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    Ragazzi soli nel vuoto


     

    (NPG 1990-02-40)


    In questi giorni si parla molto di droga e di giovani. In base alla mia esperienza di giudice minorile intendo fare alcune osservazioni sul disagio degli adolescenti, terreno fertile per le devianze future.

    1. Da anni le persone che più sono a contatto con i ragazzi in difficoltà sostengono che, mentre il fenomeno della delinquenza minorile non è in aumento, al contrario aumenta un fenomeno meno clamoroso, ma più subdolo e non meno portatore di sofferenza: è il cosiddetto disagio diffuso.
    Davanti a troppi ragazzi esiste il vuoto: di progetti, di responsabilità di ruolo, di dialogo, di relazioni affettive profonde.
    Nel vuoto le naturali inclinazioni degli adolescenti (a trovare una identità, a sfidare il mondo degli adulti, a lottare per qualche cosa, a riscoprire il loro corpo e la loro affettività) vengono sballottate dalle suggestioni più primitive dell'ambiente: si gonfiano e si impennano come portate dal vento, per poi precipitare nella depressione.
    Il mondo degli adulti è quindi doppiamente responsabile del disagio degli adolescenti: una prima volta perché permette che essi vivano nel vuoto progettuale; una seconda volta perché fornisce loro stimoli primitivi.

    2. Il vuoto di cui ho detto ha radici molto complesse, che sarebbe impossibile analizzare in poco spazio. Voglio solo ricordare come moltissimi ragazzi pagano l'instabilità dei loro genitori: sono stati da piccoli in balia di madri o padri psichicamente deboli, alcolizzati, dediti alle sostanze stupefacenti, del tutto instabili dal punto di vista lavorativo, alloggiativo, affettivo; oppure di padri e madri divisi, troppo soli o troppo assenti. La fragilità si tramanda di generazione in generazione.
    Non di rado i genitori incapaci di accettare un legame profondo e duraturo, in continua tensione, o che per qualsiasi ragione hanno dovuto precocemente separarsi dai figli, esplodono in gesti di maltrattamento; e l'esperienza insegna che i figli maltrattati (fisicamente o psicologicamente) saranno a loro volta dei genitori maltrattanti.
    Ma agli svantaggi di partenza si aggiungono poi gli svantaggi lungo il percorso della vita. Noi constatiamo che i ragazzi troppo agitati, nervosi, aggressivi, difficilmente completano il ciclo scolastico dell'obbligo. La scuola non è ancora capace di accogliere tutti i ragazzi.
    La collettività organizzata li perde di vista, per ritrovarli poi al processo davanti al Tribunale per i minorenni. Se si aggiunge l'impossibilità (giuridica o di fatto) di lavorare, si ha un quadro davvero drammatico di ragazzi che non hanno nulla da fare per tutto il giorno e per tutti i giorni.
    Sono giornate fatte di ozio, di bar, di vagabondaggi con iniziative più o meno teppistiche. I ragazzi appartengono allora al primo occupante, che di solito è un adulto che li sfrutta (per fini di delinquenza, di lucro, di piacere).
    Oggi va poi crescendo un fenomeno nuovo: è l'arrivo di ragazzi (talvolta giovanissimi) dal terzo mondo: completamente soli, ma già strumento nelle mani di organizzazioni criminali.

