezione all'università ho visto fisicamente l'ingiustizia e la violenza, di un piccolo gruppo che la vince su una maggioranza che se ne sta nel silenzio e nell'indifferenza, chiusa com'è nel suo «particulare» e si lascia travolgere senza capacità di testimoniare nei valori in cui magari crede.

    Noi volevamo discutere, per esempio, della riforma dell'università altrove e non durante la lezione. Ricordo che chiesi ingenuamente che questa decisione fosse messa ai voti, e fui sbattuta fuori dall'aula. Questo episodio ha contato certamente molto nella mia decisione che non si poteva restare alla finestra e che l'impegno politico era un dovere di testimonianza, prima ancora di qualunque altro ragionamento. Però è andato maturando anche perché mi sono resa conto che noi vivevamo una strana situazione in cui c'era una maggioranza di governo di un certo segno, ma solo una minoranza culturale di fatto in questi anni è stata rappresentata da valori cristiani, nella sostanza e al di là della professione informale di appartenenza alla Chiesa, nella capacità di far convergere sui valori che ci sembravano decisivi.

    Un'altra annotazione che vorrei fare è questa: l'esperienza di un cristiano in politica come donna è stata un'ulteriore sottolineatura di questa minoranza culturale, e tutte le battaglie che hanno caratterizzato questi ultimi venti anni sono state in parte per rivendicare pari dignità e parità di diritti alle donne, non solo secondo la Costituzione ma anche secondo un ordine umano e un fondamento teologico. Le donne dovevano ottenere di più, e questo è un Paese che ha visto crescere moltissimo i loro diritti: nel lavoro, nella famiglia e nell'accesso alle professioni, nella stessa politica, pur scontrandosi con ostacoli concreti.

    Però ci siamo resi conto che è prevalsa la cultura dei diritti, che essa non si è mai esplicitamente accompagnata a una ridefinizione di nuovi doveri per tutti. C'è stata per così dire l'esasperazione di una cultura rivendicazionista di diritti solitari, spesso individuali, che non ha creato più alti livelli di solidarietà: ogni volta che si rivendica, per esempio, un maggiore diritto della donna di avere anche un'attività lavorativa fuori casa, non c'è dubbio che si deve ripensare a una diversa cultura dei doveri familiari; altrimenti rivendicare solo un diritto in più senza educare l'uomo a responsabilizzarsi all'interno della famiglia, rischia di essere una vittoria solo a metà e alla fine una vittoria lacerante sia dentro la persona che nei rapporti con l'altro. Anche qui vi è un grande dovere di impegno politico, culturale, nel senso di una consapevolezza politica e come sollecitazione alle forze politiche perché esprimano di più questa nuova cultura dei doveri, necessaria in uno Stato che non voglia perdere il suo centro.

     

    Il rinnovamento della politica

     

    Una volta detto della necessità di essere cittadini che si interrogano sulle grandi scelte politiche (che oggi sono molto più scelte valoriali che soltanto politiche), una volta detto che è un dovere per un cristiano un impegno più consapevole anche nell'attività politica (che è anche fare un'attività utile per la comunità non soltanto ripiegata su se stessa ma in grado di dialogare con le istituzioni che rappresentano e devono rappresentare i cittadini), qual è il problema?

    È che oggi gli strumenti della politica sono tutti invecchiati. I partiti politici sono oggi dei luoghi talvolta inaccessibili, molto spesso poco attraenti, e sicuramente con delle logiche interne che non sempre vanno nella direzione di incoraggiare una partecipazione libera e anche gratuita, dove non c'è la logica dello scambio ma una logica della gratuità, cioè la volontà di impegnarsi per la comunità o di incoraggiare la partecipazione giovanile in modo esplicito. Questo lo subiamo perché siamo ancora prigionieri di un certo approccio alla politica di tipo totalizzante, che ha fatto dei partiti più delle cittadelle fortificate che dei garanti e dei canali di comunicazione.

    Sono convinta però di una cosa, che si può anche documentare. La storia dei partiti democratici nel nostro Paese (parlo di quelli filo-occidentali) è stata sempre più quella di formazioni politiche che sono nate come movimenti. In particolare il partito popolare di Sturzo era nato più come una sorta di sintesi politica, che poi trovava il suo momento di militanza, di partecipazione non dentro il partito stesso ma nei vari movimenti di associazioni, cooperative, leghe, ecc. che in qualche modo esprimevano la ricchezza del sociale senza volersi subito canalizzare nell'esperienza partitica. Il partito restava come soggetto politico forte nel momento della sintesi, della mediazione e della scelta.

    A dire il vero, se pensiamo che si possa fare a meno dei partiti, chi avrà allora un potere democraticamente controllato in questo Paese, e a chi lo affidiamo? all'oligopolio dell'informazione, per cui l'informazione oggi è l'unico potere che rischia di essere veramente senza controllo? agli interessi forti che si organizzano al nord contro il sud? alle varie logge massoniche? Quale altro soggetto democratico può interpretare il ruolo che hanno avuto storicamente i partiti?

     

    Ancora i partiti?

     

    Ora, il problema non è di superarli, ma di trasformarli profondamente.

    Per queste ragioni molti di noi si sono impegnati nei movimenti per le riforme elettorali, istituzionali, e per modernizzare e diversificare i partiti.

