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    La pluralità dei gruppi: una taglia uguale per tutti?



    Il metodo nell'animazione dei preadolescenti /3

    Domenico Sigalini

    (NPG 1987-08-66)


    La metodologia che stiamo descri- vendo ha una scelta di fondo che è quella del gruppo. Siamo convinti della necessità di un'aggregazione che lo stesso preadolescente si costruisce e che gli si offre come un nuovo contesto di identificazione e che assume per lui il significato di una esperienza di Chiesaalla sua portata. Mentre ricerca autonomia, mentre scopre la sua soggettività deve essere sostenuto da una relazione umanamente ricca, che lo aiuta a canalizzare le energie verso una crescita armonica e che gli permette di ritagliarsi un ruolo, di darsi delle norme e di sperimentare accoglienza e dono.

    I PROBLEMI E LE VARIABILI

    È abbastanza facile, e cosí purtroppo quasi sempre avviene, costringere il preadolescente, anche per l'educazione religiosa, nell'aggregazione piú sperimentata e frequentata: la classe; ancora con tutti i suoi compagni di scuola, con lo stesso stile di relazioni, con le stesse dinamiche... È risparmio di tempo, di ambientazione; è comodità di controllo e di organizzazione. Spesso il sacerdote fa religione a scuola ed è naturale che li organizzi alla stessa maniera in parrocchia, tanto piú che durante la preadolescenza si celebra il sacramento della Cresima e un po' di ordine non guasta.
    Ma ci sono alcune variabili che a questa età cominciano a diventare consistenti: gli interessi, la capacità di scegliersi degli amici e delle amiche, la compagnia o l'aggregazione di quartiere, il gruppetto della strada ritagliato al riparo dello sguardo degli adulti. A queste si potrebbero aggiungere i livelli di maturazione non omogenei, la vocazione di ciascuno, le proposte associative, le articolate offerte della istituzione educativa. È già vero di questa età e del livello di maturità cristiana che in essa si esprime, che non si è fatti con lo stampino. La larghezza dei doni dello Spirito esige itinerari diversificati perché vi si risponda con fedeltà e creatività.
    Detto piú concretamente, non si tratta di registrare soltanto le peculiarità che ciascuno ha già avuto il dono di far vedere, ma di stimolare proprio in questa età privilegiata una crescita il piú possibile originale.

