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    Gruppi giovanili nel quartiere: appunti critici sulle esperienze



    (NPG 1974-03-71)

    Nel contesto dei discorsi che stiamo facendo da tempo su «fede e impegno politico», ci e parso importante dedicare molte pagine alla rassegna di esperienze significative sulla attività dei gruppi giovanili nel quartiere.
    Crediamo, come abbiamo scritto nell'editoriale che introduceva il primo blocco di queste esperienze, al quartiere «come luogo privilegiato di un impegno di liberazione che si saldi con la professata identità cristiana».
    Chi ha letto le varie «storie» con un pizzico di senso critico, si è certo trovato provocato da molti problemi. Ogni azione concreta ridimensiona le lucide teorizzazioni e ne apre di nuove, proprio perché diventa serio motivare le scelte operative con annotazioni teoriche.
    Abbiamo ripetuto a chiari termini che non intendevamo, a livello redazionale, né avallare le singole opzioni per il solo fatto di averle pubblicate, né giudicare l'insieme delle scelte. Quasi ce ne venisse il diritto dall'essere fuori dalla mischia concreta, con i piedi al sicuro nei «principi» dottrinali. Abbiamo lasciato ai singoli operatori l'imprescindibile compito di esprimere per se stessi un «parere».
    Non crediamo però al qualunquismo del «tutto va bene, tanto ciascuno farà le sue scelte». Come sempre, il rispetto alla maturità dei lettori ci chiede di indicare il nostro punto di vista, senza mezze misure, dando così, a chi lo ritenesse utile, un parametro di giudizio globale.
    Le pagine che seguono hanno in definitiva questa funzione: una mano al lettore per confrontarsi con il parere di alcuni amici, in vista di una personale presa di posizione.
    Lo studio è montato a tre voci:
    * un primo intervento firmato esprime il punto di vista sociologico sulle problematiche che l'inserimento nel quartiere pone ai gruppi giovanili;
    * il secondo, pure firmato, riprende il rapporto tra comunità ecclesiale e quartiere (con cui si conclude il primo intervento) in una chiave strettamente teologica;
    * il terzo, scritto in redazione e - unico - rappresentante il parere conclusivo della rivista, riallaccia alle tematiche educative e pastorali l'insieme delle esperienze, per indicare, nei limiti sottolineati, un criterio valutativo di massima.

    GIOVANI IN QUARTIERE: APPUNTI PER UN'IPOTESI Dl RUOLO

    Giovanni Bianchi - Renzo Salvi

    Premessa

    I giovani e la realtà urbano-sociale del quartiere sono state due entità notevolmente «terremotate» (e «terremotanti») nella Fase di acuto scontro sociale che ha caratterizzato la seconda metà degli anni sessanta.
    Un'analisi del ruolo che i giovani hanno assunto - e una valutazione di quello che potranno svolgere - nella nuova dimensione «politica» assunta dal quartiere sembra richiedere una puntualizzazione preliminare dei due termini del problema.
    Per quanto riguarda i giovani sembra in primo luogo da considerarsi superato - o, quanto meno, riduttivo rispetto ai processi reali in corso - il problema dell'esistenza di una subcultura o di una cultura tout-court giovanile. All'interno di una società che afferma di essere «giovane» e «per i giovani», in presenza di fenomeni quali la rivolta hippy e la «cultura underground», di fronte ad una pubblicità che ha fatto dello strato giovanile la nuova «élite di riferimento», appare corretta un'analisi che metta in relazione questi fenomeni con la struttura globale della società (processi di produzione e rapporti interpersonali).
    L'ipotesi che sembra dar ragione dell'ambiguità sociale - e quindi politica - della figura del giovane (e, soprattutto, dello studente) è la collocazione oscillante di questa massa tra il polo della generazione e quello della classe.
    Di fronte cioè alle due possibilità alternative di «restaurazione» o di «rivoluzione»pag.in tempi e modi da precisare e verificare - di un quadro storico scosso nelle sue basi strutturali e culturali, i giovani possono compiere scelte «reazionarie» o «progressiste», scegliendo, in relazione ad una determinata situazione storica e dentro la congiuntura data, la classe sociale con cui allearsi, in ordine al «progetto storico» di cui questa classe è portatrice.
    I giovani in quanto tali dunque non sono «rivoluzione» nel nostro momento storico, così come non furono, essi soli, la «reazione» nel cosiddetto radioso maggio italiano del 1915, quando si fecero portavoce delle forze interventiste. Dallo stadio di analisi e di ridefinizione delle categorie interpretative cui si è giunti finora sembra corretto derivare due affermazioni:
    a) che i giovani sono rivelatori di determinate dinamiche sociali in atto senza esserne causa; queste si rivelano nei giovani al loro stato meno spurio nella misura in cui il ricatto/allettamento del sistema è meno marcato su tale strato d'età che su altri;
    b) che i giovani - o alcune loro avanguardie significative - spingono attualmente in senso «progressista» (rivoluzionario, se si preferisce), contrariamente a quanto era accaduto in Italia in altri momenti storici.[1] Nel quadro complessivo delle dinamiche socio-politiche di questi ultimi anni, le lotte nei quartieri hanno rappresentato uno dei momenti-cardine dello scontro: dalla concezione tradizionale (anche nell'ambito della sociologia urbana) del quartiere come «luogo di vicinato», caratterizzato, al più, da una cultura campanilistica e da strapaese, si è giunti alla realtà di quartieri«momenti funzionali di lotta» per il cambiamento della società, in collegamento organico e necessario con altri momenti quali la fabbrica e la scuola.
    Spesso i tentativi di «organizzazione di base» sono stati stimolati dalla presenza di gruppi d'avanguardia-spontaneismo a matrice cristiana[2], gruppismo semi-organizzato della nuova sinistra extraparlamentare - che hanno individuato nel quartiere un campo di lavoro dove le stesse organizzazioni tradizionali della classe operaia erano assenti.
    Non è evidentemente un caso che il quartiere sia stato scoperto come ambito privilegiato di azione politica. L'avvento del neocapitalismo ha legato saldamente le sorti della città con quelle della fabbrica, per cui la città ha progressivamente perso l'originaria funzione politico-direttiva che storicamente aveva avuto, e si è ridotta a dispensatrice di servizi sociali per gli abitanti. A livello di quartiere però si evidenziano in modo marcato le contraddizioni di questo tipo di sviluppo economico e sociale: enorme scarto tra consumi privati e consumi pubblici, speculazione sulle aree edificabili, inquinamento. Nella situazione italiana poi i fenomeni delle «coree», delle «bidonvilles», dei ghetti dormitorio e della conurbation disordinata tra agglomerati urbani, non sono che l'aspetto «geografico» dello sviluppo capitalistico che si è snodato dal dopoguerra all'inizio degli anni settanta, attraverso le varie Fasi di ricostruzione, boom e «congiuntura».

