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    Dal gruppo all'appartenenza ecclesiale



    Riccardo Tonelli

    (NPG 1976-03-19)


    Molte volte si è legata la crescita di un maturo senso di appartenenza ecclesiale alla esperienza di gruppo. In questo contesto si è spesso ricordato che per i giovani d'oggi il gruppo diventa indispensabile mediazione di Chiesa. È un'affermazione importante, anche perché indica un notevole spostamento di accento dalla prassi pastorale tradizionale, che privilegiava il momento catechistico.
    Per evitare la faciloneria dello slogan, vogliamo meditare l'affermazione in tutto il movimento interiore, teologico e metodologico, di cui è carica. I discorsi troppo globali, quelli in cui tutti i problemi sono ridotti ad una sintesi molto stretta, rischiano di diventare equivoci.

    UNA PREMESSA

    Quando si parla di appartenenza ecclesiale entrano immediatamente in questione alcuni elementi qualificanti. Li richiamiamo a veloci battute, per delimitare l'ambito entro cui si muove la nostra riflessione.
    La Chiesa è prima di tutto un fatto di ordine teologico, che coinvolge un progetto trascendente, con cui ogni appropriazione metodologica deve fare i conti. Educare al senso di appartenenza ecclesiale comporta, ad un certo punto dell'itinerario di crescita, l'accettazione di un dato che è «dall'alto», la cui definizione cioè supera la dimensione storica ed esperienziale della ricerca, del singolo o del gruppo.
    L'essere Chiesa e l'esserlo secondo certe modalità, non dipende, in altre parole, da una decisione del gruppo, ma è, nella sua radicalità, accettazione di un dono e di un progetto che trascende l'esperienza umana, anche quando la investe nella sua globalità. Nessuno può dire: per me «la» Chiesa è questo e basta.
    Per questo motivo, nessuna riflessione di tipo antropologico è in grado di definire adeguatamente i criteri della appartenenza ecclesiale.
    Nello stesso tempo, però, sia l'esperienza di Chiesa che la creazione di un senso di appartenenza ad essa, sono un fatto umano, storico: un insieme di elementi che determinano la verità umana di questo dono che è la Chiesa e lo spessore metodologico del sentirsene «parte».
    Per questo si può (e si deve) riflettere con categorie antropologiche sul mistero della comunione ecclesiale, per fedeltà al suo statuto teologico. Le difficoltà legate al contesto socioculturale, alla psicologia giovanile, al prestigio, più o meno rilevate, dell'istituzione ecclesiale... sono tutti elementi da considerare con attenzione, se si vuole elaborare una proposta pastorale che permetta di raggiungere un maturo senso di appartenenza ecclesiale, con «questi» giovani concreti, qui-ora.
    Le scienze psicosociali descrivono la metodologia per creare il senso di appartenenza ad una istituzione. Il ricorso ad esse è legittimo anche per l'istituzione ecclesiale, sia nel momento dell'analisi che in quello della progettazione. La dimensione trascendente che caratterizza la Chiesa costringe però a fare ciò in uno «sguardo di fede», capace di salvare il criterio normativo che compete al progetto ecclesiologico che la teologia descrive.

    I criteri per definire l'appartenenza ecclesiale

    Alla luce di questa premessa, come creare nei giovani d'oggi un maturo senso di appartenenza alla Chiesa?
    Per fare un discorso concreto e coerente, teniamo conto dei molti fattori che oggi convergono a rendere problematico per troppi giovani il raggiungimento di questa meta. Alcuni fattori sono dalla parte dell'identità dell'istituzione ecclesiale: la sua definizione è resa incerta sia per la crisi di valori che molti cristiani attraversano, sia per i rapidi mutamenti all'interno della Chiesa stessa. Altri fattori sono dalla parte della sua significatività, per il clima di marginalità a cui essa è condannata dal sistema sociale dominante. Sono cambiate le cose, dentro e fuori la Chiesa. Ai nuovi problemi dobbiamo trovare risposte adeguate. Sottolineiamo perciò tre criteri, aspetti complementari di un unico processo pastorale.
    Solo la simultanea compresenza di questi criteri può permettere ai giovani d'oggi il raggiungimento di un maturo e condiviso senso di appartenenza ecclesiale.

