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    Dove vanno i gruppi giovanili ecclesiali?



    (NPG 1978-09-21)


    Protagonisti di questa «tavola rotonda» sono una ventina di animatori di gruppi giovanili. Giovani dai 20 ai 25 anni, che attualmente vivono una diretta esperienza di gruppo e sono al servizio di altri gruppi, composti prevalentemente di adolescenti (15-18 anni), a titoli diversi (animatori sportivi, catechisti, responsabili associativi...).
    Questa doppia appartenenza, al gruppo dei più adulti (giovani che hanno vissuto il clima del '68, almeno di primo riverbero) e al gruppo degli attuali adolescenti, ci offre un confronto molto interessante: lo spaccato non risulta solo eloquente in sé, ma anche in rapporto ad un punto di paragone che sembrava ormai consolidato.

    I PROBLEMI DELLA VITA DI GRUPPO

    I primi interrogativi si sono incrociati attorno al problema di fondo: perché si vive in gruppo? La domanda ha una risonanza particolare sulla misura dei destinatari. Per i giovani animatori, essa suona: quali problemi rimbalzano su di un gruppo che ha una lunga vita alle spalle? Per gli adolescenti, invece, essa diventa: cosa si cerca nel gruppo?
    Come sí vede, l'interrogativo di fondo è lo stesso (perché e come viene vissuta l'esperienza di gruppo), anche se i toni cercano di rispettare un cammino: ai primi passi, nel secondo caso; consolidato e proiettato verso uno sbocco, nel primo.

    I giovani animatori: quale sbocco

    La vita nel gruppo ha maturato le persone, affinando le attese. I giovani che anno vissuto questa esperienza in modo serio e impegnativo, oggi si chiedono: dove concludere il processo? Perché il gruppo non può restare in eterno... Esistono due grosse difficoltà.
    Si tratta di gruppi di impegno ecclesi4 Il gruppo ha favorito una maturazione della fede che ha saputo superare le angolosità dei primi passi. Spesso esiste una riscoperta ampia della Parola di Dio e della sua funzione critica rispetto alla vita quotidiana. Faticosamente il gruppo ha conservato un rapporto intenso con l'istituzione ecclesiale. E ora nasce il problema: in quale concreta comunità ecclesiale ci si può proiettare? Quale Chiesa può accogliere e far maturare l'esperienza costruita in anni di vita di gruppo? Il gruppo offriva un confronto continuo tra vita e fede: le comunità ecclesiali ufficiali (la parrocchia, per esempio) sanno realizzare questo servizio? C'è spazio, nella comunità ecclesiale, per giovani che hanno maturato una vita cristiana intessuta di corresponsabilità, impegno politico, creatività, capacità cristiana?
    La seconda difficoltà è relativa al luogo storico dell'impegno. Gli sbocchi promozionali sono pochi. Non si riesce ad incidere politicamente se non inseriti in un partito. Ma quale? Il facile entusiasmo per i partiti della sinistra sta naufragando in molti giovani che, cresciuti nell'area cattolica, vedevano la sinistra storica come l'ultimo ponte del loro profetismo politico. Molte volte l'unico sbocco aperto al desiderio di impegno e di servizio promozionale, resta il campo educativo, soprattutto verso l'interno del Centro giovanile o della istituzione ecclesiale.
    Ma questo fatto pone nuovi problemi. Ci si accorge del rischio facile di restare prigionieri di quattro mura, di bloccarsi in una prospettiva da ghetto. Fino al punto di riconoscersi scollati anche rispetto agli altri giovani. E questo, in fin dei conti, è grave: sia per la maturazione personale, sia per il servizio educativo stesso.
    Un segno tipico di queste difficoltà è dato dagli «sposati». Nel cammino del gruppo sono sorte coppie e nuove famiglie. La loro collocazione nel gruppo è però complessa e problematica. Se queste coppie vogliono continuare un servizio attivo nel gruppo, non si fa spazio ai giovani: il gruppo si allunga solo nella direzione della conservazione dei membri più anziani, senza recuperare tra i giovani. D'altra parte la nuova situazione familiare offre meno possibilità di stare nel gruppo e di assumersene gli impegni. Lentamente ci si trova tagliati fuori, in un circolo vizioso di reciproca emarginazione (la comunità li taglia fuori ed essi tendono ad autoescludersi). E così si perde il contributo prezioso della coppia. Ma, concretamente, quale può essere questo contributo? Non è facile descriverlo in termini operativi, perché non c'è tradizione alle spalle e l'interrogativo è tutto nuovo, tutto da inventare...