    Il quartiere istituzionalizzato

    La condizione dell'individuo nella città - o dove si vive secondo lo standardcittà - sembra aver superato, nell'attuale fase di sviluppo dei rapporti economico-sociali, i limiti del sopportabile. Sarebbe tuttavia meccanicistico derivare da uno stato di fatto generalizzato, una «reazione tipo» in cui inquadrare i diversi tentativi di democrazia di base.
    Nell'insieme dell'organizzazione in quartiere si rileva infatti la presenza di lotte in rioni abitati dal sottoproletariato napoletano, di esperienze organizzative tra i baraccati della Valle del Belice, di tentativi più circoscritti ma inseriti allo stesso modo in un'ottica di classe in grandi città quali Milano o in centri tipicamente borghesi quali Monza - che viene terza in Italia per reddito pro-capite - ; ma parallelamente si assiste al tentativo di gestire «dal centro» (in modo burocratico e aconflittuale) queste nuove esperienze, magari utilizzando la tecnica del «decentramento» amministrativo, per mezzo dei «parlamentini» fotocopiati - nel rapporto interno di forze - dal Consiglio comunale, in nome di quella «partecipazione» che ha rappresentato, negli ultimi anni, il totem del generico «progressismo» piccolo-borghese.
    In alcune situazioni, addirittura, i consigli vengono fatti nascere dal centro, come tentativo di riassorbire e regolamentare - generalizzando l'esperienza - la spinta di base che si era manifestata in particolari zone caratterizzate da una marcata matrice di classe o da una stridente contrapposizione di strati sociali (zona «residenziale» giustapposta a «case minime»).
    Sembra rientrare in questa stessa logica del controllo il formalismo e la pedanteria cui sono improntati molti «statuti» di quartiere su temi quali la «capacità» di assumere le cariche di consigliere o la maggioranza con cui deliberare per problemi di natura diversa; è di immediata evidenza che al di là dei fini dichiarati (legalità e «certezza» democratica) passa anche attraverso queste linee di intervento il tentativo di ricondurre all'interno dei propri schemi logici (livello formale) e degli attuali rapporti di potere (in termini reali) avvenimenti fino a ieri imprevedibili e potenzialmente «alternativi».
    Nei consigli di quartiere istituzionalizzati non si aprono quindi maggiori spazi di agibilità politica di quanti non ne esistano ai livelli più «elevati» e tradizionali del sistema democratico-borghese.
    Al più, per i giovani che accettano le regole del gioco, c'è la prospettiva di fare dell'apprendimento e iniziare in questo modo la solita - e truccata - «corsa del topo» (Godman) all'interno delle organizzazioni tradizionali. Tutto sommato quindi la «partecipazione» giovanile a questi organismi si configura come un oggettivo contributo alla stabilizzazione dello status quo, nella misura in cui i quartieri non-conflittuali si pongono come strumento di consolidamento dell'attuale assetto politic-osociale, sia pure sotto la scorza di un nuovo democraticismo e dell'efficienza tecnocratica.
    Per completezza di analisi è però anche da sottolineare che passa attraverso la tecnica del decentramento un processo di oggettivo riavvicinamento della base ai problemi che la riguarda: si tratta in sostanza della stessa logica che ha portato in Italia all'istituzione della realtà regionale e che rappresenta probabilmente l'ultima carta su cui le istituzioni democratico-borghesi puntano per salvare la propria (residua) credibilità.
    Attrezzature sportive e occasioni per occupare il tempo libero sono - all'interno di quest'ottica - gli unici problemi che i giovani pongono ai quartieri; e, d'altra parte in un quartiere istituzionalizzato, neppure i giovani hanno da risolvere problemi particolarmente ardui nel loro rapporto con le istituzioni.

    Dalle contraddizioni al conflitto

    Completamente diverso è il quadro complessivo che emerge dall'analisi delle organizzazioni di quartiere che si pongono come espressione, non istituzionalizzata, della «base».
    Una prima osservazione è che queste esperienze non nascono assumendo come prospettiva la conflittualità sistematica nei confronti del «potere costituito». Da un'inchiesta effettuata tra i comitati di quartiere a Torino risulta, ad esempio, che il 41,4% dei promotori i C.D.Q.. aveva come prospettiva la «sensibilizzazione e responsabilizzazione della popolazione del quartiere per la soluzione dei problemi comuni», il 37,9% la «soluzione dei problemi del quartiere attraverso la sollecitazione dell'intervento degli organi municipali», e il 20,7% la «crescita politica, in senso lato, della popolazione del quartiere»; tra gli obiettivi futuri dei comitati di quartiere, i valori percentuali più elevati si rinvengono in corrispondenza delle voci «miglioramento o costruzione di asili e nidi», «responsabilizzazione degli amministratori», «miglioramento e impianto verde pubblico», «miglioramento o costruzione di scuole elementari».[3]
    Motivazioni iniziali e prospettive sul futuro appaiono dunque strettamente collegate a problemi concreti e immediati della popolazione: altri dati della stessa ricerca pongono al primo posto tra gli interessi oggettivi che hanno facilitato la costituzione del C.d.Q., la «carenza di servizi di base» (27,6%), seguita dalla «carenza di aule scolastiche» (17,2%) cui sembra corretto aggiungere il 3,4% della «carenza di asili e nidi».
    Gli obiettivi quindi sono tutt'altro che «rivoluzionari»: non è raro il caso ad esempio in cui il C.D.Q.. nasce da un'esperienza di doposcuola che non aveva neppure pretese di «scuola alternativa». La conflittualità si manifesta - e talvolta determina il formarsi di un primo nucleo di C.D.Q.. - nella misura in cui i problemi da affrontare derivano dal tipo di sviluppo socio-economico altoindustriale e perché la loro soluzione è strettamente connessa alla pratica «messa in discussione» degli attuali rapporti di proprietà e di produzione e perciò - globalmente - di potere.
    L'interrelazione funzionale tra fabbrica e territorio (produzione e consumo) fa sì che sia la classe operaia - nel suo strutturarsi determinato dalla fase storica industrialeavanzata - ad avvertire immediatamente e rilevare a livello di analisi che il «malessere» riscontrato in quartiere è un aspetto connesso e inscindibile dello sfruttamento (alienazione/reificazione) che, essa subisce in fabbrica. È a questo punto che la conflittualità di quartiere diviene un episodio dello scontro di classe, e, in prospettiva, un momento funzionale del cambiamento socio-politico. La classe operaia si pone perciò come elemento «centrale» e «direttivo» della lotta in quartiere - in modo simile a come lo è in fabbrica - per necessità «strutturale» (la già ribadita connessione tra rapporti produttivi e territorio) e perché il soggetto storico, cioè la nuova classe tendenzialmente egemone, è lo stesso.
    Affiora in questa prospettiva l'esigenza - per la classe operaia - di collegare totalmente l'azione in fabbrica e l'azione in quartiere, di far uscire dalla fabbrica gli obiettivi della lotta, portandola però avanti, nello stesso tempo dentro e fuori; come afferma infatti con molta convinzione Daniel Anselme, direttore di «Cahiers de Mai», «il terreno di forza resta la fabbrica. Altrimenti qual è la forza dell'operaio fuori? Non andiamo certo a dire che è lo scontro con la polizia o il voto... La sola forza non elettorale della classe operaia è la fabbrica».[4]

    Un ruolo per i giovani

    La partecipazione giovanile alle dinamiche sociali di questo tipo di quartiere si presenta solitamente come «intervento di gruppo» inteso ad «attivare» e «animare» l'azione dei nuovi organismi.
    Un grosso scoglio da affrontare per svolgere correttamente questo compito è il rapporto da instaurare tra lo spontaneismo che rappresentò - ai primordi della contestazione - il veicolo del dissenso e l'elemento dirompente rispetto alla sclerosi delle organizzazioni tradizionali, e il momento organizzativo che si presenta come necessità di coordinamento degli interventi in quartiere: in altri termini è da risolvere il problema del rapporto fra «tecnica» come competenza e «tecnica» come tattica per l'intervento.
    È al di là di ogni dubbio l'importanza che le azioni svolte nel quartiere - a livello urbanistico, scolastico, organizzativo - siano sostenute da un bagaglio di conoscenze, appunto «tecniche», di urbanistica, pedagogia, pratica organizzativa; non è però a questo livello di intervento che si apre per i giovani uno spazio originale e «creativo». Il bagaglio che i giovani portano - attualmente - a queste esperienze di quartiere è soprattutto una visione del mondo «globale» e un accentuato livello di elaborazione teorica: sono esattamente questi gli elementi che sembrano indispensabili per smuovere i C.D.Q.. dalle secche del pragmatismo in cui rischiano di cadere quando la routine prende il sopravvento sulla lotta o quando - per carenza di analisi, ad es. - il quartiere tende a rinchiudersi nella logica «del pane e del burro» (facciamo funzionare le scuolette per i «nostri» figli; pensiamo al verde del «nostro» quartiere; occupiamoci del «nostro» baraccato) trascurando i collegamenti con altre forze sociali o con gli altri quartieri e cessando in tal modo di essere momento funzionale per il cambiamento della società.
    Qui dunque i giovani che hanno scelto per una nuova classe egemone e per una società alternativa, giocano la propria «organicità» al «progetto rivoluzionario». Il loro contributo, originale e indispensabile, è l'allargamento dell'orizzonte di analisi teorica del C.D.Q.., il che non significa ideologizzazione astratta - e perciò fuga dal reale - bensì definizione successiva e continua di «teorie di media portata» funzionali al processo in atto, cioè connessione tra necessità concreta e «linea strategica (teoria) generale».[5] In questo senso appare corretto considerare il giovane come «un tecnico», un elemento, cioè, che determina ed esplicita il modo di intervento (tattica), calando l'elaborazione di linea nella situazione concreta. Inoltre si risolve in questo modo - nella prassi - l'ambivalenza caratteristica del giovane e, soprattutto, dello studente, che abbandona le tracce residue del corporativismo piccolo-borghese: pensare al proprio particolare soggettivo o di ceto, per un «progetto storico» finalizzato alla liberazione dell'uomo.

