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    Società, offerta sportiva e ragazzi


    Daniele Caleca

    (NPG 1989-09-20)


    Lo sport attraversa ancora un'intensa e complessa fase di sviluppo. L'ampiezza e l'importanza di questo fenomeno è sotto gli occhi di tutti; per la straordinaria crescita del numero dei praticanti, per i grandi interessi economici che alimenta, per gli straordinari progressi tecnico-scientifici che ha compiuto e per gli aspetti planetari del coinvolgimento nello spettacolo.
    A cento anni, oramai, dalla nascita dello sport moderno - quando in Italia era considerato poco più di una moda anglofila - si può affermare che lo sviluppo più rilevante e significativo sia stato nel rapporto sport-società.
    L'opinione pubblica, le forze sociali, le istituzioni hanno, oramai, abbandonato la tenace convinzione di «sport isola felice», di sport esperienza per i pochi fisicamente dotati o di sport come momento di mera evasione.
    La constatazione di un nesso culturale, di un significativo rapporto sport-società ha portato, infatti, a riscoprire sotto una luce più adeguata lo sport come un'attività importante e seria «per tutti» i cittadini, un mezzo di qualificazione della vita individuale e sociale, un'espressione culturale importante, un'attività che può attivare relazioni umane, collaborazioni reciproche, solidarietà.

    IMMAGINI CONTRAPPOSTE DI SPORT E DOMANDA DI SPORT

    L'immagine dello sport è comunque carica di una gamma di significati assolutamente incoerenti tra loro.
    Si può dire, infatti, che sport d'élite e sport di massa si sono sviluppati, in questi anni, su linee contrapposte ed i segni di questa crescita bipolare, sono più che evidenti.
    Lo sono di meno le conseguenze e gli esiti per il futuro: sia per lo sport, sia per l'uomo. I segni di tale sviluppo sono da una parte la dilatazione dello sport-spettacolo e del professionismo -con le palesi esasperazioni e degenerazioni che comporta l'estendersi di una cultura sportiva che sopravvaluta la tecnica, la ricerca dell'utile e dell'effimero - dall'altra, l'espansione di una domanda di sport spesso confusa nei contenuti che ha, come primo referente, lo sport d'elité, ma che è alla ricerca di valori quali la ricreazione, la salute, l'opportunità di vivere bene nuovi rapporti umani e sociali.
    È, questa, una domanda di sport come esperienza di vita, accessibile a tutti e volta a soddisfare le esigenze della persona. Ciò equivale a dire che non «tutto» lo sport aiuta l'individuo a crescere, a diventare più uomo, bensì solo quello sport che, rispettando la persona, si inscriva nella vita dei singoli e nella convivenza di molti.
    Perciò lo sport non è «automaticamente» strumento, opportunità educativa; lo può essere a certe condizioni ovvero, se promuove l'incontro, se rispetta le diversità, le età, il sesso delle persone, se plasma personalità robuste negli impegni e nelle responsabilità; se le regole, le tecniche, gli interessi economici, non uccidono il senso del gioco e della festa e se, infine, consente di sperimentare i valori della solidarietà, della tolleranza e dell'amicizia.

    Quale «domanda di sport?»

