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    Il «volontariato», uno sbocco alla scelta missionaria?



    Comunità Internazionale volontari laici – Cuneo

    (NPG 1975-07/08-81)

    LVIA (Comunità internazionale volontari laici) è un organismo per la promozione e la formazione di un volontario «missionario». A differenza di altri movimenti, esso ha optato per una precisa identificazione cristiana. A monte delle sue scelte c'è una definizione di missione, che ci interessa nella prospettiva di questo nostro studio.
    Abbiamo intervistato il direttore della «comunità», don Aldo Benevelli. Ci stava a cuore cogliere dalla sua parola il significato di una esperienza. Gli aspetti tecnici del loro servizio di volontariato, li rimandiamo alle loro pubblicazioni specializzate. In queste pagine, sotto la sua guida, vogliamo capire cosa può significare, per un giovane oggi, essere «missionario».
    Di getto, prima ancora di iniziare il fuoco delle domande, don Aldo si presenta: «Noi ci troviamo in una situazione letteralmente opposta a quella che oggi preoccupa la chiesa tradizionale. Ci si lamenta perché la gente non viene più in chiesa, le associazioni sono disertate, i giovani ci scappano... Il nostro dramma è tutto il contrario. Sono moltissimi, troppi, i giovani che ci interpellano: abbiamo un cumulo di richieste che non riusciamo più a controllare. E, si noti, non per l'avventura o per la fuga, ma come fenomeno normale di riscoperta del cristianesimo, ad un livello tematico, di valori e di proposte interessanti».
    Il ghiaccio è stato rotto. Diventa facile chiedere il «perché» di tutto questo afflusso di giovani.

    (L'intervista è stata condotta da R. Tonelli. LVIA è una associazione di «comunità di servizio», composta da laici che dopo una adeguata preparazione si impegnano in un servizio cristiano negli ambienti più emarginati dei paesi poveri, cioè dovunque c'è un «terzo mondo». Organizza stages sui problemi del volontariato e campi di lavoro per la sensibilizzazione, «campi di servizio», soprattutto in Africa. La formazione dei volontari è raggiunta attraverso corsi residenziali, presso la sede. Per riferimenti tecnici: LVIA via Stoppani 31 12100 CUNEO - tel. 62558)

    LE MOTIVAZIONI AL VOLONTARIATO

    D. Sono molti i giovani che vengono alla vostra comunità. Che cosa cercano? Che cosa trovano? In Italia esistono molti organismi simili al vostro. Ci risulta che, generalmente, anche essi sono assediati di richieste. Ci troviamo in presenza di una interessante riscoperta del «volontariato», del servizio agli altri soprattutto nel Terzo Mondo.
    Gli organismi di ispirazione cristiana sono spesso nel fuoco dei conflitti che caratterizzano il difficile rapporto tra promozione umana e evangelizzazione. Molte volte essi optano per un impegno vasto di promozione umana, facendo in questo coincidere la loro fondamentale identità cristiana. Ci risulta che invece voi insistete su una dimensione più esplicita di ecclesialità.
    Perché?

