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    Un apprendistato alla fede: per passare dall'indifferenza all'impegno



    Elaborazione redazionale

    (NPG 1974-7/8-30)

    In questo studio, elaborato nel gruppo redazionale dopo aver operato le scelte che caratterizzano la monografia e deciso la sua articolazione, è condensato il nocciolo della proposta: la «scuola di fede», come spazio educativo in cui guidare i giovani «indifferenti» ad un impegno religioso serio.
    Sono stati studiati molti particolari, spesso evidenti per chi ha fatto strada con noi, per offrire una sintesi di «cammino pastorale», verso l'integrazione tra fede e vita. L'articolo quindi si propone come l'abbozzo di un insieme che i vari contributi sviluppano poi e approfondiscono.

    DUE PAROLE SULL'OBIETTIVO DEL NOSTRO STUDIO

    La chiarezza della propria fede e l'esperienza intensa dell'appartenenza ecclesiale sono oggi questione di vita o di morte, soprattutto a livello giovanile.
    Eppure, sul fronte dei fatti le cose vanno ben diversamente. Basta guardarsi d'intorno.
    Molti giovani vivono la loro fede secondo schemi di passività e abitudinarietà davvero preoccupanti.
    Altri sono alla ricerca di qualcosa che dia sapore ad una vita annoiata: le emozioni e i sussulti si stemperano sempre più nella banalità. L'attesa di qualcosa di grande, di diverso, capace di dare un significato al filo quotidiano degli avvenimenti, è nell'aria. Ma, spesso, questi giovani non sanno dove sbattere il capo. Perché nessuno fa loro una proposta entusiasmante. O perché quelle offerte non hanno, per essi, il piglio che cercano. E, intanto, si addormentano sogni e prospettive nella rincorsa affannosa di emozioni sempre più forti.
    Per altri c'è stata, un tempo, una scelta di fede che ha compromesso la vita. Ma, oggi, è un vago lontano ricordo. La fede non ha saputo integrarsi progressivamente nel progetto di sé. Ed è diventata, lentamente, un fatto marginale, ripreso e rispolverato solo nelle circostanze ufficiali. Giovani così, ne incontriamo tanti.
    Non hanno rotto i ponti con l'istituzione ecclesiale. Ne vivono spesso ai margini, all'ombra delle sue sicurezze: in quell'unico spazio umano dove i rapporti interpersonali hanno ancora una dimensione di verità e di libertà.
    Come evangelizzare questo stato d'animo, per guidarlo a fiorire in vita matura di fede?
    Come guidare questi giovani al salto tra la passività ed un'adesione di esperienza religiosa davvero «sconvolgente»?
    Come rivelare a chi va cercando un senso alla propria vita che Cristo risorto è «salvezza e verità dell'uomo»?
    In questo studio vogliamo indicare alcune proposte di cammino. Certo non può essere una risposta data in assoluto.
    Non solo ogni singolo giovane è un irrepetibile progetto in costruzione ed esige quindi una personale risposta. Ma, anche, le mutate situazione socioculturali chiedono un ripensamento, spesso notevole, del tradizionale itinerario della fede.
    Il punto di partenza deve corrispondere alle reali situazioni. Per questo tentiamo di evidenziare tre situazioni quasi paradigmatiche, per costruire un punto di attracco specifico.
    In tutta la rassegna è facile però intuire un denominatore comune: ci si muove sulla spinta di un «avvenimento» capace di proporsi come «salvezza». Da questo avvenimento nasce (sotto la guida intelligente dell'educatore della fede) il desiderio di completare il discorso, di capirci di più, di capovolgere la propria vita. Nasce, se si vuole, l'esigenza di un «apprendistato alla fede». Ed è questo il nocciolo della nostra proposta. Dal punto di vista metodologico, suggeriremo lo sviluppo di un ipotetico «itinerario della fede», individuandone i punti-forza nei tre cardini dell'esperienza cristiana: parola-comunità-sacramenti.
    La scuola della fede non può restare affare individuale. È fatto ecclesiale e quindi coinvolge la comunità. Per i giovani, va «portato» da una esperienza di gruppo. Per controbilanciare quella «scuola alla non-fede», che strutturalmente fa pressione in molti di loro. «Quale gruppo» e «come nel gruppo» sarà l'argomento di analisi particolareggiate.
    In sintesi, ecco la trama di questo articolo:
    * «Una pastorale fedele a Dio e fedele all'uomo»: mette in risalto la necessità di impegnare la dimensione umana nella pastorale, per fedeltà alla sua intonazione divina, perché il «dono» non è né «alternativo», né sostitutivo, ma dà invece consistenza (e quindi esige) all'aspetto umano.
    * «Verso una fede autentica»: elabora una proposta di itinerario verso la crescita della fede, indicando alcuni «strumenti» per mettere in movimento l'interesse alla fede e alcuni criteri con cui verificarne la maturità.
    * «Riferimenti normativi per la crescita della fede»: la prassi pastorale ha sempre privilegiato parola-comunità-sacramenti come «criteri normativi» per ogni crescita di fede. Anche la «scuola di fede» deve tenerli presente, commisurandone l'esigenza alla realtà giovanile concreta.
    * «Il gruppo come luogo dell'apprendistato della fede»: per i giovani, la «scuola di fede» non può che avvenire dentro un gruppo. Quale gruppo? In una rassegna di possibilità, con la relativa sottolineatura di vantaggi e di rischi, vengono tradotte al concreto le istanze teoriche sopra ricordate.

