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    «Amo Cristo ma non parlatemi di morale». C'è una soluzione?



    Tullo Goffi

    (NPG 1974-04-39)

     

    Nel numero di gennaio (in cui sono state presentate le prime tre «note») abbiamo già indicato il senso di questi flash. Desideriamo tradurre a respiro direttamente pastorale gli studi sviluppati precedentemente, sull'educazione dei giovani all'amore e al matrimonio.
    L'autore ci offre, con la competenza e la chiarezza che tutti gli riconoscono, pagine molto stimolanti su alcuni dei problemi più vivi al riguardo. Quasi a ricostruire, nelle tessere di un mosaico, un fondale su cui gli operatori pastorali possono confrontare i loro quotidiani interventi educativi.
    Qualche pagina, a prima vista, potrebbe essere avvertita fuori tema, rispetto ai destinatari. I problemi, infatti, dell'etica matrimoniale non rientrano tra quelli che formano il normale interesse della nostra rivista, perché superano quella fascia d'età giovanile che abbiamo scelto come campo delle nostre riflessioni.
    È certamente vera la costatazione e importante la sottolineatura per evitare fraintendimenti.
    C'è però un taglio tutto particolare nelle cose scritte da don Goffi, che ne giustifica l'ospitalità sulla rivista. L'accento e tutto sulla sensibilità giovanile, sulle caratteristiche con cui i giovani devono vivere l'approccio con le scelte morali.
    Sono quindi pagine più a carattere educativo che di riferimento immediatamente operativo.
    Fino al punto che ci piace pensare alle indicazioni concrete più sullo stile di «esempi» per spiegare un assunto veramente stimolante, che di determinazioni sul «come comportarsi».
    Comunque i migliori giudici in causa sono proprio i lettori. Per il taglio ricercato di particolare concretezza, è indispensabile un dialogo diretto. Lo sollecitiamo ancora, pregando i lettori di far pervenire in redazione attese, ricerche di approfondimento, esperienze e perplessità.
    Il contributo di tutti permetterà di impostare un colloquio davvero fruttuoso, in vista di un'azione pastorale qualificata e arricchente.

    quarta nota:
    CREATIVITÀ GIOVANILE DELL'ETICA

    Problematica per un'etica giovanile

    L'apostolo educatore è spesso preoccupato di inculcare i princìpi etici circa l'amore ad adolescenti e a fidanzati. Ritiene doveroso delineare tali norme con chiarezza, formularle con precisione, richiamarle nelle applicazioni concrete. Fa grande sforzo per delimitare che cosa sia consentito nei gesti affettivi fra amici ed amiche, e fin dove possa spingersi l'affettività confidenziale fra giovani fidanzati.
    In tutto questo può esserci un aspetto educativo prezioso. Tuttavia, amerei affermare subito, e in forma categorica, che non sta qui l'impegno educativo primo dei giovani verso l'amore. La stessa prospettiva di fondo, che appare dall'atteggiamento apostolico indicato, risulta negativa. Si proporrebbe un'etica, la quale fatalmente si formulerebbe in divieti, si proporrebbe di delimitare minuziosamente gli ambiti dei comportamenti, svolgerebbe un compito solamente di freno innanzi alle impulsioni vitali, si ridurrebbe ad arginare il fiume prorompente della vita affettiva.
    Certamente si deve badare primariamente al bene, e non al fatto se questo bene sia piacevole e facile. Ma non è possibile offrire un'etica, la quale abbia anche la amabilità di offrirsi attraente? Forse che la bontà non sappia rivestirsi della fragranza primaverile, così che si immetta in un contesto giovanile? Mi ha sempre rattristato l'affermazione del Poeta francese: «Amo Cristo, ma non c'è cosa al mondo che sappia farmi amare la morale». L'accusa è rivolta, non tanto alla morale cristiana, quanto ai moralisti o pastori d'anime, che non sanno indicare un'autentica morale in Cristo; che sfigurano l'etica, così da conferirle un volto repellente; che non sanno formularla nella sua freschezza convincente.
    È possibile rintracciare la causa di questa diffusa repellenza verso la morale nella cattiveria del cuore umano, che - corrotto dal peccato originale, - anche se capisce il bene, si sente sospinto nel ruzzolare al male. Sembra di non percepire gusto, se non si assapora scapigliatamente una condotta sregolata.
    Tutto ciò può essere vero. E, tuttavia, l'apostolo educatore ha bisogno di tentare la proposta di un'etica sull'amore, la quale abbia un'attrattiva giovanile. Altrimenti come potrebbe essere accolta la norma cristiana sull'amore, quando essa è tutta compassata entro formulazioni di divieti, entro angolature di sillogismi scolastici, entro preoccupazioni di indicare argini già prestabiliti?
    È proprio impossibile suggerire ai giovani un'autentica etica cristiana circa l'amore, che sappia accogliere il loro stile innovatore? Non ho né intenzione né la pretesa di indicare la soluzione al quesito proposto, ma unicamente offrire qualche suggestione, che potrà favorire in altri la soluzione.