    Parrocchia e quartiere

    Nell'ambito del C.D.Q.. viene anche abbattuto lo steccato - tradizionale, nella situazione italiana - tra il «mondo cattolico» e «gli altri», quelli che i cattolici italiani classificarono spesso nel passato come «lontani», «atei» o «materialisti»; è cosa di tutti i giorni infatti la collaborazione di individui di formazione cattolica, con persone che operano nel sindacato o che hanno alle proprie spalle anni di militanza nelle organizzazioni tradizionali della classe operaia. Un'ulteriore conferma della fine del mondo chiuso cattolico è data dal fatto che molti Consigli di quartiere trovano ospitalità presso i locali delle parrocchie; a Torino - utilizziamo ancora i dati dell'inchiesta già citata - la riunione abituale dei C.D.Q.. in «locali parrocchiali» è rilevata con una percentuale del 24,1%, inferiore solo a quella delle riunioni presso «Bar o circoli ricreativi» (37,9%) e superiore ai valori rilevati per «scuole o altri locali di enti pubblici» (20,7%), «locali privati» (10,3%), «sedi di partito o associazioni politiche» (6,9%).
    La parrocchia quindi, che è stata storicamente la prima presenza «di quartiere», si trova ora a fare i conti - quanto meno per scoprire un nuovo rapporto pastorale - con queste realtà sociali.
    Afferma a questo proposito Aldo Ellena che «è sempre più urgente che le comunità ecclesiali si rendano credibili a livello di comunità locali, di città, di quartiere, con un impegno che non sia genericamente sociale ma che diventi un vero impegno politico (= perseguimento di un bene comune concreto con strumenti di tipo politico, che non sono necessariamente partitici). L'impegno politico è un momento dell'impegno globale delle comunità ecclesiali e si qualifica per le cose che si fanno e per le forme di presenza che si esprimono».[6] Secondo un'istanza avanzata dal dissenso ecclesiale degli anni sessanta dunque, si tratta ora per i cristiani di essere credibili (più che affermare di credere) per essere creduti. La credibilità si gioca però operando a livello concreto e nell'ambito locale: non sono più ammessi - perché la storia non lo consente - veloci corsi di aggiornamento che mettano, o facciano sentire, à la page senza incontrare le difficoltà affrontate da chi ha lottato concretamente per conseguire determinati obiettivi.


    IL QUARTIERE, LUOGO DEL SERVIZIO E DELLA TESTIMONIANZA CRISTIANA

    Vittorio Morero

    La presenza dei cristiani nei gruppi di quartiere e l'azione di gruppi cristiani nel quartiere e per il quartiere, nonostante la diversità dei moduli, sono due episodi che in parte rivelano e in parte giustificano l'esistenza di un identico e ben preciso imperativo teologico-pastorale.
    Per molti credenti essi costituiscono l'unico modo di essere cristiani oggi, un modo non facoltativo, non «moderno» (se per «moderno» intendiamo un semplice atteggiamento di moda), nemmeno sperimentale e provvisorio.

    La chiesa come comunità che fa unità

    La prima ragione teologica si presenta con storica evidenza: il cristianesimo è ecclesiale, nasce cioè e si sviluppa come sistema di gruppo organico. Cristo raduna gli uomini. La Chiesa come comunità o comunione fra gli uomini in Cristo, nasce come soggetto storico. Per l'apostolo Paolo il Cristo totale non è solo l'uomo di Nazareth. Dio in condizione umana, ma è la totalità della comunità universale degli uomini che si realizza con Cristo-capo, assorbendo in sé tutti gli uomini.
    La comunità come modulo storico è fondamentale nel Vangelo. Cristo non agisce mai da solo, come non agisce fuori dal contesto umano. La natura partecipativa della sua missione non è solo data dalla condizione umana in cui è e opera il Figlio di Dio, ma dalla costante delle sue relazioni.
    Anche quando compie azioni taumaturgiche Gesù pretende che siano presenti i suoi, non solo in funzione di testi oculari, ma perché continuatori in solidum del suo operare salvifico.
    Infatti se la elezione ad essere suoi discepoli avviene sovente attraverso la mediazione individuale e personale, l'invio alla missione comprende ed esige una vita e una dinamica di gruppo. La missione stessa dei discepoli è vivere nel mondo come testimoni di una nuova solidarietà fra le persone. «Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri» (Giov 13,35). «Non soltanto per questi prego, ma prego anche per quelli che crederanno in me, per la loro parola, affinché siano tutti una cosa sola, come tu sei in me, Padre...» (Giov 17,20-21).
    Pertanto se i cristiani vogliono stare da cristiani nel quartiere non possono che costituire unità e tendere all'unità del quartiere.
    Ora l'unità del quartiere è una di quelle categorie politiche (come la fratellanza, la povertà, la giustizia e l'amore) che per la loro universalità e radicalità richiedono qualcosa di più di una semplice ideologia. Esse pretendono la conversione dell'uomo dal profondo e quindi una dimensione religiosa.
    Testimoniare che è bene per gli uomini essere una cosa sola, operare perché il quartiere si senta e si realizzi in comunità è azione evangelica a dimensione politica.