    Però nella storia del nostro Paese i partiti (anche il partito di ispirazione cristiana, che è un partito laico e non confessionale, perché esprime la sua responsabilità in autonomia ed è riconoscibile nel programma politico in cui dovrebbe esprimere una certa coerenza coi valori che fanno riferimento all'ispirazione cristiana) hanno ricevuto un condizionamento molto forte di un modello diverso di partito che aveva un'altra concezione.

    Parlo del partito comunista nato, in tutti gli altri paesi e anche nel nostro, come un partito che aveva come presupposto teorico quello di essere uno strumento di occupazione della società e delle istituzioni, avendo in se stesso tutto.

    Ricordo che i miei coetanei che erano impegnati nel partito comunista esaurivano tutta la loro attività al suo interno, mentre molti di noi invece avevano attività ed esperienze varie, e poi nel momento di una precisa decisione potevano impegnarsi politicamente. Questa concezione di partito come di una cittadella fortificata con le sue cellule, con la sua gerarchia interna, con una grande rigidità, ha condizionato molto il modo di essere degli altri partiti, che in parte sono diventati così per rispondere a questa massa d'urto, talvolta come pretesto per poi lottizzare certamente spazi successivi di società e privatizzando le istituzioni invece di tenerle come luogo dell'imparzialità e delle regole.

    Oggi è finalmente arrivato il momento (e in questo i giovani possono far sentire di più la loro voce e la loro esperienza) di ri tornare ad una funzione naturale, fisiologica dei partiti: di essere cioè canali di trasmissione delle istanze sociali verso le istituzioni, mentre queste ultime devono essere capaci di non perdere i contatti e la capacità di rapportarsi alle istanze della maggioranza della popolazione.

    Deve essere sempre più visibile che la maggioranza nel Parlamento che vota corrisponde a una maggioranza reale dei consensi sulle singole scelte, e non può essere una maggioranza perché si esprime sentendo solo ogni cinque anni il polso della situazione. Questo è il punto: l'autoreferenzialità dei partiti e delle istituzioni, che rischia di essere il male di cui soffre oggi la nostra democrazia.

    Ma i partiti da soli non si possano autoriformare. Ci si è provato in parte dando più spazio alla rappresentanza civile, ma io credo che la forza di rinnovamento debba venire da due elementi che diventano anche spazio agibile per i giovani.

    Il primo è che le istituzioni ricevano una profonda riforma, in modo che si possa arrivare anche nel nostro Paese ad una democrazia non più bloccata, una democrazia cioè che consente l'alternanza tra due schieramenti e la possibilità di una grossa selezione della classe dirigente.

    Il secondo elemento riguarda la crescita in consapevolezza della gente di non essere spettatori nella democrazia, ma attori e soggetti. Questo è l'unico modo per riaffezionarsi alla politica anche da parte dei giovani, sapendo però che se non c'è una formazione, una maggiore consapevolezza della scuola, delle associazioni culturali, dei movimenti ecclesiali, è difficile che si possa invogliare l'impegno politico.

    Si capisce che cos'è la politica quando si capisce anche la fatica che è costata a tante generazioni costruire la democrazia, quando si esce dalla logica per cui tutto è già dato e non è mai messo in discussione, e non si rischia di perdere la libertà. Altrimenti rischiano di vincere i professionisti della politica, mentre la politica è servizio non permanente, ma vissuto in una fase della propria vita, e pronti a lasciare il testimone ad altri. Trovo allora straordinariamente utile per esempio nella scuola (e non solo nella scuola) uno studio più serio della Costituzione e dei grandissimi dibattiti culturali che vi sono alla base. Si riscoprirebbe probabilmente uno scontro di ideologie ma che secondo me avevano in comune un minimo etico. Questo minimo etico oggi occorre ricostruirlo, e per questo c'è bisogno di tutte le intelligenze e di tutte le coscienze. (Silvia Costa)

     

     

    LA SCUOLA

     

    Il tema dell'educazione politica nella scuola ci riporta alla scuola di Don Bosco: scuola del concreto, scuola che, fin dal suo nascere, volle collocarsi nella polis, al di là degli eroici furori e degli ideali romantico- risorgimentali dell'epoca.

    Nella cultura piemontese, ricca di fermenti, ma segnata anche dall'ignoranza, dalla miseria e dallo sfruttamento dei poveri, Don Bosco pensò a una scuola aperta, a una palestra di vita concretamente inserita nel suo tempo e capace di trasformare lo stesso ambiente in cui prendeva vita.

    Ma qual è oggi la condizione della nostra scuola?

    In tempi di riflusso, dopo aver attraversato il campo minato degli anni Settanta, la scuola tende a rinchiudersi, a riportarsi in quelle atmosfere rarefatte in cui il problema politico si stempera nella dialettica accademica e nelle strategie provvisorie della rinuncia all'impegno.

    Tornati a indossare il peplo di vestali della classe media, gli insegnanti cedono sempre più spesso alla tentazione di rifugiarsi nella cultura delle proprie discipline, nel sogno di poter alimentare un fuoco sacro perenne (fuoco fatuo?) che trascorra le contingenze storiche e passi intatto a illuminare le generazioni future.

    Coltivare questa fragile illusione comporta un grave rischio, quello di vanificare gli sforzi e le conquiste che hanno caratterizzato il lungo cammino compiuto nel mondo dalla scuola a partire dal secondo dopoguerra.

