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    Un lavoro è possibile


    Un'esperienza del «Centro di informazione pèer giovani disoccupati»

    A cura della GiOC - Gioventù Operaia Cristiana

    (NPG 1987-07-18)


    Da anni in Italia - e non solo in Italia - il dibattito sulla disoccupazione e sull'occupazione ha assunto una rilevanza sempre crescente.
    Se le cifre sono preoccupanti (il dato Istat ha rilevato nel 1986 quasi 2 milioni e 800 mila disoccupati, tra cui molti giovani dai 14 ai 19 anni) ben oltre i limiti fisiologici indicati dalla logica delle «leggi economiche», non sono meno preoccupanti gli effetti emarginanti e disgreganti che ne derivano, l'influenza di tale problema sul modello sociale e sul vissuto di chi subisce l'emarginazione dal lavoro, con gravi rischi di depauperamento e di disgregazione.

    RIPARTENDO DALL'ANALISI

    La realizzazione dell'inchiesta sulla disoccupazione giovanile (GiOC, Tra lavoro e non lavoro, Ediz. Gruppo Abele, Torino 1986), su campione nazionale di quasi 5000 soggetti ha permesso di entrare in questo mondo e di conoscerlo, ha dato la possibilità di scomporre l'aggregato dei disoccupati e di portare alla luce soggetti diversi per condizione, caratteristiche e atteggiamenti, sfatando molti dei luoghi comuni che tendono a definire la disoccupazione come un aggregato omogeneo.
    Una prima illuminazione viene offerta circa la definizione stessa di disoccupazione: essa infatti, oltre che come inoccupazione assoluta, si presenta come problema di lavoro precario e sommerso, quando non nero e in genere dequalificato.
    In particolare poi al suo interno si delinea con chiarezza un'area giovanile che per molti aspetti si può definire «deprivilegiata»: sono giovani (maschi e femmine) a basso livello di istruzione e qualificazione, provenienti per lo piú da famiglie di condizione popolare, abbastanza numerose e dotate di poche risorse culturali e di scarse conoscenze da attivare.
    Resta certamente grave la disoccupazione intellettuale, soprattutto al sud; ma il possesso di un titolo di studio - nonostante l'aumento del distacco tra sistema educativo e sistema produttivo - giocherà a vantaggio di coloro che ne fruiscono; mentre lo sviluppo della società dell'informazione e della scienza lascerà sempre meno spazio a chi possiede inadeguati livelli di istruzione, con l'unica possibilità di ingrossare le fila del lavoro dequalificato o precario o nero.
    La tabella che presentiamo illustra drammaticamente una situazione che il piú delle volte sfugge anche agli osservatori attenti: è una stima su dati ufficiali (che può essere validamente proiettata a livello nazionale) del percorso di una ipotetica leva di cento giovani che iniziano insieme la scuola media a Torino (cf Tabella).
    Come si vede, su cento giovani che iniziano, solo 45 raggiungono la qualifica o il diploma. Già durante la media vi sono 13 abbandoni: sono ragazzi che non solo avranno serie difficoltà nel mondo del lavoro, ma anche quelli probabilmente piú a rischio e destinati a finire nella devianza.

     1987-07-18

    Vi è poi il passaggio cruciale alla fine della scuola media: 22 ragazzi non proseguono, a cui si aggiungono i 25 che interrompono in prima superiore: essi finiscono col fare gli apprendisti (sono 545.000 in Italia nel 1985, e rappresentano 1'85% degli occupati dipendenti in età tra i 14 e i 19 anni), o lavori precari e irregolari che possono rinchiuderli dentro una «gabbia» dalla quale diventa sempre piú difficile uscire. Oppure restano disoccupati.
    Altre ricerche rilevano poi come in molti casi accanto alla emarginazione (dequalificazione) del lavoro vi siano altre emarginazioni, associative e familiari.