    UNA PASTORALE «FEDELE A DIO E FEDELE ALL'UOMO»

    A costo di riproporre cose già scontate, ci pare indispensabile partire alla lontana, per costruire una piattaforma comune, in un discorso importante come è quello all'ordine del giorno.
    L'obiettivo di questo nostro studio è il raggiungimento e il consolidamento della fede, in forma matura, nei nostri giovani. L'integrazione tra fede e vita, per riprendere una terminologia ufficiale ed espressiva. La meta si sfaccetta in diverse sfumature, fino a ricomporsi in una nuova sintesi: la «salvezza» raggiunta attraverso una coerenza di fede nella vita quotidiana.
    Proprio a questo livello nascono i problemi «pastorali» spiccioli.
    La «salvezza» è dono. Su questo non ci sono né dubbi né incertezze. Che spazio ha la preoccupazione «umana»; o, meglio, c'è proprio bisogno di tirare in campo l'antropologia e le altre scienze, nell'ansia apostolica che tende ad avvicinare il dono del Padre all'uomo, al giovane? Se si fa spazio a psicologia, pedagogia, sociologia nella pastorale, non c'è il rischio di ridurre tutto a queste dimensioni, traducendo la salvezza in un affare tecnico, che scatta automaticamente quando le scienze dell'uomo hanno fatto a dovere il loro compito oppure alzano bandiera bianca? Temi di una serietà notevole: hanno percorso tutta la storia teologica del rapporto tra libertà umana e grazia divina.
    Nel momento in cui si fa pastorale affiorano in atteggiamenti pratici i più disparati. E la cronaca di questi ultimi anni ne è carica.

    La salvezza un dono che responsabilizza

    La salvezza è un dono: l'iniziativa dell'amore del Padre è prioritaria e ontologicamente costitutiva. La componente divina non è alternativa o sostitutiva alla componente umana: il dono la promuove e la sostenta, perché è dono di un padre che fa dei «figli», di un creatore che crea «creatori». La libera risposta dell'uomo è quindi il primo frutto del dono della salvezza. E, si noti, questa risposta, proprio perché tipicamente umana, è segnata da tutti i caratteri dell'umano: la comunitarietà per esempio, la progressività, la storicità, la dipendenza dai condizionamenti ambientali e culturali... Se le cose stanno così, il discorso antropologico è perfettamente reintegrato nella prospettiva di fede. Non si pone come «altro» o, peggio, alternativo alla riflessione di fede. Ma concretizza, intona nel qui-ora quotidiano, ogni proposta di salvezza, proprio perché «dice» il volto storico dell'uomo (che di queste componenti umane è intessuto) chiamato a pronunciare il suo sì libero e responsabile al dono della salvezza.
    Una premessa del genere ci porta a concludere due cose, importanti sul fronte operativo:
    - Non può essere accusata di naturalismo una pastorale che sottolinei le esigenze delle componenti umane dell'uomo e che quindi faccia spazio alle scienze antropologiche che le descrivono. Se nella salvezza nulla c'è di automatico, che avvenga cioè senza la risposta dell'uomo, nessuna storica risposta sarà per lui autenticamente «sua», se non investe la sua piena personalità;
    - E c'è di più. Il terreno privilegiato dell'azione pastorale è proprio questo entroterra «antropologico» in cui l'educatore della fede può intervenire, per «educare» ad una risposta piena, integrata, gioiosa, alla proposta di salvezza. Se l'educatore della fede non lavora anche su questa sponda tipicamente umana (questa che «condiziona» il sì storico alla salvezza), difficilmente il giovane riuscirà a coinvolgere tutto se stesso nel progetto d'amore del Padre.
    Il terreno è impegnativo... perché il rischio di ridurre il soprannaturale a un semplice elaborato umano, non è né piccolo né retorico. E l'esperienza lo conferma. Ma, sulla sponda opposta, una falsa pretesa soprannaturalista svuota di verità l'annuncio di salvezza, perché non aiuta a costruire l'entroterra umano, indispensabile per la sua verità.
    È evidente che non è solo questione di giusto dosaggio, come se la formula autentica risultasse da un «quanto-basta» dell'una e dell'altra istanza. Si tratta invece di «integrazione»; di impegno pastorale concreto, «fedele a Dio e fedele all'uomo», in un'unica radicale fedeltà.
    Nel corso di questo studio, saremo preoccupati di sottolineare il difficile cammino della libertà del giovane verso la sua apertura incondizionata all'amore del Padre che salva. Lo faremo commisurando «in un'unica radicale fedeltà» le esigenze del «dono» con la maturazione psicologica della persona umana. La progressività nella fede è tra le componenti più importanti di questo nostro discorso, in corrispettivo alla storicità e progressività del proprio essere uomo. Se la fede è costruzione di tutta una vita, non si possono bruciare i tempi di maturazione. L'uomo, il giovane, di fronte alla salvezza è in stato di «recezione»: ma di una recezione attiva, contributo personale del soggetto, che progressivamente si mette all'altezza del dono di cui è fatto ricco.

    VERSO UNA FEDE AUTENTICA

    Abbiamo motivato e inquadrato l'insieme delle preoccupazioni che ora percorreranno queste nostre analisi. In esse, l'ascolto delle situazioni giovanili e la disponibilità profonda alla priorità del dono di salvezza, si rincorrono verso quell'unica radicale fedeltà, cui si è accennato. L'accento posto, soprattutto in questa prima parte, su istanze metodologiche corrisponde alla necessità di sviluppare un discorso pastorale molto sulla sponda strettamente «educativa» per permettere all'amore del Padre che irrompe nell'esperienza giovanile, una risposta veramente «integrata» e personale.

    Pluralismo di istituzioni giovanili

    È impossibile fare una rassegna adeguata delle situazioni giovanili correnti, se, come unità di misura, si utilizza la disponibilità verso la fede.
    Abbiamo scelto di muoverci all'interno di quella vasta fetta di giovani che globalmente vivono in uno stato di conformismo religioso: di indifferenza più simile alla passività che al rifiuto, di esperienza religiosa non ben integrata, di attenzione più emotiva che motivata. La proposta che stiamo elaborando tende ad inserirsi all'interno della quotidiana esperienza, per «autenticarla»; sconvolgendola, quando è necessario, o approfondendola e purificandola se ritrova basi sufficientemente solide su cui costruire. Desideriamo, in altre parole, innescare un processo di approfondimento riflesso della personale esperienza religiosa che partendo da un embrionale «ci sto» di adesione, possa sbocciare in una interiorizzazione matura e in una coerenza piena di vita.
    Questi giovani «indifferenti» eppure «disponibili», perché e come sono l'una e l'altra cosa assieme? Donde iniziare l'impegno educativo per far esplodere la loro indifferenza, proprio sulla scia dell'iniziale disponibilità?
    Personali contatti e il confronto di analisi e studi, ci portano a indicare tre situazioni-limite.