     

    Un po' di storia

     

    In Italia, la Legge n. 1859 del 31 dicembre 1962, mentre elevava a quattordici anni l'età dell'obbligo scolastico, istituendo una scuola media unica per tutti, ne indicava il fine primario: «promuovere la formazione dell'uomo e del cittadino secondo i princìpi sanciti dalla Costituzione».

    Veniva così superata, per la prima volta, la concezione idealistica ed élitaria della filosofia scolastica gentiliana: all'idea che un'istruzione prevalentemente umanistica di alto livello potesse aprire la strada allo sviluppo di menti aperte e di coscienze critiche, si sostituiva un preciso obiettivo: fornire a tutti, attraverso una istruzione ampia e diversificata (materie linguistiche e storiche, ma anche tecniche, scientifiche e artistiche), gli strumenti fondamentali per la formazione di intelligenze orientate, in grado di comprendere la propria esperienza e il mondo esterno per poter più efficacemente interagire con essi.

    Dodici anni dopo venivano introdotti nella scuola italiana gli Organi Collegiali (D. p . r . n. 416 del 31/5/1974) con il fine di aprire alla partecipazione democratica la gestione della scuola, «dando ad essa il carattere di una comunità che interagisce con la più ampia comunità sociale e civica».

    Con la Legge n. 517 del 4 agosto 1977 (da cui deriverà una nuova stesura di Programmi per la scuola elementare e per la scuola media) si attiva - a livello di scuola di base - una grande trasformazione politica sulla strategia dell'educazione: l'alunno viene riconosciuto fine primario dell'azione didattica; ai programmi rigidamente standardizzati è sostituita una programmazione educativa e didattica, quale strumento flessibile a servizio delle reali esigenze formative di ogni singolo allievo; all'utente disabile, portatore di handicap, o comunque in difficoltà di apprendimento, è riconosciuto il pieno diritto all'educazione scolastica, anche con l'impiego di mezzi straordinari per il recupero e per il sostegno.

     

    I progetti-scuola

     

    Nei Nuovi Programmi si parla chiaramente di processo di socializzazione parallelo ed integrativo al processo di apprendimento; la traccia ministeriale indica una via obbligata: la formazione della mente e l'orientamento sociale sono inscindibili nell'educazione dell'uomo, unico vero animale politico.

    Se dunque la polis rappresenta la comunità, il luogo della presenza degli altri, l'educazione politica non può che configurarsi come educazione del sentimento dell'alterità quale valore fondante, in quanto è proprio nel tessuto delle relazioni sociali e attraverso gli altri che l'io definisce la propria soggettività e coglie il significato e il valore dell'essere nel mondo.

    In Italia, il progetto-scuola che avanza sulle punte di diamante della ricerca, della sperimentazione e delle riforme (nonostante certe macroscopiche lentezze e gli zavorrati procedimenti della macchina burocratica), ha già delineato un disegno pedagogico aperto alla dialettica socio-politica e culturale di questi e degli anni a venire.

    E pure la prima difficoltà che siamo chiamati a fronteggiare è quel riflusso, quella tendenza alla chiusura di cui parlavamo prima.

    Si tratta della tentazione a cedere a quel peccato sociale che è la volontà di «non far politica a scuola», che è di per sé un modo assai pericoloso di far politica: quello negativo del qualunquismo e della rinuncia acritica ad ogni scelta, utopica o pragmatica, che ha le sue radici nella coscienza della responsabilità individuale sul bene comune.

    E sappiamo che quando si smarrisce il senso della progettualità sociale, si lasciano aperti ad altri preziosi spazi di conquista; tutte le volte che avremo fatto un passo indietro, qualcun altro si ritroverà un passo avanti a noi.

    Del resto, già nel 1972, nel famoso «Rapporto sulle strategie dell'educazione», Edgar Faure affermava che «la scuola è un elemento costitutivo della polis, con la quale deve istituire i più intimi legami possibili», confermando l'idea di Plutarco che la polis fosse l'unica vera autentica scuola...

    Da quanto si è detto potremo trarre alcune indicazioni sui modi di recuperare la dimensione politica nella scuola.

     

    Quale dimensione politica nella scuola?

     

    Anzitutto il dialogo generazionale e la progettualità. L'educatore è un adulto che ha la funzione professionale (o la missione, secondo i punti di vista) di vagliare, alla luce dell'esperienza e della storia, i segni culturali dei tempi, di trasmetterne ai giovani tutto il loro potenziale euristico, per ricercare insieme validi modelli di interpretazione del presente e di progettazione del futuro.

    Perché è essenzialmente fondata su questo dialogo generazionale che la scuola è «maestra di vita», affatto riducibile a un luogo in cui si riciclano dati e conoscenze avulse dal concreto e dalla realtà.

    Poi la cultura del dovere. L'antinomia tra avere ed essere, denunciata da Fromm agli inizi degli anni Settanta, nasconde la pericolosa confusione sulle nozioni di diritto e di dovere.

    L'avere, ricondotto a possesso, ad asservimento delle cose e delle persone, ha fagocitato lo stesso significato di diritto che, anche quando è riferito all'io, trova la sua ragion d'essere nella soggettività dell'altro e nella dialettica della responsabilità interpersonale.

    È fin troppo frequente, oggi, osservare quanta gente sia pronta ad intraprendere crociate dei diritti: della donna, del fanciullo, del malato, del lavoratore, e perfino degli animali...