    Gli adolescenti: il gruppo per stare assieme

    Questi ultimi tre-quattro anni sono stati determinanti per capovolgere i motivi per cui si va al gruppo.
    I giovani animatori, unanimemente, affermano che per loro la scelta del gruppo è stata una scelta funzionale: nel gruppo per un impegno. Il gruppo, per essi, era il luogo dove si potevano vivere e realizzare gli impegni scoperti e assunti. La logica del '68 faceva scuola. Gli adolescenti di oggi, invece, vanno al gruppo per stare assieme. L'impegno è secondario; anzi, qualche volta, viene contestato, con i fatti, perché può intaccare la funzione aggregante.
    Esiste un profondo bisogno di aggregazione, come reazione all'esperienza di solitudine, di paura, di vuoto affettivo. Si cerca il gruppo per stare e vivere assieme. Questa esigenza di comunicazione produce nei gruppi più numerosi il fenomeno di sottogruppi, a più forte coesione interna e, qualche volta, in reciproca tensione. Alcuni anni fa il sottogruppo era in funzione delle attività da svolgere. Ed era sopportato a malincuore, per paura che rovinasse la coesione di gruppo. Oggi, invece, è ricercato, anche se i vari sottogruppi partecipano poi alla stessa comune attività di gruppo. Il sottogruppo è il momento privilegiato per l'incontro, lo scambio, lo «stare assieme». In questa prospettiva il gruppo diventa «fine» e «mezzo» nello stesso tempo: luogo di incontro. Salta così tutta la teorizzazione spesa in questi anni per affermare la funzione di «mediazione» del gruppo rispetto alla maturazione personale e alla vita cristiana?
    Certo, è un interrogativo serio.
    Per molti adolescenti la scelta del gruppo ecclesiale non è una decisione «per la fede», ma «per il gruppo». Viene scelto questo gruppo e non un altro, non sullo specifico del gruppo, ma per le persone che lo compongono, per la possibilità di incontro che esso svolge. C'è il rischio di accettare la fede e di viverne le espressioni, come «tassa da pagare» per stare in gruppo.
    Una prova di questa affermazione sta nella costatazione diffusa che i giovani di questi gruppi hanno mentalità poco diversa dai coetanei che non ne fanno parte (o fanno parte di altri gruppi, lontani dall'ambito ecclesiale). Anche questa è una differenza notevole rispetto alla situazione di qualche anno fa. Mentre, prima, il confine tra gli uni e gli altri era abbastanza rimarcato (nelle scelte operative, nel linguaggio, nelle espressioni esistenziali...), oggi esso è molto labile. E lo si nota facilmente.
    Da questa descrizione emerge una nota interessante.
    Quando il gruppo riesce a decentrarsi, a rompere il cerchio chiuso dell'aggregazione per l'aggregazione, decidendo di «fare qualcosa», questo fatto è una grossa vittoria. Almeno così è considerata dai giovani animatori, legati ad una logica in cui l'impegno è un fatto notevole. Una volta si era preoccupati della serietà dell'impegno: quartiere sì, sport no. Oggi essi si preoccupano che gli adolescenti accettino di fare qualcosa, nel gruppo e mediante il gruppo. Stare assieme per fare sport è già molto più interessante che stare assieme solo per stare assieme, si dice.
    Questa maturazione è facilitata, se nel gruppo degli adolescenti sono presenti giovani adulti che vivono un impegno profondo e responsabile. C'è una osmosi di maturazione, che a lungo andare lascia il segno e dà frutti. In questo caso, la difficoltà è un'altra: cosa fare? Sembra, infatti, che sia più facile proporre la necessità di un impegno, che trovare i termini concreti in cui realizzarlo. Purtroppo il «parcheggio» giovanile non è legato solo ai problemi del posto dí lavoro.

