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    Mete e criteri di maturità politica



    Riccardo Tonelli

    (NPG 1977-8-44)


    La sensibilità politica e la disponibilità all'impegno politico sono un segno di «personalità matura» e quindi sono frutto di educazione. Come ogni processo di crescita, anche la maturità politica è orientata da una batteria di «mete», da raggiungere nell'arco dello sviluppo personale. Queste stesse mete determinano gli interventi educativi, decidendo della loro validità e funzionalità. Quali mete?
    Abbiamo utilizzato un concetto molto ampio di politica: esso riguarda ogni rapporto educativo (anche se l'educazione non è riducibile alla sola «educazione politica») e richiede una serie di capacità (partecipative, innovative, promozionali...), derivate dalla definizione scelta di «impegno politico».
    Da questo orientamento generale, approfondito nei due interventi precedenti, prende le mosse la ricerca di «mete» e «criteri».
    L'educazione politica mira alla persona nella sua totalità, per abilitare ad una azione politica in tutte le sfere del vivere umano e non soltanto nella sfera statuale-istituzionale. L'accento sulla totalità non investe solo le espressioni operative della persona (perché ogni azione umana ha una risonanza politica), ma riguarda anche il carattere unitario della personalità morale, la ridice profonda dell'unità interiore di ogni uomo. La maturità politica è perciò un fatto globale. Questa globalità si sviluppa però come risultante del conseguimento di un insieme di mete educative, di quei traguardi cioè ciascuno dei quali è rappresentato da una delle diverse dimensioni di personalità, il cui insieme costituisce il complessivo sviluppo della maturità. Per questo esaminiamo le mete educative una per una, pur ricordando che sono dimensioni di un tutto e che si intersecano reciprocamente.

    COSCIENZA STORICA: CRITICITÀ E REALISMO

    Questa prima meta ricorda una condizione pregiudiziale per ogni maturo intervento politico: la capacità critica. Nessuno dubita della sua urgenza. Spesso infatti gli educatori ripetono l'invito a difendersi dalle «strumentalizzazioni politiche». Qualche volta questo ritornello serve a legittimare il disimpegno e l'assenteismo. Abbiamo definito la capacità critica come «coscienza storica». Perché? In che senso?
    Analizziamo progressivamente gli elementi che determinano la coscienza storica.
    In primo luogo essa deve diventare «realistica»: contrassegnata di criticità e di realismo. I due termini sono apparentemente contraddittori. Li elenchiamo assieme, per suggerire un impasto operativo, capace di evitare i due rischi estremi: l'utopismo (e cioè una criticità senza realismo), che pretende di raggiungere tutto e subito; e il conservatorismo (e cioè un realismo senza criticità), che stempera ogni cambio nelle considerazioni pragmatiche di mille cose concrete e nell'invito noioso alla prudenza e all'attesa. La coscienza storica si fa critica e realistica, se riesce a fondere armonicamente 1'«ideale» (l'insieme delle tensioni allo stato puro, il punto d'arrivo ottimale) con il «reale» (il dato di fatto contingente, il materiale tecnico e strategico con cui si ha da fare, la consapevolezza del presente, con i suoi problemi e i suoi condizionamenti), verso quel «possibile», in cui ogni corretta prassi educativa e politica ritrova il parametro di progettazione.
    In secondo luogo, la coscienza deve diventare «storica»: coscienza segnata dal senso della storia. Come? Abilitandosi a interpretare il presente alla luce della storia, e cioè del passato; e abilitandosi a utilizzare il passato e la storia per leggere il presente. Per comprendere il presente, in cui ci si trova a vivere e ad agire, lo sguardo al passato è necessario e insostituibile, perché il suo decorso storico è come ricapitolato nei vari fattori che determinano il presente. Ogni presente è il frutto più maturo del passato: non può esser valutato se non in una prospettiva storica (alla luce appunto di questo passato).
    La coscienza storica deve diventare però «prospettica»: è il terzo elemento. Prospettica significa aperta alla prospettiva: cioè al nuovo, al cambio, al futuro. Il futuro contiene sempre un giudizio sul presente, perché annuncia una novità non ancora realizzata e denuncia quindi l'incompiutezza del presente. Il futuro interpreta il presente e in ciò giudica e relativizza ogni attuale realizzazione. Alla radice di una coscienza capace di criticità e di realismo sta quindi un chiaro legame tra passato, presente e futuro. Il passato ci aiuta a possedere criticamente il presente. Di questo possesso critico ci si serve per individuare, realisticamente, ciò che va innovato. Questa abilità operativa è la «coscienza storica».