    Esigenze d'etica caritativa

    Gesù Cristo, nel Vangelo, ha comunicato il messaggio del Padre Celeste: gli uomini sono chiamati a vivere lo stesso amore vissuto dalle Persone divine. Quest'amore vitale divino è stato indicato con il termine «carità». Il Cristo, oltre ad indicarci il messaggio del Padre, ci ha dato testimonianza su che cosa significhi vivere l'amore della ss. Trinità in terra. La sua vita è stata esemplarmente consumata nell'amore divino. Gesù ha concepito la vita del Padre come un fuoco immenso, che avvampa e tutto travolge. «Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e che più desidero, se già divampa? In un bagno ha da essere immerso, e quanta ansia mi sento finché sia compiuto!» (Lc 12,49-50).
    La carità, come amore divino, non si conquista: si può supplicare e ricevere come un dono. Se uno possiede la carità, per tale dono deve sempre ringraziare lo Spirito di Cristo (2 Cor 9,15). E, se pretende di poterla acquisire con propri mezzi, viene ripudiato da Dio (Atti 8,20).
    Il cristiano è solamente passivo di fronte alla partecipazione della carità divina? Deve essere solo e unicamente il miserabile, che stende la mano aspettando l'offerta che l'amabilità di un Dio può elargire? Nell'amare, come Dio ama, possiamo e dobbiamo fare qualcosa di nostro? Ognuno è chiamato a continuare l'opera incarnazionistica di Cristo. Gesù ha indicato come la carità di Dio è partecipata agli uomini, solo se questi la incarnano nei propri amori. Nessuna persona umana sa vivere la carità in se stessa, in un modo disincarnato. Neppure Gesù Cristo ha avuto questa possibilità. La carità, in se stessa, allo stato integrale puro, è esclusivamente in Dio. «Dio è carità» (1 Gv 4,16).
    Lo Spirito di Cristo ci comunica la carità, ma poi vuole che noi cooperiamo, introducendola come forma che anima la nostra affettività e ogni nostra attività. Se la carità non scende a instaurarsi e a sconvolgere i nostri desideri, fallisce il suo compito; non è vitale. Quando uno vive la carità disincarnatamente, nullifica il messaggio evangelico.
    Evidentemente, in ogni attuazione incarnazionistica della carità fra gli uomini, si palesa una profonda insufficienza. L'ampiezza abissale dell'amore divino riscontra sempre una inadeguata incarnazione presso gli uomini. In ogni attuazione concreta terrestre, anche se realizzata dal più grande santo, la carità fa affiorare la richiesta di una sua espressione più autentica. Ogni realizzazione testimonia l'inadeguatezza della stessa realizzazione. E, nonostante questo, il messaggio evangelico della carità ha bisogno di una continua sua realizzazione umana, senza di cui non si enuncia né si palesa come valore autentico fra gli uomini.

    Un compito dei giovani

    Il giovane, soprattutto da fidanzato, ha un compito da svolgere, una missione evangelica essenziale. Senza il suo apporto il kerygma rimane inadeguato e incompleto. Egli deve incarnare la carità nel suo amore giovanile; deve mostrare come essa, con ricchezza fantasiosa, sappia rivestirsi delle più svariate forme terrestri. Se la carità è «un fuoco ardente» (Is 9,65), che divampa tutto sconvolgendo, il giovane deve far vedere come sia bello vivere l'amore proprio entro la carità; deve proporsi di svelare un amore divino fra i suoi sentimenti umani. Il Vangelo richiede che egli usi la ricchezza della propria fantasia per escogitare le forme personali più espressive della grandezza della carità.
    L'ardore prorompente giovanile deve saper mostrare il nuovo volto odierno della carità vissuta; deve sentirsi inviato dallo Spirito di Cristo, non solamente per far percepire le nuove esigenze umanistiche e culturali fra gli uomini, ma anche come si debba vivere una vita caritativa in Cristo nella odierna comunità ecclesiale.

