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    Una festa «di» ragazzi


    Tonino Lasconi

    (NPG 1989-07-64)

    Quando in un gruppo di ragazzi ci si accorge che si batte la fiacca, che la partecipazione alle iniziative e agli appuntamenti ha perso smalto e entusiasmo, che le interazioni tra i componenti stanno sfilacciandosi e diventando stanche e convenzionali, c'è sempre, per fortuna!, qualcuno che lancia l'idea: «Perché non organizziamo una bella festa?».
    La proposta è buona. La festa è proprio quel «giorno diverso, altro, intenso che infrange le barriere del quotidiano che si corrompe e si distrugge, per permettere di ritrovare il significato che sta sotto al quotidiano e che lo salva dalla corruzione e dalla distruzione». È la sospensione della monotonia del sempre uguale che porta verso la consumazione dei sentimenti, degli entusiasmi, delle motivazioni. È rituffarsi nelle acque della sorgente per ritrovare la freschezza perdutasi nel lento scorrere del torrente sopra le pietre calde del greto e tra gli apporti inquinanti delle scorie dei giorni.
    Ben venga quindi l'idea di organizzare una festa: è quello che ci vuole.

    MA CHE SIA FESTA!

    Non è così semplice come sembra organizzare una festa che sia tale. Due difficoltà, sempre in agguato, possono uccidere la festa sul nascere.

    La mentalità produttivistica

    Viviamo in un clima culturale che da tempo, senza per fortuna riuscirci del tutto, cerca di bandire le feste, considerate come tempo sottratto alla produzione, come tempo perso. È il peso che abbiamo dovuto pagare alla civiltà delle macchine: «Siamo fatti per il lunedì, il giorno della produzione, il giorno che conta. La domenica non è altro che week-end, sosta di fine settimana necessaria per riprendere fiato in vista del lunedì».
    Questa mentalità, a cui il cristianesimo avrebbe dovuto profeticamente oppurre l'annuncio che noi siamo fatti per la domenica, per la festa, ha invece corroso pericolosamente anche le abitudini cristiane. Si è cercato di infilzare sante messe nelle ore più strane per«andare incontro» alle esigenze della produzione, al fine di consentire ai nuovi schiavi di non tralasciare un dovere, invece di dilatare l'importanza del giorno del Signore come polmone capace di dare un senso alla pesantezza della settimana. E dalla mancanza di questo annuncio sono scaturiti nonsenso, tristezza e angoscia.
    Come si fa infatti a non uccidere la speranza, se smettiamo di credere che noi siamo fatti per la festa? Non si può andare incontro con il cuore sereno a un futuro fatto di lunedì lavorativi. Si può invece portare il peso «della giornata e del caldo» della settimana e della vita, se ci sorregge la certezza che la festa, pur esplodendo in un giorno particolare, è la filigrana che intesse ogni «tempo di vita quotidiana», perché è uno stile di vita anzitutto.
    Questa mentalità produttivistica si è infiltrata anche nella pastorale dei ragazzi e ha fatto nascere la convinzione che da una parte stanno le cose serie: il catechismo, le preghiere, le opere di carità; dall'altra le cose marginali, sopportate con condiscendente paternalismo: il gioco e la festa.

    I surrogati della festa

    L'altra difficoltà che ci può fuorviare nell'organizzare la festa sono i surrogati della festa che la civiltà industriale ha dovuto inventare per soddisfare in qualche modo l'insopprimibile desiderio di essa: le feste belle e pronte, preconfezionate, accessibili con modica spesa tramite biglietto di ingresso.
    I partiti, le associazioni, anche le parrocchie, si sono dati da fare per sfornare queste pseudofeste: feste dell'unità, dell'amicizia, del garofano, dell'edera, dei donatori di sangue, della lotta contro i tumori, della salsiccia, della bruschetta, dei gamberi...
    L'elemento caratteristico di questa pseudofesta è l'offerta di un qualcosa a un pubblico di spettatori-consumatori che partecipa pagando, non vivendo.
    Questa riduzione della festa a spettacolo raggiunge il massimo con la televisione: tu te ne stai spaparanzato in poltrona mentre sullo schermo i soliti Pippi e le solite Raffaelle ti fanno vedere la loro festa. Essi ridono, cantano, ballano, si scambiano battute mentre la claque ride e batte le mani a comando. Ora, sulla scia dell'America, stiamo arrivando al battimani e alla risata registrati. Non si sa mai: anche la claque potrebbe avere sussulti di rifiuto al cartello che si illumina e comanda l'applauso!
    Non sono poche, anche nel mondo dei ragazzi, i surrogati delle feste: feste per gli anziani, per gli handicappati, per i bambini del catechismo, per, per, per...

