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    Verso il cristiano adulto



    Giacomo Grasso

    (NPG 1974-9/10-96)

    La «scuola di fede» tende alla costituzione di una maturità di fede: quindi alla formazione del «cristiano adulto» nel giovane.
    Affiorano due grossi problemi.
    Può il giovane essere definitivo «adulto o? Oppure deve accontentarsi, anche nella chiesa, di parcheggiare la sua esperienza in attesa di tempi migliori? La domanda è importante sul versante della corresponsabilità ecclesiale.
    Che cosa caratterizza la «maturità dell'adulto» nella fede? Quali ne sono gli elementi specifici? La risposta permette di intraprendere il cammino con la meta chiara dinanzi allo sguardo. per evitare il rischio di una marcia faticosa in una direzione errata..
    Per rispondere ai due interrogativi, l'autore propone la scelta della ri-evangelizzazione per i giovani d'oggi. Un invito, cioè, che si inquadra molto bene nella sintesi della nostra monografia.

    La quasi totalità dei «cristiani» delle nostre Chiese è stata iniziata alla fede nell'infanzia e nella fanciullezza. Questa situazione di fatto, non può che essere accettata da chi, oggi, si occupa di giovani. «Contro il fatto - dicevano gli antichi logici - non vale nessun argomento». Ci si potrà interessare, in altra occasione, del problema del battesimo dei bambini, di quello della confermazione, già stranamente posposta alla messa di prima comunione e da posporsi ulteriormente nel desiderio di molti. Qui si è chiamati a riflettere sulla strada da seguire per portare i giovani, quelli che incontriamo sulla nostra strada, nelle nostre attività, nelle aule scolastiche, negli Oratori e nelle Associazioni, nei Gruppi, ad una dimensione adulta nella fede. È inutile, almeno qui, fare un programma per quanti, non ancora nati quindi ancora da battezzare, saranno i giovani degli anni '90.

    Un problema che chiede di accantonare altri...

    Questo atteggiamento non vuole essere di rifiuto nei confronti di coloro che - a livello strettamente teologico e a livello più propriamente pastorale - si pongono il problema dell'iniziazione cristiana. Vuol soltanto permettere l'approccio, il più concreto possibile, ad una realtà che si presenta, spesso drammaticamente, in maniera monolitica. Tutti, o quasi tutti, i giovani che vivono la loro giovinezza oggi, sono dei battezzati, cresimati, ammessi alla prima comunione. Se non sono stati ancora cresimati lo saranno, per lo più, poche settimane prima delle nozze, dopo una preparazione generalmente affrettata combinata insieme, quando va bene, con alcune conversazioni relative al sacramento del matrimonio scambiate col Parroco o con un altro prete e, in qualche caso, con un paio di laici. In questa situazione noi, o altri, incontreremo giovani per altri vent'anni. Riflettere in queste pagine su cosa può significare per questa massa di battezzati muoversi verso un cristianesimo adulto mi sembra abbastanza importante. Tanto importante, nella situazione di fatto, da richiedere una piccola «tregua ideologica»: non chiediamoci, ancora una volta, cosa bisognerebbe fare, quanto all'iniziazione cristiana, dei neonati che in questi giorni aspettano il battesimo. Chiediamoci cosa fare per i loro fratelli maggiori o, comunque, per i ragazzi e le ragazze dai sedici ai vent'anni.
    Un'altra tentazione deve essere accantonata. Quella che ci porta a recriminare pesantemente contro il passato. Anch'essa è, in relazione alla soluzione del nostro problema, perfettamente inutile. Qualora riuscissimo a dimostrare la disattenzione pastorale di tanti responsabili delle chiese nel passato, la sentenza di condanna non toglierebbe neppure un centimetro dalla barriera che stiamo cercando di superare.
    Per arrivare al nocciolo dell'introduzione al nostro problema mi sembra che quanto detto fin qui mostri, anche se attraverso angolature diverse, una convinzione: la quasi totalità di coloro che, iniziati alla vita cristiana coi sacramenti della nascita spirituale (battesimo, confermazione, eucaristia), si chiamano, e sono, cristiani, dovrebbero essere adulti nella fede. In realtà non lo sono e, nella stragrande maggioranza, non tendono ad esserlo perché la comunità che li ha fatti nascere si dimentica di loro. Non ha permesso che abortissero, ma quando si è data da fare per allevarli, qualcosa non ha più funzionato.
    Sì. La comunità cristiana ha richiesto, talora con una certa pressione, il matrimonio religioso di quelli che sarebbero divenuti i loro genitori. Ha permesso, e richiesto, che fossero battezzati. Si è occupata di loro quand'erano bambini e fanciulli. Li ha chiamati con insistenza al catechismo e i più, mandati dalla mamma, sono arrivati puntuali. Poi ha continuato a chiamarli, anche con appelli sempre più radi. L'intenzione continuava ad essere buona: la situazione sociale e culturale, profondamente mutata in questi ultimi decenni, ha però, sempre più intercettato le comunicazioni e i messaggi. Si credeva di porgere un pane, e quel che era ricevuto aveva l'aspetto e le caratteristiche di un sasso. Si credeva di offrire un uovo, e si dava uno scorpione...