    - L'ambiente provoca una coerenza di fede
    Per molti giovani, sensibili e particolarmente impegnati, diventa ogni giorno più conflittuale la doppia appartenenza alla chiesa e al «mondo». L'ambiente in cui essi vivono il loro quotidiano (scuola, fabbrica, giro di amici...) non dà importanza e rilevanza alla loro identità cristiana. Si sentono facilmente «ossa fuori posto»: esseri strani in un mondo diverso. L'identità scricchiola. O va in crisi, stemperandosi in un annullamento progressivo. Oppure essi sentono il bisogno di consolidarla, irrobustendola sia a livello di motivazioni che di specificità. L'interrogativo di sempre «che significa essere cristiano in questo mondo», li fruga dentro, oggi con una tensione incalzante.
    Un rimbalzo a questo fatto proviene spesso dall'esigenza di «coerenza» cui i giovani cristiani sono sottoposti, in un ambiente che richiede coerenza (spesso folle, suicida...) solo agli altri: «Tu che sei cristiano, devi...». Per questi giovani è l'ambiente esterno che mette in movimento il processo di interiorizzazione della propria fede. La «disponibilità» alla fede, innescata e potenziata dalla pressione ambientale, fa esplodere la pacioccosa indifferenza di routine religiosa.

    - I giovani «vicini» ad ambienti religiosi
    Ai margini di tutte le istituzioni religiose «sonnecchiano» giovani che vivono una esperienza religiosa molto conformista. Con poca pressione è facile ottenere la loro presenza nei momenti della preghiera, della celebrazione della eucaristia. Ma si tratta di una partecipazione poco personale e tutt'altro che attiva. Accettano il sacerdote come amico. Si riconoscono nell'ambiente religioso, per tradizione familiare, per la pressione del gruppo amicale, per la suggestione di uno spazio libero e umano, dove espletare attività congeniali. Nel sottobosco di una larga indifferenza, sopravvive una disponibilità religiosa, variamente motivata.
    Questi giovani possono superare la frontiera dell'indifferenza attraverso il confronto con un «avvenimento» che li metta in fase di ascolto, di sé e della fede. Sulla spinta, anche solo emotiva, di questo fatto possono verificare le motivazioni che determinano la loro appartenenza alla istituzione religiosa, autenticare quelle spurie e potenziare quelle serie, fino a ritrovar proprio in queste stesse istituzioni (oratorio, gruppi parrocchiali, iniziative varie...) il supporto strutturale di cui hanno bisogno per vivere a fondo al loro esperienza di fede.

    - Giovani lontani dalle istituzioni religiose
    Per una percentuale alta di giovani l'indifferenza religiosa è collegata ad una effettiva distanza da istituzioni religiose. Personalmente sono senza motivazioni riflesse nei confronti della fede e l'appartenenza quotidiana li tiene lontani dal contatto ecclesiale. Per essi la pratica religiosa si riduce a gesti di routine, legati a scadenze qualche volta solo burocratiche. Le normali proposte religiose li toccano molto superficialmente: è un discorso «altro», rispetto agli interessi quotidiani. Non esiste di fatto collegamento tra la fede e il loro abituale progetto di sé.
    È molto importante averne chiara consapevolezza. Per non correre il rischio di elaborare un piano di intervento che risulti poi... una ottima medicina per un malato immaginario.
    Pare importante ricostruire, pazientemente, una trama di compatibilità reale tra ciò che li preoccupa e li entusiasma, e il tipo di proposta di salvezza. All'itinerario di fede andrà quindi premesso un buon processo di «prevangelizzazione», capace di mettere questi giovani all'ascolto dell'autenticità di sé e degli altri, per farsi poi «discepoli» della Parola che salva.

    Itinerario per la fede

    Ci sono giovani che sentono il bisogno di approfondire la condivisa identità cristiana sotto la spinta dell'ambiente. Ce ne sono altri neppure sfiorati dall'ombra di simile desiderio.
    Eppure gli uni e gli altri ne hanno un gran bisogno.
    In modi diversi, come è stato accennato, si potrà costruire in essi una disponibilità psicologica all'ascolto.
    Ma, «dopo», come procedere? Come passare dalla disponibilità alla proposta?

    Un avvenimento di salvezza

    L'attenzione alla fede nasce normalmente da proposte concrete. Viviamo circondati da «avvenimenti» che ci affascinano e ci ubriacano. La nostra vita è quotidianamente trascinata sull'onda di ritorno di mille proposte che non ci lasciano più il tempo di valutare la consistenza oggettiva di quanto ci vien fatto balenare davanti.
    È indispensabile bloccare questa spinta alla superficialità attraverso la proposta concreta di «fatti», tanto «forti» da mettere in stato di ascolto e tanto «ricchi» da permettere il passaggio dall'emotivo al motivato. L'evangelizzazione dei giovani del nostro tempo passa, generalmente, attraverso la mediazione di «situazioni» di particolare impegno, che rilette nella loro profondità, si fanno «annuncio» di una proposta di fede.

    Quali «avvenimenti» di salvezza?

    Non è certo facile formulare degli elenchi. Perché ogni esperienza può diventare avvenimento di salvezza e nello stesso tempo risultare inutile, quando si vuole ripetere l'esperimento.
    Ci sono fatti che privilegiano maggiormente il rapporto interpersonale ed altri che invece aprono ad uno spazio più collettivo.
    Per esempio:
    la proposta personale di un amico la scoperta di un «libro»
    - l'incontro con una persona particolarmente significativa
    - l'esperienza del dolore e della morte che mette in crisi ogni umanesimo chiuso spingendo l'uomo ad interrogarsi sul senso della propria vita
    - la partecipazione ad esperienze capaci di colpire: campo-scuola, campo di lavoro...
    - la compartecipazione di vita con comunità molto significative (si pensi a Taizè, a Spello, a Bose... per non ripetere che gli esempi più classici)
    - giornate di ritiro
    - l'inserimento in un gruppo di vita comunitaria intensa, ricco di valori, carichi di presa (molti movimenti giovanili poggiano la loro forza proprio su questi livelli)
    - la partecipazione ad esperienze di «rifinitura»: corsi di qualificazione, campi per leaders, contatto con «veterani».