    Nuovi interrogativi alla pastorale giovanile

    È all'interno di questo quadro che possono nascere nuovi interrogativi per la pastorale giovanile. Pensiamo che essa sia (o sia stata) poco attenta alla condizione lavorativa/non lavorativa dei giovani, troppo legata a schemi scolastici (gruppi delle medie, gruppi delle superiori...) o sacramentali (gruppo della comunione, gruppo della cresima...), o comunque vicina alle problematiche studentesche.
    Di conseguenza vengono tagliati fuori quelli che la scuola fa fuori e quelli che escono dalla scuola per inserirsi nel lavoro. È questo il momento in cui molti «si perdono»; e questo succede anche perché il problema lavoro non è collocato con continuità e coerenza nell'itinerario educativo, sia dal punto di vista dell'analisi sociale che della lettura di fede.
    Per questo pensiamo che una pastorale che si proponga di rivolgersi a tutti, che riparta dagli ultimi (di fatto o potenzialmente), che voglia raggiungere l'obiettivo dell'integrazione fede-vita, deve necessariamente accogliere nel suo progetto i problemi del lavoro e del non lavoro come elemento caratterizzante.
    Pensiamo non soltanto all'importanza di affrontare tali problemi con gli strumenti dell'analisi sociologica, in quanto i giovani - senza grandi capacità e strumenti di analisi - tendono a individualizzare e psicologizzare il problema; ma anche a un itinerario di educazione, attraverso il lavoro, all'impegno sociale e politico; e alla ricerca di esperienza di solidarietà - nell'ottica della testimonianza e della collaborazione - nella ricerca di soluzioni ai problemi comuni, esperienze che permettano nuove forme di protagonismo e di mobilitazione dei giovani.

    PER UNA POLITICA DI ORIENTAMENTO E INFORMAZIONE

    Gli interrogativi che questa realtà della disoccupazione pone alla pastorale giovanile, perché la comunità ecclesiale non si disinteressi di quest'area «deprivilegiata» di giovani, possono essere rivolti a tutta la realtà sociale, alla politica del lavoro, alla scuola. A fronte di una disoccupazione con le caratteristiche fin qui descritte, inserita in un mercato del lavoro che richiederà sempre piú, secondo molti osservatori, capacità tecniche e doti di imprenditorialità non indifferenti, assumono un ruolo strategico - tra le politiche del lavoro - l'orientamento, la formazione e la informazione dei giovani coinvolti in una fase di transizione (scuola-lavoro e disoccupazione-lavoro).
    A ben osservare, vi è stato negli ultimi tempi, nella realtà italiana, una rivalutazione dell'impostazione concettuale che ha animato fino ad oggi le politiche dell'orientamento e della formazione.

    Verso nuovi processi formativi

    In una società dinamica con un mercato del lavoro in continua e rapida trasformazione, l'orientamento deve infatti realizzarsi come un processo educativo ricorrente finalizzato non piú esclusivamente al posto in quanto tale, bensí ad una alternanza di opportunità formative e professionali. È ormai scontato che piú volte nell'arco della sua vita il giovane dovrà cambiare impiego e affrontare anche periodi di disoccupazione, durante i quali sarà necessario essere contattati da proposte di riqualificazione. Dunque un processo formativo in grado di fornire ai giovani abilità che sviluppino in essi capacità progettuale e di auto-orientamento. Fare orientamento non deve significare solo dire ai giovani cosa è meglio scegliere, come spesso accade per l'orientamento scolastico e professionale, ma fornire loro le opportunità, gli strumenti di conoscenza della realtà nella quale si troveranno ad operare delle scelte.
    Ne deriva, per il sistema scolastico, l'impegno ad assumere una forte valenza orientativa non piú concentrata negli anni prossimi alla scelta, ma identificata nell'intero processo formativo, implicando cosí anche una dimensione progettuale dell'orientamento finora trascurata. Certamente sono state offerte iniziative interessanti, in alcune regioni, come le giornate dell'orientamento a distanza, attraverso l'uso della televisione, e servizi per l'orientamento. Ma il grado di efficacia probabilmente è stato molto limitato per la mancanza di interazione con altri anelli della catena, cioè con altri strumenti di politica del lavoro e politica sociale come il servizio di collocamento, un efficace sistema di osservazione e di governo del mercato del lavoro, la formazione professionale fondata sul concetto di alternanza e un sistema organizzato di servizi di informazione.
    Diversamente il servizio di orientamento offerto rischia di ridursi a una semplice attività di consulenza, non sufficiente per sostenere gli individui nelle diverse fasi di transizione.
    Tanto piú che finora le attività di orientamento hanno quasi sempre avuto come luogo di sperimentazione il sistema scolastico formativo, intervenendo in quella fase di transizione che riguarda il passaggio da un processo formativo a un altro o da un processo formativo al lavoro. Mentre è rimasto del tutto inesplorato tutto ciò che riguarda l'orientamento dei disoccupati (come descritti precedentemente nelle loro diverse stratificazioni), che di fatto rappresenta il necessario completamento dalla scuola al lavoro.