    Una esigenza: ri-evangelizzare

    In una situazione sociale e culturale diversa, il bambino già iniziato ai misteri cristiani diventava adulto e adulto nella fede (anche se non bisogna, per correttezza, essere troppo romantici nel delineare certe età dell'oro, mai effettivamente esistite): oggi è forse indispensabile proporre una ri-evangelizzazione. Si va, coi giovani che vivono intorno a noi, verso un cristianesimo adulto solo se si ha il coraggio di ri-evangelizzare. Meglio: se si ha il coraggio di evangelizzare esplicitamente questi giovani che mai hanno ricevuto un'evangelizzazione esplicita.
    Il Documento di base su Il rinnovamento della catechesi sembra essere di questo parere quando, a proposito dei giovani, afferma: «Sono aperti ad ogni forma di impegno generoso e alla novità. Per progredire nella fede, hanno bisogno di scoprire che la novità è Cristo» (RdC, 138). Non è fare catechesi aiutare a «scoprire che la novità è Cristo». È fare della evangelizzazione.
    Una volta evangelizzati (ri-evangelizzati), i giovani che hanno ascoltato il messaggio e l'hanno accolto, possono essere catechizzati. Questa particolare catechesi data a ragazzi e ragazze che già hanno avuto il tutto dell'iniziazione cristiana, servirà a riprendere le comunicazioni e i messaggi che erano stati interrotti. Servirà a cogliere il senso profondo del mistero cristiano. Servirà a collocarli, non solo di diritto, ma anche di fatto, in quella situazione di vita adulta nella fede che dovrebbe essere la caratteristica base di ogni persona che, avendo ascoltato il messaggio, avendolo accolto ed essendo stata iniziata ai misteri, ha concluso l'iter di questa iniziazione.
    Non entro nel merito del metodo e del contenuto dell'evangelizzazione (o ri-evangelizzazione), perché se ne parla altrove in questo numero monografico. Neppure entro nel merito dei metodi e dei contenuti della catechesi, per lo stesso motivo. Aggiungo solo che ri-evangelizzazione e conseguente (ma solo conseguente) catechesi, sono indispensabili passaggi perché si configuri l'adulto nella fede. In questo caso un giovane «che è adulto». Poiché non amo i giochi di parole, cerco di spiegarmi.

    Essere adulti: nella fede o per la psicologia?

    I membri della chiesa, già nelle comunità apostoliche, sono stati soggetti a molteplici tentazioni. Per numerosi secoli, almeno in Occidente, la più vistosa tentazione (e anche vittoriosa), è stata quella del «giuridismo». Il diritto (canonico), per lo più utilizzato da mani di poco esperti giuristi e di ancor meno esperti teologi, è diventato la «cartina al tornasole» in base alla quale accreditare le operazioni e le iniziative ecclesiali. Oggi questa tentazione è quasi totalmente scomparsa. Ne sono sorte altre: fra di esse quella dello «psicologismo» e del «sociologismo». Se la psicologia e la sociologia (come del resto il diritto), hanno uno spazio importantissimo tra le scienze umane, il loro utilizzo a livello di mistero di Dio in Cristo, a livello di vita di fede, a livello di comunione ecclesiale, deve essere molto attento. Occorre evitare ogni confusione. Se il giuridismo ne ha provocate, e di dannose, ne può provocare lo psicologismo e il sociologismo.
    La psicologia dà una definizione (o tenta di darla) di adulto. La sociologia ne dà un'altra. Le due non possono essere confuse. Sappiamo tutti che ci sono adulti sociologici che non sono adulti psicologici. E può avvenire anche il contrario. Gli archi di età che separano la giovinezza dalla vita adulta hanno margini abbastanza variabili; le diverse condizioni di vita possono configurare adulti psicologici che non sono ancora accettati sociologicamente come tali. In questo quadro che può essere ulteriormente complicato, si inserisce l'adulto nella fede, il cristiano adulto. Questo adulto, questo cristiano adulto deve essere un adulto in senso psicologico e in senso sociologico? O può esserlo in senso solo psicologico? O può esservi un cristiano adulto che è ancora un giovane (psicologico e sociologico)?