    Un sano collegamento gruppi-persona

    Ogni esperienza è parziale. Colpisce perché in essa alcuni toni sono stati enfatizzati. Per diventare criterio di vita, nel ritmo normale del quotidiano, ha bisogno di essere integrata dal correttivo degli aspetti di cui è carente. Spesso sul piano metodologico, l'oscillazione è tra intimismo-socialità, individualismo-collettività; manca, cioè, un sano rapporto persona-gruppo. Se si privilegia l'aspetto personale (nella presa dell'esperienza o nella sua successiva interiorizzazione) si costruisce una fede molto individualista che, nell'attuale situazione culturale, non saprà mordere sul sociale e quindi lentamente verrà spinta alla marginalità di fatto. E siamo alla disintegrazione tra fede e vita, per assenza di dimensione «politica» della propria fede.
    Se si privilegia l'aspetto collettivo, tutto sembra correre liscio finché la pressione di conformità del gruppo regge all'urto delle proposte alternative. I contenuti non sono però interiorizzati: non diventano il significato nuovo e vivificante del progetto di sé. Restano a livello emotivo. La persona è in balìa del suo gruppo. E la fede un fatto pericolosamente esterno: di pressione e non di scelta.
    Ci pare importante invitare ad alcune attenzioni:
    - Prima di tutto proporre adeguatamente i contenuti della fede, per dare alla persona quello spazio che le compete, ma all'interno di una chiara dimensione comunitaria dell'identità cristiana.
    - Sul piano invece del metodo, si può scegliere una via più comunitaria (esperienze e gruppo) o più individuale (contatto interpersonale), nel rispetto delle personali sensibilità e disposizioni. Perché ci sono giovani più «tagliati» allo stimolo del dialogo a tu per tu, ed altri che reagiscono meglio in una pressione di gruppo. Un insieme di cose abbastanza evidenti ci fa però concludere sulla necessità di giungere, nell'un caso e nell'altro, all'inserimento in una vera intensa esperienza comunitaria: in un gruppo di appartenenza dove circolino, sul filo dei modelli, quei valori che fanno il contenuto della fede. Solo così il giovane diventa oggi capace di sostenere il contrappeso negativo della attuale cultura, tutta impegnata in una «presa» sempre più di ordine strutturale e collettivo.
    - Non basta un gruppo «comunque». Nel gruppo, centro di attenzione deve restare la persona, nella sua irrepetibile individualità. Il gruppo le è sostegno, forza di appoggio e non clima soffocante e manipolante.

    L'educazione agli atteggiamenti come verifica dell'integrazione tra fede e vita

    La disponibilità alla fede nasce sulla spinta di un «avvenimento» di salvezza. Gli esempi hanno ritradotto in termini vicini alla esperienza giovanile un dato molto biblico: i gesti umani come normale strumento attraverso cui Dio dialoga con l'uomo, per muoverlo alla conversione e all'approfondimento della sua adesione di fede.
    Questi stessi esempi dicono anche come sia facile il rischio della superficialità, soprattutto a livello giovanile. Il ritiro, Taizé, il campo di lavoro, il gruppo, possono diventare un fatto di costume, affascinante come tutti gli altri, di cui è carica la nostra giornata: come il campionato di calcio, l'ultima marca di jeans, la moto rombante... Avvenimenti lontani dall'essere «proposta di fede» per il giovane che li sta vivendo (o subendo). Come autenticare queste esperienze? Come «salvarle»?
    Indichiamo due istanze:
    * Ogni avvenimento va salvato nell'impegno educativo di ricondurlo verso il suo profondo. Ha bisogno di essere smontato: svuotato dalla tensione emotiva e compreso in tutta la sua carica di salvezza. Letto in profondità, quindi. Ma soprattutto riletto alla luce della Parola di Dio. Recuperato in chiave di verità più radicale.
    * Ma non basta. L'educazione alla fede comporta anche l'educazione ad atteggiamenti che nel ritmo quotidiano permettano davvero di vivere in modo autentico il dono ricevuto e compreso. Sono la verifica che taglia in autentici o non autentici i «fatti straordinari».
    È un discorso già ripetuto.
    C'è tutta una lunga batteria di atteggiamenti a cui dobbiamo rieducare i nostri giovani che spesso li hanno smarriti per via, sotto l'incalzare della cultura dominante.
    Ne facciamo qualche timido esempio:
    - il senso della gratuità, per riuscire ad amare con lo stile del Padre;
    - la dimensione di «tempo lungo», per permettere la crescita di una speranza che è fondamentalmente apertura al futuro;
    - la disponibilità al sacrificio per ritrovare la gioia del «pagar di persona» nell'autenticità coltivata:
    - la fiducia interpersonale, per poter intavolare rapporti reciproci in cui si esperimenti e si concretizzi la fede teologale;
    - il senso del mistero, che ci fa toccar con mano il limite della nostra intelligenza e la grandezza dell'altro, irriducibile alle personali categorie di comprensione, aprendo quindi verso l'alterità trascendente di Dio;
    - la libertà come autenticità nel dialogo interpersonale, da conquistare attraverso la liberazione interiore e strutturale;
    - la disponibilità alla calma, al silenzio, all'ascolto, per cogliere, nel fragore del rincorrersi delle quotidiane emozioni, la voce del Padre che ci chiama e dei fratelli che ci invocano;
    - l'atteggiamento pasquale del «perdere per ritrovare», della «morte come strada alla vita», per sconfiggere alla radice l'efficientismo egoista che riduce alla retoricità ogni nostra disposizione di servizio e di amore.
    E l'elenco potrebbe continuare. Soprattutto deve continuare sul piano concreto dell'educazione alla fede di «questo» gruppo, di «questo» giovane, nel qui-ora storico, per individuare le «convergenze» spontanee da autenticare e le spontanee «divergenze» da superare.
    Gli atteggiamenti ricordati sono frutto di educazione e quindi impegno prioritario dell'educatore della fede.
    Sulla loro falsariga è possibile impostare un itinerario alla fede non retorico e vuoto.