    La qualità della festa

    La festa invece deve essere «di». Essa ospita soltanto protagonisti. Deve nascere dal di dentro.
    Per evitare questo rischio della «festa-spettacolo», per quanto riguarda la festa che stiamo per raccontare, abbiamo fatto una scelta, per certi aspetti, difficile: la rinuncia a un pubblico estraneo. Non facciamo cioè «propaganda» (manifesti, locandine...) per invitare la gente a guardare.
    Cerchiamo di coinvolgere il maggior numero di persone (amici, genitori, parrocchiani...) nella preparazione della festa, in modo che tutti i presenti siano in qualche modo protagonisti.
    Non è una scelta facile e rimane sempre qualche dubbio in sospeso.
    Un corteo di duecentocinquanta ragazzi in costume medievale per la via della città è uno spettacolo simpatico che si vorrebbe offrire al maggior numero di persone... Per giunta, tanti, trovatisi per caso sul percorso, ci rimproverano: «Perché non l'avete fatto sapere? È un peccato che queste belle iniziative vengano fatte all'insaputa di tutti!».
    Finora comunque siamo rimasti del parere che un numeroso pubblico di «estranei» potrebbe danneggiare la festa dei ragazzi: essi potrebbero recitare per gli altri, non festeggiare per se stessi.

    UNA FESTA «DI» RAGAZZI

    Abbiamo messo il «di» tra virgolette perché la festa non può essere fatta «per», ma «da».
    Come organizzare una festa vera?
    Raccontiamo una festa già fatta mettendone in evidenza criteri e anche limiti e difetti. È una festa per i ragazzi e le ragazze delle medie.

    L'appuntamento

    Una festa deve pur cominciare, quindi ci deve essere una prima volta. Però bisogna affrettarsi a creare una tradizione. La festa deve essere un avvenimento che ci viene addosso, che ci aspetta, che non dobbiamo andare a trovare sul calendario o sull'agenda. Per questo è importante che il giorno sia sempre quello... La differenza di «presa» tra il Natale e la Pasqua dipende anche dal fatto che il Natale arriva sempre il 25 di dicembre.
    Noi, non potendo fissare il giorno, abbiamo cercato di «fissare» il periodo: la metà di ottobre. Non è il massimo, ma è già qualcosa. I ragazzi, ormai da anni, sanno che nella domenica più vicina alla metà di ottobre, c'è la «festa dei gruppi».

    La personalità

    Oltre al tempo stabilito, la festa deve avere una sua precisa personalità. Quella di ottobre è la festa che fa ritrovare insieme i gruppi dei ragazzi e delle ragazze delle medie, per riallacciare i legami dopo la inevitabile dispersione dell'estate. Il significato della festa è tutto qui: l'incontro tra i ragazzi.
    Ogni anno cerchiamo una connotazione capace di accendere e vitaminizzare la fantasia con il carattere della straordinarietà che non può mai mancare alla festa. Quest'anno, lo slogan-stimolo è: «alla corte del re Artù». La tavola rotonda, i cavalieri, la spada fiammeggiante infissa nella roccia, i tornei... ci sembrano elementi capaci di entusiasmare i ragazzi e di seminare in essi semi educativi.

    Correre verso la festa

    Non si può arrivare alla festa come a uno spettacolo: bisogna corrergli incontro a sentirla crescere nelle vene. E siccome questa è una festa di gruppi, è necessario andare verso di essi in gruppo.
    Ad essi viene distribuito un elenco di preparativi da compiere: un abito, un balletto, un canto, una bandiera...
    L'abito per la festa è molto importante, perché dà visivamente la dimensione della straordinarietà. Sarà una tunica lunga fatta con fodera di colori diversi: rosso, giallo, verde, azzurro. La sua preparazione coinvolgerà le madri e le amiche delle madri, così l'attesa della festa si espande. Ugualmente importanti sono la bandiera, gli stendardi, i canti e le danze. Non c'è festa senza canto e danza, non visti o sentiti, ma fatti. Certe nostre liturgie, chiamate retoricamente feste, ma fredde e spente, dovrebbero farci riflettere.