    UN BAGAGLIO DI CONOSCENZE-INFORMAZIONI POLITICHE

    La politica è un intreccio molto complesso di discipline diverse. Nella definizione di politica che abbiamo proposta, convergono problemi di ordine filosofico (persona umana e società), sociologico (partecipazione e potere, strutture e condizionamenti), economico (condizioni oggettive e cambio sociale), legislativo (partecipazione e delega).
    L'educazione politica comporta la necessità di curare la formazione intellettuale della persona, allargando le conoscenze con i diversi «saperi» implicati nella politica.
    Per concretizzare questa proposta, sottolineiamo tre ordini di problemi.
    In primo luogo bisogna ricordare l'importanza di una informazione corretta e oggettiva, capace di far evitare il rischio dell'unilateralità. Viviamo in un mondo in cui le informazioni sono spesso manipolate, proprio per motivi politici. Occorre controllare la scelta delle fonti e possedere il coraggio culturale di avvicinarsi a più fonti, per poterle confrontare e meglio verificare.
    La seconda sottolineatura riguarda i contenuti: quali informazioni sono necessarie alla maturità politica? E difficile dare una risposta in astratto. Vediamo urgente approfondire le conoscenze attorno a queste cinque aree: la società nella sua dinamica socioculturale; il mondo economico e le attività produttive; l'ordinamento giuridico statuale; i rapporti politici internazionali; le ideologie che ispirano le diverse concezioni politiche. Al vertice di queste aree e collegata con esse, per la sua funzione ispiratrice e critica, va collocata una «metafisica» della politica (in chiave filosofica e teologica, per i credenti). Da questo approfondimento dovranno nascere i «valori» orientatori della prassi politica, al servizio di una visione integrale dell'uomo. In terzo luogo, va evidenziato lo «spazio educativo», dove apprendere queste informazioni e dove maturare un impegno politico. Crediamo che l'educazione politica sia indissociabile dall'educazione. Essa pertanto si realizza nei luoghi educativi normali, anche se alcuni aspetti specifici potranno essere confrontati nelle «strutture di attività strettamente politica» (movimenti giovanile, partiti politici...). Luogo ideale è la famiglia e la scuola. Spesso però queste due istituzioni sono carenti o posseggono un indice di identificazione molto basso. Non resta che progettare interventi alternativi, capaci di arricchire il bagaglio culturale personale di quelle conoscenze ed esperienze, valutate indispensabili. Molti gruppi giovanili realizzano già una mediazione molto interessante, in questa direzione.