    Nella comunità la crescita matura della fede

    La crescita della fede è trascinata continuamente in alternative conflittuali, aspetti parziali di una «maturità» fatta di equilibri e compresenze. La fede è ortoprassi (in un impatto integrato con la vita) e ortodossia (sua fondazione razionale e accettazione della globalità del messaggio); è adesione d'amore alla Persona del Cristo e ai contenuti del suo annuncio. La sottolineatura di un aspetto a scapito di altri conduce a deviazioni pericolose: l'ortodossia diventa gnosi e l'ortoprassi fideismo pragmatista. Se nella comunità dialogano persone che vivono in forma privilegiata dimensioni diverse, la «fede della comunità» è matura e quindi proposta qualificante per i membri che in essa crescono.
    Per i giovani, la prima comunità è il gruppo di appartenenza. Toccherà quindi all'adulto-animatore controbilanciare le prevalenze, integrandole con sottolineature, esperienze, riflessioni sugli aspetti carenti. È un fatto educativo di larga importanza. Che fa «l'educatore della fede». Per guidare i giovani a maturare «quel» livello di fede davvero proporzionato (come impegno, come articolazione e come fondazione razionale) alla loro sensibilità, cultura e libertà (RdC, 75).

    La prospettiva da cui rileggere tutto

    Prima di concludere questo capitolo, desideriamo sottolineare alcune cose che riteniamo importanti, quasi come lettura a ritroso del discorso precedente.
    * Per fede crediamo che nella vita di ogni uomo ci siano «avvenimenti» capaci di diventare per lui proposta di salvezza.
    Dal punto di vista umano, siamo preoccupati di ricercare le modalità che fanno di un «avvenimento» una «proposta di salvezza». E quindi siamo attenti alle disposizioni personali, alle varie motivazioni; cerchiamo di «educare» alla fede, coltivando l'attenzione a sé e agli altri. Guardando d'attorno, si potrebbe, con una vena di pessimismo, affermare che per molti giovani è un lavoro ingrato. Sono tanto affacendati attorno ad interessi banali che non hanno tempo... per la verità di se stessi. E, quindi, si potrebbe concludere che tutto questo discorso è per loro inutile. L'avvenimento che mette in atteggiamento di «apprendistato alla fede»... è lontano le mille miglia dalla loro vita.
    È proprio a questo livello, di radicale insufficienza degli strumenti umani, che la speranza trova consistenza. L'amore del Padre che investe e raggiunge tutti gli uomini, per vie che non sempre coincidono con quelle ipotizzate nei trattati di pastorale... raggiunge anche questi giovani. Almeno li provoca, mettendo allo scoperto la loro libertà e verità. L'educatore della fede non si scoraggia, non si arrende perché illumina il suo affacendarsi di questa prospettiva teologica.
    * Abbiamo descritto un itinerario da «media» per lo sviluppo della fede. Tra le righe è stato spesso sottolineata la provvisorietà di queste nostre istanze. Ogni giovane ha un suo irrepetibile personale processo di maturazione, umana e di fede. Solo nel rispetto di questa specificità, ogni proposta non è strumento di costrizione della persona entro schemi prefabbricati, ma stimolo alla sua crescita.
    * Il personale «sì» alla fede è un fatto storico: quindi legato alla progressività e alla provvisorietà. Non è mai un sì pronunciato in modo definitivo. È un sì umano, vissuto nel procedere a tentoni di ogni nostra esperienza seria, con momenti di entusiasmo e di stanca, con fasi alterne di ripresa.
    È importante sottolinearlo, soprattutto se all'ordine del giorno sono «giovani», uomini cioè che la provvisorietà e la progressività l'hanno come dato costituzionale.

    RIFERIMENTI NORMATIVI PER LA CRESCITA DELLA FEDE: PAROLA-COMUNITA'-SACRAMENTI

    Pronunciare il proprio sì alla fede, accettare il dinamismo della salvezza nella vita, non significa aver concluso tutto, per vivere di rendita sul primo impegno assunto.
    La vita cristiana si edifica progressivamente: non si può parlare di cristiano «finito».
    Il giovane (o il gruppo), provocato nella propria identità dell'avvenimento di salvezza, sente il bisogno di iniziare un «apprendistato alla fede». Durante questo periodo di «scuola» vengono privilegiate alcune linee, sia a livello di contenuto che di vita pratica, per raggiungere una intensità di fede che sia proporzionata alla maturità culturale umana, alle esigenze e agli stimoli dell'ambiente in cui si vive. Ci si mette quasi in stato di «catecumenato».
    Ne hanno un gran bisogno oggi i giovani cristiani, in questa crisi di significati e nel contesto secolarizzato in cui siamo chiamati a vivere.
    Ne hanno bisogno i gruppi giovanili ecclesiali, spesso trascinati dalla scoperta di un necessario impegno storico a svuotare (o a ridurre) la propria capacità formativa.

    La meta di un maturo approfondimento di fede

    Per un «apprendistato alla fede» ben articolato, ci pare necessario indicare tre direttrici di marcia. Esse coincidono con le linee pastorali tante volte presentate: formazione di una mentalità di fede, sana esperienza liturgica, dimensione comunitario-ecclesiale.
    * Interiorizzazione matura della proposta di fede. La fede ha bisogno di essere appresa come «nuovo modo» di leggere la storia, a livello di globalità. Si tratta di raggiungere una accurata familiarità con la Parola di Dio che illumina e rivela il senso pieno di ogni esperienza quotidiana. Per favorire questa interiorizzazione andranno privilegiati quei contenuti che sono da una parte «fedeli» al piano di Dio e dall'altra rispettosi delle sensibilità, attese, bisogni dei giovani d'oggi.
    * L'approfondimento del senso di appartenenza alla comunità di salvezza che è la Chiesa. Perché l'edificazione della vita cristiana avviene all'interno della comunità ecclesiale, secondo i canali che ne caratterizzano l'esperienza di appartenenza.
    * La coerenza nella vita concreta quotidiana. Per evitare il rischio di una fede che non «modifichi» la vita ma ristagni soltanto nella sfera intellettuale. La Parola della fede è una parola sempre missionaria, che invia e sostenta l'inventiva creatrice di colui che l'assume. La «coerenza» segna la verifica operativa (nella consapevolezza dell'essere «peccatore», bisognoso di salvezza) della retta «scuola» di fede. È quindi importante prevedere e programmare spazi in cui «dar prova» della propria identità cristiana (come, per esempio, sono le giornate di ritiro e di preghiera e gli impegni straordinari nell'attività storica del gruppo: campo di lavoro, «raccolte», quartiere...), oltre a quelli normali che la vita propone ogni giorno.