    quinta nota:
    ETICA MATRIMONIALE PROPOSTA AI GIOVANI

    Strutturazione dell'etica sessuale matrimoniale

    La concezione teologica del matrimonio cristiano è affascinante: la vita coniugale è prospettata entro il mistero grande di Cristo-Chiesa. Mentre l'etica matrimoniale cristiana è accolta con difficoltà. Si ritiene che essa renda difficoltoso l'amore spontaneo fra i coniugi o, almeno, presupponga che questi sappiano vivere in atteggiamenti asceticamente assai mortificati. Dal lato pastorale si delinea un problema fortemente impegnativo: si può presentare l'etica cristiana coniugale in modo che sia una proposta anche amabile? Come configurarla in modo che rispecchi un'attraente idealità cristiana? È possibile oggi aver la fierezza dei Padri della Chiesa, i quali indicavano la morale cristiana eccellente al di sopra delle ideologie etiche pagane?
    L'etica sessuale coniugale può apparire idealmente affascinante, se colta nella sua tipica originalità cristiana. Che cosa significa etica sessuale matrimoniale cristiana? Tutta l'etica cristiana ha principiato da una riflessione sulla parola di Dio. La Bibbia non è un testo di morale, e tanto meno una morale sistematizzata in forma scolastica. Essa narra la storia del popolo di Dio, e durante la narrazione di fatti ed avvenimenti offre implicitamente (come in filigrana) i valori, che Iddio intende inculcare e verso cui orientare i suoi fedeli.
    In rapporto alla sessualità la parola di Dio mette in luce due momenti essenziali, quali valori umani irrinunciabili in una vita matrimoniale: procreazione-educazione di figli e amore unitivo fra i coniugi. Non si preoccupa di sancire quale preminenza esista fra i due valori. Anzi, dall'Antico al Nuovo Testamento si ha un progressivo variare: all'inizio si mette in maggior risalto il compito procreativo in funzione dell'era salvifica futura, mentre nel Nuovo Testamento si pone in luce primaria l'amore come carità coniugale.
    Dal lato biblico i due valori (amore e procreazione) sono lasciati come indeterminati, perché sono destinati a entrare nella storia salvifica, configurandosi entro le mutevoli situazioni socioculturali ed ecclesiali. La forma generica consente che essi si conservino e si uniformino alle esigenze dei tempi successivi, così da poter essere sempre armonizzati alle attuali richieste spirituali.
    Per chiarire il principio enunciato, è necessario fare un cenno su talune traduzioni dei valori matrimoniali rivelati presso le culture susseguenti[1]. I Padri della Chiesa inculcano la necessità di comportarsi sessualmente in maniera confacente alla dignità umana. Ritenevano che il peccato originale si palesasse principalmente nel dinamismo della sessualità. Perciò questa doveva stare imbrigliata: non era consentito abbandonarsi all'irrompente concupiscenza. Per essi era consentito l'uso del matrimonio esclusivamente a scopo di procreazione.
    Nella Scolastica medioevale si ricupera la bontà della sessualità, a motivo della fiducia proclamata verso la natura umana. Secondo le conoscenze scientifiche dell'epoca, si riteneva che la sessualità fosse tutta ed esclusivamente orientata alla procreazione. Si pensava che nel seme maschile umano fosse germinalmente presente l'uomo medesimo. Per nessun motivo si poteva far uso dell'atto coniugale, frustandone la finalità naturale procreativa.
    La cultura odierna, dal lato psico-sociologico, considera i due valori biblici della sessualità (amore e procreazione) sotto una nuova angolatura. La sessualità è una dimensione inerente a tutto l'essere umano; è una forza diffusa nell'io che lo sospinge verso la sua maturazione personale. Tutto l'umano è sessuale, anche se il sessuale non è tutto l'uomo. Uno si qualifica differentemente in ogni sua componente (biopsichica, intellettivo-affettiva, spirituale), a secondo che si presenti maschio o femmina.
    I due valori sessuali biblici, intrecciati con la cultura odierna indicata, si esprimono normativamente in modalità nuove. La facoltà sessuale non viene più considerata in se stessa, nel suo finalismo procreativo, separatamente dalla personalità dei coniugi: la sessualità ha significato umano unicamente se considerata in rapporto a tutta la personalità dei coniugi, uniti fra loro comunitariamente. I singoli atti sessuali sono moralmente buoni in misura che essi realizzano ed approfondiscono l'amore unitivo fra i coniugi; in misura che sappiano orientare la vita coniugale in una dedizione responsabilmente generosa verso i figli. Ciò che costituisce peccato è l'egoismo, per il quale l'uno cerca il proprio godimento senza badare alle esigenze dell'altro, senza aprirsi in un dono che faccia convivere nell'unità coniugale; è il cercare la gioia del convivere matrimoniale, senza volersi costituire offerta nella missione di procreare-educare figli. Lodevole è l'intimità sessuale, quando è espressione di una vita matrimoniale permeata da amore oblativo, che si sente donato verso l'altro coniuge e verso i figli.