    In Cristo, l'«adulto», ogni cristiano è adulto

    Ho messo in guardia dallo «psicologismo» e dal «sociologismo» proprio per questo motivo. Se può essere contraddittorio, in psicologia e in sociologia, parlare di giovane che è un adulto (non mi rifaccio, ben inteso, alla condizione - di passaggio - di giovane-adulto), tale contraddittorietà può non esservi a livello di fede. Allo stesso modo come si chiede ad ogni adulto, e ad ogni vecchio, di essere «come un bambino» nella sua adesione al mistero di Cristo, così si chiede ad ogni cristiano di essere un adulto nel Cristo. Evidentemente c'è un limite, ed è qui che psicologia e sociologia possono portare il loro attento contributo. L'una e l'altra suggeriscono, tenendo conto dello specifico oggetto cui fanno riferimento, valutazioni che annotando situazioni socioculturali, ambientali, familiari, ecc., permettono di fissare soglie mediamente invalicabili. La situazione, però, che caratterizza la giovinezza, pur con tutte le incertezze che le sono ancora proprie, mi sembra possa essere tale da permettere già la configurazione del cristiano adulto. Questo anche se, psicologicamente e sociologicamente parlando, non si è ancora nell'età adulta.
    La motivazione più forte la trovo nella dimensione necessariamente comunitaria della condizione del cristiano. Tale motivazione fa riferimento a quella comunità che è la Chiesa «il Cristo diffuso e comunicato» (Bossuet). In una comunità così intima e misteriosa come questa, l'adulto per eccellenza è il Cristo Gesù. Solo Lui è il vero adulto, e in Lui tutti lo sono, anche i lattanti, anche quelli che mai riusciranno ad intendere e volere.

