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    Introduzione a: Radicalità evangelica e valori umani


     

    (NPG 1980-10-3)

    Da circa un anno abbiamo iniziato una riflessione articolata su «giovani e valori». Abbiamo già offerto ai lettori due dossier. Il primo, con il titolo «giovani e valori: un problema» (1980/5), per dare un quadro degli interrogativi in gioco. Il secondo, con il titolo «giovani e valori: una proposta» (1980/7), per approfondire l'analisi e dare una risposta sul piano educativo. È già in elaborazione un terzo dossier, con il titolo «vivere la gratuità in un tempo di conflittualità» (198111), per esemplificare più da vicino la metodologia.
    Nel lavoro redazionale siamo stati sollecitati ad un ulteriore problema: il rapporto tra radicalità evangelica e valori umani.
    Intendiamo con radicalità un modo particolare di affrontare il problema della identità personale e che si esprime nel sottolineare atteggiamenti di assolutizzazione, contrapposizione, «utopia» allo stato puro. Lo crediamo un fenomeno di minoranza, importante per tutti tuttavia perché ripropone il grosso problema della identità giovanile oggi. Con radicalismo evangelico intendiamo invece il ritorno al Gesù del vangelo, il rifiuto delle mediazioni storico-culturali, la contrapposizione tra valori evangelici ed esperienza umana. Questo a livello di giovani. C'è anche un radicalismo degli educatori e si esprime nella esigenza di una proposta cristiana in termini forti di rottura e contrapposizione, per essere fedeli al vangelo e perché la proposta possa emergere nell'attuale clima di pluralismo e di scetticismo.
    Come valutare il bisogno di radicalità nei giovani in genere? E come valutare il radicalismo evangelico dei giovani e il tentativo degli educatori di tornare a proposte di vita cristiana che accentuano la rottura tra valori umani e valori cristiani, tra crescita in umanità e crescita nella fede, tra cultura e fede?
    Consideriamo il radicalismo come un fenomeno complesso, ricco di ambivalenze. Ci proponiamo pertanto di offrire alcune chiarificazioni.
    Un punto fermo rimane per noi la fedeltà al principio della Incarnazione. È dentro la fedeltà a questo principio che vogliamo parlare di radicalità cristiana. In altre parole, vogliamo affermare la continuità tra valori umani ed esperienza evangelica, prima che la discontinuità, per rifuggire da impostazioni integriste o da «fuga mundi». La discontinuità deve nascere in un discorso di continuità. E non viceversa. La radicalità dell'evento Cristo non sta forse nel fatto che ha assunto l'umano come luogo di trasparenza del divino?

    FATTI

    Viviamo in una società in cui per molti versi la cultura egemone è quella radicale. Per non creare confusione occorre subito distinguere tra «società radicale» e  radicalità cristiana».
    Dire società radicale è dire società centrata sui bisogni primordiali dell'individuo da soddisfare in esperienze sempre nuove e spontanee. Il criterio decisivo su cui misurare le esperienze sembra ridursi al principio della ricerca del piacere. Sembra negata ogni disciplina e ogni differimento. La visione cristiana della vita certamente si oppone alla proposta radicale, ma non è da questa contrapposizione che sembra debba essere capito il ritorno di atteggiamenti radicali in ambito ecclesiale.
    Il radicalismo in ambito ecclesiale sembra invece nascere da un problema a cui molti lavorano nella attuale crisi delle istituzioni e delle ideologie: su quali valori investire le proprie energie e quelle collettive? quale
    stile di vita e con quali valori informarlo? Nel rispondere a questi interrogativi sembra manifestarsi un certo radicalismo sia a livello di esigenza giovanile sia a livello di educatori che vogliono proporre un messaggio di fede significativo.
    Questa l'ipotesi di partenza, da verificare lungo il cammino. Una prima verifica va compiuta a livello di «fatti».
    Quali sono, e di che portata, i sintomi di questo atteggiamento nei giovani? Quali sono le possibili cause a livello culturale e religioso?
    A che cosa risponde l'esigenza di radicalità evangelica?
    Per quel che riguarda gli educatori: a che cosa corrisponde la scelta di radicalità evangelica? L'impressione è che con il diffondersi di modelli pastorali ispirati alla radicalità si voglia reagire ad alcuni rischi a cui in questi anni la pastorale giovanile non sembra essersi del tutto sottratta. Alcuni esempi: il rischio di una proposta di fede in termini di pura mondanizzazione, il rischio di una proposta di fede riduttiva della originalità dei valori evangelici al punto da non essere in grado di farsi «sentire» dai giovani nell'attuale pluralismo culturale, il rischio di non rimarcare a sufficienza i messaggi che sono nella direzione della discontinuità tra valori umani e valori evangelici...
    Su questi interrogativi, soprattutto sul versante della domanda giovanile di radicalità, riportiamo una conversazione tra Enzo Bianchi della Comunità di Bose, Franco Garelli, sociologo e Giannino Piana, esperto di problemi morali.