    R. Certo, noi ci teniamo alla nostra identificazione cristiana. E la nostra proposta. Ma non si può proporre con la forza.
    Per evitare fraintendimenti, diamo una risposta articolata ai molti problemi che contiene questa domanda.
    La massa dei giovani che arriva da noi è, come dappertutto, attratta da motivazioni le più svariate. Anche da noi arriva il giovane in fuga: dagli amici, dalla vita, dalla noia. Abbiamo l'impressione che questi siano però una ristretta minoranza, delle frange.
    Molti ci tengono a ricordare che «stanno bene». Sono impiegato, dicono, ho lavoro, ho la ragazza, sono apposto. Ma questa vita tranquilla non dice loro niente. Hanno dentro una vocazione a «valori diversi», hanno un desiderio di significati nuovi. Non vogliamo esagerare. Si tratta di percezioni provvisorie, labili, spesso un po' emotive. Ma con una radice precisa. Molti ricordano: Non è da ieri che ho questi problemi; sono cose che mi trascino dentro da tempo.
    Tutto questo noi lo consideriamo un modo almeno implicito di vivere il cristianesimo. Implicito, ma genuino, vero. Ciò che sta nel fondo del cuore di questi giovani è la nostalgia del Cristo e del messaggio cristiano. Qualche volta, magari, c'è in essi una certa ritrosia a dare notazioni cristiane esplicite a questi valori umani. Ed è spiegabile. Come fanno a germinare ecclesialmente questi valori, quando il livello di inseminazione di troppe strutture ecclesiali è così povero? Quando vengono da noi, molti giovani ostentano il rifiuto di un rapporto con l'istituzione ecclesiale, attratti da un servizio di promozione umana: ma tutto questo non è, forse, solo il rifiuto della povera esperienza di chiesa che essi hanno fatto? Noi siamo convinti che in questi giovani, in quasi tutti almeno, c'è un germe fortissimo di cristianesimo.
    Per questa convinzione, il nostro primo rapporto con loro è la testimonianza di grande stima che loro dobbiamo. Ci mettiamo assieme a raccogliere i pezzi della loro storia, per scoprire come mai sono arrivati a questa coscienza, alla ricerca dei motivi per cui non vogliono vivere più per se stessi, per valori vuoti o mondani e invece vogliono «darsi» ai fratelli. Siamo convinti che chi ha scoperto l'amore («amatevi gli uni gli altri») ha acquisito un fondamentale valore cristiano.
    Questa è la nostra partenza. Non abbiamo progetti sistematici né tanto meno tecniche raffinate. I giovani condividono la nostra stessa vita. E così, nel contatto e nella condivisione esperienziale (le dichiarazioni a parole servono proprio a poco!) essi toccano con mano che questo è il «loro posto». È fondamentale che essi ci trovino affettuosi, «cristiani sperimentali».
    Qualcuno ci dice: Io non sono cristiano. La nostra risposta è sempre la stessa, convinta: Anche noi non sappiamo se siamo cristiani. Come Paolo che dichiara di essere un «divenire cristiano».
    Noi non chiediamo delle esplicite professioni di fede. Ci vuol altro! Ogni tanto, qualcuno dei nostri vorrebbe che a questi giovani si facesse un discorso più esplicito: Noi siamo un organismo cristiano. Dunque: prendere o lasciare. E una tentazione a cui facciamo di tutto per non cedere... Preferiamo che il cristianesimo sia provato in prima persona. Il «prendere o lasciare» viene dal di dentro, non dall'imposizione formale. Condividendo una certa vita, essi sono necessariamente costretti ad interrogarsi.
    In questa prospettiva nasce il nostro annuncio di Cristo. Di Cristo parliamo molto. Come di una Persona che prima di tutto ha sedotto noi, ci ha capovolto la vita, costringendoci ad abbandonare un sacco di altre
    cose...
    Ecco il nostro tragitto: dalle varie componenti di un cristianesimo implicito, alla esperienza di una vita cristiana, condivisa con altri, alla testimonianza e all'annuncio; fino a far spazio alla costruzione dello Spirito, in tutti noi.
    Ci pare un itinerario di pieno rispetto alla crescita, libera e responsabile, di ogni persona. Nel servizio di volontariato predichiamo che non dobbiamo imporre nulla agli altri. L'acquedotto non deve farlo il volontario. Deve nascere dalle varie persone sul posto. Noi dobbiamo fare proposte, sostenere, aiutare a perseverare. Altrimenti siamo nella prospettiva dell'indottrinamento. Lo stesso metodo vale per la scoperta di Cristo. È lo Spirito che «costruisce». L'amore va avanti, di forza propria. Noi dobbiamo solo contribuire.
    La conclusione? Molti giovani, alla fine, sono «sereni»: Se è così essere cristiani, io sono cristiano. Per altri invece c'è la rottura. Se ne vanno.
    Noi li invitiamo a restare... come si fa a misurare chi è cristiano e chi non lo è? Ma se ne vanno. Forse per colpa nostra: il nostro linguaggio duro, la scarsa testimonianza della nostra vita, la difficoltà di un reale rapporto interpersonale, il mistero della libertà...

    CARATTERISTICHE DELLA DIMENSIONE MISSIONARIA

    D. In questo processo di riscoperta del cristianesimo, come si inserisce la dimensione missionaria? Che cosa è, per voi, essere missionari?