    Il luogo della festa

    Intanto gli animatori, cercando sempre di interessare e dinamicizzare un grande numero di persone, preparano il luogo della festa.
    Anni fa, c'era da sudare per strappare gli inevitabili permessi al Comune. Adesso il ghiaccio è rotto e i responsabili della cosa pubblica, appena scorgono gli animatori incaricati per questa diplomatica incombenza, borbottano: «Ci risiamo! Questa volta cosa vi serve?».
    Ci serve una piazza. È una piccola, stupenda piazza, la più bella della città. È un quadrato composto dalla facciata della cattedrale, da una fontana antica, da un chiostro e da un palazzo medievale.
    Ottenuti i permessi, gli animatori «scenografi» si mettono al lavoro. Con castelli di legno e cartone, la piazza sarà trasformata in uno spazio medievale. A questo punto si mettono all'opera le animatrici abili nella pittura.
    Altri animatori, sempre con aiuti esterni che allargano l'attesa della festa, allestiscono l'occorrente per il grande gioco.
    Nei gruppi la curiosità e l'attesa diventano pungenti: cosa faranno gli altri? come sarà il grande gioco? quali saranno le novità rispetto agli anni passati?
    Gli animatori lasciano trapelare quel tanto che serve a far crescere la tensione.

    E LA FESTA COMINCIA

    Domenica 23 ottobre. I gruppi dei ragazzi delle parrocchie partecipanti, delle città e delle frazioni, secondo una suddivisione in contrade precedentemente effettuata che mira a raggruppare su per giú lo stesso numero, hanno appuntamento nei pressi di quattro parrocchie, situate nei punti cardinali della città. Qui le contrade indossano il costume e sistemano il materiale preparato.
    Quando tutto è pronto, partono in corteo verso il luogo dove le quattro contrade si incontreranno: l'inizio del corso della Repubblica che conduce alla Piazza della Repubblica, la piazza principale della città.
    Adesso è il momento del grande corteo. Bandiere, vessilli, tamburini, trombettieri, maghi, principesse, cavalieri, guardie, nei variopinti costumi, si preparano, vi lascio immaginare con quale frastuono, e cominciano a sfilare.
    È davvero un colpo d'occhio eccezionale e straordinario che cattura l'interesse dei passanti e mette allegria.
    Arrivato nella piazza principale, il corteo si arresta. I ragazzi si dispongono in cerchio per permettere alle quattro contrade di presentare quello che hanno preparato.
    Anche gli animatori, eccettuato qualche maschio trinceratosi dietro alla scusa: «Come faccio a lavorare vestito così», sono in costume. Le animatrici hanno fatto di tutto per superare le ragazze con tocchi di fantasia sfoderati all'ultimo minuto.
    Sulla grande piazza, tra il tifo indiavolato dei ragazzi e la sorpresa e l'allegria dei passanti, i ragazzi dimostranodi cosa siano capaci quando li si stimola a sprigionare la fantasia: balletti, danze, canti, scenografie. Persino i vigili urbani, per nulla entusiasti della mattinata di lavoro straordinario, abbandonano la faccia burbera indossata e parteggiano scopertamente per un gruppo di ragazzi che si stanno cimentando a fare gli sbandieratori.
    Non tutto ovviamente riesce alla perfezione e qualche gruppo, nel vedere ciò che altri hanno fatto, sarebbe tentato di dare forfait.
    La contrada che vincerà, a parere di una giuria di ragazzi, questo primo confronto, otterrà un pacchetto di punti che la farà partire avvantaggiata nel grande gioco del pomeriggio.