    La chiesa è storia di salvezza

    Seconda motivazione teologica: il cristianesimo è storia di salvezza. Questa storia ha un passato, un presente, un futuro e una prospettiva ultima di compimento. Non si può saltare uno solo di questi anelli, pena la riduzione del cristianesimo a puro tradizionalismo (ripetere e ricordare il passato), ad attualismo mitico (religione come garanzia sacra del presente), a escatologismo spirituale (religione come funzione di rinvio all'al di là e fuori del contesto reale).
    Per sottrarsi a queste tentazioni, il Concilio ha riabilitato la figura biblica del Popolo di Dio in cammino. E in questo cammino il Popolo di Dio entra nella storia presente e nella storia presente entra la Parola di Dio, come stimolo ad una sempre nuova decisione.
    Ogni generazione cristiana sa dunque che esiste una distanza da percorrere fra passato e presente, fra presente e futuro, che la Parola di Dio è una attualità, che il Regno è oggi all'opera nel cuore stesso dell'umanità, che lo Spirito Santo inventa nuove strutture di liberazione non unicamente e innanzitutto in funzione metodologica, ma in funzione evangelica.
    Ciò spiega ad esempio il fatto che la Chiesa si istituzionalizza non solo attorno alla Parola, all'Eucaristia e al ministero apostolico, ma anche territorialmente secondo un volto che è aderente alla situazione storica. Si potrebbe dire che la Chiesa si fa comunità là dove gli uomini sono già mondo e quindi insieme di persone. La parrocchia, tipico volto territoriale della Chiesa, ha questa origine: la sua fisionomia quadrangolare è la fisionomia quadrangolare del villaggio rurale. L'epoca della città non distrugge questa esigenza originaria, poiché la città è anch'essa alla ricerca della sua unità e della sua autonomia, ma la città è articolata e al suo interno c'è una complessità di relazioni e di interessi che richiedono alla vecchia istituzione una maggior mobilità e differenziazione. Non sono pochi gli operatori della pastorale che stanno portando avanti un discorso a favore di un pluralismo di forme territoriali di chiesa. Questo discorso si regge e si articola in modo seguente:
    - Il volto territoriale della Chiesa è legato al luogo d'abitazione delle persone.
    È un principio storico e teologico che ha oggi la sua forza e i suoi limiti. In effetti la totalità della vita e dell'esperienza delle persone non è più concentrata là dove la gente abita, poiché molti lavorano lontani da casa. Ciò comporta una particolare attenzione ai gruppi pastorali a carattere sociale e cioè a quello spontaneismo cristiano che ha come luogo di residenza un punto indifferente della città o della parrocchia, dove però si riesce a creare dei rapporti autentici e concreti. Il gruppo a carattere sociale non va quindi sottovalutato, messo al margine, è un volto nuovo di chiesa, ma pur sempre aderente alla configurazione territoriale.
    Tuttavia non si può dimenticare che le persone hanno una casa e un indirizzo e tutto ciò ha un suo peso psicologico. Le relazioni di quartiere esercitano una influenza sulle mentalità, più sulle donne e sui bambini che sugli uomini, più sull'ambiente operaio che su altri ambienti sociali.
    Pertanto quando si dice che le parrocchie non sono che dei dormitori si sacrifica il rigore dell'analisi obiettiva alla facilità dello slogan. Così pure quando si contrappone la parrocchia al quartiere si sacrifica la logica della differenziazione al facile particolarismo.
    - Il volto territoriale della Chiesa copre per una buona parte l'esigenza che ha la Chiesa di essere visibile.
    La visibilità della Chiesa è un dato teologico incontestabile. Essa è segno di vitalità. Faccio alcuni esempi.
    L'assemblea eucaristica non è un luogo e un atto generico ma specifico e concreto e questo non solo per la sua determinazione di fede e di amore, ma perché è quella comunità, quella gente con i suoi problemi, con le sue alienazioni, con le sue speranze. L'annuncio del Vangelo non può essere che un giudizio sulle cose e sugli uomini, uno stimolo per quella comunità inserita nel tessuto umano, nei problemi della città e del villaggio, della fabbrica, della scuola. Non è forse vero che molti gruppi di quartiere sono sorti in base a questo annuncio? L'annuncio del Vangelo reclama infatti un gesto, una decisione concreta.
    Lo stesso si dica del ministero e dei ministeri della Chiesa. Non si tratta di un ministero generico, ma quando ci si impegna a servire i fratelli e a servirli annunciando il Vangelo di liberazione, si deve almeno avere attenzione a conoscere i fratelli e a inventare i tipi di liberazione che il Vangelo esige. Ecco perché in questi anni l'attenzione si è rivolta in particolare ai quartieri più poveri dove solidarietà e comunione potevano realizzarsi più concretamente e concretamente il Vangelo prendeva la forma di una scelta non solo di buone intenzioni.
    Anche a questo riguardo sarà bene riconoscere il grado di complementarietà e di relazione che esiste fra parrocchia e quartiere. Se si fa strada un discorso di articolazione, non dovrebbe essere difficile scorgere nel gruppo di quartiere la base stessa della parrocchia, l'occasione perché la comunità dei credenti prenda forma concreta e stabilisca delle vere relazioni.
    Se poi il gruppo di quartiere ha una sua specifica dimensione politica, esso diventa il luogo privilegiato dove i cristiani assieme ai non cristiani diventano ministri di animazione. L'animazione politica della comunità a servizio dei valori sociali di fraternità, di uguaglianza nella dignità e nella partecipazione, di liberazione dalle ristrettezze economiche e culturali è un ministero laicale che il concilio ha riconosciuto come prerogativa di credenti e di non credenti assieme. Per costruire un mondo a misura d'uomo e per i cristiani a misura d'uomo redento e destinato alla gloria del cielo, occorre riconoscere dimensione nuova a questo tipico ministero e se è possibile trasferirlo fuori dell'area propriamente ecclesiale per essere solidale e contemporaneo.
    Pertanto non sembra del tutto giustificata una alternativa fra parrocchia e gruppo cristiano di quartiere, o fra parrocchia e gruppo politico di quartiere. L'alternativa è un'altra: è fra una parrocchia gelosa della sua centralità burocratica e parrocchia aperta all'articolazione di base, fra una parrocchia chiusa in se stessa e la parrocchia che invece si apre sul mondo con la partecipazione attiva dei suoi membri alla vita politica del quartiere e della città. L'una e l'altra cosa (gruppo di quartiere come gruppo di base parrocchiale e partecipazione di credenti a gruppi politicizzati) non sono comunque scelte indifferenti dal punto di vista evangelico e pastorale.
    - Intanto bisogno stare attenti a non sbagliarsi di secolo usando espressioni tradizionali che non hanno più rispondenza con la realtà.
    Dire «comunità parrocchiale» o «famiglia parrocchiale» in certe grandi parrocchie di città è fare della poesia. Occorrono condizioni molto esigenti perché si possa dar luogo ad una comunità di persone e a fortiori a una famiglia.
    Al massimo si potrà parlare di «assemblea cristiana». Perché un'assemblea possa diventare una comunità bisognerebbe che le persone che la costituiscono potessero condividere la loro vita, dopo aver, durante tutta la settimana, esperimentato una solidarietà reale. Poiché in molte situazioni ciò non può avvenire accontentiamoci di parlare di «assemblea cristiana». La comunione nella fede in Gesù Cristo e nell'offerta del suo sacrificio ha un immenso valore. Ma essa sarebbe molto più efficace se si evitasse di voler raggiungere con essa una unanimità fittizia dimenticando i problemi o evadendo dal reale. È per evitare questa falsa concordia e tranquillità che molti cristiani esigono una Eucaristia più inserita nel contesto umano. L'Eucaristia di quartiere viene dunque ricercata come stimolo e verifica di un cristianesimo veramente impegnato. Per cui il contrasto che sovente si verifica fra parrocchia e gruppo di quartiere vive sovente su questo equivoco. Da una parte l'«assemblea cristiana» di parrocchia che pretende di essere già una comunità unanime e tranquilla e dall'altra il gruppo cristiano di quartiere che invece di portare al centro della vita parrocchiale le contraddizioni vissute nella vita di quartiere si fa esso stesso contraddizione a livello di rivendicazione istituzionale. Il che poi non significa che i contrasti non siano poi riducibili talvolta al naturale impatto fra una assemblea che cerca una certa unanimità nell'evasione e una realtà umana di quartiere che il gruppo ha saputo rilevare e mettere in luce. Troppe volte in questi anni si è compiuto questo grosso torto: si sono attribuiti a strutture pastorali che avevano solo la colpa di essere diversificate i contrasti che invece erano già presenti nella realtà di fatto. Un gruppo di quartiere che vive ad esempio fra i baraccati non è causa di contrasti a livello ecclesiale e politico, ma è la situazione che esso scopre e mette in luce che crea contestazione agli interessi precostituiti e alla buona coscienza del resto della comunità.
    - L'aspetto territoriale della Chiesa permette inoltre di creare un numero sempre più grande di legami fra le persone.
    È vero che oggi il luogo ecclesiale o politico a cui le persone accedono per domandare servizi non è sempre così determinante nella vita dei soggetti, ma ogni legame anche insufficiente ha molta importanza: è il punto di partenza per un dialogo.
    Ora quando si accetta di entrare in dialogo, lasciandosi ispirare dallo Spirito Santo, si può sempre realizzare un inizio di evangelizzazione, nel senso pieno del termine. Un'istituzione ecclesiale che non diventa infatti dialogante non può annunciare il Vangelo. Per analogia una istituzione politica che non diventa dialogante non può arrivare alla democrazia.
    - Infine sarà bene considerare che sarà proprio il volto territoriale della chiesa che permetterà di incontrare gli uomini più dimenticati dal nostro tipo di società interessata solo a recensire gli attivi e in buona salute.
    Non c'è infatti comune, quartiere e parrocchia dove non ci siano vecchi, ammalati e poveri. L'esistenza di questi soggetti è tutta legata al luogo di residenza ed è dal luogo di residenza che si vuole strapparli per una emarginazione più razionale ma anche più radicale.
    In questo senso il gruppo di quartiere può diventare un vero e proprio antidoto contro la massificazione e la emarginazione degli abitanti. Occorre però che sia un gruppo capace di percepire la realtà dell'habitat non come luogo di assistenza ma come spazio dove sia possibile un minimo di agibilità politica ed ecclesiale. La salvezza cristiana non è una assicurazione o una protezione dei deboli, ma è la capacità di creare degli spazi di azione in cui ogni credente e ogni uomo si sentano soggetti responsabili. Pertanto togliere agibilità ecclesiale al gruppo cristiano che viene così ridotto a club senza eucaristia, senza ministero e senza responsabilità pastorale è teologicamente parlando una riduzione della chiesa, come mistero e come comunità. Molti gruppi di quartiere sono finiti, si sono esauriti pastoralmente perché non è stata data loro la piena identità di chiesa con ministeri ed eucaristia. Così sul versante politico la spontaneità del gruppo politico di quartiere si è sterilizzata per mancanza di strumenti operativi. Tutto è finito nella discussione e nella presa di coscienza. Ora una presa di coscienza politica non si crea solo con parole o proclami, occorre un minimo di agibilità amministrativa.

    Uno specifico per il gruppo ecclesiale?