    Quindi lo sport educa i ragazzi alla vita, se li accompagna nei problemi della loro crescita, se non esclude il meno dotato, se la persona «viene» prima della squadra e dell'efficienza e se riesce a far uscire l'uomo dalla solitudine aprendolo alla speranza.
    Rispetto a queste due divaricate visioni dello sviluppo dello sport, c'è chi promuove l'uomo e chi lo spettacolo, chi persegue finalità di servizio alla persona e chi di utilità, di profitto, all'interno del complesso mondo dello sport-consumo di immagini. Poco male: basta saper discernere, basta essere in grado di «leggere» l'offerta di sport che viene fatta.
    Se si domanda educazione è un conto, se si richiede spettacolo è un altro.
    Il guaio educativo si passa quando si «addestra» allo spettacolo, al lavoro precoce, credendo di accogliere un'attività ludico-creativa, di sostegno alla conoscenza di sé, degli altri e del mondo. Lo spettacolo ha le sue leggi ed i suoi attori: promuove una certa idea di sport dove i praticanti non si pongono il problema educativo, ma dell'allenamento intensivo. Il loro fisico deve saper rispondere con gesti sempre più raffinati per raggiungere l'obiettivo del risultato, del record, al fine di stupire gli spettatori ed appagare se stessi. Ogni mezzo, allora, illecito quanto pericoloso o dannoso al corpo, finisce con l'essere adottato, impiegato, affinché il club vinca e lo spettacolo garantisca utili sempre maggiori.
    Il processo educativo globale passa attraverso un percorso di sport e di vita di gruppo che ha le sue leggi; deve, anzitutto, riferirsi alle persone ed ai suoi bisogni che mutano. Perciò ammettere acriticamente, senza compiere un'analisi critica del modello sportivo prevalente, che lo sport educa, è una grossa leggerezza che molti educatori non devono permettersi. Il fatto che in questi anni '80 si sia presa sempre più coscienza del nesso sport-società, sta inducendo molti educatori a riflettere sul contributo che lo sport può dare alla crescita globale del ragazzo.

    Modello sportivo dominante e nesso sport-società

    Se certi valori predominanti della società contemporanea (successo a tutti i costi, profitto illimitato, consumismo, ecc.) portano il modello sportivo dominante ad essere un fatto alienante, un momento di apprendimento di valori e comportamenti «utili» ai fini di riprodurre una società che appare regolata dalle leggi del profitto, allora, lo sport non può essere considerato un'esperienza «a misura d'uomo», un'esperienza personale, libera, creativa, di gioco e di festa. È altro, insomma, rispetto ad uno strumento educativo liberante. Eppure, tanti educatori, ritengono tout-court che lo sport sia stimolo per una crescita umana e civile e che possa aprire all'uomo nuovi spazi di realizzazione personale.
    Mettiamoci dunque daccordo: che cos'è lo sport oggi? Un fatto educativo o un fatto di spettacolo? Un lavoro o un'evasione passiva? Un momento alienante o di realizzazione personale?
    Sicuramente lo sport moderno è l'uno e l'altro e poi altro ancora. Un conto è, però, allenare muscoli, ed un'altro educare alla vita; un conto è occuparsi del gesto sportivo in funzione del risultato tecnico ed un altro è porre attenzione alle persone, rispettare le diversità e valorizzarle.
    Un educatore deve, dunque, accogliere un certo modello sportivo che non sia unico, ma flessibile e capace di rispondere ai bisogni di tutti, secondo le età, il sesso, l'ambiente sociale, la cultura. Presa così coscienza che le equazioni «sport = educazione» e «più sport = più salute» ed altre affermazioni simili, che affidavano allo sport miracolistiche virtù e potenzialità, sono il risultato d'una incultura sportiva, si può concludere che le risposte che lo sport può dare sono assai più complesse ed il discernimento è un'operazione complicata e difficile per la prevalenza del modello culturale predominante «di sport-spettacolo».

    LA SCUOLA, I PREADOLESCENTI, LO SPORT

    L'affermazione nella cultura contemporanea dei nuovi significati di corporeità, di sport e di movimento, si manifesta anche nell'istituzione scolastica.
    La scuola media prima e l'elementare poi, ma presto si aggiungerà una proposta di attività motoria anche per la scuola materna, (avendo recentemente una commissione ministeriale, appositamente incaricata, terminato i lavori), hanno accolto l'emergente domanda di educazione globale attraverso il movimento ed il gioco-sport.
    Ma dal varo dei buoni programmi della scuola dell'obbligo, ai fatti, la distanza è grande. E non potrebbe essere diversamente per una scuola che, da sempre, privilegia le attività intellettuali sulle esperienze dinamiche della corporeità in tutte le sue espressioni.
    I nuovi programmi di educazione motoria della scuola elementare accolgono quanto di meglio offrono gli studi in materia, tengono cioè in gran conto la concezione unitaria dello sviluppo del bambino, valorizzano il gioco e l'alfabetizzazione motoria.
    L'innovazione educativa richiede nuove capacità professionali da parte dei docenti; la strada del cambiamento è lunga ed i nuovi programmi, per quanto corretti da un punto di vista concettuale e metodologico, hanno inciso ben poco sull'andazzo tradizionale, che procede in base ad una stanca routine ginnico-movimentista, oppure si rifugia nelle attività «sportive» dei Giochi della gioventù; attività, queste, in gran parte improvvisate, spesso condivise dalla scuola per figurare unapresenza formale; in ogni caso, l'attività dei giochi non si trasforma in un reale percorso educativo.