    La festa come rito catartico

    Qualcuno probabilmente torcerà il naso di fronte all'agonismo presente nella festa. Ma sbaglia. Lo scontro ritualizzato e controllato è uno dei caratteri fondamentali della festa. In essa, attraverso il confronto-scontro con gli altri gruppi, si rafforza il senso del noi. Nella festa ci deve essere sempre una componente «catartica» che si realizza nel torneo e nella gara.
    Le tensioni comunitarie che inevitabilmente si accumulano nella vita di ogni giorno, devono trovare in essa uno sfogo «ritualizzato» e quindi non irrazionalmente pericoloso, violento e distruttivo.
    Tra i giocatori che disputano la partita può scapparci un calcio o un pugno, ma non si va più in là: essi sono soggetti a regole che hanno accettato e che controllano l'aggressività. Quella pericolosa è la violenza degli spettatori che, secondo logica, dovrebbe starsene calmi e tranquilli nei loro posti numerati. E invece... Se tutta questa gente potesse trovare il modo di scendere in campo e di scontrarsi con regole prestabilite, finirebbero gli scontri e le lamentele ipocrite, anche quelle dei giornalisti sportivi. Il palio di Siena, la corsa con i ceri di Gubbio, le gare a chi riusciva a comporre la processione più lunga o a far esplodere i fuochi artificiali più impressionanti, erano espressioni di questo bisogno di lasciare alla festa cittadina o paesana il compito di sanare, facendole esplodere in modo controllato, le tensioni.
    La festa non è un fatto mentale o spirituale: essa, per essere vera, deve coinvolgere i sentimenti e la corporeità. Senza di questi, la festa si spegne a poco a poco e poi muore. Resta infatti «senza corpo».
    Torniamo alla nostra festa. Dopo le prove delle contrade, il corteo riparte per dirigersi nella piazzetta quadrangolare che il Comune ci ha messo a disposizione. Quando i ragazzi cominciano ad arrivarci, la trovano occupata dalla gente che si è trovata a passare di lì (è un punto della città), e che a bocca spalancata si chiede: «Ma cosa accidenti succede?». In realtà il colpo d'occhio è stupendo. La scenografia degli animatori l'ha resa un cortile di un castello medioevale. La sorpresa aumenta con l'invasione della allegra torma dei ragazzi in costume.

    La celebrazione eucaristica

    Un po' di tempo per riempirsi i polmoni dei colori e delle fantasie d'avventura che la piazza evoca, e poi a messa nella cattedrale.
    Questo della messa è sempre un momento fortemente a «rischio», perché può creare una parentesi pericolosa nel clima della festa. A volte in questo rischio siamo caduti in pieno, e questo è successo quando il celebrante non ha saputo o voluto accogliere la festa dei ragazzi dentro a quella che, in teoria, dovrebbe essere la festa per eccellenza dei cristiani.
    Quest'anno siamo stati più fortunati che bravi.
    Nel fissare la festa per il 23 ottobre, non avevamo tenuto conto che in quella data cadeva anche la «Giornata missionaria mondiale». Quando ci siamo accorti, non lo nascondiamo, siamo stati presi da una buona dose di panico: i parroci ci avrebbero messo in croce: «Portate via i ragazzi dalla parrocchia proprio in questa ricorrenza. Questa è la prova che voi andate avanti per conto vostro, senza badare alla vita della chiesa!».
    Subito abbiamo capito che la concomitanza poteva essere valorizzata: «Riuniamo i ragazzi per far crescere il loro desiderio di stare insieme. Cosa c'è di meglio della dimensione mondiale per stimolare e far maturare questa esigenza?».
    Così, cercando di mascherare il meglio possibile il rattoppo, abbiamo inserito dentro alla programmazione della festa il valore della mondialità e della missionarietà.
    La cosa ha funzionato a dovere proprio grazie alla messa della cattedrale. Per grazia di Dio e per nostra fortuna, c'erano due suore missionarie a guidare la liturgia domenicale e a tenere l'omelia. Le due donne, con un intuito veramente lodevole, hanno «accolto» con slancio la marea colorata dei ragazzi, facendola diventare protagonista della celebrazione. Così i compassati e seriosi fedeli della messa di mezzogiorno si sono ritrovati dentro a una celebrazione festosa e, forse per la prima volta, hanno capito perché la messa viene chiamata eucaristia: rendimento di grazie.

    Un punto debole...