    La priorità ai «deprivilegiati»

    Da qui dunque l'importanza e la necessità di assumere come priorità nella prassi dell'orientamento quello dei disoccupati, che deve essere sorretto, data la povertà di capacità e professionalità di questi giovani, dall'individuazione di percorsi differenziati di studio, dopo l'obbligo, finalizzati all'inserimento nel lavoro, che tengano conto delle caratteristiche dei soggetti fruitori di tali esperienze. Dunque un'interazione tra orientamento e formazione dove l'informazione assuma un ruolo centrale: un'informazione che funzioni come momento di raccolta decentrata delle esigenze e dei fabbisogni dell'offerta di lavoro e come strumento di socializzazione e di preparazione personalizzata alle sperimentazioni in atto. C'è da dire inoltre come al termine di qualsiasi attività di orientamento rivolto ai giovani disoccupati ci sia la necessità di strutturare e organizzare attività di informazione il piú possibile finalizzata alla conoscenza del mercato del lavoro e che sostengano i giovani nella ricerca del lavoro. Oggi il sapersi muovere, il sapersi destreggiare nella ricerca del lavoro diventa importante quasi quanto lavorare: infatti la discontinuità e la transitorietà saranno i tratti dominanti di un mercato del lavoro che non avrà piú come punto di riferimento il posto, ma una serie di «occasioni di lavoro» per accedere alle quali sarà necessario attivare piú volte strategie di ricerca. Per assurdo dunque, come diceva un famoso economista francese, «la ricerca di un'occupazione sarà molto piú faticosa del lavoro medesimo». E in un contesto di questo tipo, chi non ha mai avuto esperienze di lavoro vedrà crescere questa fatica, perché non ha potuto sperimentare personalmente la conoscenza del mercato del lavoro. A questa nuova esigenza di informazione e di assistenza che emerge da parte di chi ha meno possibilità di darsi strategie e progetti, bisogna rispondere in modo appropriato, definendo degli spazi precisi, accessibili a tutti, in cui sia esplicata in qualche modo questa parte terminale di un processo di orientamento, appunto, un servizio di informazione che privilegi il rapporto personale con l'utente in modo da erogare un servizio il piú possibile personalizzato.

    IL «CENTRO DI INFORMAZIONE» PER UN LAVORO POSSIBILE

    È in questa prospettiva che sono state organizzate in Italia alcune esperienze di Centri di informazione, gestiti in parte dal sindacato, in parte da associazioni e movimenti, che si sono aggiunte - con caratteristiche e finalità differenti - agli Informagiovani operanti già da tempo sul territorio.
    Ed è in questa prospettiva che la GiOC ha avviato alcune esperienze, tra cui -operanti in varie città e, dove possibile, gestiti in collaborazione con le Amministrazioni comunali - i Centri di informazione per giovani disoccupati (CIGD).
    Lo slogan con cui è lanciata l'iniziativa dichiara intenti e metodologia: «Un lavoro è possibile. Rompendo l'isolamento, costruendo solidarietà». Perché nella metodologia dell'associazione indispensabile è il coinvolgimento dei «giovani assieme» (il problema singolo non è solo individuale, né può essere risolto individualmente, magari con una sorta di super-raccomandazione o per canali preferenziali), in una progressione educativa che coinvolga non solo il tempo o il problema del lavoro, ma l'intera esperienza di vita del giovane.
    I CIGD vogliono essere per i giovani disoccupati un punto di riferimento e di incontro, uno strumento di orientamento e di accompagnamento sul territorio nella ricerca del lavoro.
    Questa idea di fondo, questo obiettivo generale viene realizzato attraverso alcuni momenti-obiettivi particolari, attraverso una particolare organizzazione e struttura e con alcune iniziative già realizzate o in cantiere.