    Il ruolo della ragazza nel gruppo

    Un grosso problema aperto, che investe ogni gruppo e ne attraversa la funzione educativa e quella ecclesiale, è determinato dallo spazio della ragazza, dalle modalità della sua presenza.
    Molti gruppi sono nati maschilisti. E in questo erano legati alla logica del '68. Nonostante il clima di innovazione creativa, i rapporti tra ragazzi e ragazze erano allora molto improntati all'idea dell'uomo come leader, con una notevole soggezione da parte delle ragazze.
    Oggi le cose sono cambiate. Troppe volte non siamo ancora arrivati ad un vero dialogo o alla collaborazione reciproca, ma solo alla facile polarizzazione del femminismo esarcerbato, in una aggregazione delle ragazze «dura» rispetto anche ai loro coetanei.
    Tutto questo non facilita sicuramente i rapporti e non favorisce l'invenzione di un modo innovativo di presenza. Gli adolescenti, nei gruppi, superano questi problemi con una serie di manifestazioni esterne spontanee e disinibite. Non potrebbero essere il segnale di uno stato più profondo di incertezza e di insicurezza?

    RICERCHE SULL'ECCLESIALITÀ DEL GRUPPO

    Sviluppiamo un aspetto che ci interessa direttamente, nella ricerca che stiamo conducendo. Qualcosa è già stato accennato nelle pagine precedenti.
    Nel gruppo come viene vissuta la dimensione di ecclesialità? Il gruppo e i suoi membri si interrogano sulle condizioni di ecclesialità o esse sono un dato pacifico? In che rapporto il gruppo si colloca con l'istituzione ecclesiale (parrocchia, diocesi, altri gruppi)? È finita l'epoca del «dissenso»?

    I giovani animatori: quale Chiesa

    I giovani animatori intervistati assicurano che per loro questo è problema nodale, che forma l'oggetto di lunghe meditazioni. La vita spesa nel gruppo e il servizio tipico assunto hanno raffinato la loro maturazione cristiana. La dimensione ecclesiale è per essi normativa.
    La prima attenzione è sull'immagine di Chiesa che il gruppo (molti, ormai, parlano di «comunità») realizza e manifesta. Essi sono consapevoli che la proposta passa prima di tutto sul vissuto: ciò che essi sono e realizzano, questo è il primo «discorso» di Chiesa fatto ai più giovani.
    Ma qui sta il punto. Che significa essere ettiesa? La ricerca è continua. Ormai non più concentrata attorno ai modi di essere persone-in-gruppo, allo stile di vita quotidiana, alle dimensioni di impegno. Questi temi sono importanti; ma, almeno teoricamente, ormai consolidati. Si tratta invece di passare all'esplicitazione dell'esperienza ecclesiale: nello stile di povertà evangelica, nelle celebrazioni, nel confrontò con fa Parola di Dio, nella costituzione di una reale comunità... Purtroppo i modelli scarseggiano; anche se esiste, qualche volta, una ricerca affannosa di essi, espressa nel correre in tutti i luoghi in cui qualcosa si sta realizzando.
    Questi giovani sentono di aver bisogno di una mano, proprio in questa direzione. Nella definizione della ecclesialità, il confronto con le istituzioni ecclesiali ufficiali è un dato non trascurabile. Perché essi vogliono essere chiesa in «questa» Chiesa.
    I toni polemici sono ormai prevalentemente passati, anche se qualche volta i fatti contingenti tirano per i capelli... Il problema è un altro. Quale parrocchia? Ha senso la parrocchia? Come può essere reinterpretata? E la diocesi? Come essere «vescovo» in questa chiesa? Come vivere un servizio critico, pur sentendosi profondamente «dentro»?
    I più impegnati sentono il bisogno di momenti espliciti, ampiamente condivisi, di celebrazioni di fede, senza ambiguità, svuotamenti, edulcorazioni o contrabbandismi. Vogliono «fare esperienza», immediata e diretta, della novità di vita che è stata donata. Dove incontrare e realizzare tutto ciò?