    Dopo la messa, il pranzo al sacco. Questo momento è un punto debole di cui siamo coscienti, e che non riusciamo a risolvere.
    Il pranzo è un elemento importante della festa. Esso deve rispondere ai criteri dell'abbondanza, dello «spreco» (nelle feste autentiche i poveri consumavano nel pranzo della festa tutto quello che avevano faticosamente messo da parte nei giorni della ristrettezza), della novità rispetto ai giorni normali. Il pranzo al sacco in parte risponde a questa esigenza: il menu preparato dalle madri, con contorno esagerato di bibite, non manca certamente della caratteristica dell'abbondanza. Anche il fatto di mangiare al sacco è un elemento di diversità che aiuta la festa perché esso rafforza il criterio della straordinarietà.
    Quello che invece questo tipo di pranzo non riesce a veicolare è il criterio della comunitarietà. Pur rimanendo nello stesso spazio fisico della piazza, i ragazzi per consumare il pranzo si isolano a gruppetti secondo la provenienza parrocchiale o l'amicizia scolastica. Questo momento diventa una caduta dell'evento comunitario.
    Come ovviare? Non siamo riusciti a trovare una soluzione. Abbiamo provato ovviamente a far mettere in comune il cibo, ma ci abbiamo rinunciato: il fatto risultava una imposizione poco gradita ai ragazzi, e spegnere lagioia «dentro» risultava più dannoso di un momentaneo isolamento fisico. La soluzione ottimale sarebbe quella di organizzare una grande tavolata e offrire a tutti un bel piatto di pastasciutta. Ma questa ipotesi, sperimentata ottimamente in altre occasioni con un gruppo di ragazzi che non superasse di molto il centinaio, ci è finora risultata impossibile in questo incontro dei gruppi per motivi economici e organizzativi.
    Durante il pranzo poi si verifica un altro inconveniente difficilmente superabile: lo stacco tra gli animatori e i ragazzi. Nella mattinata, compreso il vestito della festa (particolare niente affatto marginale perché se gli animatori non fossero in costume, i ragazzi avrebbero la sensazione che essi stanno lì «per» loro, non con loro) tutto si è svolto insieme.
    Adesso invece, mentre i ragazzi mangiano, è necessario allestire nel minor tempo possibile tutta l'attrezzatura per il grande gioco. I vari marchingegni non possono essere collocati in anticipo perché non resisterebbero all'urto dei curiosi. Bisogna quindi farlo adesso accettando una inevitabile caduta di senso comunitario proprio nel momento che teoricamente ne dovrebbe essere più segnato.

    IL GRANDE GIOCO

    Il grande gioco è costruito ovviamente sulla suggestione della corte del re Artù. Accenniamo ad alcuni giochi:
    - L'assalto al monastero. I barbari assaltano un monastero di monaci niente affatto pacifisti, tanto è vero che si difendono con il lancio di olio bollente (palline di gomma). Il monastero è costruito con tubi Innocenti.
    - La lotta contro il drago. Un grande drago con il corpo pieno di palloncini colorati viene agitato da una trentina di ragazzi. Il gruppo avversario, armato di una lunghissima asta di ferro tenuta da altrettanti ragazi, cerca di uccidere il drago facendo scoppiare i palloncini. È una scena da non perdere quella di sessanta ragazzi costretti a muovere drago e lancia all'unisono!
    - La fuga della principessa. Su una portantina di legno, otto ragazzi portano in salvo una principessa minacciata da non meglio precisati nemici. La fuga ovviamente è ostacolata in vari modi da gruppi avversari.
    - La quintana. È il gioco che più attrae i ragazzi. Un manichino gentilmente prestato da un negozio di confezioni è stato armato da bersaglio mobile. Un gruppo di ragazzi, con una barella di legno (il cavallo!), porta un cavaliere armato di lancia a colpire in velocità lo scudo senza farsi colpire dalla mazza... che però colpisce sistematicamente i ragazzi che trasportano la barella (a questa eventualità non si era pensato!). Dopo pochi assalti, il manichino è praticamente disintegrato, ma i ragazzi e le ragazze non vogliono rinunciare al gioco, per cui alcuni animatori sono costretti a far servizio fisso per rimettere in sesto la sagoma.
    - L'assalto alla porta del castello. È il gioco finale, particolarmente importante ai fini del punteggio. Tutto il gruppone dei ragazzi e delle ragazze prende una trave terminante con una testa di ariete (un casco da motociclista travestito da testa di ariete!) e va a sfondare la porta del castello sistemata sopra la gradinata della cattedrale. Bisogna sfondare la porta con un colpo solo, quindi bisogna avanzare in sintonia anche nel fare la gradinata. Tutti gli adulti che, richiamati dal frastuono, si sono radunati dentro alla piazza-castello, sono sicuri che è impossibile farcela. Anche il sottoscritto è molto scettico e soprattutto teme che qualcuno possa farsi male. Invece tutti e quattro gli assalti finiscono con la rispettiva porta che va in frantumi tra l'urlo terribile dei ragazzi.
    Per il punteggio gli animatori hanno inventato un sistema in stile e geniale. Da quattro rocce (damigiane di plastica coperte da carta roccia e piene d'acqua) spunta una spada: excalibur. Con un sistema idraulico, più crescono i punti più la spada esce dalla roccia.
    Criterio importante da sottolineare è che tutti i ragazzi e le ragazze devono partecipare al gioco (in realtà il problema sarebbe quello di convincere alcuni e alcune a non partecipare!). I gruppi che compongono le quattro contrade giocano a turno mentre gli altri fanno tifo.
    Non si pensi che tutto si svolga in un clima pacifico e angelico! Contestazioni pretestuose o motivate nei confronti degli arbitri (in realtà una spada se ne andava su e giù per conto suo facendo impazzire i giudici!), animatori che smettono l'abito dell'imparzialità per gettarsi nella mischia a fianco dei propri ragazzi, genitori, figli e qualche parroco, sopraggiunto dopo la pennichella pomeridiana, che vuole essere certo che non si commettano ingiustizie nei confronti dei suoi gruppi.
    È un vero putiferio. Ma un magnifico putiferio.
    Dopo fasi alterne veramente entusiasmanti, vince il gioco la contrada che era partita con l'abbuono guadagnato con la migliore prestazione durante la sfilata. Sento dei ragazzi che commentano: «Capirai, quelli è due mesi che si stanno preparando!». E l'animatore: «Così l'anno prossimo, imparate a svegliarvi prima!».