    UNA CORRETTA PROPOSTA Dl CONTENUTI

    Come primo elemento ricordiamo un dato tradizionale nella pastorale giovanile: la necessità di un'ampia, approfondita, corretta catechesi sulla Chiesa.
    Il senso di appartenenza ecclesiale è molto legato alla socializzazione religiosa ricevuta nella prima infanzia e al successivo processo di «oggettivizzazione» di questi contenuti, vissuto nel momento in cui il giovane prende coscienza riflessa delle scelte in cui è stato immesso.
    La decisione di «far propria», o, al contrario, di «rifiutare», l'istituzione ecclesiale dipende dall'insegnamento religioso ricevuto e dal controllo critico esercitato nei confronti di eventuali contro-insegnamenti. In questa affermazione ci sono elementi che meritano una sottolineatura perché ci permettono di cogliere alcuni impegni pastorali urgenti e relativamente nuovi.
    Si crea un senso di appartenenza quando l'individuo riceve in modo adeguato i contenuti che determinano e definiscono l'istituzione di cui è chiamato a far parte. Nel nostro caso, ciò che il bambino prima e il giovane poi, hanno appreso della Chiesa, deve corrispondere oggettivamente al progetto di Dio, senza riduzioni e senza esagerazioni. In caso contrario l'accettazione o il rifiuto non è per la Chiesa di Cristo, ma per quell'immagine distorta di chiesa che gli è stata comunicata. C'è un ampio terreno su cui iniziare la verifica, soprattutto alla luce della nuova ecclesiologia del Concilio e del postConcilio.
    Ma non basta.
    L'appartenenza non è prima di tutto determinata dall'oggettività e dalla forza razionale dei contenuti, ma dalla consapevolezza che la realtà descritta da quei contenuti, è «significativa», «affascinante»: fino a far concludere che far parte di quella istituzione è cosa di estrema importanza. La significatività è tutta sulla sponda del soggettivo. Il soggetto - e non altri al suo posto - è chiamato a scoprire il valore della proposta che gli è rivolta. Essa deve risultare importante «per me»; non basta che lo sia in sé. Le significatività è determinata normalmente dal grado di identificazione della persona con l'istituzione stessa. In altre parole, si avverte come significativa soggettivamente solo la proposta che è mediata da una istituzione sentita come significativa. Una proposta oggettivamente corretta e razionalmente fondata, ma mediata da una istituzione marginale, rifiutata, contestata, difficilmente conduce all'identificazione e quindi ad un reale senso di appartenenza. E questo è il problema di oggi.
    La socializzazione religiosa non solo deve essere corretta e adeguata sul piano dei contenuti. Non basta una buona catechesi. Essa deve essere mediata da istituzioni coerenti e altamente significative.
    La proposta di Chiesa è oggi gestita da istituzioni esperimentate soggettivamente come significative, sulle quali è possibile iniziare un processo di identificazione?
    Su questo fronte, purtroppo, le prospettive sono tutt'altro che rosee...

    LA MEDIAZIONE DEL GRUPPO ECCLESIALE

    La Chiesa come istituzione globale ha perso oggi molto di significatività: per motivi di credibilità interna e per la crisi generale che ha investito ogni istituzione tradizionale.
    Soprattutto riesce difficile vivere reali esperienze comunitarie, per l'anonimato e la marginalità delle sue strutture.
    Dobbiamo inventare un luogo alternativo: significativo e di esperienza comunitaria intensa. Questo spazio è il gruppo, per molti giovani dunque l'indispensabile «mediazione» ecclesiale.
    Per molti giovani la Chiesa diventa un fatto di esperienza, sul quale è possibile iniziare quel processo di identificazione che permetta di interiorizzare i contenuti che definiscono l'essere Chiesa, solo attraverso un gruppo.
    Lasciamo l'affermazione nella sua genericità, senza entrare nei particolari relativi a quale gruppo: gruppo giovanile o gruppo giovani-adulti, comunità di base, gruppo di appartenenza o di semplice riferimento... Tra le molte cose vogliamo ricordare invece due esigenze che ci fanno scoprire come il passaggio da gruppo a «mediazione ecclesiale» non avviene per scatti automatici.

    a) Una esigenza di identificazione:
    il giovane deve sentirsi parte del gruppo per sentirsi parte della Chiesa
    Il senso di appartenenza è condizionato dal livello di identificazione del giovane nei confronti del o gruppo. Una partecipazione marginale o in un gruppo a basso indice di coesione, non crea identificazione e quindi non raggiunge l'obiettivo.
    L'identificazione con il gruppo dipende dall'immagine che la persona ha ,del suo gruppo (se si trova a proprio agio, se avverte di avere in esso un ruolo, se il gruppo funziona senza troppi scossoni, se non circolano nel sottobosco tensioni e conflitti...) e dall'immagine sociale che il gruppo possiede (il «prestigio» cioè di cui il gruppo gode nell'ambiente in cui vive ed agisce).