    Lo specifico dell'adulto nella fede

    Questa certezza, nella fede, non elimina le responsabilità umane. Non elimina l'impegno perché, quanti sono cresciuti nella loro umanità, siano particolarmente responsabilizzati nella loro testimonianza cristiana. Questo sforzo umano, però, non va identificato con un procedere in avanti nel mistero di Cristo, quasi che la pienezza di vita cristiana fosse riservata a chi gode di un QI più elevato o di una maturazione affettiva più totale. La maturità cristiana non risponde alla selettività della sapienza e potenza del mondo, ma al dono della sapienza e potenza di Dio.
    Ritornerò sulle esigenze delle responsabilità umane. Mi sembra però importante dedicare ancora qualche riflessione allo specifico del cristiano adulto. Dicevo che è la dimensione comunitaria quella in cui si colloca l'essere adulto del credente. Se la comunità in cui il credente è inserito è una comunità cristiana, se questa comunità è l'assemblea dei convocati in Cristo (la Chiesa), se in essa l'adulto per eccellenza è il Cristo, le misure del Cristo si riflettono su quanti sono morti e risorti in Lui, senza eccezioni. Solo così ci si distacca dalle misure umane che seguono altri metri. Solo così si evita di privilegiare l'uomo «psichico» e si dà reale importanza all'uomo «nello Spirito» (l'uomo «pneumatico» di cui parla san Paolo).
    Anche col chiarimento che ho già rapidamente accennato poco sopra e che cercherò di manifestare più ampiamente, questo modo di intendere riesce duro alle orecchie di chi valuta secondo il «mondo». È invece «evangelo» per chi si lascia travolgere dall'annuncio. La storia della salvezza, così come si legge nelle Scritture, è tutta su questa linea. Davide non era un adulto quando Samuele cercava uno dei figli di Iesse per ungerlo re. Era un ragazzo, e i suoi lo mandavano ancora a pascolare il gregge. Geremia è uno che non sa parlare, quando il Signore lo chiama. Il Servo del Signore, nel Deuteroisaia, non ha grandi doti umane, non ha forza, non ha bellezza, eppure la conclusione del suo canto è di vittoria. Gesù di Nazareth non appartiene ad una famiglia di potenti. La sua origine davidica ha un grande significato teologico, ma i grandi della terra misurano la loro grandezza sul denaro e sulla forza, non sui significati teologici di una discendenza.
    Questo va detto qui, mentre si cerca di tratteggiare l'impegno di ri-evangelizzazione e di catechesi per la formazione di un cristiano adulto, perché i metri del mondo non abbiano il sopravvento, e si dimentichi quello che è stato e continua ad essere, il metro di Dio.
    Ho già detto che «la certezza, nella fede, non elimina le responsabilità umane». La singola persona e la comunità, sono chiamate - proporzionalmente alle loro possibilità - a rispondere con chiarezza agli impegni che derivano dalle scelte fatte. Chi ha avuto un'iniziazione nell'infanzia e nella fanciullezza sarà difficilmente conscio di scelte che altri hanno fatto per lui. Se, però, si è attuata una ri-evangelizzazione e una catechesi approfondita negli anni della giovinezza, sarà posto nella possibilità di verificare le scelte e, conseguentemente, di dar loro un assenso, oppure di rifiutarle. Il giovane ri-evangelizzato e convenientemente catechizzato ha già la capacità di rispondere. Anzi la sensibilità tipica ai giovani d'oggi, permetterà loro di pronunciarsi. Sarà frutto della sensibilità dell'educatore alla fede il saper evitare che alcune caratteristiche della giovinezza (quali le generalizzazioni indebite, le valutazioni nette e irrevocabili, una certa rigidità nei giudizi), vengano esasperate. La proposta cristiana, sottolineando in particolare quell'aspetto della povertà che è la disponibilità, offrirà il mezzo perché il giovane credente acquisti sempre più il senso della «pazienza di Dio», elemento - anch'esso - del lieto annuncio, dell' evangelo.
    Nei limiti, già osservati sopra, di una costante attenzione alla sapienza e potenza di Dio, operando senza dividere e senza confondere (cioè operando come Dio ha operato nell'incarnazione), il credente, e in particolare l'educatore alla fede (l'evangelizzatore e il catecheta), proclameranno - contro ogni tentazione del mondo - che «Dio è Dio», ma anche che «l'uomo è l'uomo». Opereranno di conseguenza, dando un esatto significato alle specificità delle singole età, senza pretendere che l'adulto nella fede che è ancora un giovane nella sua esistenziale umanità, abbia quei comportamenti umani e sociali che invece si richiedono a quell'adulto nella fede che, a livello di maturazione psicologica e anche sociologica, è già un adulto.
    Il Concilio che ha invitato i preti a tener conto, nella loro specifica formazione, di tutte le virtù umane e soprattutto di quelle che gli uomini d'oggi stimano maggiormente, invita implicitamente ogni educatore alla fede a tenerle presenti e a non pretenderne la completezza in chi, per motivi d'età, o di cultura, o più genericamente di formazione, non le ha ancora definitivamente conquistate.