    VERSO UNA MATURA PARTECIPAZIONE

    Questa terza meta sottolinea la necessità di abilitare alla partecipazione, in modo concreto e coinvolgente. Il concetto di partecipazione è stato utilizzato come elemento-chiave per definire l'impegno politico. In questo contesto, di respiro metodologico, lo riprendiamo per descrivere in che cosa consista e soprattutto per sottolineare gli interventi richiesti per educare alla partecipazione.
    Nella formula «partecipazione», molto diffusa oggi, rientrano diverse esigenze. Le raccogliamo attorno a due elementi catalizzatori: il «prendere parte», fisicamente e attivamente, a determinate azioni; il condividere una serie di valori, per i quali ci si impegna.
    Il primo elemento descrivere la condizione di base per la partecipazione: prendere parte a gesti concreti, gestire in fase esecutiva il potere sociale, essere presenti alle manifestazioni pubbliche in cui si esprime la propria collocazione politica, utilizzare gli strumenti partecipativi minimi (voto, consigli...). Tutto questo è importante, ma insufficiente: segna un livello così scarso da far nascere il sospetto che si tratti soprattutto di strumentalizzazione, se ci si ferma qui. La partecipazione è vera e piena quando sono condivisi i valori: assieme viene elaborato il progetto operativo politico, si prende parte al momento propositivo, condividendo realmente il potere sociale che è coinvolto. In questa condivisione, si raggiunge anche affettivamente il senso di appartenenza. Ci si sente così corresponsabili da realizzare una profonda solidarietà. i diversi elementi esprimono le tappe di una crescita: dalla partecipazione quantitativa, chiusa alle sole rivendicazioni (in cui prevale la presenza fisica, con un minimo di condivisione progettuale) a quella qualitativa, aperta sulle decisioni, promozionale della vasta gamma dei diritti della persona (in cui prevale il confronto sui valori).
    L'educazione alla partecipazione avviene attraverso impegni diretti e concreti. Suggeriamo tre tappe, in una dinamica di crescita. Rappresentano non solo un cammino ideale verso una matura partecipazione politica, ma anche descrivono, in modo sommario, l'itinerario politico reale di giovani e movimenti.
    - Il primo livello mette l'accento sulla partecipazione politica come «reazione istintiva». L'innata volontà di agire per gli altri, il senso di responsabilità e l'entusiasmo caratteristico dell'età giovanile, si scontrano con situazioni di ingiustizia, oppressione, diseguaglianza, disfunzione sociale. Ne nasce un senso istintivo di protesta emotiva, che apre ad impulsi spesso generosi. Purtroppo, a questo livello, l'azione politica è fatta di proteste verbali o di sfoghi emotivi anche violenti. Manca l'istanza della razionalità: l'analisi accurata della globalità del problema, la presa di coscienza dei meccanismi e delle forze che sono in gioco. E il livello embrionale. Importante per scuotere e provocare. Ma, certo, non sufficiente e quanto meno efficace.
    - Il secondo livello permette di raggiungere un'azione più sistematica. È una prima azione riflessa per il bene comune, convissuta con altre forze sociali, di cui si fanno proprie le analisi e i metodi d'intervento. L'azione assume caratteristiche di sistematicità e di organizzazione. Ci si sente, nel gesto, parte di un tutto. Manca però la capacità innovativa all'interno del gruppo di cui si è sposata la strategia globale. Manca una personale consapevolezza di situazioni, di progetti, di obiettivi, di valori. Il militante agisce e parla, ma il direttivo pensa e decide per lui. La partecipazione è ancora troppo legata al solo fatto di una presenza fisica.
    - Il terzo livello definisce la partecipazione politica come fatto cosciente e organizzato. A monte vi è una scelta globale di alcuni valori, per l'uomo e per la sua liberazione. Nell'attività concreta, i progetti accettano ridimensionamenti e ristrutturazione, per essere partecipati e incidenti. L'utopia si incarna nelle ideologie, pur sapendosi conservare critica nei suoi confronti. La partecipazione è orientata da un equilibrio dinamico tra presenza fisica e condivisione di valori. La partecipazione è sempre conflittuale, perché si accetta una prassi politica concreta, pur nella continua revisione, per evitare le integrazioni passive e le strumentalizzazioni efficientistiche. Predomina lo sforzo per una analisi razionale della realtà, in riferimento ad una interpretazione che permetta di emettere ipotesi di trasformazione e strategie concrete, in vista dell'azione.
    Abbiamo descritto i tre livelli in cui si esprime la partecipazione politica nella crescita verso la sua maturità, mettendo l'accento su interventi politico-strutturali, in collegamento con i movimenti storici e i partiti. Diamo per scontato che chi agisce sappia pronunciarsi personalmente sui valori in gioco, anche al primo stadio. Altrimenti siamo nella manipolazione. Sul piano educativo queste preoccupazioni si traducono in scelte concrete Ragazzi e adolescenti sono incapaci di questo tipo di partecipazione. Esso appare sproporzionato alle loro reali disponibilità psicologiche: non ne sanno comprendere il senso né raccoglierne i valori. Si richiede un altro modello di partecipazione, in cui predomini non solo il rapporto con la realtà storica, ma anche il rispetto alla capacità di interiorizzazione di chi pone i gesti. Aggiungiamo un livello «zero», in cui collocare gli interventi che sono possibili a chi è in fase di maturazione? Non lo facciamo, perché il riferimento a partiti e movimenti, espresso nella scala attuale, è solo a titolo esemplificativo. Anche nelle «microrealizzazioni», si possono realizzare livelli di partecipazione come quelli descritti: inizialmente predominerà la fase emotiva o esecutiva, progressivamente si dovrà passare a quella razionale e critica.
    La tipologia ha solo uno scopo pratico. Suggeriamo un tracciato ideale da percorrere. Ma soprattutto vogliamo ricordare che anche il primo livello è importante, pur essendo in esso ancora scarsa la maturità politica. Anche in questo campo, non si possono bruciare le tappe e cercare la perfezione formale fin dai primi passi di un difficile cammino Le intemperanze politiche sono l'approccio iniziale, spesso indispensabile, verso una partecipazione che dovrà farsi sempre più piena e matura.