    Il trofeo

    Chi vince il gioco conquista il trofeo. È una grande e magnifica coppa che ormai da anni gira le varie parrocchie. Chi vince lo porta nella sede di uno dei gruppi che hanno formato la contrada. Però, l'anno dopo, lo deve rimettere in palio.
    Non tutti i teorici sono d'accordo di far giocare i ragazzi per la conquista di qualcosa di concreto. Sarebbe meglio, dicono, se la competizione fosse soltanto platonica e il premio consistesse soltanto nel partecipare. Nella realtà le cose sono un po' diverse e quel trofeo che gira attraverso le parrocchie è un eccezionale «simbolo» che richiama la festa vissuta e prepara alla prossima.
    Non bisogna poi dimenticare, come abbiamo già accennato, la dimensione «catartica» della festa. E il trofeo ha la capacità di scatenare questa dimensione.
    Svantaggi? Non ne abbiamo visti; certamente bisogna fare prima un'opera di convinzione profonda tra gli educatori in modo che calmino le tensioni e non siano i primi a spingerle troppo oltre, come ci è successo qualche volta! Vantaggi? Evidenti. Lo scontro tra i gruppi rafforza i legami all'interno degli stessi e tra tutti coloro che condivi
    dono la medesima esperienza. Terminato il grande gioco, le contrade compongono un grande cerchio, si fanno alcuni canti, ci si saluta e si torna a casa.

    IL FINE DELLA FESTA È LA FESTA

    Si dovrebbe essere notato che, nella economia della festa, non sono compresi discorsi, prediche o raccomandazioni particolari. Tolta l'omelia della messa, tutto il resto non è parlato, ma fatto.
    Qui, alla fine del racconto, tocchiamo quello che è il carattere più importante della festa: la gratuità. La festa per essere vera non deve avere altro scopo che se stessa. I valori educativi non si raggiungono tramite la festa, ma sono nella festa stessa. Come non è vera festa ma surrogato quella organizzata per realizzare un guadagno materiale, così non è sicuro che i ragazzi verranno con più entusiasmo nei gruppi. Se invece la festa è stata sballata, lo scopo non verrà raggiunto anche se, col pretesto della festa, si sarà aperta la stura a prediche di vario tipo: «Non sarà mica che venite soltanto quando si gioca e poi non vi fate vedere più? Se adesso non partecipate alle attività del gruppo, un altro anno niente festa!».
    La festa è una stupenda medicina per suo conto; non ha bisogno di abracadabra e scongiuri vari per essere efficace. Infatti, più la festa riesce come tale, più il dinamismo dei gruppi ne risente.
    E se, dopo un po', i ragazzi e le ragazze scendono di morale e tornano a livelli di partecipazione ai gruppi bassa e spenta?
    Il rimedio è che, prima che il livello sia sceso troppo in basso, un'altra festa torni a riaccendere gli entusiasmi.
    E se il solito sapientone mugugnerà: \!a insomma giocate sempre, fate sempre baldoria... quando è che vi decidete a fare qualcosa di serio con i ragazzi? Ma al contenuto quando ci arrivate?», non date ascolto e non lasciatevi rubare energie da polemiche inutili. Riservatele a organizzare un'altra magnifica festa!
    Se nei ragazzi manterremo desta la convinzione che siamo fatti per la festa e non per il lunedì, avremo dato loro tutto quello che potevamo dare per renderli aperti all'accoglienza del Regno dei cieli.
    Questa infatti è la buona novella che aspettiamo: poter vivere per sempre in una festa senza fine. Il Regno dei cieli per l'appunto.


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