    Segno di crescente sensibilità civile, certo; ma cosa accadrà alle nostre poleis sempre più abbarbicate alla rocca della difesa dei diritti se, a cominciare dai ragazzi, nella scuola, non ritematizzeremo una cultura del dovere, ricercando la strada perduta del valore dell'essere e dell'alterità?

    Infine, la partecipazione democratica. Gli Organi Collegiali, istituiti con il Dpr n. 416 del 31 maggio 1974, hanno aperto ampi spazi nella gestione della scuola, un tempo riservata esclusivamente agli operatori scolastici.

    Oggi l'utenza ha diritto di parola e, in diverse questioni, anche potere decisionale. Genitori e alunni da un lato, docenti e non docenti dall'altro, non possono rinunciare al diritto-dovere di ripensare la scuola, alla grave responsabilità politica di offrire il proprio contributo e la propria testimonianza per una scuola palestra di socialità e di democrazia.

    Si parlava prima della diffusione della cultura dell'avere sulla cultura dell'essere, della spinta dominante a ridurre ogni realtà al metro economico e materiale.

    È il tramonto delle grandi utopie dello spirito, è il tramonto del sogno?

    Ne «La Storia infinita» Michael Ende racconta di Atreiu, giovane eroe, che una sera tentò di attraversare, insieme al suo cavallo Artax, un mare di sabbie mobili. Ma quanto più si addentravano nella palude, tanto più gravi e lenti si facevano i movimenti del cavallo.

    «Su, Artax, vieni fuori, fatti forza!». Ma il cavallo: «Non ho più alcuna speranza, padrone. Credo proprio di non farcela più. Vai avanti da solo; io voglio morire».

    È il mare della Tristezza che inghiotte Artax, le nuvole del Nulla si sono addensate sulla maremma. Il nostro presente è minacciato dal nulla.

    La voglia di cambiare dei giovani non è sempre sorretta dalla speranza degli adulti, dalla loro fede senza condizioni in un mondo migliore.

    Non possiamo fermarci; se le ombre della notte scenderanno su di noi, le migliori energie non basteranno a salvare noi e i nostri giovani.

    La scuola può essere la «casa comune» - prima immagine della polis - in cui alimentare la fede e unificare le forze. (Giuseppe Berretta)

     

     

    IL TERRITORIO

     

    Quella che racconto non è solo l'esperienza di una cooperativa; ciò sarebbe molto riduttivo. Alle spalle c'è una storia più lunga; per noi, che la viviamo, è forse chiara; presentarla è un compito abbastanza difficile. Parto con lo slogan, che sta alla base di tutto il nostro pensiero e del nostro agire: vogliamo essere in 2000 nel 2000, impegnati cristianamente nella Chiesa e nella società a servizio dei ragazzi più sfortunati secondo lo stile di Don Bosco. È uno slogan; in realtà sarebbe appropriato chiamarlo sogno, perché è un sogno come è un sogno l'associazione che è nata: l'associazione chiamata DB2 (Don Bosco 2000), che non si presta facilmente a definizione.

    Nel 1982 è nato il progetto DB2; più recentemente, nel 1990, abbiamo tentato di trasformarlo in una associazione con statuto e regolamento, che è stato approvato pochi mesi fa, ed è nata l'associazione.

    Le persone che vivono questo sogno, dedicano tempo e spendono energie secondo le proprie possibilità nel servizio educativo dei ragazzi più poveri (una povertà intesa come mancanza di affetto, di amicizia, di cultura, di valori), cercando di offrire delle esperienze positive capaci di risvegliare e coinvolgere tutte le risorse. Nel nostro gruppo ci sono parecchi studenti, alcune persone lavorano, ognuno dedica il tempo di cui dispone.

     

    Un incontro per strada

     

    La convinzione che sta alla base di tutto il lavoro è che le tappe dell'adolescenza e della giovinezza hanno un valore decisivo nella vita di un uomo, e quindi rivolgiamo l'azione preferibilmente verso i ragazzi e i giovani, cercando di incontrarli così come sono, senza idealizzarli, senza cercare di portarli chi sa dove. L'incontro avviene per strada, nei luoghi che sono più cari ai giovani. Si cerca di privilegiare il rapporto personale e di rispondere soprattutto ai loro interessi con molte attività che vanno dallo sport al teatro, alla musica, alle gite. Come luoghi di azione ce ne sono alcuni privilegiati, innanzitutto l'oratorio. L'oratorio preso a modello è quello di Don Bosco prima del 1870, che tutti conosciamo bene, con caratteristiche precise: innanzitutto allegria, ottimismo, gioia, spirito di famiglia e generosità. Un altro ambiente di azione è la parrocchia. Per quanto è possibile, si cerca di avere un impegno attivo nelle parrocchie, naturalmente in comunione e in sintonia con il parroco, cercando di privilegiare le pastorale giovanile.