    R. Dobbiamo intenderci. Le parole hanno senso se servono a comunicare contenuti. Altrimenti vanno buttate. troppo rischioso coprire il vuoto con parole grosse.
    Per noi la dimensione missionaria, così come tradizionalmente viene intesa, è un fatto «accidentale», una scelta strategica e basta. Quello che conta è la riscoperta di un cristianesimo che faccia di ciascuno, in ogni parte del mondo, un missionario. Dobbiamo spiegarci.
    Il centro della riscoperta del cristianesimo è qui: la religione è amore.
    «Padre» è un vocabolo che Cristo ha inventato per farci capire qual è il rapporto tra Dio e noi.
    La scoperta della paternità di Dio ci spinge a «scoprire» il fratello: solo così il discorso si fa concreto. Ce l'ha insegnato Cristo stesso.
    Nasce il dovere di schierarsi a fianco del fratello oppresso, lottando per la sua promozione. I momenti «sacramentali» ci fanno «capire» in verità questa dinamica di amore in azione. L'eucaristia fa toccare con mano che il Padre ci ama nel Cristo, ci riunisce, ci salva. Dobbiamo verificare assieme se realmente comunichiamo con gli altri, sentendo nella nostra persona tutto ciò che è contro l'uomo, nella storia quotidiana. L'eucaristia è il centro dinamico di questo grande impegno missionario: dall'eucaristia troviamo la forza di «protestare» contro coloro che «impongono pesi che essi stessi non vogliono poi portare».
    Il missionario è un cristiano che testimonia Cristo, nei fatti.
    A qualche cristiano è affidata soprattutto la testimonianza della parola. Ai laici, ai giovani volontari è affidata invece la testimonianza della vita. Sono missionari perché rendono presente ogni giorno Cristo nella vita reale: nel sindacato, nella personale vita austera, nel lavoro, nell'amore, nella lotta per la promozione dell'uomo. L'andare in Africa o in America, oppure il restare qui nel nostro mondo: l'ultima cosa, marginale. A monte ci vuole il discorso fatto prima.
    Questo, per noi, vuol dire essere missionari. Ci pare un discorso corretto e ecclesiale.
    Siamo tutti missionari, perché nessuno di noi può rifiutare questa logica, «umana» e profondamente, tipicamente, cristiana. Crediamo che il Cristo ci abbia aiutato a riprendere i valori dell'uomo, sopraffatti dalle strutture del suo tempo (e non poche responsabilità toccavano a quelle «ecclesiastiche»), facendo un ordine nuovo, stabilendo precedenze e priorità, nella logica alternativa dell'amore.
    Si capisce perciò come sia evidente per noi parlare di un «volontariato permanente»: essere cristiani significa vivere in atteggiamento di «volontari» per tutta la vita. È la nostra proposta più importante, che scaturisce dalle premesse di cui abbiamo parlato. Che cosa questo significhi in concreto... non lo sappiamo. Sicuramente c'è uno spirito, un atteggiamento esistenziale irrinunciabile. Da incarnare in alcune strutture tipiche? Non abbiamo nessuna idea, oggi. Non vogliamo averla. Perché le idee nascono dalla vita e dalla riflessione comune.

    Il volontariato missionario

    L'aspetto operativo, di volontariato missionario, è un sottocapitolo di tutto questo discorso. Le cose più importanti sono quelle ricordate. Questi fatti ne sono una traduzione per determinate situazioni concrete. Si richiamano a quelle idee, proprio nei termini in cui cercano di incarnarle. Sul piano metodologico parliamo di progetto affidato ad un volontario. Ricordiamo solo qualcosa, lasciando i discorsi strettamente tecnici. Le sottolineature possono aiutare a cogliere maggiormente la nostra scelta cristiana e missionaria.
    Per noi «progetto» è un insieme di sedi, persone, servizi nelle quali il volontario si esprime. È progetto ogni strumento di promozione dell'uomo, inteso come cooperazione con lui e suo servizio. L'obiettivo è di ordine globale: l'uomo nella sua totalità, così come il Cristo l'ha incontrato, amato e salvato. Una totalità fatta di aspetti anche parziali: tutti importanti, tutti complementari.
    Il volontario è uno degli attori di questa promozione: non l'unico, né tanto meno il principale, spesso neppure l'indispensabile. Perché crediamo che la liberazione sia da realizzare sempre «con» e talvolta «sotto» coloro che beneficeranno del moto promozionale.
    Ci si rende conto facilmente delle scelte che stanno a monte di queste parole. Dobbiamo rileggere il Vangelo, per capirle appieno. Nella prassi però è difficile realizzare questi presupposti. Soprattutto per noi europei che ci sentiamo la vocazione addosso alla beneficienza, all'aiuto, alla sovrapposizione, alla occupazione culturale.

    Lo stile del nostro servizio

    Abbiamo tratteggiato, in una bozza di documento, questo spirito. Tra le righe emerge bene quello che dovrebbe caratterizzare il nostro servizio. Lo riportiamo come testimonianza.