    LA PROPOSTA: UNA PLURALITÀ DI GRUPPI

    È necessario allora proporre una pluralità di gruppi, ciascuno dei quali assume una sua dignità e responsabilità formativa, entro un progetto educativo globale della comunità cristiana. Concretamente, si deve ipotizzare in una comunità parrocchiale la presenza di piú gruppi formativi che allargano la possibilità diun cammino di catechesi ad appartenenze che i preadolescenti hanno scelto secondo i loro interessi o vocazioni o amicizie prevalenti.
    Il cammino di crescita umana e cristiana è quindi compiuto secondo diverse modalità, è scelto dagli stessi preadolescenti o proposto dalla comunità parrocchiale, è strutturato non secondo rigide classi scolastiche, fa convivere ragazzi e ragazze di età differenti, crea legami piú vicini alla vita e alla esperienza, all'ambiente e agli interessi. Nello stesso tempo dà alla istituzione educativa la possibilità di fare proposte differenziate anche in vista di una molteplicità di figure cristiane che arricchiscono con i loro doni la vita della Chiesa.
    È evidente che questo esige una de-strutturazione di certe organizzazioni perfette di catechismi con tanto di insegnanti, di preside, di capiclasse e di registro delle assenze. Ciò non significa finire nel disordine, nel caos, nel disimpegno o nel velleitarismo, ma strutturare una comunità educativa con un gruppo di educatori che interagiscono secondo un progetto.
    La proposta può sembrare destabilizzante, ma è un passo necessario da fare col consenso e l'aiuto dei genitori, del consiglio pastorale, con una ricollocazione del presbitero o del direttore dell'oratorio nella sua responsabilità di servitore della comunione.
    Là dove questo modello è stato sperimentato, dopo un avvio certamente un poco faticoso, si è trovato un maggiore affiatamento tra gli educatori, una continuità di presenza dei preadolescenti anche dopo la Cresima, un entusiasmo per la vita di gruppo e una migliore risposta alla vocazione di ciascuno.
    Del reso una proposta di questo tipo non fa una grinza nell'età adolescenziale. È forse perché con gli adolescenti siamo costretti a diventare piú «morbidi», mentre con i preadolescenti possiamo ancora decidere noi sulla loro presunta disponibilità!
    Se è vero quanto abbiamo detto precedentemente (cf NPG 3/'87), che i preadolescenti vivono già una crisi complessa rispetto al mondo religioso e che non la manifestano, per ora, in maniera evidente col rifiuto, perché loro non conviene, allora è necessario accogliere questa loro inespressa domanda di personalizzazione e di identificazione di sé nella esperienza di fede. La pluralità dei gruppi è una risposta di valore.
    L'appartenenza a un gruppo di amici, anziché a una unica classe predeterminata, secondo interessi e vocazioni personali, permette di non far concludere un itinerario concreto anche di catechesi con la fine della scuola media inferiore e con l'ingresso nel mondo precario dell'apprendistato.
    Chi ha sperimentato la bellezza di un gruppo, sa scegliere in maniera piú motivata, senza automatismi, quando cambia esperienza o situazione di vita.
    In forma indiretta, ma a ragion veduta, la pluralità di gruppi formativi nei preadolescenti introduce anche l'idea che il catechismo non è l'unica possibiltà di fare un cammino di fede, non è l'unico modo che una comunità parrocchiale può esprimere o si sente obbligata a fornire per la loro educazione cristiana. Esistono invece articolazioni diverse di un cammino di crescita, tutte garantite e coordinate.

    IL RAPPORTO DIFFICILE TRA «INTERESSI» E CAMMINO FORMATIVO

    Esiste una ulteriore difficoltà nella proposta di gruppi formativi, che trascina con sé anche una non corretta concezione di animazione. Per la catechesi, pilastro della formazione cristiana, deve per forza esserci una aggregazione (classe o gruppo) solida, con suoi orari e contenuti; per tutto il resto (gioco, sport, momenti di vita comune, attività culturali, attività di servizio, piccoli impegni tra amici...) si propone un gruppo simpatico, con un animatore vivace, capace di entusiasmare, magari un po' pazzo. Questa è animazione, quella è catechesi. Qui ci si può sbizzarrire, si entra nella vita dei preadolescenti, li si mobilitano, li si aiuta ad appartenere; là c'è un programma, c'è una Cresima, c'è un «esame» finale, c'è un controllo. Cose serie!
    Questa distinzione, spesso molto comoda si porta dentro piú di un paio di «scelleratezze»:
    - separa praticamente la fede dalla vita in un momento in cui c'è un forte bisogno di farle convergere;
    - riduce i catechisti alla «parola», all'estraneità dal mondo dei preadolescenti, all'insieme delle cose dovute, spesso, dicono loro, «barbose»;
    - definisce l'animazione come una tecnica per rendere brillante una struttura o delle attività;
    - riduce gli animatori ad abili «giocolieri» senza impegnarli mai ad una profonda azione educativa capace di illuminare le esperienze vive dei preadolescenti con una fede gioiosa;
    - si rende responsabile della divisione spesso insanabile tra catechisti e allenatori, tra catechisti e educatori.
    Si potrebbe continuare, ma non vorrei creare degli stati ansiosi. La nostra scelta metodologica non è di garantire a tutti i preadolescenti un gruppo «psicologico», da stanza, ma un gruppo orientato alla espressività globale, convergenza di abilità, con momenti di riflessione critica, di rielaborazione, di ascolto, di preghiera,di servizio, dove l'attenzione dell'animatore è proprio rivolta alla globalità della formazione.
    Una considerazione piú precisa la esigono i gruppi sportivi, sia per le finalità che per le condizioni in cui vivono.
    Sicuramente però anche questi gruppi vanno pensati nello stile dell'animazione, in maniera da tenere aperte proposte di evangelizzazione, di crescita globale. Spesso, nel loro contesto, i gruppi sportivi sono «deduttivi» come le classi di catechismo, perché lo sport diventa un altare su cui sacrificare in termini «idraulici» la vita dei ragazzi (si può far bere di tutto), avvantaggiati dal forte interesse che li rende molto gettonati.
    Meno complesse, da questo punto di vista, le aggregazioni che nascono attorno al gioco in generale, perché molti animatori hanno imparato ad utilizzarne a fondo il linguaggio simbolico entro un ambito formativo piú ampio; hanno, cioè, concretamente collocato il gioco dentro lo stesso cammino del gruppo formativo.