    Oltre a questi due ambienti istituzionali, abbiamo voluto cercare di svolgere la nostra missione educativa in strutture non precostituite, con un po' di coraggio, di fantasia ed ottimismo e, soprattutto, con la sensibilità che deriva dall'intuizione di Don Bosco. Seguendo l'esempio delle sue scelte educative siamo andati per le strade, nelle piazze, nel quartiere, sul territorio, in quelle zone dove mancano strutture educative, dove i luoghi di aggregazione non esistono e dove non ci sono iniziative specifiche rivolte ai giovani oppure, se esistono, non rispondono ai loro reali bisogni. Un'apertura di questo genere esige un gusto per la creatività. Se manca la creatività non si può fare niente. Non si può arrivare con uno schema prefissato: la creatività nasce sul momento. Occorre quindi avere la capacità di inserimento nell'ambiente e l'atteggiamento di tolleranza e collaborazione con le altre agenzie educative.

    Occorre quindi lavorare in sintonia con loro, innanzitutto perché mettersi contro è un atteggiamento perdente e non è giusto soprattutto per chi lavora e impegna energie e risorse come noi. Occorre avere una capacità di guardarsi attorno e di individuare energie disponibili in forma di volontariato. Arrivare in un posto vuol dire anche cercare di scoprire subito quali possono essere i punti di forza locali: gli animatori locali, per fare un esempio. Senza di loro non si può continuare un lavoro con forze esterne, perché alla fine o queste mancheranno e si sentirà la stanchezza o ci sarà uno scollamento tra le persone che vengono da «fuori» e quelle che invece vivono nell'ambiente. Occorre poi saper leggere i bisogni giovanili e dare loro una risposta adeguata, e avere soprattutto una capacità di rischiare e una voglia di lavorare e sacrificarsi. Una caratteristica dell'oratorio è infatti la generosità.

    Il primo gruppo, che ha dato l'adesione a questo progetto alla nascita, agli inizi degli anni 80, è stato un gruppo parrocchiale chiamato GDB, un gruppo inserito in una parrocchia con un giovane exallievo salesiano che aveva forte il desiderio e la voglia di vivere con lo spirito salesiano di Don Bosco. Ha iniziato l'oratorio nella parrocchia, cercando di legarsi all'oratorio dal quale proveniva, quello di Valsalice. Le iniziative sono state legate tra l'oratorio e la parrocchia, rispettando l'indipendenza delle due realtà e le esigenze diverse. La collaborazione continua.

     

    La nascita del sogno

     

    Nel 1983, alla nascita del sogno, è nato il capostipite che noi chiamiamo la generazione dei mondi. Il nostro inserirsi in un quartiere, in una località ha come nome, come definizione quella di mondo: il primo è stato il «Mondo Erre, mondo ragazzi», preso dalla rivista «Mondo Erre».

    La scelta del posto in cui operare è stata abbastanza casuale. Agli inizi degli anni '80 il comune di Torino aveva redatto una mappa dei bisogni sociali giovanili nei diversi quartieri della città, e aveva individuato alcune zone «a rischio». Noi abbiamo srotolato la mappa sul tavolo, abbiamo chiamato un ragazzo, gli abbiamo bendato gli occhi e gli abbiamo fatto scegliere una zona, una zona a rischio in cui noi avremmo tentato di inserirci e di sviluppare il nostro progetto. La zona che è venuta fuori da questa scelta è stato un quartiere popolare, il quartiere delle Vallette, fatto di casermoni, di palazzoni alti, con molto verde. Ci sono strutture chiamate piastre polivalenti, in cui c'era il campo da pattinaggio, il campo di pallacanestro e tante altre cose ma di fatto inutilizzate, rotte, diventate posti di ritrovo per compagnie poco raccomandabili. Il nostro primo approccio è stato quello di partire al sabato pomeriggio con una borsa con dentro due giochi di maglie, un pallone e un fischietto. Il primo campetto che abbiamo trovato, l'abbiamo scelto. Ci siamo messi lì, abbiamo incominciato a guardarci intorno, a cercare dei ragazzi che volessero giocare a pallone e poi abbiamo iniziato la prima partita. Era il 1983. Mentre iniziavamo il sabato questa attività di gioco del calcio, parallelamente abbiamo iniziato i contatti con il quartiere, con l'istituzione politica. Abbiamo cercato di proporre le nostre attività, abbiamo cercato di conoscere cosa voleva dire quartiere, cosa voleva dire circoscrizione, quali erano le proposte degli altri gruppi, quali altri gruppi lavoravano. Abbiamo presentato le prime richieste al consiglio di circoscrizione e abbiamo iniziato a partecipare alle riunioni della quinta commissione nella quale si parla dei problemi, delle iniziative di sport, cultura e tempo libero, le attività più vicine a noi e che riuscivamo ad organizzare in quei momenti. Successivamente abbiamo avuta la possibilità di partecipare alle riunioni della quarta commissione, che tratta di problemi dell'assistenza sociale.

    Il primo inserimento nella circoscrizione non è stato facile, anche perché essa era retta da persone che non la pensavano esattamente come noi; c'è stata disponibilità da parte di qualcuno, ma anche l'intransigenza e il preconcetto di altri, che si rifiutavano di accoglierci. Molto forte è stata l'opposizione da parte delle società sportive quando abbiamo richiesto degli spazi nella palestra. Nel quartiere esistevano società sportive, che portavano avanti il discorso di élite, di ragazzi che potevano seguire l'impegno dell'allenamento e iscriversi in un campionato di federazione. Erano abituati a «rubare» gli spazi che servivano a noi soprattutto il sabato pomeriggio. Questo atteggiamento ha portato ad attriti, a lotte, ma per fortuna c'erano anche persone di buona volontà. La prima palestra che ci è stata messa a disposizione ci ha permesso di iniziare l'attività anche con le ragazze con la pallavolo. È da notare che dopo la partita a pallone e a pallavolo, dopo le sedute di allenamento, c'era un momento di dialogo, di conoscenza dei ragazzi e anche un tentativo di far conoscere chi eravamo, qual era il nostro spirito, cosa andavamo a fare. L'allenatrice che seguiva le ragazzine di pallavolo veniva chiamata sempre maestra: la figura che identificavano era quella di maestra e lei ha impiegato parecchio tempo per far capire che lei non era maestra, lei era una ragazza che veniva lì, giocava con loro, aveva delle proposte da fare... Con l'inizio dell'inverno abbiamo dovuto richiedere una seconda palestra per poter fare attività di calcetto con i ragazzi.