    Gli obiettivi dell'esperienza

    I singoli momenti-obiettivi dell'esperienza realizzata sono indicati attraverso una specie di progressione che qui esplicitiamo.
    * Informazione. Si può considerare acquisito il ruolo strategico dell'informazione nel determinare l'efficacia e la funzionalità di un servizio di orientamento rivolto ai giovani in cerca di lavoro. Nei CIGD essa è attivata a tre livelli.
    Nel primo livello si concentrano tutte le informazioni volte a presentare il CIGD e il tipo di servizi che è in grado di fornire, con l'obiettivo di trasmettere all'utente la reale immagine del centro (non è un ufficio di collocamento privato ma un'esperienza gestita da giovani). Ciò è condizione indispensabile per poter attivare con il giovane un dialogo che consenta di raccogliere quelle informazioni utili che servono per poter finalizzare meglio il servizio del centro.
    Nel secondo livello, dopo un lavoro di ricerca sul territorio, si mettono a disposizione tutte quelle informazioni finalizzabili alla ricerca di un'occupazione come quelle riguardanti i concorsi, i posti vacanti, le chiamate numeriche del collocamento, i lavori stagionali e temporanei.
    Nel terzo livello infine sono concentrate tutte le notizie sui corsi di formazione professionale e indicazioni sull'orientamento professionale.
    * Formazione. È noto come ai momenti di transizione corrisponde sempre l'esigenza e la necessità di acquisire capacità e abilità che consentono di poter progettare un itinerario di inserimento nel mercato del lavoro. Tale necessità è maggiormente presente in quei soggetti la cui esperienza, già ricordata, non ha consentito l'acquisizione di queste abilità.
    Muovendo da questa considerazione, nei CIGD si sono strutturate iniziative volte a favorire nei giovani l'acquisizione di alcune delle capacità che necessitano in una fase di transizione, quelle legate alla ricerca, e in questo caso, alla ricerca di un lavoro.
    * Assistenza. Essa, nell'esperienza che stiamo realizzando nei CIGD, è quanto di piú lontano si possa immaginare dall'assistenzialismo, perché siamo convinti che il compito di cercare lavoro non può essere trasferito sul servizio, ma deve diventare, per il giovane disoccupato, il suo lavoro.
    Mantenendo ferma questa idea, nei centri si cerca di assistere il disoccupato nella ricerca del lavoro consigliandolo nella compilazione della domanda di lavoro, sugli obiettivi da darsi nella «ricerca», accompagnandolo per le prime volte nella visita alle ditte, ed eventualmente verificando insieme come sta realizzando la ricerca del lavoro.
    * Coscientizzazione. Nei CIGD non si vuole realizzare solo un'esperienza di servizio, ma si cerca di sviluppare con i giovani un cammino educativo all'interno del quale si realizzi una presa di coscienza della situazione che vivono. È in questa prospettiva che si organizzano periodicamente momenti di discussione e di approfondimento su alcune problematiche del mondo del lavoro (Contratti di formazione lavoro, ufficio di collocamento, apprendistato, formazione professionale).
    * Socializzazione. La mancanza di lavoro è sicuramente il problema piú grosso per i giovani senza lavoro, ma non va dimenticato un aspetto altrettanto problematico, derivante proprio dal non avere il tempo occupato da una attività lavorativa: «l'uso del tempo», la sua organizzazione. I CIGD sono dunque anche un punto di riferimento per vivere momenti di socializzazione, per trascorrere attivamente il tempo libero. Si organizzano cose corsi per apprendere tecniche semplici di lavorazione, momenti di incontro come gite, feste, tornei.
    Si inizia cosí ad uscire dall'isolamento in cui a volte ci si rifugia, e ad incontrarsi con altri giovani riscoprendo il gusto di stare insieme e di organizzare il proprio tempo.