    Gli adolescenti: la Chiesa, uno strano problema...

    Molto diversa risulta la panoramica degli adolescenti di cui stiamo parlando. Si ha l'impressione che il problema non esista affatto. E non nel senso che è stato risolto, bene o male, ma nella costatazione che neppure è posto.
    L'obiettivo è aggregarsi, circolare liberamente all'interno di determinate strutture, incontrarsi... Il resto è poco importante. E può essere accettato, se serve a raggiungere questo obiettivo. La logica dominante è la soggettivizzazione e l'autonomia: l'affermazione del criterio «per me». E così, spesso, una cosa vale l'altra. Oppure si accetta globalmente la proposta cristiana, ma senza interrogarsi troppo sulle conseguenze, sia esistenziali che ecclesiali. Per alcuni, «questo» è lo stile ecclesiale e guai a chi li importuna.
    La crisi sta a monte: mancano esperienze credibili e praticabili di comunità ecclesiali e della radicalità che loro dovrebbe competere. Gli interrogativi che attraversano ora il gruppo dei giovani animatori, si ripercuotono immancabilmente sugli adolescenti, aggravati dalla crisi culturale e strutturale della loro condizione.

    VERSO NUOVI MODELLI ASSOCIATIVI

    L'ultimo argomento della nostra intervista mette a fuoco un problema scottante: c'è spazio per nuovi modelli associativi? I pareri degli esperti non sono tutti concordi. Qualcuno parla di rinascita dell'associazionismo cattolico, dopo la crisi istituzionale degli anni passati. Si tratta di una ripresa motivata sui nuovi bisogni di aggregazione? Oppure alla radice c'è anche la ricostruita consapevolezza dell'importanza dei collegamenti?
    Il nostro campione è estremamente ridotto. Può rappresentare al massimo una serie di stimoli. Si tratta, però, di sintomi interessanti.
    I giovani più adulti riconoscono unanimemente la necessità di collegamenti. La vita dei singoli gruppi e la loro capacità di crescita è rappresentata dalla loro apertura, dal dialogo e dal confronto con altri gruppi. Certamente rifiutano strutture troppo vincolanti o conclusive. Ma ricercano forme praticabili di questo dialogo. La voce «collegamento» è ricorrente. Anzi, qualcuno lo fa quasi di mestiere, se ne è assunto il compito al servizio di tutti. Confronto-collegamento significa incontrarsi con altri gruppi, studiare assieme i problemi comuni, condividere gli orientamenti. Significa visitare, anche in giro per l'Italia, le esperienze più significative, recuperare tutta la produzione elaborata, attivare un circuito continuo di andata-ritorno.
    I più giovani, invece, sentono meno l'opportunità di collegamento, anche se sono interessati ad incontrare altre- persone, altri gruppi. Si tratta, al massimo, di ampliamento di quella esigenza di «contatto personale» di cui si è già parlato. Non mancano le resistenze: perché allargare il giro, quando ci conosciamo così poco tra noi...
    La pressione intelligente dei loro animatori, consapevoli per esperienza dell'importanza di questi collegamenti, aiuta spesso a superare le resistenze. E dalla fase informale si passa al confronto più di fondo e quindi ad un vero contatto arricchente. In altre parole, i più sensibili avvertono l'importanza di attivare collegamenti tra gruppo e gruppo. Per i più maturi sono i fatti a fondare il processo. Per gli adolescenti la logica è invece quella dello stare assieme. Uno stare assieme che, quando è servito da stimoli di liberazione e da modelli credibili, diventa abbastanza presto «stare assieme per». E quindi costruire assieme.


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