    Parola-comunità-sacramenti

    Abbiamo così delineato lo sbocco del processo di approfondimento. L'avvenimento di salvezza ha fatto scattare in giovani e gruppi il desiderio di una qualificazione più precisa della identità cristiana sulla linea della interiorizzazione, coerenza, appartenenza.
    Aggiungiamo una parola per esplicitare meglio questo discorso.
    Quali sono i punti di riferimento «normativi»? Su quali perni innestare l'approfondimento della fede? Dove «mettere le mani» per evitare una costruzione di fede «lacunosa ?
    La risposta non è da inventare: ci mettiamo all'ascolto della tradizionale prassi ecclesiale.
    Dai tempi apostolici ad oggi, il cammino della fede è tracciato: comunità-parola-sacramenti. Ci si incontra con una comunità, di cui si condivide spirito e ideali. All'interno di questa comunità circola una Parola di salvezza. Nella comunità e per la fede suscitata dalla Parola, ci si apre al dono dei sacramenti.
    A livello concreto, il punto di partenza può variare, le accentuazioni soggettive risultare differenti. L'indispensabile rispetto della storicità di ogni personale esperienza richiede un ritmo ciclico, a spirale: si passa da un minimo di adesione alla parola della comunità in vista del sacramento, ad un sempre maggiore assenso, appartenenza, esperienza. Ma, comunque, i riferimenti normativi di una scuola di fede sono inderogabilmente quelli di ogni seria vita ecclesiale: parola-comunità-sacramenti.
    Un tema del genere meriterebbe un lungo discorso. Non lo facciamo.
    Desideriamo soltanto riprendere alcune indicazioni un po' a flash, particolarmente a taglio con le problematiche giovanili, per rimandare agli studi specifici disseminati lungo le pagine di questa monografia.

    Parola

    Interiorizzare la fede significa cogliere i contenuti specifici dell'annuncio come significato ultimo, definitivo, del proprio quotidiano: come novità e salvezza della personale esperienza. Il giovane in fase di «apprendistato di fede» va guidato a scoprire, con coscienza riflessa, che la sua storia quotidiana è vissuta all'interno della storia di salvezza.
    Per scoprire che la propria storia è «storia di salvezza», è necessaria la Parola di Dio. Il Cristianesimo, nella sua profondità, è «rivelazione», dono dall'alto.
    Non è possibile essere cristiani senza la Bibbia tra le mani. Indichiamo alcuni suggerimenti concreti:
    * Molti giovani soffrono oggi di una catechesi troppo frammentaria. Manca ad essi una visione d'insieme precisa e articolata. Non vogliamo, d'accordo, ridurre la fede ad un sistema culturale. Ma una «sintesi» è vitale. Il tempo dell'apprendistato della fede potrebbe essere caratterizzato dal risalto particolare dato alla sistematicità.
    * Un'altra carenza abbastanza evidente è quella relativa all'annuncio. La scoperta della dimensione antropologica della catechesi, della necessaria funzione di illuminazione della personale esperienza riservata alla Parola di Dio, fa, qualche volta, passare in secondo piano la proposta di alcuni «fatti di salvezza», in apparenza non immediatamente legati alla storicità del quotidiano giovanile. Anche nell'evangelizzazione si inserisce la categoria dell'utile e dell'inutile. Può essere invece questo il tempo di un allargamento di prospettive, in cui mettersi in stato di ascolto di un annuncio «gratuito», in un servizio tutto «spirituale», che lasci, per un certo tempo, in fase secondaria il necessario respiro antropologico.
    * In un tempo di crisi di identità come è il nostro, per molti giovani, c'è un gran bisogno di ritornare alla Parola di Dio come analisi «piena» della personale esperienza, proprio per ritrovare, nella vita di tutti i giorni, lo specifico del proprio essere cristiano. Andranno perciò moltiplicati momenti di lettura «profonda» della propria storia e dell'avventura umana, per coglierne, all'interno, la «rivelazione» autentica attraverso la Parola di Dio.
    Nello spirito della revisione di vita, in cui colleghiamo avvenimenti storici e Parola di salvezza, risulta più facile superare la frattura tra «messaggio» e «Persona», per scoprire in ogni gesto, la presenza del Cristo totale, la cui Parola, viva sulle pagine della Scrittura, percorre la storia contemporanea, nella Chiesa.

    Sacramenti

    Un tema importante, anche se l'apprendistato della fede non è prima di tutto una iniziazione sacramentale. Per molti giovani, si rende oggi indispensabile la ricostruzione di una più larga e motivata sensibilità «sacramentale», sia in senso lato che specifico.
    * Per evitare la rottura tra fede e vita i giovani vanno educati a scoprire l'universale sacramentalità del creato. E quindi l'importanza di ogni esperienza storica in ordine alla fede e nello stesso tempo, la sua provvisorietà. I fatto umani, consistenti in se stessi, sono «sacramento», incontro e costruzione, del «definitivo»: la gioiosa esperienza di essere figli di Dio. Un atteggiamento, questo, di cui c'è un gran bisogno. Perché è ancora dominante la svalutazione delle piccole cose di tutti i giorni, misurate con l'«eterno». O, sulla sponda opposta, la totale cattura da parte di esse, erette a nuovo sistema totalizzante.
    * All'interno di questa «universale e cosmica sacramentalità» ritrovano significato i «sacramenti» della chiesa come momento forte dell'incontro con il definitivo e il trascendente. La disposizione di «recezione», di accettazione di qualcosa che ci supera (descritta nella tradizione teologica con la categoria dell'«ex opere operato») aiuta, tra l'altro, a scoprire la verità fondamentale che la salvezza è dono.
    * Il sacramento è punto di arrivo della maturazione della fede, ma è anche autenticazione della vita cristiana a quel livello di maturità cui essa è giunta. Quindi, nell'apprendistato della fede, essi hanno uno spazio importante, per «segnare» con un gesto che sottolinea il cammino percorso, maturità raggiunta e concrete esigenze. Con i giovani andranno quindi previsti «potenziamenti» di quegli aspetti dei sacramenti che si riferiscono più esplicitamente al momento vissuto comunitariamente: si pensi, per esempio, al sacramento della penitenza e alla celebrazione dell'eucaristia proprio su questo concreto taglio, che sposta l'accento di volta in volta sugli aspetti più avvertiti o più carenti, pur senza strumentalizzare il sacramento al qui-ora del gruppo. E così il sacramento diventa momento di crescita e di maturazione di fede, suggello ecclesiale, impegno e spinta per un ulteriore approfondimento.