    Queste ultime indicazioni ci aprono a un terzo discorso di fondo: il discorso sui ministeri cristiani. La comunità primitiva amministra se stessa come una rete di servizi.
    Il diaconato viene istituito nella Chiesa sotto la pressione di un fatto e di un impegno sostanziale alla vocazione ecclesiale. L'impegno è quello della carità come espressione del Regno che viene e logica conseguenza della predicazione del Vangelo. L'annuncio di Cristo è che ogni uomo è amato da Dio e far sì che l'amore arrivi ad ogni uomo diventa per la comunità primitiva un modo naturale per stabilire la chiesa. Sono infatti gli apostoli e quindi i ministri a pieno diritto ad esercitare questo ministero. Succede però un fatto nuovo: l'amministrazione della carità impegna molto tempo e molte energie: si decide allora di affidare il ministero ai diaconi. Il servizio di carità non può essere disatteso e dissociato dal ministero della parola e del pane. I diaconi saranno infatti anche dei predicatori.
    In effetti un ministero di carità privo dell'annuncio evangelico corre il rischio di diventare una semplice gestione assistenziale. E non c'è nulla meglio dell'assistenza in grado di lasciare i poveri nella propria schiavitù e nella propria emarginazione. L'annuncio evangelico è invece una carità che dona dignità e responsabilità ai poveri rendendoli abili a gestire il proprio destino.
    È qui che si caratterizza il gruppo cristiano di quartiere: esso non solo amministra dei beni spingendo le strutture a diventare più comuni e più partecipate, ma deve ridare ai poveri lo spazio umano e politico di cui hanno diritto. Per un gruppo cristiano lo spazio sarà soprattutto ecclesiale, ma per un gruppo politicizzato esso sarà economico, politico e sociale.
    Non esiste infatti vera liberazione se il gruppo di quartiere non diventa esso stesso luogo di autogestione politica e sociale. rimanendo invece ancora il gruppo che si prende solo cura degli altri, che produce servizi, lasciando i poveri nella loro condizione di oggetti da curare.
    La vera liberazione cristiana consiste nel far diventare gli oppressi i veri gestori della propria liberazione.
    In effetti il ministero cristiano ha come fine immediato la comunione.
    Predicazione, sacramenti, esercizio di carità convergono nella costituzione di un Popolo, di una comunità. Una comunità che lascia fuori i poveri pur avendo per essi molta cura e protezione è una comunità che non diventa comunione, e non realizza il Vangelo.
    Non è chi non veda allora in base a questo principio teologico-pastorale il grave rischio che corrono molti gruppi cristiani di quartiere dove appunto viene a mancare il respiro della Parola di Dio e l'azione evangelizzatrice.
    Per lo stesso motivo si isterilisce il gruppo politico di quartiere che crede di esaurire in sé tutta la carica politica che viene, invece dal contesto umano in cui opera.
    Nell'uno e nell'altro caso non si fa vero servizio e non si fa servizio di incarnazione. Il quartiere diventa solo una occasione per tranquillizzare la propria coscienza e, Dio non voglia, uno strumento di manipolazione delle masse.
    Tutto ciò può succedere quando si dà troppa importanza allo spontaneismo, al personalismo elitario del gruppo e si ha paura di istituzionalizzare in qualche modo il nuovo tipo di presenza a beneficio di coloro che per vedere hanno bisogno di segni e di segni ben evidenti. Se nel passato la Chiesa non avesse mai istituzionalizzato il battesimo, l'eucaristia, i ministeri e perfino il volto territoriale della comunità forse si sarebbe corso il grave rischio di vedere questi strumenti di liberazione finire nelle mani di pochi, manipolati dai potenti, sterilizzati nel massimalismo dei cosiddetti perfetti. L'istituzione per la sua oggettività è sovente una garanzia a favore di chi non ha poteri e furbizia. Se la mia parrocchia non fosse una pubblica istituzione ma la cappella privata dei perfetti forse i poveri non oserebbero entrare e non si troverebbero a casa loro.

    GIOVANI E IMPEGNO NEL QUARTIERE: PROBLEMI EDUCATIVI E PASTORALI

    Riflessione redazionale

    Per riflettere sul quartiere abbiamo scelto la strada del concreto. Siamo partiti da «fatti»: le esperienze presentate nella rivista (1973, 10 e 11). I fatti ci hanno provocato. Li abbiamo riletti in relazione con alcune categorie interpretative per cercare di cogliere tutto il loro spessore. Ne è nato un lungo elenco di problemi.
    Su questi ci pare importante esprimere un parere: con l'umile pretesa di convogliare la riflessione del lettore verso un quadro educativo e pastorale. Una cosa sola vogliamo premettere a tutto, per il timore che possa smarrirsi per strada, sotto l'incalzare delle problematiche. Crediamo al quartiere come luogo privilegiato per un serio impegno politico; e ci crediamo come cristiani, come gente cioè che sente di dover coinvolgere la propria fede nella prassi quotidiana.

    UNA PREMESSA, PER NON SOGNARE AD OCCHI APERTI

    C'è un lamento abbastanza diffuso: generalmente il «quartiere» non gode di troppa partecipazione; anzi. La stragrande maggioranza delle persone che fanno il quartiere rimane indifferente a tutti i sussulti che gli operatori «politici» cercano di imprimergli. Sono pochi - oggettivamente pochi - coloro che hanno una chiara coscienza partecipativa, nel normale ritmo di vita. Qualcuno in più si riesce a racimolare in circostanze a forte dialettica rivendicativa. Ma presto tutto ritorna tranquillo.
    E questo, evidentemente, inquieta e stizzisce chi vi opera con coscienza chiara. Con due conseguenze, preoccupanti. Questi «lontani» è abbastanza facile etichettarli come «disimpegnati» o situarli in ideologie retrive. E si moltiplicano i gesti «forti», perché gli unici creduti capaci di risvegliare da un sonno borghese.
    Che cosa ci può essere, a monte di tutto il processo, che inquina lo sforzo partecipativo sostenuto e sospinto?
    Il quartiere non è prima di tutto un fatto tecnico, di anagrafe; ma un fatto «umano». Quindi legato a condizionamenti strutturali. La partecipazione non passa solo attraverso la buona o cattiva volontà degli abitanti, ma è legata a cause di ordine più vasto (la dimensione urbanistica, per esempio; il poco tempo libero da usare nel quartiere causa il troppo tempo utilizzato per gli spostamenti; l'incidenza di fasce sociologiche di stratificazione che rendono difficoltosa una reale integrazione fra gli abitanti e quindi impossibile una coscienza di quartiere; l'innegabile spinta ad una vita aperta a tutta la città, per interessi culturali, di lavoro, di fruizione dei beni, di divertimento...).
    La creazione di una reale dimensione «quartiere» è frutto di lavoro politico. Di quel tipo di lavoro cioè in cui la buona volontà si filigrana di studi tecnici e di rinnovamenti strutturali; lo stimolo alla partecipazione si impatta con l'impegno a togliere le cause che la proibiscono di fatto; il raccordo tra problemi locali e respiro globale è sempre presente e a doppia reciproca circolazione.
    Non sono parole. L'esperienza di chi è con le mani in pasta (e il confronto con le trascrizioni riportate sulla rivista) lo può facilmente confermare.
    Affermare il peso strutturale e la necessaria spinta «politica» per la realizzazione del «quartiere» significano, in questo contesto, che i gruppi che operano nel quartiere hanno un gran bisogno di smettere la maschera dei «conquistatori», gli unici che hanno capito tutto, nel caos dell'indifferenza e del disimpegno. Per creare una coscienza partecipativa, necessariamente nuova, con un ritmo di crescita proporzionato alla reale capacità di assimilazione e al grado di sopportazione che la dimensione socio-urbanistica propone. Dovranno, questi gruppi, progettare obiettivi a piccolo cabotaggio: quelle mete «rivendicative» che, proprio perché concrete e alla portata di tutti, hanno un grande potere coagulante; per giungere a progetti a più larga gittata, solo all'interno di una ricostruita coscienza sociale.
    In altre parole, il confine tra impegnati e disimpegnati, tra «buoni» e «cattivi», non passa a priori sul livello di partecipazione alla vita di quartiere. Anche perché non crediamo possibile giungere alla liberazione attraverso la manipolazione dell'altrui libertà; se è vero che la liberazione è la faticosa conquista di persone che reciprocamente liberano la propria libertà, per giungere a liberare quella altrui.

    LA «NOSTRA» POSIZIONE

    La premessa era indispensabile, per capirci. Ed è già una chiara presa di posizione. Che rifiuta la strumentalizzazione degli altri, anche a fin di bene. È che richiede un ritmo di maturazione politica proporzionato alla oggettiva capacità di sopportazione.
    Ma tutto questo non basta.
    La lettura, al rallentatore, delle esperienza trascritte sulla rivista, ha fatto emergere un cumulo di problemi.
    Le prassi per cui le singole esperienze hanno optato tra le possibili alternative teoriche, sono una scelta ed una presa di posizione. Alcune ci trovano perfettamente consenzienti. Altre ci preoccupano, almeno a quel livello di teorizzazione educativa e pastorale, in cui cerchiamo di situarci. Ma non vogliamo arrogarci la toga del giudice, sparando giudizi sul concreto, dalla facile prospettiva di chi è fuori dalla mischia. Preferiamo, sui punti dibattuti, indicare una «nostra» soluzione, lasciando l'eventuale giudizio al confronto diretto.