     

    L'esperienza si allarga

     

    Dopo l'esperienza nelle due palestre e le attività fatte il sabato pomeriggio e alla domenica siamo riusciti ad ottenere una struttura tutta nostra. Si trattava di un fabbricato esagonale in mezzo a sei palazzi, con giardini, con campi da calcio vicini di proprietà del comune ben tenuti. La struttura un po' fatiscente era diventata ricovero di drogati che scavalcavano quello che rimaneva della rete metallica, sfondavano i vetri ed entravano. Abbiamo iniziato a metterla a posto, a dipingerla, a cercare di fare porte e serramenti e a metterci subito il nostro marchio: una bella immagine di Don Bosco, che ancora campeggia in mezzo a quei giardini anche se noi là non ci siamo più.

    L'attività in questa struttura ha preso un respiro più ampio e abbiamo iniziato a fare delle riunioni serali per i giovani. Il problema era quello di riuscire ad occupare quella struttura soprattutto durante la notte. Rifatta la rete di recinzione che è stata rotta un paio di volte, le riunioni serali con giovani del posto hanno fatto capire che quella era una struttura adibita a un certo scopo ed era di «certe persone». È stato necessario, per i primi tempi, lasciare qualcuno a dormire. Al pomeriggio abbiamo cominciato a fare dei corsi di danza per le ragazze, perché l'attività di pallavolo non riusciva a coinvolgere tutte. Durante la settimana abbiamo iniziato a fare anche del doposcuola, un servizio molto richiesto perché c'erano ragazzi con dei problemi. In primavera abbiamo anche portato dei tavoli da ping-pong, calcetti e quindi anche l'attività ricreativa all'esterno ha fatto sentire questo centro più vivo. Ma poi ci è stata tolta ed è stata data ad un altro gruppo.

    Durante l'estate abbiamo iniziato dei tornei, formando delle squadre di calcio più complete e serie: siamo così riusciti a iscrivere una squadra in un torneo PGS: un traguardo importante perché si trattava di far giocare gli ultimi (erano tutti ultimi e sgangherati). Se si pensa che a 13 anni iniziavano a fumare, si può comprendere come a 14-15 anni fiato per correre ne avevano poco, l'incostanza era notevole, le squadre si facevano e si disfacevano; tesserare i ragazzi è sempre stata una cosa impossibile; non riuscivano a catalogare, a fare le cose serie. Ora la PGS Mondo Erre si è sviluppata, ha 120 tesserati con animatori del posto. Nell'89 si è rilanciato questo progetto con la nascita di altri «mondi» in altri quartieri e zone di Torino. Ne son nati 4-5 che lavorano a tempo pieno, inverno ed estate, e tre che lavorano solo durante l'estate.

    Quest'anno contiamo di farne partire uno che riesca a garantire un centro di coordinamento anche per le altre iniziative.

    Nell'86 è nata anche la cooperativa Mondo Erre, una cooperativa, come la definisce qualcuno, fatta in casa, genuina, sana, che non ha niente a che vedere con le cooperative grandi, istituzionali che ci si presentano con un certo look, una certa gerarchia. Da noi si respira e si vive lo spirito di famiglia; le decisioni non hanno mai bisogno di essere prese con l'assemblea dei soci, ma lo si fa parlando in amicizia, magari in pizzeria.

    Nella cooperativa lavorano attualmente 5 operatori soci che dedicano il proprio tempo a lavorare all'interno della cooperativa: attualmente con una convenzione con il comune di Torino per l'assistenza di ragazzi in appoggio domiciliare. L'intervento degli operatori è rivolto alla famiglia, in particolare ai minori, come supporto alle figure parentali che per gravi motivi non possono essere un valido riferimento, con l'obiettivo di favorire l'unità della famiglia e di evitare l'affidamento di alcuni suoi membri a una struttura istituzionale. È un lavoro difficile che impegna parecchio queste persone.

    La convinzione che regge il tutto è una frase che Don Bosco amava ripetere spesso ed è: «Dio non si lascia vincere in generosità». Senza questa ispirazione molte cose, per stanchezza o per delusione, non si potrebbero fare. Se invece di fronte ad una giornata storta, ad un ragazzo difficile ci si ferma un attimino convinti che Dio non si lascia vincere in generosità in nessun caso e proviamo a metterlo alla prova, allora si riprende con coraggio a lavorare.