    PROSPETTIVE

    Il diffondersi di atteggiamenti di radicalità a ispirazione evangelica è un fenomeno complesso e ricco di ambivalenze. Occorre valutarlo in modo corretto anche in vista di possibili imperativi pastorali.
    Una valutazione richiede che si proceda con un duplice apporto, quello delle scienze umane e quello della riflessione teologica. Le scienze umane devono iniziare a spiegare, magari in termini di «sospetto», il perché del «ritorno alle origini» e del rifiuto delle mediazioni culturali da parte di certi giovani che si avvicinano al vangelo. La riflessione teologica deve invece precisare il senso della radicalità evangelica, per non vanificare il vangelo ma anche per non fare carico al vangelo di atteggiamenti che evangelici sono solo in parte.
    In questa direzione presentiamo i contributi di Giuseppe Ruggieri e di Franca Amione. L'intervista a Ruggieri introduce la categoria del «fare compagnia» come categoria da cui comprendere il rapporto tra valori umani e valori cristiani o, se si vuole, tra fede e cultura.
    Il contributo di Franca Amione chiarisce, in termini di psicologia sociale, le ambivalenze e i rischi di un radicalismo esasperato.
    Gli altri due approfondimenti proseguono la riflessione nella direzione dei contenuti e dello stile educativo.
    Abbiamo chiesto a Franco Ardusso di rileggere la presentazione di valori fatta da
    G. Piana nel dossier dedicato alla «proposta» di valori ai giovani e di riflettere:
    - sul senso che può avere l'accentuare la radicalità della proposta evangelica con i giovani d'oggi;
    - sui valori evangelici da sottolineare in concreto con i giovani perché inspiegabili come valori umani.
    A Riccardo Tonelli si è chiesto invece di valutare il rifiuto delle mediazioni storico-culturali che alcuni sembrano condividere per ricercare l'identità in un ritorno alle fonti e ai valori evangelici allo stato puro. Qual è il ruolo delle mediazioni nell'economia della salvezza? Come valutare l'intimismo e il fondamentalismo biblico, gli atteggiamenti selettivi verso le mediazioni ecclesiali, il vivere dentro le istituzioni senza tuttavia stabilire con loro un vero contatto?
    L'atteggiamento selettivo verso le mediazioni sembra discriminare tra mediazioni «religiose» da accettare nuovamente nella loro oggettività e mediazioni storico-culturali ed educative. Che dire della scelta di progettare uno stile di vita rifacendosi al solo vangelo senza la mediazione delle scienze umane? E come valutare il misconoscimento della dimensione educativa nella crescita di fede, dimenticando che la fede è certamente «dono» ma anche frutto di un attento, lungo e paziente lavoro educativo?

    PER L'AZIONE

    A quali conclusioni conduce sul versante educativo il discorso sulla radicalità evangelica? C'è materiale per dover riflettere su tutta la pastorale giovanile.
    Ci limitiamo a due piste di intervento: la ricerca di identità e il rapporto tra giovani e cultura.
    Occorre tener presente a che cosa risponde la radicalità, sia che si manifesti come vivace dialettica tra valori umani e valori cristiani alla riscoperta dello specifico cristiano, sia che si tratti di un rifiuto più o meno consapevole di tutto ciò che è umano sul piano personale e culturale.
    La scelta della radicalità è un modo di rispondere al problema della identità. Dietro a tutto sta la ricerca appassionata di un fascio di valori o di un ambiente sufficientemente alternativi con cui identificarsi. Ma a quali condizioni il «ritorno alle origini» o l'identificazione in gruppi ed associazioni a forte identità religiosa permette di rispondere alla domanda?
    Un secondo problema lo si trova nella strategia con cui la scelta radicale affronta il problema della identità. La radicalità, da questo punto di vista, rischia di fomentare un immaturo rapporto tra giovani e cultura e tra giovani e passato.
    Come infatti valutare il ritorno alle origini? Se dietro c'è una grossa consapevolezza che «senza passato non c'è futuro» allora la radicalità può essere un tentativo per affrontare la attuale crisi di «memoria». Se invece la scelta è scelta del passato come luogo in cui riformulare il proprio presente, senza riferimenti a ciò che la cultura attuale ha elaborato se non in termini negativi, allora anche la ricerca di identità si complica. Se verso il presente si ha un atteggiamento più o meno manicheo, di insofferenza o di rifiuto, il ritorno al passato maschera una ideologia della storia e denuncia il forte malessere dei giovani in questa società. Qual riferimento allora al passato?
    Il documento redazionale che presentiamo, offre alcune veloci riflessioni in chiave educativa sui due nodi problematici a cui abbiamo accennato.


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