    Compito dei giovani verso l'etica matrimoniale

    In senso tradizionale l'etica sessuale si distingue come cristiana, in quanto rimane sempre ispirata ai valori rivelati, ma insieme è aperta nell'accoglienza di tutto il bene culturale, che va maturando fra gli uomini. È morale innestata saldamente sulla parola di Dio, ma introdotta in tutti i susseguenti possibili arricchimenti spirituali. Nell'etica si riflette l'autentica tradizione ecclesiale: un continuo ritorno sui valori enunciati alle origini, ma nella precomprensione della realtà presente; una fedeltà al messaggio evangelico, immesso nella cultura spirituale attuale.
    Il metodo, ora indicato, deve essere usato anche verso i princìpi etici enunciati nei documenti del Magistero. Essere fedelmente ossequienti verso l'insegnamento ecclesiastico non significa aderire materialmente a quanto è scritto. Il cristiano deve saper ricuperare l'insegnamento in modo continuo, anche se esso si presenta superato nelle sue espressioni culturali; deve saperlo rileggere, vivificandolo nel contesto della vita corrente ecclesiale; deve esaminarlo in forma ermeneutica, così da arricchirlo ed integrarlo entro i nuovi apporti culturali; deve ripresentarlo nel linguaggio d'oggi, dando ad esso la possibilità di essere un magistero vivente. E questa missione è particolarmente affidata ai giovani cristiani.
    Il compito primario di giovani coniugi non è tanto di esaminarsi se sono obbedienti o disubbidienti di fronte alle prescrizioni etiche dominanti, quanto di saper ritradurre queste prescrizioni, con senso ecclesiale, in armonia con le esigenze culturali e spirituali odierne. I giovani devono acquistare coscienza di essere chiamati a vivere nel fluire della storia salvifica; devono innamorarsi dei valori matrimoniali evangelici (amore e procreazione educativa), rivivendoli nel senso ecclesiale e spirituale del proprio tempo[2].
    Sembra a me che un'etica simile possa innamorare i giovani, che si orientano entro una vita matrimoniale, in quanto è morale evangelica, vivacemente attuale, che richiede sia l'inventività creativa sia la generosità operativa dell'amore giovanile.

    sesta nota:
    I GIOVANI Dl FRONTE AL MATRIMONIO COME SACRAMENTO

    Sposarsi in chiesa? Obiezioni correnti

    Oggi si van sollevando difficoltà al fatto che giovani fidanzati si sposino in chiesa. Innanzitutto, sposandosi in chiesa, si aderisce a un sacramento, il quale si esprime socialmente in un vincolo indissolubile. È bene avviare dei giovani verso una strutturazione matrimoniale, la quale non ammette possibilità di pentimento? La psicologia sembra confermare come i giovani odierni, così qualificati per tante doti e amabilità, non facilmente siano maturati per una decisione definitiva matrimoniale. Di fronte a una così grande responsabilità, essi appaiono inquietamente adolescenti. Hanno bisogno di un'esperienza matrimoniale per essere in grado di attuare una propria scelta matrimoniale definitiva.
    In pratica si ritiene di superare la difficoltà suggerendo ai giovani di iniziare con un matrimonio civile, il quale consenta ad essi un possibile ripensamento o ravvedimento di fronte a una decisione presa erroneamente. Preferibile rimandare il sacramento, piuttosto che situarsi nella necessità di rinnegarlo.
    Questa prospettiva pastorale sembra, sotto certi aspetti, avvalorata dal significato spirituale e religioso, che il matrimonio ha sul piano puramente umano. Nel pensiero patristico orientale il matrimonio, puramente umano, era considerato come un sacramento «paradisiaco». Dio, mentre aveva stabilito i vari sacramenti salvifici entro la sacramentalità della Chiesa, in modo eccezionale aveva costituito qual sacramento il matrimonio già nel paradiso terrestre. Ecco perché il matrimonio è valevole, anche se viene celebrato al di fuori della sacramentalità ecclesiale. La Chiesa ha ricevuto il sacramento del matrimonio, già costituito tale in antecedenza, e lo ha arricchito ed integrato entro la grazia redentiva del Cristo.
    In tal modo, se i giovani si sposano fuori della Chiesa, vengono iniziati alla sacramentalità matrimoniale; accolgono la forma paradisiaca matrimoniale, vera sacramentalità, anche se non sufficiente per incorporare coniugalmente nel Cristo-Chiesa. Sposandosi solo civilmente, non si pongono in uno stato totalmente estraneo alla sacramentalità; né tanto meno in uno stato profano, che non abbia consistenza nell'amore di Dio. Inoltre, limitandoli ad una iniziazione sacramentale nuziale, si consente ai giovani di potersi pentire di una propria decisione sbagliata, ricominciando una nuova vita matrimoniale.
    È questo un discorso possibile e valevole?