    (Eugenio D 'Agostino)

     

     

    IL LAVORO

     

    La mia è un'esperienza di giovane ragazza di un quartiere popolare, che appartiene ad un movimento, la GiOC, che ha come obiettivo l'aggregazione, l'educazione e l'evangelizzazione in particolare dei giovani dei quartieri popolari. Ho iniziato a lavorare a 17 anni, facendo tre anni di lavoro nero, prima come lavapiatti e poi come cameriera e commessa al mercato. Questo lavorare in nero non è stato per me senza conseguenze: ha provocato delusioni, senso di impotenza, frustrazione. Come ragazza poi, ho vissuto anche esperienze negative di violazione della dignità della persona: che non significa solo subire gesti plateali, però vuol dire la battuta perché sei una ragazza, oppure la proposta velata. Situazioni che mi hanno fatto stare male, però mi hanno fatto anche riflettere.

     

    La coscienza di non essere soli

     

    Un ruolo decisivo ha avuto per me, a 15 anni, l'esperienza di gruppo: mi ha fatto scoprire che non ero l'unica a vivere questa situazione; c'erano altre che vivevano quanto provavo e forse insieme era possibile tentare qualcosa per uscirne.

    Da una parte le esperienze negative e dall'altra parte la presa di coscienza di non essere sola, che forse un modo per superare alcune difficoltà c'era, mi hanno sollecitato a conoscere i miei diritti.

    Nell'esperienza di molti giovani lavoratori il lavoro e i diritti nel lavoro hanno una dimensione importante perché «collocano», mettono una persona in rapporto con altri.

    Avevo insomma nel lavoro una mia identità, ciò che non avevo trovato nella scuola.

    Nel gruppo ho incominciato ad informarmi, a conoscere i problemi, a confrontarmi, e poi ho deciso anche di impegnarmi per i ragazzi del mio quartiere.

    C'erano bande che facevano tafferugli e rovinavano gli ambienti. Ho iniziato con loro e successivamente ho continuato con ragazze disoccupate a lunga durata, ossia con quelle come me che facevano mille lavoretti e non riuscivano a trovare un lavoro stabile anche perché erano di bassa scolarità, mentre le laureate o diplomate avevano qualche possibilità in più rispetto alle ragazze con la terza media.

    Dopo questo periodo sono riuscita finalmente a trovare un lavoro regolare, con il contratto di formazione-lavoro: avevo quasi perso tutte le speranze, per cui mi sembrava ora di toccare il cielo con il dito. Mi dicevo: questa è la volta buona, un lavoro col libretto! Mi appariva incredibilmente tutto bello, perché quando stavo male mi pagavano, venivo remunerata per le ferie.

    Non mi era mai successo prima d'allora e mi sentivo un'altra: questo è veramente il paradiso, mi dicevo.

    Dopo anni di lavoro al sabato e alla domenica non riuscivo a capacitarmi come ora me ne potevo stare a casa.

    Un sacco di cose che mi sembravano straordinarie: il primo stipendio mi faceva sentire straricca, avevo preso un milione che prima non ottenevo in due mesi.

    Arrivando da una esperienza disastrosa, questa mi è sembrata subito tutta positiva.

    Ma poi ho incominciato a guardare ciò che avveniva intorno a me. Se uno non si guarda attorno, rischia di pensare che va tutto bene: ma e tutto il resto?

    Sono una dipendente di un istituto chimico di 50 lavoratori, di cui 30 operaie, ed io ero l'unica giovane, l'ultima entrata dopo lungo tempo. Ho cominciato a guardarmi intorno e la prima contraddizione che ho sofferto è stata che dovevo fare lo straordinario perché me lo richiedevano. Eppure frequentavo un gruppo di ragazzi disoccupati, mentre io facevo lo straordinario. Ciò mi pesava e mi faceva sentire in colpa. Mi dicevo: ma qui cosa succede? dov'è tutta la mia solidarietà? con quale coraggio sto col mio gruppo? È la prima grossa contraddizione che sentivo sulla mia pelle.

    Nel gruppo di riferimento ricercavo quale poteva essere il mio impegno sul posto di lavoro a partire dal problema dello straordinario. Ma le paure erano tante per me che avevo vissuto per molto tempo il lavoro nero e ora avevo trovato un lavoro in regola: rischiare di non essere confermati e perdere un lavoro che rappresentava la cosa più importante della mia vita in quel momento o tagliare i ponti con la mia esperienza fuori dalla fabbrica.

    Nel gruppo ho riflettuto molto, abbiamo visto insieme quali potevano essere gli impegni da assumere nel periodo di formazione-lavoro, un periodo in cui non mi potevo permettere di dire alcune cose che non ritenevo giuste. La scelta fu di impegnarmi a fare un'analisi della realtà della situazione in fabbrica: ingiustizie subite, diritti non rispettati, problemi ambientali di salute. Ho compiuto anche scelte di coraggio. Dopo aver lavorato per 5 anni in un reparto di sterilizzazione dove si lavorava con gas tossico senza usare la maschera antigas, ho deciso di frequentare un corso per il patentino per l'uso dei gas tossici. La conseguenza è stata che volevo mettere la maschera antigas quando si facevano determinate lavorazioni: fu il primo scontro con le colleghe. Uno scontro-incontro: loro da una parte mi ammiravano, ma dall'altra mi dicevano che ero matta. Però sapevo che molte di loro avevano subito operazioni non del tutto casuali, disturbi, problemi ai polmoni. Io allora mi sono chiesta: al centro delle preoccupazioni cosa ci deve essere? Al centro c'è senz'altro la salute della persona. Rispettare l'uomo fino in fondo significa rispettarlo anche nella sua integrità fisica perché è la cosa più importante. Per cui ho iniziato ad usare questa maschera antigas. Questo è stato un segnale per le mie colleghe, da una parte un po' provocatorio, quindi di scontro perché è un impiccio faticoso; dall'altra parte però c'era l'incontro perché era arrivata una con una ventata nuova, che ci credeva ma che sconvolgeva abitudini inveterate.

