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    Il bisogno di identità dentro e fuori gli atenei


     

    (NPG 1990-04-53)

    Chi sono, quali idee e cultura presentano, quali ipotesi sociali e politiche perseguono? Queste le domande correnti oggi di fronte agli studenti universitari che occupano ogni giorno una sede o una facoltà universitaria. Domande per ora senza risposta argomentata, anche perché una risposta argomentata non è facile.
    Purtroppo a rendere la cosa più difficile concorre pesantemente la antica divisione fra chi guarda gli universitari di oggi con la speranza di veder sempre tornare l'eguale (cioè i giovani del '68) e chi invece li guarda con l'apprensivo timore di un altro episodio di alterità non prevista e non controllabile. Sono due lenti deformanti (tendono a far corrispondere la realtà alle attese o alle paure degli osservatori) e sono usate con troppo facile spregiudicatezza. Forse sarebbe il caso di fare uno sforzo analitico più significativo.
    Per andare avanti ?n tale direzione sembra necessario scegliere una strada non puramente descrittiva, di illustrazione delle caratteristiche sociale e culturali degli studenti oggi in fase contestativa. Nel problema che abbiamo di fronte, la descrizione non aiuterebbe molto l'interpretazione: in primo luogo perché non abbiamo dati, com'è normale quando un fenomeno scoppia improvvisamente; in secondo luogo perché sarebbe paradossale spettacolarismo andare a far domande di sondaggio ad un pubblico in così calda agitazione; ed infine perché i soggetti da capire e descrivere sono oggetti «in movimento» e quindi comprensibili più attraverso la loro dinamica in corso che la loro struttura consolidata. Vale cioè per i nostri giovani occupanti la verità heideggeriana che «l'identità è nella relazione, non nel soggetto dato».
    Quali sono i campi di relazione in cui i giovani assumono identità e su cui quindi può svolgersi l'interpretazione di cosa essi siano e cosa essi vogliono? Il primo grande campo di relazione è proprio l' Università; e molta dell'identità del nuovo studente è data dal suo rapporto con le strutture universitarie: le vuole funzionali al suo futuro professionale ed invece ci trova poco di utilizzabile alla professione; le vuole accoglienti per un'esperienza seria di studio ed invece le trova inospitali e confuse, anche perché l'espansione delle iscrizioni continua a pesar tutta sulle università più grandi; le vuole sedi del proprio «investimento nel futuro» (solo ormai il 5'o le vede sedi di parcheggio, contrariamente al passato) e le trova invece lontane da ogni logica di investimento; le vuole anche centri di innovazione e ci trova logica ripetitiva.
    Da queste sottili ambivalenze nasce una parte dell'ambivalente identità dello studente di oggi: un'identità tesa alla sfida sul futuro su cui l'Università non fa da incubatrice. Possiamo poi stupirci se i giovani cercano nella confusione oscura delle occupazioni e delle assemblee quelle «caverne del nuovo» che essi non riconoscono nelle strutture universitarie? Quando il futuro non nasce nell'organizzazione della cultura, si finisce per cercarlo nell'indistinto delle caverne dell'emozione. Molta dell'irrazionalità apparente di questi giovani nasce dal fatto che le loro domande razionali sono di fatto insoddisfatte.
    Tutto ciò libera ancora informe emozione anche sul secondo campo di relazione in cui si forma l'identità dei giovani: la realtà sociale e professionale.
    Se è vero che si è quel che si attende di essere, cosa prevedono oggi di essere, per il domani, gli attuali studenti universitari?
    Diciamoci la verità, il modello che occultamente essi sentono possibile è a scalare: se ci si accontenta di poco, un futuro impiegatizio; se si vuole qualcosa di più, un lavoro indipendente tutto da inventare; se si vuole forzare più in alto, una carriera «aziendalista» da preparare con studi molto finalizzati in alcune facoltà specifiche (più o meno «sponsorizzate»).
    Non è un modello, riconosciamolo, molto emotivamente coinvolgente; ha funzionato per alcuni anni ed è forse l'unico possibile nella logica dell'attuale sviluppo occidentale, ma oggi comincia a non piacere più, a non dare più riferimento d'identità. E per due ragioni: la prima è che non tutti possono pensare che l'apice delle aspirazioni sia quella di diventare un «bocconiano masterizzato» ai fini aziendali; e la seconda è che tutti avvertono che anche tale prospettiva non garantisce di entrare in quei processi e circuiti di cooptazione oligarchica che oggi producono classe dirigente. In parole povere, studiare tanto per poi stare a guardare il potere oligarchico di pochi non è obiettivo attraente.
    Si potrà dire, come si è più sopra accennato, che non ci sono altre strade. E forse è vero, se teniamo conto dei tanti sessantottini che sono diventati duri dirigenti oligarchici. Ma è anche vero che l'emozione dei giovani non è coinvolgibile in questo giogo inevitabile. Forse siamo all'ultimo episodio di una gioventù che cerca ancora di coniugare cultura, emozione e professione attuali e future; se non troveremo strade per dare spazio a tale esigenza, le sfide emozionali ce le ritroveremo su altri campi di vita individuale e collettiva (le sfide esistenziali, i fondamentalismi culturali, le appartenenze religiose e chi sa cos'altro ancora).
    Le relazioni con l'Università e le relazioni con il futuro sociale e professionale, questi i due campi su cui si va formando il bisogno di identità dei giovani, anche se non hanno oggi una identità da descrivere. Che siano due campi tradizionali non deve soprendere: la storia è più ricorrente e banale di quanto si pensi in questi tempi di trasformazione; e poi negli ultimi anni non abbiamo fatto molto per cambiare i processi educativi e sociali su cui i giovani possono sperare di diventare meno ricorrenti e banali.

    (Giuseppe De Rita, Corriere della sera, 23 gennaio 1990)


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