    SOLIDARIETÀ E RESPONSABILITÀ PERSONALI

    Alla base di ogni impegno politico maturo sta la coscienza della solidarietà interpersonale, costruita sulla responsabilità personale. Solidarietà e responsabilità sono i due aspetti di una stessa realtà.
    Questa quarta meta ne sottolinea l'importanza, oggi soprattutto per una diffusa deresponsabilizzazione personale. Troppe persone, infatti, si lanciano nell'impegno politico per partito preso o con la coscienza manichea che solo gli altri hanno bisogno di liberazione o solo alcuni sono responsabili di tutti i disagi; o, peggio, con l'assurda pretesa di strumentalizzare le persone al riscatto sociale. Il rapporto tra solidarietà e responsabilità personale è saldato nella consapevolezza (a cui bisogna educare, anche andando controcorrente) che ciascuno sviluppa se stesso nella misura in cui sa dedicarsi alla promozione incondizionata dell'altro. La dimensione di questo impegno promozionale è l'amore, capace di sacrificio: lo stesso amore con cui sono vissute molte esperienze di vita, va giocato anche quando si tratta di promuovere il bene comune.
    L'amore e il sacrificio si fanno «politici», perché si traducono in azioni promozionali concrete: nell'esercizio in termini di reale servizio della forma di potere che ciascuno possiede (a titoli diversi: culturali, esperienziali, istituzionali, affettivi...); nella ricerca di una qualificazione professionale che permetta di gestire questi stessi impegni in modo tecnicamente corretto e raffinato.
    Abbiamo introdotto due categorie sospette sul terreno politico: l'amore e il sacrificio. L'equivoco nasce non dalla realtà, ma dalle distorsioni di cui amore e sacrificio hanno sofferto nel corso della storia. Un amore incapace di stimolare una coerente disposizione all'impegno e alla lotta sul piano politico, perderebbe gran parte della sua incisività e del suo significato. Ma, nella prospettiva contraria, un impegno politico senza amore e senza disponibilità personale al sacrificio risulterebbe sempre contro l'uomo: un nuovo sottile gioco di manipolazione e di sopraffazione, anche se condotto all'insegna di parole liberatrici.

    CAPACITÀ UTOPICA

    Questa quinta meta ricorda l'urgenza di far spazio alla fantasia, alla creatività, alla capacità inventiva, anche nell'impegno politico.
    La prassi politica richiede una saggia programmazione, che sappia calare nel concreto le istanze di mutamento sociale, in termini storicamente possibili, facendo bene i conti con tutte le componenti in questione e con i mezzi disponibili. Il «futuro» fa però parte del «reale», almeno come orientamento per la sua realizzazione. Oggi c'è il grave pericolo che la tecnica sopraffaccia la prospettiva e la creatività, fino a ridurre ogni intervento alla ripetizione meccanica dei gesti già esperimentati. Oppure c'è il rischio di giocare tutte le carte sui «mezzi», a scapito dei fini, anche perché la tecnica fornisce mezzi potentissimi ad un'epoca culturale in cui scarseggiano fini condivisi. Il correttivo sta proprio nel fare più spazio all'utopia e nel dedicare più tempo a ricercare fini e progetti, non necessariamente ripetitivi dell'esperienza del passato. L'istanza sulla fantasia e sulla creatività non significa affatto l'uso incontrollato dello spontaneismo. Non per nulla abbiamo inserito questi accenti all'interno del discorso sulla programmazione, che per definizione si pone come antitetica allo spontaneismo. Ed abbiamo introdotti la categoria antropologica dell'«utopia» che oggi ha una sua risonanza consolidata. In essa soni contenuti tre aspetti molto importanti: l'utopia, riveste un significato retrospettivo (di denunci dell'ordine presente, da superare verso il nuovo, ed uno prospettico (di annuncio di un ordini nuovo, da costruire); tra la denuncia e l'annuncio si colloca il tempo della costruzione, mediante la prassi storica; per questo l'utopia appartiene all'ordine della razionalità, anzi è l'aspetto creativo e dinamico della razionalità, che gode dell'apporto della fantasia e della intuizione.