    Giochi della Gioventù e cultura sportiva selettiva dominante

    Non siamo soli ad affermare questo: è lo stesso Coni che si dichiara insoddisfatto di come stano le cose a vent'anni dall'inaugurazione del ciclo. È lo stesso Coni a ribadire che i Giochi, all'inizio, intendevano essere tanto un'opportunità per allargare la base dello sport nazionale - ricalcando il modello dei Giochi Olimpici - quanto una provocazione nei confronti di una scuola così poco incline a rivalutare la stessa educazione fisica che, per tradizione, viene considerata la materia «cenerentola», fine a se stessa, di tutto il sistema scolastico. Insomma, i Giochi della Gioventù, che pure registrano altisonanti presenze (sino a 3 milioni di ragazzi coinvolti, ma fino a qual punto è facile dirlo, perché i più si fermano alla così detta fase «selettiva» di istituto), non sono riusciti nemmeno a risolvere il problema di fondo: portare la scuola ad elevare l'educazione fisica ad un indirizzo sportivo-formativo. I Giochi non hanno neppure inciso sul costume e sulla cultura sportiva dominante, fondata essenzialmente sul fatto tecnico e sulla selezione del campione. Valutati realisticamente, i Giochi della Gioventù ripropongono, dunque i temi ed i valori dello sport-spettacolo, altro perciò dei bisogni formativi.