    Struttura del centro di informazione

    L'attività dei CIGD è gestita e programmata dal responsabile del centro e da un «gruppo di lavoro» che di solito è composto da circa cinque persone. Essa è programmata e verificata periodicamente a due livelli: zonale e cittadino.
    * Zonale. Il responsabile del centro convoca il gruppo di lavoro con il quale verifica la realizzazione degli obbiettivi del CIGD, le attività svolte (servizio di sportello, serate, corsi, ecc.), effettua la lettura delle schede compilate dai disoccupati e programma il lavoro per le settimane successive.
    Il gruppo di lavoro ha il compito di:
    - organizzare la documentazione. Tutto il materiale raccolto sulle tematiche del lavoro, scuola, formazione professionale, ecc. deve essere organizzato con un certo criterio per permettere ai giovani che lo desiderano una facile consultazione ed inoltre deve essere continuamente aggiornato;
    - organizzare le informazioni. È indispensabile selezionare le informazioni reperite e disponibili al centro (opportunità di lavoro, concorsi, corsi di formazione professionale) sulla base delle caratteristiche richieste (età, scolarità, professionalità, durata), in modo da renderle facilmente utilizzabili. Un altro aspetto importantissimo legato alle informazioni è la «comunicazione delle informazioni». Essa viene effettuata molto semplicemente attraverso delle schede di consultazione supportate da un'attività di consulenza da parte dell'operatore del centro;
    - progettare e realizzare le iniziative. A partire dalle esigenze e dalle richieste raccolte dai disoccupati attraverso la compilazione delle schede, nonché dal rapporto personale con il giovane, si organizzano le iniziative e ci si preoccupa di tutti gli aspetti tecnici necessari per la loro buona riuscita.
    * Cittadino. I responsabili di tutti i CIGD partecipano periodicamente ad un Coordinamento cittadino dove si verifica l'attività di tutti i CIGD, ci si confronta sui contenuti dell'esperienza che si sta portando avanti, si orienta il lavoro dei centri nell'ottica degli obiettivi generali, si discute della formazione degli operatori. Quest'ultimo è uno degli aspetti piú delicati, in quanto per informare i giovani disoccupati, per dare risposte precise, è necessario appropriarsi di alcuni strumenti e metodologie.
    Per questo abbiamo organizzato e gestito con alcuni organismi comunali un corso di formazione per responsabili, trattando specificamente argomenti come: nozioni sul mercato del lavoro, transizione scuola-lavoro, ufficio di collocamento, apprendistato, contratti di formazione lavoro, formazione professionale, informazione e documentazione, abilità sociali nella ricerca del lavoro.
    La proposta di iniziative concrete è uno degli aspetti decisivi dei CIGD, perché ne qualificano l'immagine e soprattutto per ché consentono di instaurare un rapporto diverso con il giovane, un rapporto meno «burocratico» e piú educativo.
    Finora sono state realizzate iniziative di pubblicizzazione (tenda per il lavoro, feste in piazza, presenze dei giovani del Centro nei luoghi di ritrovo o di passaggio dei giovani); di sostegno alla ricerca del lavoro (per fornire le «abilità» richieste), tra cui in particolare i «corsi di abilità sociale» e i gruppi di ricerca del lavoro (vedi riquadro); di coscientizzazione e dibattito (ad esempio, una mostra «Immagini e proposte sulla disoccupazione giovanile», un programma di orientamento professionale realizzato in alcune scuole medie, la creazione e presentazione ai politici locali di un audiovisivo) e di socializzazione (con corsi di taglio e cucito, di pittura su ceramica e stoffa, decorazioni natalizie, tornei, gite e feste...).
    GiOC - Via Vittorio Amedeo II, 16 -10121 Torino - Tel. 011/54.31.56.