    Le dimensioni del cristiano adulto

    Quali sono le dimensioni che si chiedono, in genere, al cristiano adulto? La risposta che ci viene dalle Scritture è chiara. Si legge nella lettera ai cristiani di Efeso: «Siate imitatori di Dio, come figli carissimi, e camminate nell'amore, come Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi quale offerta e sacrificio di buon odore a Dio» (Ef 5, 1-2). Gli si chiedono, dunque, le dimensioni di Cristo, attraverso le quali si diventa imitatori di Dio.
    Cristo è l'eletto di Dio per eccellenza, il «super» apostolo, la Parola annunciatrice di gioia (l'evangelo) che carne si è fatta (cf Lc 9,35; Eb 3,1; Gv 1,14). La vocazione, l'essere dei «mandati», cioè degli apostoli, per evangelizzare, specificano costantemente il credente che, chiamato, ha aderito ed è sempre inviato a proclamare la gloria di Dio nel Cristo, cioè ad evangelizzare. Ma quello, che, oggi, può maggiormente essere messo in rilievo, anche perché contrastante con alcuni modi di intendere la vita (ricerca del potere, del benessere, del risultato facile ed immediato, ecc.), nella dimensione del cristiano adulto che è al seguito del Cristo per imitarlo, è il servizio. Se Cristo è l'eletto, l'apostolo, l'evangelo fatto carne, la caratteristica più profonda, o una delle caratteristiche più profonde che in Lui si possono individuare è quella dell'essere un «servo». La tradizione veterotestamentaria del Servo del Signore, si riscopre totalmente nel Nuovo Testamento. «Il Figlio dell'uomo è venuto non per farsi servire, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mc 10,45), e: «Io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27), e ancora: «Gesù si leva dalla mensa, depone il mantello, prende un panno e se ne cinge. Poi versa acqua nel catino e si mette a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto» (Gv 13,4-5).
    Il giovane «cristiano adulto», chiamato ad esprimersi nel servizio, manifesta in esso quanto di più proprio c'è per il credente, e - nello stesso tempo - quanto di più tipico appare nell'uomo che punta ad essere veramente tale. Se l'oblatività è la caratteristica più generale dell'uomo che ormai si è fatto e si commisura agli altri, il servizio ne è la manifestazione. Così il servizio per seguire Cristo, si mescola e si immedesima nella maturità umana, permettendo - da una parte - che il proprio volto e il proprio agire nella fede assumano concretamente i lineamenti di Gesù («Se dunque io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato infatti un esempio, affinché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,14-15) e facendo sì - dall'altra - che la maturazione umana possa adeguatamente esprimersi. In un ambiente, come quello dell'oggi in cui viviamo, che facilita, come si è detto, l'individualismo consumista, l'egoismo, il risultato facile e disimpegnato, oppure fomenta il successo e la conquista del potere (secondo una tensione forse di sempre: «i capi dei pagani spadroneggiano su di essi e i loro grandi esercitano potestà», Mc 10,42), il servizio cui il credente è chiamato, diventa forza di trasformazione della società.
    Qui si aggancia un altro grave impegno che il giovane «cristiano adulto» deve essere aiutato ad affrontare. Egli vive la sua fede nella Chiesa; vive la sua umanità nella storia. La Chiesa è «di Dio, per gli uomini». È la Chiesa di sempre, ma anche la Chiesa di questi tempi. La storia è la storia dell'oggi. Le sue radici, però, sono affondate nell'ieri. Oggi e ieri vi si intrecciano. L'ieri influisce sull'oggi e sulla sua lettura: abitudini, culture, civiltà, non si improvvisano e non se ne vanno rapidamente. Il cristiano adulto fa riferimento alla Chiesa di sempre, la vive nel «tempo dello Spirito» che non conosce cronologie. Non può dimenticare, però, quello che caratterizza la riflessione nella Chiesa, la riflessione più recente. Accetta la complessità di una situazione che pone costantemente nella necessità di compiere «la memoria» (anamnesis) delle meraviglie compiute da Dio nel suo Cristo, e nello stesso tempo di «profetizzare», agli uomini di oggi, leggendo i «segni dei tempi», e leggendoli «nello Spirito», con un'interpretazione che è, sempre ardua, e richiede attenzione alla Parola, disponibilità ad essa, «comunione» con quanti formano quel Corpo di cui Cristo è la testa, comunione ecclesiale, cioè.
    È comunione ecclesiale con la Chiesa così com'è, dotata di dimensioni sacerdotali, profetiche e regali, e di un servizio (ministero) che è dono di Dio e conferisce un carisma specifico a quanti sono «segni», quindi «sacramenti» del Cristo-testa: i pastori del gregge.
    Per poter «leggere i segni dei tempi», il cristiano adulto è chiamato a rendersi conto della storia (dell'ieri e dell'oggi). Lo fa - e anche questa è componente del «servizio» - applicandosi, ed è una scelta che costa fatica, alla lettura comparata della civiltà in cui vive, delle sue ideologie, delle sue istituzioni, delle sue «prassi».
    Tutto questo è effettivamente possibile al giovane che, ri-evangelizzato e catechizzato, si muove verso una prospettiva di fede adulta o già la vive? Fino a questo punto ho parlato dei giovani come se non esistessero fra loro differenze socio-culturali. In effetti queste differenze ci sono, e molto forti. È abbastanza evidente che, a secondo degli ambienti, delle provenienze e di tanti altri fattori (se sono studenti, o operai, o contadini, se vivono in grandi città o in medio-piccoli centri, ecc.), il loro impegno e il loro servizio si differenzierà. In ogni caso, però, seguendo le metodologie che i diversi gruppi, le diverse associazioni, i diversi movimenti hanno prodotto e stanno seguendo, potranno essere conseguiti risultati adeguati alle necessità.

    In atteggiamento di verifica

    Perché queste riflessioni, talora interrotte da punti interrogativi, talora costellate da «possono», «devono», o da verbi «al futuro», non siano prese come pie e svirilizzate esortazioni, pronte ad ogni naufragio, concludo con un consiglio: quello di leggerle criticamente e spietatamente. È l'unico modo, forse, per poterle utilizzare. Confrontarsi colle idee altrui è sempre arricchente. A patto di non trattarle come «pietra filosofale», perché la realtà concreta è come l'oro: una formula per costruirla non c'è. È inutile cercarla. Se si trova, è meglio gettarla via.


    T e r z a
    p a g i n A


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