    LA FAMIGLIA, I RAGAZZI E LO SPORT

    La famiglia, nucleo fondamentale della società, è coinvolta in tutti gli ambiti in cui il processo educativo dei figli si esplica, e anche in quello sportivo, che apparentemente può sembrare marginale, deve quindi infondere fiducia e dare il proprio aiuto affinché il ragazzo sia indirizzato verso scelte sportive a lui congeniali.
    I genitori non sempre sono all'altezza di questo compito; tanto coloro che già danno scandalo in fatto di istruzione scolastica (se si pensa che 300 mila ragazzi ogni anno abbandonano gli studi ed altrettanti, dagli 8 ai 14 anni, sono addirittura occupati illegalmente in attività di lavoro), quanto i genitori «troppo impegnati» a garantire a se stessi ed alla prole un certo benessere fatto di consumo, di beni materiali e pseudo culturali (da non domandarsi se le classiche istituzioni ed agenzie educative davvero forniscono strumenti formativi), raramente si preoccupano delle finalità delle attività sportive, ed, ancora meno, se queste rispondono pienamente alle esigenze dei ragazzi.
    Ed i ragazzi in età preadolescenziale hanno bisogno dello sport, anzi dello sport-gioco, ed altresì hanno diritto a gareggiare a livelli adeguati ai propri mezzi e grado di maturità, come hanno diritto al rispetto della propria persona, a sviluppare una vita di gruppo e, quindi, ad avere istruttori/allenatori preparati, organizzazioni serie, ambienti sani ed adeguati.
    Ma quali offerte di sport la famiglia può accogliere oggi per i propri ragazzi?
    Il sistema sportivo italiano è frantumato; si attende infatti da lustri una legge quadro che affidi compiti, ruoli, responsabilità ad istituzioni ed enti. L'offerta risulta, pertanto, frantumata ed in questa situazione è difficile discernere. A prima vista c'è l'imbarazzo della scelta: c'è la scuola, c'è l'Ente locale, c'è il Coni, con le sue Federazioni, ci sono le palestre private, i «corsi»sorti sulla spinta della nuova cultura del corpo (yoga, stretching, danza...), ci sono le proposte formulate dall'associazionismo promosso da ben 13 Enti di Promozione Sportiva (il C.S.I, le P.G.S., l'U.I.S.P., l'U.S. ACLI, ecc).
    I limiti «di contenuto» dell'offerta sportiva sono da un lato legati alla filosofia della ricerca del campione, della selezione ecc, e, dall'altra, dalla logica profittuale dei bottegai dello sport del corso «usa e getta», vale a dire di corsi cha hanno, come scopo, l'apprendimento dei rudimenti, dei fondamentali di una certa disciplina sportiva (mini-basket, mini-volley e quant'altro) senza alcuna preoccupazione veramente formativa di risposta ai bisogni di autorealizzazione, di ricerca di identità, di socializzazione. Si aggiunga, benevolmente, che anche quando questi obiettivi non sono, aprioristicamente, da escludere, i limiti di questi corsi appaiono già evidenti sul piano della socializzazione, dello stare insieme per crescere. Un'ora di attività, un paio di volte alla settimana, e poi... finisce tutto lì.
    Non c'è progetto, non c'è vita di gruppo, non ci sono esperienze autentiche né di gioco, né di sport, né di un vissuto fra coetanei.
    Così, spesso, la famiglia spende somme anche discrete senza rendersi conto che il proprio figlio passa da un corso all'altro, da una palestra all'altra, da un corredo sportivo ad un altro, senza entusiasmi né amici, senza interesse reale per le cose che fa, né desideri progettuali che l'aiutino a costruirsi un'immagine positiva di sé e degli altri.
    Diverso è il discorso per quanto riguarda le proposte che formula l'associazionismo sportivo di base, che fà riferimento all'Ente di Promozione Sportiva e di cui diremo più avanti.
    Per esaurire l'argomento dell'offerta sportiva, che l'istituzione per antonomasia propone, accenniamo ai centri Olimpia ed ai Centri di addestramento allo Sport sostenuti dal Coni.

    Centri Olimpia e centri di addestramento allo sport

    I Centri Olimpia si pongono, come obiettivo principale, lo sviluppo psicofisico di quella fascia di bambini/ragazzi che va dai 5/6 ai 13/14 anni, attraverso un'attività ludica, formativa e polivalente. Il Coni li sostiene mettendo a disposizione guide organizzative, programmi, tecnici, contributi straordinari e via dicendo.
    I Centri si ispirano, nella loro impostazione, a criteri di formazione fisica di base, di polivalenza delle attività sportive e motorie, di polisportività che mira ad un graduale avviamento alle varie discipline sportive per consentire una scelta consapevole di sport.
    I programmi procedono, grosso modo, per la fascia d'età fino agli 8/9 anni circa, con una razionale progressione dell'attività formativa che, nell'età successiva dai 9/10 anni ai 13/14, si specifica attraverso la polisportività, fino ad un graduale orientamento di impegno agonistico mono-disciplinare.
    Il Coni pone una certa attenzione affinché i Centri non divergano da questi obiettivi che, certamente, hanno il merito di rispettare le esigenze «dell'uomo in costruzione»; la coerenza dipenderà poi dalla serietà, dalla preparazione e dagli intendimenti di chi li promuove: ed è questo, il limite più evidente.
    Diversamente i Centri di Addestramento allo Sport (C.A.S.) costituiscono la base, il serbatoio, il vivaio, per le società sportive federali, che li organizzano per dare linfa nuova alle proprie attività maggiori.
    Si tratta, infatti, di «Centri» organizzati dalle società con l'obiettivo di creare una rete nazionale di «nuclei» dove vengono insegnate ai ragazzi (5/14 anni) le nozioni tecniche fondamentali delle singole discipline.
    I corsi, perciò, sono decisamente orientati ad un programma di formazione fisica generale per i più giovani, mentre per i più grandi c'è il decisivo avvio alla pratica sportiva.
    I C.A.S. coinvolgono circa 500 mila ragazzi.
    In pratica siamo all'avviamento precoce mono-disciplinare. Il traguardo è più che evidente: ricercare, selezionare i più dotati per le finalità agonistiche della società sportiva che organizza i corsi. Lasciamo al lettore ogni considerazione educativa.