     

    In relazione con gli altri

     

    Questo mi ha fatto diventare un punto di riferimento: situazione non facile perché ho dovuto mettermi in relazione con gente adulta, con dei figli, che aveva una mentalità molto diversa dalla mia.

    Questa difficoltà ho cercato di superarla alla fine del contratto di formazione-lavoro iscrivendomi al sindacato, per un impegno più vasto e per portare avanti delle iniziative, dal momento che il sindacato è l'organizzazione più efficace che in qualche modo raccoglie le esigenze delle colleghe.

    Mi hanno chiesto di fare la delegata e non poteva essere che così: una che svolge della solidarietà spicciola, come aiutare le colleghe quando erano indietro nel lavoro... appariva strana ma convincente.

    Dopo tanti anni che si sta in fabbrica si diventa anche indifferenti verso gli altri, si perde quell'attenzione che si ha fuori ambiente.

    In fabbrica i primi mesi tutto va bene, poi però si cade in una depressione se non si hanno punti di riferimento, se non c'è sostegno di gruppo.

    Infatti credo che questo è uno dei punti cardine dell'impegno soprattutto sul posto di lavoro.

    All'inizio non capivo molto la necessità di mettersi nell'ottica che c'è qualcuno diverso da noi che pure ha cose interessanti da dirci.

    Comunque ho tentato anche con l'aiuto del mio gruppo di rapportarmi con gente diversa da me, di un'altra generazione, ma che sicuramente aveva dentro di sé cose interessanti che anni di fabbrica hanno fatto dimenticare.

    L'esperienza di delegata è stata molto dura, poiché si trattava di superare situazioni di ingiustizia, in particolare circa l'integrità fisica, con incomprensioni spesso anche da parte di lavoratori, che non sempre si rendono conto che un ambiente di lavoro sano è più importante di qualche soldo in più in busta.

    Si trattava quindi di far entrare in questa mentalità senza perdere la pazienza e giocandosi anche dei rapporti personali.

    Decisivo rimaneva allora ritornare sulle situazioni e fare analisi sui comportamenti ambigui, sul perché succedono determinate cose, sui cicli di produzione organizzati in un certo modo in vista di permettere alla gente di vivere più umanamente.

    Al capo importa relativamente il fatto che una persona abbia particolari bisogni in famiglia, poiché giustamente la produzione deve andare avanti.

    Bisognava quindi trovare una sintesi tra l'esigenza del lavoratore e quella della produzione: cosa non facile.

    Un altro elemento importante, anzi essenziale, è quello di lavorare con coscienza.

    A me non hanno mai potuto dire che non facevo bene il mio lavoro.

    È necessario mettercela sempre tutta, e anche di più, perché mi rendevo conto che il ruolo che avevo era quello più attaccabile e non potevo permettermi di essere contraddittoria.

    Del resto come si fa a chiedere di essere rispettati se non si è per primi responsabili del proprio lavoro, spesso con conseguenze per i consumatori? Strutture per sale operatorie e tutto ciò che riguarda la sterilità esige di lavorare bene; il chiudere bene gli aghi perché non si spuntino richiede responsabilità verso gli altri, ossia attenzione sia al proprio benessere personale che a quello di tutti.

    Lavoro e oltre

    Il mondo non finisce in fabbrica. È indispensabile perciò una grande capacità di analisi dentro e fuori del lavoro, trovare anche la forza della generosità e solidarietà che viene dalla fede.

    Alcune situazioni bisogna viverle con una certa razionalità rendendosi conto che non si è onnipotenti, che non siamo solo noi i costruttori di una realtà di solidarietà fra la gente, ma che c'è Qualcun altro che per i credenti è speranza, la speranza che tutti possono cambiare, anche i compagni di lavoro più stressanti, più strani.

    E d'altra parte è necessaria la consapevolezza che non siamo solo noi credenti a compiere certi passi, a fare determinati gesti: si è in compagnia.

    Dall'aprile scorso faccio il volontariato nella GiOC, come responsabile nazionale: lo farò per tre anni e poi rientrerò in fabbrica.

    Ma continuo a tornare in fabbrica molto volentieri: trovo accoglienza anche da parte di gente a cui non piacevo tanto per i discorsi che facevo.

    Del resto se uno vuole essere onesto, non dà ragione a chi grida di più, bensì tenta di fare una sintesi, e la sintesi è scomoda.

    La testimonianza da credente sia nel posto di lavoro che nel sindacato non è facile. Una delle difficoltà è che non sono molti i credenti impegnati in tale campo, e solo alcuni si dichiarano apertamente, e come si fa a portare i valori in cui si crede in un ambiente a volte assai «politicizzato»?

    Ma la politica è un'esperienza di tutti, lo si voglia o no, e allora è meglio farla bene. Occorre anzi andare oltre, in un'esperienza di solidarietà che esprima in qualche modo «il di più» che è patrimonio del credente. (Paola Pecci)


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