    1. Sia particolarmente tenuta presente la posizione caratteristica fondamentale: la dimensione evangelica di servizio: la disponibilità a lavorare dove-come-quando vogliono i responsabili locali (il popolo, la chiesa...) mettendo a disposizione tutte le proprie competenze.
    2. Ciò suppone disponibilità a non fare progetti precostituiti, ad una disponibilità quotidiana a cambiare, ad accettare la temporaneità della nostra presenza.
    3. I volontari si impegnano a costituire con l'aiuto e il consiglio fraterno del «padre» (che fa l'anziano) una unità di rifornimento evangelico: l'ascolto e la riflessione sulla Parola, la ricerca di occasioni discrete e semplici per la testimonianza, l'esame dei problemi personali insieme, l'eucaristia come momento forte di questo lavoro.
    4. L'unità deve essere espressa come esempio di concordia operativa ed è arricchita da un esame comune delle difficoltà e da una ricerca fatta assieme delle soluzioni. 
    5. Il gruppo manterrà stretti rapporti con la comunità centrale e con le altre comunità vicine.

    CREDENTI E NON-CREDENTI NEL SERVIZIO ALL'UOMO

    D. La ringraziamo. Dalle sue parole emerge una testimonianza piena, che ci provoca e ci costringe a riflettere. Una difficoltà, però, vogliamo proporle, per cogliere ulteriormente la vostra esperienza.
    Molti gruppi giovanili (e gli organismi per il volontariato, di ispirazione cristiana, lo vivono in prima persona) sentono il dramma di diventare discriminanti. Temono, in altre parole, che insistere sulla precisa identificazione cristiana diventi motivo di rottura con i giovani, impegnati e disponibili spesso più di quelli che si professano cristiani, che non accettano però questi discorsi di fede. La «promozione umana» diventa perciò l'unica piattaforma comune a tutti. Da questa scelta pratica, il discorso si allarga ai temi specificamente missionari.
    Voi come avvertite questi problemi? Che soluzioni avanzate?

    R. Quando un giovane si dichiara ateo o ideologicamente marxista e rifiuta di credere alla nostra proposta di fede, noi gli rispondiamo: Tu puoi continuare a fare le stesse cose che facciamo qui, restando tranquillamente ateo.
    L'ultima parola è a te stesso.
    Però non li prendiamo con noi. Non fanno comunità, e quindi servizio, con noi.
    Altri hanno fatto comunità miste: di credenti e non-credenti. Noi non ce la sentiamo. È meglio dire: non ce la sentiamo «ancora». Forse perché non siamo ancora capaci di amare, non siamo ancora sufficientemente cristiani. Abbiamo bisogno di altri miracoli dello Spirito. Se non ce la sentiamo, lo riconosciamo, la colpa è nostra.
    Ci sono anche motivi di ordine pratico che sottolineano la nostra scelta. Vogliamo rispettare la mentalità del luogo dove lavoreremo, normalmente meno possibilista della nostra. E vogliamo rispettare gli stessi non-credenti che nei nostri gruppi si troverebbero frequentemente a disagio. Noi ci ritroviamo nel Cristo. Facciamo ogni giorno la revisione di vita sulla sua Parola. Sentiamo l'eucaristia come fatto centrale del nostro servizio. Un ateo che condividesse la nostra vita... che cosa farebbe? Insistiamo: siamo noi a non essere pronti. Ci pare però un atto di onestà. Non è un dramma.
    Spesso, a chi ci chiede, diciamo: Se vuoi restare, ci fai piacere. Per noi però il parlare di Cristo è una cosa di tutti i momenti. A te potrà dare fastidio. Anche perché noi non siamo capaci di parlarne bene. Dovrebbero parlare i fatti, non le parole che diciamo.
    Potrebbe spuntare un dubbio: che i giovani che accettano questo discorso siano quelli un po' poeti, gli emotivi o gli insicuri psicologicamente. La nostra esperienza dice esattamente il contrario. Restano i «lottatori». Quelli che hanno l'audacia di realizzare pienamente un progetto di liberazione degli altri, nel silenzio e nella semplicità: nei fatti di una vita dura e austera.
    Molti giovani sono lottatori a parole. Ma tirano presto i remi in barca quando c'è da lavorare sodo, rinunciando a tante cose. La prova viene nella vita, nel tempo di esperienza comunitaria che generalmente premettiamo ad ogni partenza.
    Fanno discriminazione alcune «leggi» a cui teniamo molto e che ciascuno cerca di testimoniare nei fatti: la disponibilità a vivere poveri, accettando gli eventuali disagi o carenze di mezzi a disposizione; la disponibilità a vivere eguali in ogni circostanza, pur nella diversità delle competenze e nell'uso dei mezzi necessari al lavoro personale; la disponibilità alla revisione, per essere pronti a rimangiarsi idee, atteggiamenti, pratici, nel confronto con gli altri e gli avvenimenti.
    Chi regge a questa vita dura, saprà inserirsi. Gli altri danno generalmente grossi grattacapi anche nell'insediamento, perché restano facili alle analisi superficiali e alle prese di posizione altisonanti, all'europea.


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