    GLI ENTI DI PROMOZIONE SPORTIVA

    L'associazionismo sportivo nel nostro paese ha una ben radicata tradizione, soprattutto nel mondo cattolico, se si pensa che le prime forme associative di una certa rilevanza sono sorte (in Italia settentrionale) nel primo '900, per poi svilupparsi fino a metà degli anni '20, quando la dittatura fascista, di fatto, impedì ogni forma di associazionismo, salvo quello espressione diretta del regime.
    L'Associazionismo in generale, e sportivo in particolare, si ricostituì ed ebbe un rapido sviluppo nell'immediato dopo guerra. La domanda di sport, in particolare giovanile, una domanda indistinta di educazione, di ricreazione, di salute, ha così trovato un suo importante referente in quel diffuso tessuto associativo che dagli Oratori si estende alla scuola, ai quartieri, ai luoghi di lavoro.
    L'associazionismo sportivo che fa riferimento agli Enti di Promozione Sportiva, costituisce un patrimonio inestimabile di cultura, di organizzazione, di esperienze, di democrazia.
    Nella convinzione che lo sport non può ridursi ad un mero servizio, ad un'ora di «corso», ma deve essere soprattutto un vissuto di relazioni interpersonali, un'esperienza ricca dei valori della vita e, per i più giovani, un'opportunità educativa che si realizza con la partecipazione attiva e responsabile degli interessati, l'associazionismo , negli ultimi venti anni, è cresciuto nel nostro paese e si è sviluppato intorno a visioni culturali ed ideali talvolta contrapposte, costituendo uno dei fenomeni di grande rilevanza per lo sviluppo dello sport e per il cambiamento della cultura sportiva.

    Associazionismo e cambio della cultura sportiva

    La scelta radicale, di fondo, è quella dello sport di tutti, dello sport flessibile ai bisogni della persona. Questa scelta viene ad essere tradotta in progetti, o percorsi di sport, che si diversificano a seconda dell'area o matrice culturale e ha portato alla costituzione della costellazione degli Enti di Promozione Sportiva,
    Gli Enti di Promozione Sportiva, regolarmente riconosciuti dal Coni, sono oggi tredici; di questi, cinque sono gli Enti che, nel formulare proposte sportivo-formative, si riferiscono ad una «visione cristiana dell'uomo e della realtà» e che si impegnano a fare dello sport un momento di educazione globale, un luogo di umanizzazione, privilegiando l'attenzione alla persona.
    Si tratta del C.S.I. (Centro Sportivo Italiano), della Libertas, delle P.G.S. (Polisportive Giovanili Salesiane), dell'U.S. ACLI (Unione Sportiva Associazione Cristiana Lavoratori Italiani) e del M.S.P. (Movimento Sportivo Popolare).
    Che cosa propone di diverso e di nuovo l'intricato mondo associativo degli Enti di Promozione Sportiva rispetto alla cultura dominante dello «sport per lo sport», non è semplice da sintetizzare in poche righe.
    Certo è che la chiave di lettura è il disegno generale in cui si inseriscono, soprattutto per i preadolescenti, i momenti di gioco e di sport è cioè il progetto che un'Associazione propone ai soci della società sportiva.

    La chiave di lettura: il progetto

    Il progetto diventa, quindi, la chiave di lettura per cogliere gli aspetti di positività e di diversità di un'associazione rispetto ad un'altra; di un'attività che, per la sua importanza, per la preparazione degli animatori, accoglie le specificità degli individui e permette loro di esprimere l'identità e l'esercizio di valori umani e cristiani fondamentali; fondamentali per la società civile e per l'uomo in cammino verso mete di progresso e speranza; per l'uomo-bambino che impara a rispettare il proprio corpo e celebrare, con lo sport-gioco, il rito gioioso della vita.


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