    Comunità

    Il luogo normale dove circolano parola e sacramenti è la comunità ecclesiale. Nella comunità cresce e si matura il senso di appartenenza alla chiesa. La comunità offre il supporto concreto ed efficace alla interiorizzazione della fede. Quale «vera» dimensione comunitaria offrono generalmente le varie istituzioni ecclesiali? Purtroppo di un livello esperienziale molto basso. Per i giovani, il gruppo è la comunità ecclesiale. Nel gruppo, la comunità cessa di essere un'astrazione, per farsi spazio concreto. È evidente: non il gruppo «comunque», proprio perché la comunità ecclesiale ha alcune esigenze, da salvare a tutti i costi, per la sua verità. Ma su questi temi, le cose scritte sono già molte. Nell'apprendistato della fede, di cui stiamo parlando, un peso rilevante ha quindi l'atteggiamento che il gruppo assume. Il discorso è importante. E lo facciamo oggetto di un capitolo a parte.

    IL GRUPPO COME LUOGO DELL'APPRENDISTATO DELLA FEDE

    È indispensabile vivere la «scuola della fede» dentro un gruppo. Ma questo significa tante cose. Se il gruppo assume come sua specifica identità, almeno per un certo periodo di tempo, il desiderio di approfondire la fede, sono sospese le normali attività, totalmente o parzialmente?
    Oppure coloro che sentono l'esigenza di una scuola di fede, convergono verso un gruppo deciso a intonarsi su questa lunghezza d'onda: un nuovo gruppo di appartenenza o un semplice gruppo di riferimento?
    Ipotesi molto differenti. Che incidono, evidentemente, con pesi e condizionamenti diversi, nel ritmo normale di vita del gruppo.
    Su quale scelta puntare?
    Crediamo al pluralismo: come risposta al pluralismo di fatto di situazioni giovanili. E quindi non vogliamo scegliere noi per gli altri.
    Certo, l'ipotesi che per noi è ottimale raccomanda al gruppo di trovare il coraggio di «sospendere», per un certo periodo di tempo, quasi tutte le sue attività, per spendere ogni risorsa in una più larga e motivata ricerca di fede. Il tempo, apparentemente «sciupato», rifiorirà presto tra le mani, in maggior maturità personale e di gruppo, in più evidente integrazione tra fede e vita, in più ampia disponibilità al servizio.
    Ci sono però altre possibilità, minimaliste, che elenchiamo. Certo, è più facile descrivere queste situazioni che tradurle nella vita. Chi ha un minimo di esperienza diretta sa quali grossi problemi immediatamente si spalanchino. Possono nascere conflitti di identità e di appartenenza. Le difficoltà non possono costringere a far marcia indietro. Ma rendono invece attenti nel momento delle opzioni.
    Per questo preferiamo riferire le ipotesi ricordandone pregi e limiti. E lasciamo tutto il materiale nelle mani del gruppo e del suo animatore. Di coloro soprattutto che in un gruppo hanno il potere di orientare le scelte in una direzione o nell'altra, motivando i necessari tagli e sostenendo gli orientamenti con il prestigio della personale approvazione...
    Con tutte le carte scoperte, l'animatore prenderà le sue decisioni. E darà una mano al gruppo a prendere le proprie, senza mistificare rassegnazioni o entusiasmi, sotto l'alibi di grosse parole.

    Gruppo e «apprendistato di fede»

    A veloci battute, perché molte cose sono scontate, passiamo in rassegna tre ipotesi che descrivono l'atteggiamento di un gruppo nei confronti dell'apprendistato di fede.

    - L'approfondimento di fede come nuova identità del gruppo
    Un gruppo di giovani sente, in quanto gruppo, il desiderio di approfondire la propria fede condivisa e quindi decide di mettersi in atteggiamento di «apprendistato di fede». Sospende o riduce le normali attività, per non appesantire il suo ritmo di vita e concentra tutto in questo sforzo di vivere a fondo la ricerca di un'ampia esperienza ecclesiale.
    - L'attività normale del gruppo è la «scuola di fede», con tutte le implicanze che connota,
    - la preoccupazione è sulla linea della sistematicità, per raggiungere una visione organica e articolata della fede,
    - sono progettati momenti di verifica, alla ricerca di una saggia coerenza di vita,
    - è chiara la coscienza della provvisorietà di questo fatto. Ci si trova di fronte ad un momento straordinario nella vita del gruppo, per apprendere uno stile cristiano con cui dare significato al ritmo normale della vita, cui presto si ritornerà.
    I rischi di questa ipotesi possono essere cristallizzati attorno a due poli:
    - questa nuova identità può spezzare il gruppo, se non tutti i membri del gruppo sono oggettivamente «interessati» alla proposta;
    - la dinamica di gruppo mette in guardia contro l'insorgere di atteggiamenti involutivi nel momento in cui il gruppo sceglie una definizione di sé meno concretamente operativa e più a carattere «interiore-intimistico».