    b) Una esigenza di reale ecclesialità:
    far parte di un gruppo che sia effettivamente ecclesiale
    Si tratta di una condizione pregiudiziale. È evidente che non basta vivere una buona esperienza di gruppo. L'appartenenza al gruppo diventa mediazione di appartenenza ecclesiale, se il gruppo è in se stesso «ecclesiale».
    Non vogliamo entrare nelle problematiche che una simile affermazione comporta. Alla domanda «che cosa fa un gruppo ecclesiale?», abbiamo già risposto in altri contesti.

    DAL GRUPPO ALL'ISTITUZIONE ECCLESIALE

    Il gruppo, però, non è «la» Chiesa. Non per nulla abbiamo sempre parlato di «mediazione». Non basta la sola appartenenza ad un gruppo per raggiungere quel maturo senso di appartenenza ecclesiale che ci sta a cuore.
    Dal gruppo e attraverso il gruppo, bisogna toccare l'oggettiva dimensione ecclesiale: la Chiesa, mistero di comunione e istituzione storica (Chiesa particolare, locale e universale).
    Come aprire l'esperienza di gruppo ad un reale respiro universale? La risposta a questo grosso interrogativo avviene nella stessa logica che ha percorso le pagine precedenti: attraverso un processo di identificazione; creando cioè una circolazione di contenuti, dall'istituzione alla persona attraverso il gruppo, non solo oggettivamente precisa ma anche soggettivamente significativa.
    Il rapporto di identificazione deve avvenire tra il gruppo e l'istituzione più vasta che è la Chiesa, ai suoi vari livelli concentrici.
    Il gruppo è diventato il luogo di esperienza ecclesiale per il singolo giovane: una esperienza rilevante ma non globale. Se non vogliamo attivare conflitti di appartenenza, è importante che il gruppo, nel suo insieme, «senta» di far parte dell'istituzione. Se alla persona si chiede invece di appartenere al gruppo e, solo a titolo personale, all'istituzione ecclesiale, facilmente salterà il legame con l'istituzione, perché è normale rifiutare nel conflitto il polo meno concreto. Troppe esperienze attuali sono su questa linea. Non basta la buona volontà e le raccomandazioni generiche. Sottolineiamo due esigenze.

    a) L'istituzione è chiamata a fare spazio al gruppo (ai vari gruppi che formano la costellazione esperienziale dell'essere Chiesa oggi): una accettazione reale, non fatta di sole parole. Una accettazione necessariamente dialettica, ma non per questo meno sincera e sofferta.
    Si possono moltiplicare gli esempi: il prestigio, l'ascolto, la costante attenzione a non emarginare a nessun titolo...

    b) Il gruppo e i singoli nel gruppo sono chiamati a scoprire i valori oggettivi che definiscono la Chiesa, per evitare la troppo facile equazione: noi siamo la Chiesa.
    Anche in questo contesto si possono moltiplicare gli esempi: la scoperta del significato dell'istituzione, la condivisione in prospettiva di fede del progetto rivelato di essere-chiesa, il riferimento costante alla tolleranza e alla personale conversione, l'accettazione dell'altro nella sua diversità; il senso ecclesiale del magistero e della gerarchia...

    PER CONCLUDERE

    Abbiamo tracciato uno schema di riferimento, ogni argomento meriterebbe uno sviluppo molto più meditato. Il discorso è quindi aperto. Per concludere vogliamo evidenziare l'itinerario logico che ha percorso queste pagine.
    Un processo di tipo oggettivistico mette l'accento sulla ragionevolezza della proposta, per dedurne la sua soggettiva importanza e significatività: quando i valori sono presentati bene, in forma adeguata, ogni persona ne può scoprire la personale rilevanza.
    Noi abbiamo scelto una strada diversa, che ci pare più consona alla mentalità giovanile e, in ultima analisi, ad un progetto ecclesiologico «dal basso»: partiamo da esperienze vissute, affascinanti, che permettano una reale identificazione, in questa nostra società di disaggregazione e di emarginazione; dall'interno di queste esperienze scatta l'innesco di un processo di razionalizzazione, per cogliere i contenuti nella loro portata oggettiva.
    Come si vede, i problemi e le soluzioni sono quelli di sempre: un modo oggettivistico o esistenziale di progettare l'educazione alla fede. Dalla norma e dal valore come assoluto, alla persona; o viceversa?


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