    3. Tutti questi ragazzi, fragili e dalle giornate vuote, sono particolarmente esposti agli stimoli più primitivi. Giudico primitivo lo stimolo alla sopraffazione, la cultura del successo come mera vittoria sugli altri, il culto della ragione della forza; e mi pare che la riemergente mentalità, secondo cui ha comunque torto chi è stato sconfitto, riproponga in chiave moderna il concetto dell'ordalia medievale.
    Ma suggestivi per i ragazzi sono i modelli luccicanti e irraggiungibili, le prospettive di aver sempre più cose per affrontare sempre meno i problemi, le facili identificazioni negli schieramenti, e perciò il razzismo, la vittoria dell'apparenza sulla sostanza e delle per- sone in immagini e in cose.
    Ebbene: quanto di questi stimoli giunge ai ragazzi proprio dal mondo adulto «normale» e «per bene» o, comunque, «vincente»?
    Qualcuno ha indicato nella ripresa economica e produttiva una via di speranza e di «redenzione» per i giovani. Non sono d'accordo. Ogni ripresa meramente economica, fondata unicamente sulla quantità della produzione e sulla espansione fine a se stessa, per quel tanto che si intreccia con la mentalità primitiva ora vista, e per quel tanto che è priva di attenzione per i vinti, rischia di creare maggiore emarginazione e maggiore disagio.

    4. È possibile chiamare a raccolta, a tutti i livelli, coloro che considerano quello dei ragazzi senza progetti non tanto uno dei problemi della collettività, quanto piuttosto il vero, fondamentale problema? Ho già parlato della scuola e del lavoro. Sarebbe opportuno riflettere su questa nostra scuola dell'obbligo che non riesce ad accogliere tutti; così come sarebbe doveroso dare a ogni ragazzo la possibilità di avere esperienze lavorative adeguate.
    Ma l'aspetto dell'istruzione e del lavoro va coordinato con tutte le altre iniziative che per i giovani si potrebbero e si dovrebbero fare. Innanzi tutto l'aiuto alle famiglie di origine (ripensare ai consultori familiari, troppo spesso meri distributori di contraccettivi), poi l'aiuto alle famiglie affidatarie o adottive (quanto le si mette in grado di occuparsi davvero di ragazzi problematici o con menomazioni?); poi tutta una serie di progetti e proposte per attività e impegni: dallo sport per tutti, e non solo per i futuri piccoli campioni, ai laboratori di quartiere o di paese, ai lavori di pubblica utilità, alla presenza di educatori seri, di animatori, con mezzi e professionalità, con possibilità di avere aree attrezzate, spazi per l'aggregazione dei gruppi spontanei, e così via.
    Purtroppo si crede ancora che gli investimenti in questi settori siano improduttivi, mentre, a tempi lunghi, questi investimenti si rivelano anche un risparmio economico.
    Come ha dimostrato il progetto Ferrante Aporti e come dimostrano molti casi di affidamento familiare, esistono molte disponibilità e risorse umane. Ma il cosiddetto privato sociale va aiutato, coordinato e inserito in un ben più vasto progetto pubblico.
    Al massimo livello politico va chiesta la legge quadro sulla assistenza e scelta di spesa che non considerino gli interventi per una migliore qualità di vita dei ragazzi come la solita cenerentola. Agli enti locali va chiesto, col coordinamento e l'aiuto della regione, una progettazione coraggiosa di una rete di servizi sul territorio, che davvero siano per tutti, ma specialmente per i ragazzi maggiormente esposti al rischio.
    È possibile una mobilitazione anche dell'opinione pubblica? Quei cittadini che son capaci di scendere in piazza per evitare lo sbarco di scorie fastidiose, saranno capaci di fare altrettanto per chiedere che i nostri figli, i loro figli, siano messi in grado di avere la vita piena di progetti e di speranze?
    Questi adulti potenti che cercano ben sovente di vincere lo «stress esistenziale» presso lo psicanalista, o fuggendo in esotici paradisi turistici, a luci rosse (dove, tra l'altro, si sfruttano i minorenni) o usando psicofarmaci di ogni tipo, riusciranno a capire che non pochi ragazzi, quando annaspano tra farmaci, ricerca di paradisi artificiali, imprese rischiose e strane, gesti clamorosi di violenza e di autolesionismo, con improvvise, drammatiche ricadute nella depressione, esprimono, in sostanza, lo stesso disagio?

    (Camillo Losana, Presidente del Tribunale dei minorenni di Torino - La Stampa, 8 novembre 1988)


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