    - Un tempo straordinario nel ritmo normale
    Un gruppo che ha avvertito il bisogno di un approfondimento serio della propria identità cristiana non sente possibile sospendere le normali attività (perché, per esempio, sono coinvolte di rimbalzo altre persone: si pensi a gruppi di servizio, di impegno nel terzo mondo...). Inserisce quindi in uno spazio preciso e programmato il desiderio di approfondimento, senza ridurre il ritmo normale di vita. Sono previsti alcuni momenti-forti e l'utilizzazione specifica di alcuni incontri.
    - Il gruppo assume un doppio impegno: la ricerca di momenti di particolare raccoglimento per vivere l'interiorizzazione di fede e la responsabilità di vivere con una attenzione speciale i normali tempi di revisione,
    - lo stile abituale del gruppo si rapporta alla spiritualità della revisione di vita per collegare fattivamente azione e riflessione di fede,
    - sotto lo stimolo dell'animatore e di qualche leader, il gruppo fa emergere dal suo interno un desiderio sempre più intenso di interiorità, di raccoglimento, di approfondimento,
    - la verifica di questo stile è offerta dal prestigio dato a momenti di preghiera, di silenzio, di riflessione, che qualche volta sostituiscono l'affannosa routine del gruppo.
    In questa ipotesi sono presenti i seguenti rischi:
    - è in crisi la sistematicità dell'interiorizzazione di fede, troppo legata ai fatti contingenti della vita quotidiana;
    - c'è il rischio di ridurre la dimensione ecclesiale del gruppo ad uno spazio solo implicito (nel servizio ai poveri, nell'impegno per il quartiere, nel lavoro di liberazione...), perché continuamente riprende il sopravvento l'urgenza concreta delle cose da fare sul piano storico;
    - non è sempre immediato per tutti i membri del gruppo il collegamento tra le normali attività e i momenti di interiorizzazione. E questo può produrre sussulti nel gruppo, contrasti sull'importanza delle cose da fare... oppure la cattura a tradimento del gruppo in una linea di approfondimento di fede che solo l'animatore e pochi altri hanno interiorizzato in forma riflessa e motivata.

    - Il gruppo come «cenacolo di riferimento»
    All'interno di istituzioni di una certa vastità (convivenze educative, oratori e parrocchie...) è possibile progettare un gruppo di riferimento, impegnato nell'approfondimento della fede. A questo gruppo convergono i giovani sensibili e volonterosi, che senza spezzare le normali appartenenze con i gruppi di origine, si ritrovano in uno spazio «speciale» per cogliere a fondo il senso della personale identità cristiana.
    In questo «cenacolo» la maturazione coincide largamente con le linee segnate nella prima ipotesi.
    È una ipotesi interessante e stimolante. È documentata anche da esperienze significative. La sua efficacia è in rapporto alla capacità del gruppo di restare al livello di riferimento, pur con quel minimo di collegamenti affettivi che ne permettono una seria «esperienza» di gruppo. E la cosa è tutt'altro che facile...

    UNA CONCLUSIONE CHE È UN INVITO ALLA RESPONSABILITÀ

    Vogliamo concludere questo lungo discorso, sottolineando una responsabilità a cui sono chiamati gli animatori e i giovani più sensibili dei gruppi che intendono muoversi nell'alveo di questa nostra proposta.
    Nella «scuola della fede» è in gioco una definizione di chiesa. Le esperienze lo confermano.
    Molti gruppi che hanno scelto per una interiorizzazione piena della identità cristiana, sono lentamente slittati verso una nuova forma di integrismo.
    Ci si elabora un proprio linguaggio, necessariamente con un pizzico di esoterismo. Si prendono le distanze dagli «altri», perché «diversi»: meno impegnati, meno coerenti, meno «perfetti». L'identità tende ad arroccarsi, sotto la pressione interna e lo stimolo delle facili prese di posizione esterne. L'aria di «perseguitati» dà tono e consolida il gruppo. Le motivazioni di ordine religioso si frammischiano a istanze psicologiche in una ricerca di gratificazione che porta spesso a scollare il gruppo dal resto della convivenza di cui è parte; a chiudersi, raggomitolandosi a ghetto. E così nasce una definizione di chiesa, infiorata di parole grosse, molto affascinante e ben protetta.
    Ma non è la chiesa «anima del mondo». La chiesa delle parabole evangeliche. I toni sono, forse, caricati ad arte. Nel quadro hanno trovato collocazione esperienze diverse, in un mosaico grinzoso, difficilmente realistico. Ma il rischio è incombente. Ci sta a cuore ricordarlo, mentre, con calore, invitiamo a decidersi a pieno titolo per una fede matura e integrata. Crediamo che l'alternativa al rischio stia soprattutto in questi atteggiamenti culturali che il gruppo assume:
    * È indispensabile maturare una ampia, organica, aperta riflessione teologica. Coraggiosamente pluralista, anche nelle indispensabili opzioni. Senza una base agguerrita, è troppo facile assumere le suggestioni emotive come «verità» ecclesiali. E si gioca a fare i profeti.
    * Il valore del pluralismo va ritrovato anche nel concreto di esperienze diverse. In quel «contrappeso di valori» cui il gruppo continuamente si apre, già tante volte raccomandato.
    * Un'attenzione (che diventa qualificazione) assume l'animatore per evitare al gruppo di bloccarsi in rigurgiti di integrismo, abbastanza facili proprio nel momento di un impegno di approfondimento, per i noti fenomeni della dinamica di gruppo.
    * Va infine ricordata la circolarità tra la vita normale (all'interno della quale la «scuola di fede» è permanente) e il tempo forte che privilegia, per necessità di cose, l'atteggiamento e il gesto «particolare», nella chiara consapevolezza della provvisorietà. Questo vale per tutto: il rapporto fede-vita, impegno-preghiera, sacro-profano, contemplazione-azione... Fino ai piccoli banali dettagli dell'andamento normale di un gruppo ecclesiale.
    L'esperienza ecclesiale è radicalmente conflittuale. L'accettazione acritica di un aspetto scade a disfunzione della totalità. Se ne devono ricordare quotidianamente i gruppi. Soprattutto quelli che prendono il coraggio a piene mani, per capirci di più, per vivere con una più intensa coerenza, per tradurre a livello veramente esperienziale quella «difficile comunione che è la chiesa».


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