    CAPACITÀ DI COSTANTE REINTERPRETAZIONE

    Nel definire la politica abbiamo sempre compreso un quadro di valori, capace di offrire il riferimento normativo dell'impegno.
    La storia, l'esperienza della collettività umana, è lo spazio privilegiato dove i valori esistono in concreto. La politica, però, non può volgersi al passato, ritenendo esaurito il proprio compito nella ripetizione dei gesti consolidati. Essa è anticipazione creativa di un domani diverso, come abbiamo appena ricordato. L'apparente contraddizione di queste due affermazioni è superata nella proposta educativa di questa sesta meta: la capacità reinterpretativa. I valori sono nella perennità della storia, ma sono normalmente espressi in forme caduche, legate al tempo. Non se ne può garantire l'efficacia, imbalsamandone le forme per trasmetterli così alle nuove generazioni. Si richiede invece una costante reinterpretazione, che sappia distinguere il perenne dai suoi rivestimenti contingenti, per incarnare questi stessi valori in espressioni attualmente significative.
    Possiamo fare qualche esempio. L'impegno di promuovere l'altro era vissuto una volta soprattutto mediante riferimenti volontaristici e di ordine caritativo-assistenziali. La sensibilità attuale recupera questo stesso valore, anche se preferisce esprimerlo con accenti strutturali, nella prospettiva della liberazione, creando le condizioni perché ciascuno possa essere autonomo gestore del proprio destino. Lo stesso si può dire a proposito del sacrificio: dalla disposizione alla accettazione passiva dell'inevitabile, alla capacità di pagare in prima persona per innovare. A queste condizioni di costante reinterpretazione, la storia ha qualcosa da insegnare alle nuove generazioni, senza farsi loro alienazione: il presente si modella verso il futuro, illuminato criticamente dal passato.

    CENTRALITÀ DELLA PRASSI E SENSIBILITÀ VERSO VALORI ORIENTATIVI DELLA PRASSI

    L'educazione politica parte sempre da fatti. Dentro questi fatti sa raccogliere gli interrogativi che la realtà lancia. Essa considera con grande attenzione i condizionamenti economici e socio-culturali che impediscono all'uomo di realizzare il suo progetto di persona nella comunità. Cerca con realismo gli elementi attraverso cui liberare l'uomo da queste alienazioni, verso una storia più a sua misura.
    Si pensa perciò alla libertà più come una meta da raggiungere attraverso un processo di liberazione, che come esercizio pacifico del libero arbitrio. Ci si preoccupa di interpretare il concetto metafisico di «libertà» in una chiave dinamica e esistenziale. Si preferisce così mettere l'accento sulla conquista della libertà, sottolineando il progetto di esistenza che l'uomo si costruisce, assumendo la propria responsabilità nel contesto in cui vive.
    Questo significa che si apprende in che consista la liberazione, soprattutto mediante una prassi liberatrice, «facendo» la liberazione. Questa opzione è irrinunciabile, per evitare il deduttivismo etico o la costruzione di una costellazione, neutrale e impersonale, di valori, da applicare schematicamente alle varie situazioni. È però un'opzione pericolosa, se assolutizzata. Può trascinare verso il soggettivismo o il pragmatismo, tanto da considerare positivo ciò che avviene, moralmente significativo il fattuale. La prassi diventerebbe, così, norma suprema dell'agire. Non è sufficiente il principio della reinterpretazione, ricordato sopra. Esso è un criterio ermeneutico, non metafisico: suggerisce un metodo di intervento senza indicare i contenuti da salvaguardare.
    Pensiamo che debba essere ricercato un correttivo a questo pericolo, purtroppo non retorico, nell'educazione e nella sensibilità ad alcuni valori normativi per ogni azione umana e politica. In questa prospettiva, resta affermata la centralità della prassi, anche sul piano educativo, mentre si recupera la consapevolezza che la verità ha dei diritti sulla libertà e la responsabilità personale e intersoggettiva.
    Quali sono questi valori normativi?
    Ne elenchiamo alcuni. Ci preme più sottolineare il principio, che dare dei parametri esaurienti. Quelli che indichiamo sono ricavati da una lettura credente del mistero dell'uomo e della storia (nel Vangelo), anche per ricordare la collocazione antropologica della nostra ricerca: non una politica derivata dalla fede, ma un impegno politico orientato e giudicato dall'immagine rivelata dell'uomo, chiamato ad essere figlio di Dio.
    Ecco alcuni valori:
    - centralità della persona, contro ogni sua strumentalizzazione (anche quella collettivistica),
    - superamento di ogni discriminazione sociale,
    - preferenza per i più deboli, per gli ultimi, per gli emarginati: scelta dei «poveri»,
    - preferenza per soluzioni non violente,
    - amore personale e fattivo, gratuito (che abbraccia tutti senza chiedere contropartite) e universale (che cerca di raggiungere veramente tutti, al di là di ogni classismo),
    - spirito di riconciliazione e di perdono,
    - coscienza che la liberazione totale dell'uomo non può mai essere raggiunta pienamente all'interno della storia, attraverso impegni politici, perché essa è fondamentalmente dono di Dio.


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