    Significato sacramentale del matrimonio

    Quando due giovani ricevono il sacramento del matrimonio, mutano i propri connotati spirituali cristiani. Prima erano due persone fisiche, ben distinte fra loro, e presenti con una autonoma configurazione cristiana nella comunità ecclesiale. Mediante il battesimo si sono costituiti persone nella Chiesa. Col matrimonio le vite separate dei due si fondono come in una sola e medesima vita: un'unità creata dallo Spirito di Cristo, segno di un avvenimento ecclesiale. Un'unione cagionata in modo sacramentale; operata dal Signore attraverso la sacramentalità della Chiesa.
    Si deve allontanare dal sacramento chi non è sicuro di unione stabile? Certamente si esige che i due siano consci che stanno impegnandosi in una profonda comunione perpetua di vita. Tutta la pastorale cattolica insiste nel ricordare come i fidanzati debbano essere educati a vivere nell'amore autentico reciproco, così che possano responsabilmente assumere la decisione definitiva.
    Nello stesso tempo è necessario ricordare come la comunione di vita unitaria, proclamata dal sacramento, è essenzialmente programmatica verso il futuro. Il sacramento, con la sua grazia, ha un compito educativo: è proteso nell'ingenerare e cagionare un'unità sempre più profonda e autentica fra i coniugi. Il sacramento del matrimonio presuppone che i giovani sposi siano costituiti, non già nella realizzata indissolubilità, ma nella disponibilità a lasciarsi lentamente trasformare dalla grazia verso una comunione sempre più irrinunciabile.
    In forma biblica si suol dire che il sacramento ha un andamento escatologico: tutta la sacramentalità ecclesiale è protesa verso il regno di Dio. Il sacramento del matrimonio introduce gli sposi in uno stato di grazia non definitivo, ma progressivo: esso svolge una missione educativa sui coniugi verso una loro comunione sempre più profonda e più stabile. La pastorale, che educa i cristiani a vivere in modo indissolubile il loro vincolo matrimoniale, è radicata su un'esigenza sacramentale.
    Chi si sposa in chiesa deve essere adulto in Cristo, non nel senso di essere arrivato alla pienezza di uno stabile amore coniugale oblativo, ma in quanto sa offrirsi disponibile alla grazia sacramentale, che lo orienta ogni giorno verso una vita comunitaria sempre più indissolubile. Per questo fatto i giovani cristiani si sposano in chiesa, senza sperimentare in precedenza un matrimonio meramente civile. La stessa grazia sacramentale s'impegna a introdurli in un'esperienza di vita sempre più vincolata comunitariamente.

    NOTE

    [1] Per una trattazione maggiormente diffusa ed approfondita dell'argomento: cf T. GOFFI, Etica sessuale cristiana, Edizioni Dehoniane, Bologna 1973.
    [2] Ci pare evidente che la sottolineatura del «senso ecclesiale e spirituale del proprio tempo» come criterio reinterpretativo del dato magisteriale non significhi affatto svuotamento del carattere di normatività del magistero, ma suo pieno rispetto. Anche perché il «senso ecclesiale» non è certo tracciato dalle frange contestative né tanto meno dalle intuizioni personali, ma dall'ascolto continuo della Chiesa, nel senso più ampio del termine. E nella Chiesa una voce privilegiata é proprio il «magistero ordinario» (n.d.r.).


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