    Corso di abilità sociale nella ricerca del lavoro

    Un'iniziativa CIGD della GIOC di Torino


    Ispirata ai «Job club» inglesi, è stata realizzata come iniziativa dei CIGD del quartiere San Donato di Torino in collaborazione con il Centro Orientamento Scolastico Professionale dell'Assessorato al Lavoro del Comune di Torino, nell'ottobre 1986, con un gruppo di giovani dai 15 ai 17 anni.

    Un'esperienza teorica e pratica

    Progettato e gestito da quattro militanti della GiOC, il corso era diviso in due parti: la prima (teorica) si è svolta nei locali del CIGD, mentre la seconda (pratica: consisteva nel mettere in opera gli strumenti acquisiti) si è sviluppati sul territorio (al collocamento, nelle ditte a cui si è portata la domanda, ecc...).
    I ragazzi erano circa una decina, a bassa scolarità, con storie di vita simili: c'è Gianni che guadagna qualcosa insegnando Ju-Jitsu in una palestra e che spera di trovare un lavoro piú stabile; c'è Angela, 15 anni, con la licenza elementare, che sogna di fare la disc-jockey e, ritornando con i piedi per terra, dice che vuole iscriversi alle 150 ore; c'è Maria, 17 anni, che ha avuto finora solo esperienze di lavoro precario; c'è Carmen, che racconta della casa in cui vive, dove ogni giorno si corre il rischio di essere colpiti da qualche mattone; c'è Enrica,
    l'unica con un'esperienza di lavoro vero e proprio, come tornitore.
    L'obiettivo è quello di fornire alcuni strumenti pratici per la ricerca di lavoro. Dopo il primo incontro di conoscenza e di messa in comune dell'esperienza, il giorno dopo si entra già nel vivo del corso: un militante della GiOC spiega, con l'aiuto della lavagna luminosa, i canali d'ingresso nel mercato del lavoro (il collocamento, l'apprendistato, i CFL, il lavoro precario). E, tra i momenti teorici, quello piú importante: perciò, prima di affrontare l'argomento, si spiega a che cosa serve fare questa cosa, perché è necessario conoscerli, come si potranno utilizzare in seguito.
    Nel terzo incontro vengono invece analizzati gli strumenti concreti per la ricerca del lavoro: si descrivono i criteri per la compilazione di una domanda di lavoro e si raccontano, partendo da esperienze concrete, quali sono le dinamiche e gli atteggiamenti da assumere in un colloquio presso un'agenzia.
    Dopo un breve intervallo, si riprende con una verifica: si compila una domanda dì lavoro, dopodiché si simula un colloquio: uno di noi si immedesima nei panni del datore di lavoro mentre Giuseppe, prescelto come cavia, si destreggia per rispondere nella maniera migliore alla domanda insidiosa del padrone.
    Il giorno dopo invece si fa una verifica totale dei contenuti affrontati nei giorni precedenti attraverso un gioco di gruppo, un cruciverba le cui definizioni sono alcune delle cose che si sono dette al corso. Nello stesso giorno si struttura con loro la settimana successiva, in cui si inizierà la ricerca del lavoro, in collaborazione con i responsabili del corso.
    Al termine del pomeriggio viene distribuita una cartellina che abbiamo preparato con le schede riassuntive dei contenuti del corso.
    Ha poi inizio la «missione», articolata in vari momenti, che dura tutta la settimana: i ragazzi vengono al centro a prendere gli indirizzi delle ditte che assumono con i CFL ed a leggere gli annunci sul giornale; si recano la mattina seguente alla chiamata del collocamento (chi, come Angela, non è ancora iscritta, lo fa in quel giorno); compilano le domande di lavoro, la battono a macchina, si recano a consegnare le domande negli uffici delle ditte, sempre accompagnati dai militanti.
    Un impressione, tra tante, di un partecipante: Gianni, 17 anni: «lo ho trovato il corso un'iniziativa interessante, perché ci sono molti ragazzi che non sanno come si compila una domanda di lavoro, cos'è l'apprendistato, ecc.; a me è servito molto, perché di queste cose non ne avevo mai sentito parlare bene».


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