    Parrocchia e quartiere

    Può sembrare strano che il primo problema all'ordine del giorno, sia quello che, per molti, fa meno problema. Ed è vero.
    Un discorso politico sul quartiere può tranquillamente ignorare il raccordo con la parrocchia. O, al massimo, se ne preoccupa in chiave unicamente politica, considerando la parrocchia una istituzione con cui fare i conti: un buon alleato o un pericoloso avversario.
    Il contesto su cui la rivista intende situarsi è diverso; e questo giustifica l'interesse e il taglio delle riflessioni.
    Introducendo le varie esperienze, dicevamo che lo spirito che ci muoveva nella rassegna era a chiare tinte pastorali. Credendo ad un impegno storico della fede, desideravamo riflettere sui fatti per tentarne una comprensione piena; e partire dai fatti per stimolare alla azione tutti quelli ancora tentennanti o alla ricerca del piede giusto per scattare.
    Il tutto con una attenzione alla dimensione giovanile.
    A queste condizioni, il nostro discorso non è politico ma pastorale, anche se necessariamente connotato di concrete preoccupazioni operative. Non è tecnico né teso a individuare i modi con cui fare attività di quartiere, ma educativo, centrato cioè sulle problematiche che pone la partecipazione all'impegno di quartiere.
    Dichiarati i limiti oggettivi del nostro discorso, diventa logico partire da «parrocchia e quartiere». Anche perché l'impatto di queste due strutture allarga immediatamente il tema ai rapporti fra fede e impegno.
    I problemi nascono dal fatto che il «territorio» fisico è in comune: parrocchia e quartiere afferrano con totalità la stessa porzione storica[7]: oggi scricchiola una demarcazione col filo spinato tra sacro e profano. È abbastanza facile ipotizzare in astratto una buona strategia di rapporti, capace di evitare i rischi opposti della pretesa coincidenza tra parrocchia e quartiere (con la conseguenza di sacralizzare il profano per assumerlo; o di annullarlo in uno stemperato impegno storico che fa decantare lo specifico della missione salvifica della chiesa) o della radicale separazione, dell'ignorarsi a vicenda, dividendosi con un compromesso di buon vicinato, i compiti. Il quartiere come fatto culturale-politico è sulla sfera del profano: quindi gode della autonomia a pieno titolo ad esso riconosciuta. Il cristiano in quanto cittadino di questo «secolo» ha compiti immediatamente e direttamente profani: la sua identità di fede gli chiede un'animazione del profano per farne un chiaro momento di maturazione e di servizio all'uomo. La collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle confessioni e delle ideologie, è un fatto abbastanza pacifico e sufficientemente motivato in chiave teologica.
    La celebrazione esplicita della propria fede, per il cristiano avviene altrove: nelle strutture ecclesiali che ne hanno il compito specifico.
    La teoria è chiara, con una abbondante letteratura alle spalle. In concreto, poi, i problemi rimbalzano cruciali.,
    Perché la collaborazione, così come viene ipotizzata, è spesso dall'esperienza indicata come... un mito. Per incapacità culturali da parte del giovane cristiano e per radicalizzazioni di posizione e di giudizi da parte degli altri.
    Perché spesso i giochi politici fanno saltare le troppo lucide teorizzazioni. Perché la tentazione della strumentalizzazione è sempre all'erta, su tutte le sponde. E si sarebbe cattivi giudici di sé, se si vedessero i rischi di una facile strumentalizzazione ecclesiale, senza soppesare quella politico-partitica, su tutte le tinte. Perché, infine, troppe volte non esiste nessuna reale dimensione di quartiere, per mille ragioni. E l'unica timida esperienza partecipativa potrebbe essere quella ecclesiale.
    Come muoversi, quindi, nel difficile terreno pratico delle scelte operative? Crediamo all'impostazione teorica sopra enucleata. Ci pare, oggi, quella proponibile. Sceglierla significa necessariamente ridimensionarla sulla lunghezza d'onda delle oggettive possibilità storiche.
    Non tutto va bene «comunque», all'insegna di uno storicismo pazzo. Ma tutto è sempre inadeguato, perché ogni traduzione al concreto costringe a perdere per strada un sacco di valori.
    È più importante questa coscienza del provvisorio che la lucidità sulla posizione assunta. Troppi gruppi assolutizzano le proprie scelte, definendole il parametro della verità e difendendole a suon di scomuniche. E qui, davvero, la verità ha fatto le valigie...
    In chiave pastorale, la preoccupazione è un'altra.
    Che tipo di fede e di esperienza ecclesiale «sostiene» il duro impatto dei giovani impegnati con la realtà politica?
    Troppe volte la fede è ideologizzata, ridotta cioè al rango di supporto di scelte culturali e politiche, invece di diventarne la «riserva critica», in una promessa di futuro radicalmente nuovo.
    E la possibilità di sentire la chiesa come esperienza di vita, un sogno proibito. Perché troppe strutture ecclesiali hanno l'ostracismo facile nei confronti di chi sceglie il terreno rischioso dell'azione. E molti gruppi tessono la rete dell'esperienza amicale fuori dalle trame della vita reale. Così spesso va in crisi la fede e l'esperienza ecclesiale; lasciando la piazza disponibile per una nuova fede, radicata in strane motivazioni politiche. Abbiamo l'impressione che i tempi duri dell'integrismo non siano tramontati. Magari è cambiato il segno. Ma non è mutata la sostanza. La strategia del «tutto e subito», così lontana dalla biblica «pazienza di
    Dio», taglia a fette la verità, riservando a chi gestisce la divisione, la coscienza dell'essere l'unico apposto.