    ALCUNI PRINCIPI RIASSUNTIVI PER CONCLUDERE

    * Il soggetto di questa riformulazione del metodo è la comunità cristiana, sia perché si tratta di pastorale (e la pastorale è sempre azione della Chiesa, non dei soli animatori o dei soli preti), sia perché la pluralità dei gruppi implica dei cambiamenti calibrati in alcune tradizioni o conquiste positive anche recenti e non ancora del tutto assimilate. Si pensi alla preparazione alla Cresima che è comunque sempre un valore rispetto al niente di prima o al qualunquismo di certi ricuperi di oggi.
    * Esigenza di un gruppo di educatori o di animatori collegato alla comunità cristiana, variamente specializzato (non solo catechisti, non solo «sportivi», non solo responsabili di associazione o leaders di movimento, non solo appassionati di qualche attività...). Questi, con il sacerdote, costituiscono la struttura portante di un progetto articolato, condotto in comunione, nel rispetto della plurali-tà; costituiscono un punto di partenza o di riferimento per una pastorale giovanile progettata, che non inizia con gli adolescenti, lasciando i preadolescenti nel mondo dei bambini, ma inaugura il primo capitolo dei tre necessari: preadolescenti, adolescenti e giovani. Sarebbe interessante che anche i catechismi della Chiesa italiana, che stanno per essere rielaborati, potessero orientarci in questo modo nella pastorale giovanile.
    * Anche in occasione della preparazione della Cresima, si devono ammettere pluralità di cammini, purché siano tutti coordinati e garantiti, cioè, purché facciano parte di un progetto unitario e rispondano ai criteri precisi della preparazione a un sacramento. In ogni particolare esperienza di vita, di aggregazione, di amicizia, in ogni cammino di ricerca vocazionale, in ogni interesse condiviso deve potersi costruire un cammino di crescita anche sacramentale.
    * L'istituzione educativa (oratorio, parrocchia...) deve mettere in atto momenti di convergenza, di interscambio, esperienza di confronto, di festa, di gioco, dove ogni gruppo scopre di vivere in una comunità piú ampia, dove i gruppi si sentono di camminare verso mete globalmente comuni, di scambiare con altri i propri doni peculiari, di arricchire la comunità dei doni dello Spirito.
    Il discorso fin qui fatto ha tenuto presente soprattutto esperienze di ambienti formativi già collaudati, di preadolescenti già seguiti dal punto di vista educativo, ma non bisogna dimenticare chegià a questa età esistono i «lontani», esistono cioè dei preadolescenti che hanno «dovuto» scegliere la strada, che sono già stati tagliati fuori dai circuiti normali della vita dei loro amici e coetanei. Una buona metodologia deve prevedere interventi e aggregazioni soprattutto per questi.
    Un altro problema è pure la delineazione di itinerari formativi corretti in ogni gruppo che si costituisce su finalità particolari.
    C'è ancora spazio quindi per una ricerca e soprattutto per uno scambio di esperienze.


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