    Modo d'intervento

    L'impegno politico nel quartiere fa emergere conflitti al cristiano che lo gestisce. Conflitti a livello della sua identità, perché la fede non è solo la motivazione all'azione: c'è qualcosa di più profondo che lega fede a impegno dal momento che le tonalità dell'impegno politico sono la verifica pratica dell'identità di fede. Conflitti a respiro di comunità ecclesiale, perché le scelte di colui che agisce nel quartiere, traboccano facilmente dalla sfera personale-privata, sia perché coinvolgono l'esperienza di quella chiesa particolare di cui egli è parte in un'attività profana, sia soprattutto perché è troppo facile chiedere alla chiesa di far propria quella scelta, riducendo ad una determinata prassi politica la fede che di natura sua tutte le trascende.
    I conflitti sono molto più accesi, se l'impegno nel quartiere è vissuto da un gruppo «ecclesiale» (o da un gruppo che voglia conservare un preciso aggancio ecclesiale, pur nella autonomia che caratterizza l'impegno nel politico). Anche al di là dei casi-limite di una istituzione ecclesiale compromessa in forma negativa, resta sempre l'urgenza di «pagare la tassa» di un buon vicinato con le istituzioni ecclesiali o di «non sporcarsi troppo le mani» in gesti «forti», per non compromettere quella comunione che contraddistingue la chiesa.
    L'elenco potrebbe continuare: l'esperienza quotidiana di molti gruppi e persone ne offre una panoramica agguerrita.
    Che fare? Come muoversi?
    Rifiutiamo con sufficiente decisione culturale due soluzioni estreme: sia la riduzione della fede ad una ideologia, chiedendo alla chiesa (e quindi al gruppo ecclesiale o al cristiano a titolo ufficiale) di compromettersi in una precisa scelta politica «storica» (magari a livello di partito); sia la privatizzazione dell'esperienza o ecclesiale o di impegno, che relega uno dei due momenti alla sfera del privato, per non inquinare l'altro. Ambedue le soluzioni, apparentemente, risolvono i conflitti. Ma a partire da un'ottica che ci pare poco rispettosa dell'identità del cristiano e della sua fede.
    Ci sono altre soluzioni?
    Sì, certamente. Anche se di difficile gestione, proprio perché incapaci di eliminare con un colpo di spugna i conflitti citati.
    Ne elenchiamo alcune.
    * Il gruppo ecclesiale gioca il suo servizio al quartiere privilegiando quei settori di attività più vicini al suo «specifico». Non diciamo meno impegnativi. Né, tanto meno, più all'acqua di rosa o meno politicizzati.
    Il servizio agli ultimi (handicappati, emarginati, poveri...) ha meno il dono dell'applauso facile o della toga politica. Ma certo non ha meno sapore di «servizio» per la liberazione... di tante altre attività.
    * Il gruppo o la persona sente che le decisioni politiche di servizio al quartiere non dipendono direttamente da un confronto con le istituzioni ecclesiali. In queste decisioni gioca la propria autonoma responsabilità. E si compromette, pagando di persona.
    Conserva, gruppo o persona, un raccordo formale con l'esperienza ecclesiale non solo a livello di rapporti di fede, ma anche sulla lunghezza d'onda dello specifico impegno politico, per ritrovare, in un rinnovato confronto con il Vangelo nella Chiesa, la dimensione più vera del proprio servizio storico. La fede gli chiede il coraggio di contestare ogni decisione storica, con la riserva di speranza che gli proviene dal Vangelo: perché i fratelli siano serviti in totalità, come figli di Dio. Nello spazio ecclesiale, ricerca quella «difficile comunione», di cui parla l'Episcopato Francese nel documento sull'impegno politico del cristiano, con tutti coloro che credono la stessa fede, anche se hanno operato scelte storiche diverse.
    * Se la partecipazione nelle organizzazioni di quartiere non è istituzionalizzata, ma aperta a tutte le forze vive operanti nella zona, può essere ipotizzabile una presenza dell'istituzione ecclesiale in quanto tale. Ma proprio perché partecipazione all'interno di una realtà «profana», il compito sarà sulla sponda della «liberazione umana». Su quel terreno la chiesa ha qualcosa da dire, ma in diretto dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, che fanno «quel» quartiere. Il suo specifico è proprio l'impegno che si assume di permettere al «quartiere» di essere luogo di liberazione, coinvolgendo se stessa e tutti in uno sforzo di pieno servizio all'uomo.
    Gli altri interventi, quelli tipici del suo essere chiesa, saranno evidentemente vissuti altrove.
    Se le organizzazioni «profane» (il comitato di quartiere, per esempio) non funzionano, le istituzioni ecclesiali non se ne faranno di proprie. D'accordo, la lunga esperienza comunitaria vissuta nella chiesa e la capacità di motivare l'impegno e di gestirlo con rinnovata serietà... potrebbero veramente produrre qualcosa di valido, in un quartiere in crisi. Ma è questo il compito specifico della Chiesa (parrocchia e gruppi ecclesiali, compresi)? O non forse l'utilizzazione di queste preziose carte per far funzionare gli apparati tecnici, disponibile la Chiesa a vedersi chiuder la porta in faccia quando le cose funzionano ormai così decentemente... che non c'è più bisogno del suo contributo?
    * I cristiani impegnati nel quartiere possono avvertire il bisogno di incontrarsi, in quanto cristiani, a progettare tecnicamente i termini del loro servizio profano al quartiere. L'esperienza conferma la difficoltà reale della collaborazione, perché a gente agguerrita e decisa spesso fa da contrappeso solo un'immensa buona volontà. Non sono questi «incontri specificamente ecclesiali» dei cristiani; ma incontri di cristiani, preoccupati di offrire al quartiere il peso concreto della loro qualificazione.
    Il terreno è a sabbie mobili, perché sotto sotto c'è il rischio di un nuovo clericalismo.
    Ma molte esperienze ne indicano l'urgenza. Per «servire» meglio e con maggior intensità, senza lasciarsi fagocitare dall'istintivo e dall'immediato. È, forse, questa istanza la traduzione operativa della vocazione alla umanizzazione e liberazione che la Chiesa ha in comune con tutti gli uomini di buona volontà, ma per aiutarli ad essere davvero capaci di superare assolutizzazioni e idolatrie, che renderebbero retorici i sussulti di liberazione.
    * Si può infine ipotizzare anche un caso di maggior coinvolgimento diretto dell'istituzione ecclesiale in quanto tale.
    Di fronte a situazioni di particolare peso e di notevole «chiarezza», dove il Vangelo e la fede hanno qualcosa di preciso da dire, senza correre il rischio di ideologizzarsi, la parrocchia potrebbe prendere posizione decisa, in quanto comunità ecclesiale, che sente una vocazione «storica» per fedeltà alla sua identità.
    Una posizione non solo culturale: di denuncia o di affermazioni. Ma anche immediatamente operativa, tale da passare alla azione concreta, in quanto comunità parrocchiale.
    Certo non porrà gesti strettamente tecnici, né politici nel senso più pieno del termine. È la Chiesa che sente una provocazione alla sua identità nella realtà in cui è immersa e che decide una presenza viva e vera, particolarmente «profetica».
    È difficile scendere ad ulteriori particolari, anche perché è solo nel qui-ora che il discorso viene verificato.
    Quello che ci preme sottolineare, in questo contesto, è la necessità di non tirarsi fuori dalla mischia troppo in fretta e sempre con l'etichetta di una strana dimensione ecclesiale, ma nello stesso tempo di evitare un coinvolgimento così diretto e tecnico, da creare le premesse per nuovi integrismi. Comunque, questa non sarà la prassi normale, proprio per tutte le cose dette sopra.

    I giovani nel quartiere

    La annotazioni espresse sino a questo momento sono generiche. Vanno bene un po' per tutte le fasce d'età. Quindi anche per i giovani?
    La risposta suppone una nuova domanda. I giovani, da soli, sono in grado di gestire la responsabilità politica che il quartiere comporta?
    Ecco il punto. C'è una affermazione che ci pare di fondo: l'impegno nel quartiere è troppo serio, è troppo sulla pelle delle persone... per poter essere lasciato tutto sulle spalle dei giovani. È necessario «intendersene», nel senso più pieno del termine, dove cultura e conoscenza vanno in sintonia con la prudenza e l'equilibrio operativo.
    Quindi l'attività di quartiere è per definizione un'attività che richiede maturità, senso della globalità, continuità e profondità. Quindi tutto sommato, da «adulti».
    Ma questo non significa tagliar fuori i giovani.
    Il loro entusiasmo e la loro sensibilità sono indispensabili per un retto funzionamento dell'esperienza di quartiere, oltre la frontiera dei facili equilibrismi tattici.
    Ci sono sottolineature complementari da fare:
    * Prima di tutto, i giovani, che sentono la «vocazione» politica al quartiere, devono qualificarsi. E questo comporta l'«esperienza guidata»: una attività in raccordo con adulti attenti e con esperti. In questo spirito, qualificazione è anche analisi della realtà, secondo le differenti chiavi di interpretazione di cui si è parlato all'inizio. Studio su testi appropriati. Incontro e dialogo con persone. Il discorso può suonar duro, soprattutto in un clima di... descolarizzazione come l'attuale. Ma l'improvvisazione e il pressappochismo sono raramente un buon criterio di lavoro politico.
    * Anche se, nell'attività concreta di quartiere, difficilmente si potrà affidare ai giovani un ruolo primario, molti tipi di intervento, e di peso politico notevole, sono tagliati sulla loro misura. A titolo di esempio, tentiamo un elenco di compiti aperti alle possibilità giovanili: portar avanti l'incarico di coscientizzare alla realtà «quartiere» attraverso colloqui, prese di posizione, una saggia gestione dell'informazione; curare il contatto con gli altri gruppi giovanili della zona, per una convergenza e collaborazione operativa; curare il contatto con le forze vive del quartiere; aggiornare la documentazione di studio e di ricerca sui problemi del quartiere; essere disponibili come forza di pronto intervento; allargare la sensibilità dei più giovani ai temi del quartiere.
    * Di notevole serietà pratica è l'aspetto «educativo» della presenza dei giovani nell'attività di quartiere. I giovani avvertono con accesa sensibilità i vari problemi, ma difficilmente riescono a sistematizzarli in un quadro di priorità. Spesso colgono più i fatti che le tensioni e le cause che li sottendono. Da qui una risposta istintiva. L'adulto «maturo» dovrebbe guidare a collegare fatti a cause e vagliarne le radici profonde. È servire quindi i giovani in questa nuova comprensione della realtà.
    Spesso, inoltre, la spinta ad intervenire nel quartiere non è sufficientemente motivata nella valutazione riflessa dei giovani, per quella ridda di pulsioni superficiali cui si accennava. L'adulto dovrebbe guidare il giovane a far trasudare le motivazioni, sia a livello della dimensione politica dell'impegno nel quartiere (scelta degli ultimi, terzo mondo qui-ora, raccordo tra località e globalità), sia offrendo una chiara testimonianza di un possibile maturo raccordo tra identità cristiana e impegno storico.
    * Dall'insieme delle riflessioni fatte, emerge con chiarezza il problema del gruppo giovanile. L'adulto potrà impegnarsi nel quartiere come «battitore libero». Per il giovane il sostegno del gruppo diventa questione di vita o di morte. O il gruppo impegnato nel quartiere come gruppo; o l'individuo che si butta nel quartiere, sostenuto alle spalle dal gruppo che senta il quartiere come fatto proprio.
    L'accento sul gruppo richiama immediatamente due difficoltà. Prima di tutto, tornano alla ribalta i conflitti di identità richiamati a proposito del rapporto parrocchia e quartiere: il gruppo dovrà averli davanti agli occhi in termini precisi, se non vuole far assurgere a scelta quanto è soltanto spontaneo rimbalzo di fatti e atteggiamenti non controllati.
    E, in secondo luogo, c'è da fare molta attenzione ai «gesti» che il gruppo pone. Per sentirsi vivo, perché gli altri si accorgano di una presenza altrimenti insignificante, per catturare un proprio posto al sole, per avvertire di giocare un ruolo importante nella storia quotidiana, per mille altri motivi... il gruppo può imbarcarsi per la strada facile delle mosse altisonanti. Una dose notevole di aggressività è spesso più un principio di sopravvivenza interna del gruppo che un vero e motivato interesse per il quartiere, anche se a parole il discorso è tutt'altro. E questo, nei termini in cui l'analisi corrisponde a verità, fa problema.
    * Anche in questo contesto, ritorna una preoccupazione educativa già tante volte espressa. La richiamiamo a battute, solo per indicarne la urgenza.
    Il quartiere è un luogo profano ed è un momento di prassi politica. Non c'è quindi spazio per la riflessione finalizzata all'interiorità personale, come non c'è spazio per la celebrazione esplicita della propria identità cristiana. Le cose tecniche vanno rispettate, nella loro profana autonomia. Il giovane però ha bisogno di riflessione sulla prassi per maturare; e di esplicita esperienza ecclesiale, per maturare con integrazione tra fede e vita.
    I giovani che operano nel quartiere sono particolarmente bisognosi di vivere altri momenti, più in sintonia con la fase educativa.
    Ci piace parlare di «contrappeso di esperienze». Di programmazione accurata di momenti complementari a quelli «normali». Per riflettere sul senso delle esperienze politiche vissute, in chiave di fede (almeno per coloro che vi si riconoscono). Riflettere e «celebrare». Quindi vivere. Una nuova prassi tutta sulla lunghezza d'onda di una speranza che cerca di penetrar dentro le cose, per scoprirvi in atto il trascendente e radicale rinnovamento che è la pasqua di Cristo Signore.
    Senza questa progettazione «educativa e pastorale» l'impegno nel quartiere, come tutti gli impegni storici, presto lascia la bocca amara, spinge al disimpegno o alla adolescenziale aggressività rivoluzionaria, rovescia il sistema motivazionale personale, tinteggiandolo con i colori alla moda.
    * Nel contesto dei discorsi che stiamo facendo, c'è una cosa da aggiungere che riteniamo importante.
    Nel quartiere, soprattutto se istituzionalizzato, generalmente si scontrano due strategie: quella che privilegia la linea ufficiale del «partito», spesso giustamente allacciata a situazioni di globalità politica, e quella che invece privilegia la soluzione dei concreti problemi della gente del posto. In questo conflitto di strategie, trovano spazio l'istanza spontaneistica e quella più burocratico-tecnica delle forze ufficiali.
    È normale che i giovani si situino sul fronte che appare più «pulito»: quello delle soluzioni concrete e delle suggestioni più partecipative. D'altra parte questa linea non è - da sola - criterio di soluzione matura. Il piano operativo esige la sintesi delle due tendenze, per evitare lo scollamento utopico. Come il realismo dell'efficienza tecnica chiede il confronto con l'utopia pura.
    Questa dialettica è acuita da una percezione che i giovani hanno abbastanza chiara. Essi rifiutano un certo modo di fare politica e nel quartiere vedono lo spazio di quell'alternativa che ipotizzano: si pensi alla partecipazione reale e alla gestione in collettivo.
    Quando le strutture ufficiali portano anche nel quartiere i canoni di una certa tradizione politica, è evidente che essi si ribellino: si sentono privati dell'unico momento in cui pensavano possibili cose diverse...
    La soluzione non sta nell'equilibrio tattico delle forze, né nel compromesso diplomatico. Né tanto meno in un qualunquismo politico che metta tutte le forze ufficiali sullo stesso piano. Sta nel realismo che fa spazio all'utopia; e nell'utopia che accetta di stemperarsi nell'efficienza.
    Per i giovani, il discorso è quindi di ordine educativo.
    Ci preme sottolinearlo, per non perderlo di vista. Rimandando una comprensione più ampia ad uno studio apparso precedentemente sulla rivista, che crediamo di piena attualità anche in questo contesto (cf «Ruolo dell'educatore nell'impegno politico», in Note di Pastorale Giovanile, 1971/12, pag. 56-58).
    * C'è infine una riflessione di tono realistico, da proporre. Nella prassi normale, l'attività nel quartiere, come buona parte dei gesti politici, ha bisogno di scivolare lentamente dal tono spontaneistico alla fase tecnica e strutturale. È troppo cruciale il problema, per essere lasciato all'iniziativa di qualche patito... Non mancheranno i rischi della burocratizzazione e dei giochi di potere. Ma sarà assicurata un'indispensabile continuità organizzativa.
    Questo comporta la specializzazione e la scelta dei canali giusti per un inserimento qualificato. E cioè la vocazione professionale e, per qualcuno, il «tempo pieno». È uno sbocco, verso cui qualche giovane che ha scoperto il quartiere come luogo del suo impegno «libero» potrà indirizzare il suo tempo «occupato»; mentre vengono ricercati tutti gli strumenti e i contatti necessari perché quel domani sia anticipato nell'oggi.

    Una proposta di cammino

    Non abbiamo la pretesa di conoscere il polso delle diverse situazioni oggi sul mercato. Ma ci vuol poco a costatare che per molti lettori un discorso sul quartiere come luogo di un impegno ecclesiale e politico... è un po' stonato. O perché la sensibilità è diversa. O, soprattutto, perché a forte sensibilità non riesce a corrispondere adeguata realizzazione.
    Che fare? Lo scoraggiamento non è certo una buona soluzione.
    Discutere sul quartiere come se fosse cosa pacifica può indurre purtroppo ad incrociare le braccia, sentendosi un «tagliato fuori». Non è la nostra intenzione.
    Come sempre, preferiamo offrire esperienze in positivo, non per giudicare chi annaspa nelle difficoltà quotidiane, ma per incoraggiare con la battuta operativa: «Se qualcuno c'è riuscito... è segno che è possibile farcela».
    In molte esperienze sono indicate anche la strada percorsa e le difficoltà incontrate. E questo dice già una buona metodologia di cammino. In sintesi, ne possiamo tratteggiare una, se pure a larghi colpi di pennello.
    * Prima di tutto è necessario rispondere all'interrogativo di fondo: le motivazioni per un impegno ecclesiale nel quartiere «reggono»?
    Senza una chiarezza del genere a monte di tutto, nei momenti duri la tentazione del voltar pagina è facile.
    * Alla domanda dovrebbero dar risposta non solo il responsabile pastorale ma anche tutti quelli che gli sono vicini. Perché la scelta del quartiere sia una scelta di corresponsabilità ecclesiale.
    Di fatto il quartiere coinvolge tutta la comunità. È essa chiamata in prima persona a sentirne il peso e l'urgenza. La delega è quindi per definizione... stonata.
    * Optato per il sì al quartiere, c'è da guardarsi attorno, per verificare quanto già esiste. Non è saggio scoprire l'America... dopo Cristoforo Colombo. Il quartiere è luogo privilegiato per la collaborazione: quindi facciamo l'inventario delle forze già all'opera.
    * E poi facciamo l'inventario di quelle disponibili sul fronte pastorale. Spesso ci sarà da spingere verso il quartiere, perché il caldo di molte esperienze è una remora da superare, con coraggio. È in gioco tutta una ecclesiologia.
    * A questo punto interviene, da una parte, l'analisi strutturale e politica sul quartiere; e dall'altra, l'evidenziazione delle mete, a piccolo cabotaggio e a lunga gittata.
    Alcuni gesti di particolare rilievo possono scuotere la sensibilità pubblica, offrendo un primo pretesto di partecipazione. Le esperienze riportate ne indicano un repertorio vasto.
    * Oltre l'impegno ufficiale c'è tutto un grosso lavoro educativo che può essere fatto a raggio ampio, per creare una sensibilità al quartiere: almeno le nuove generazioni, se educate, crederanno al quartiere...
    Questo significa un certo modo di impostare la catechesi, una utilizzazione del gioco e del tempo libero a «scoprire il quartiere», la partecipazione a piccoli gesti... (sulla rivista è stata pubblicata un'esperienza che offre indicazioni preziose: 1973/5).
    * E così la macchina è avviata. Con lenta faticosa progressione. Le motivazioni andranno rispolverate con una certa frequenza, per evitare di gettare allo sbaraglio, dopo aver coltivato con tanta amorevole passione. Il tutto, privilegiando l'esperienza diretta: la preferenza data alla descrizione di esperienze risponde ad una nostra ferma convinzione. Le idee corrono non tanto sul filo delle parole ma nel contatto con gente che ha provato, vive e ci crede.

    NOTE

    [1] Per un più completo esame dei problemi giovanili nei suoi aspetti sociologici ed economici - e quindi, implicitamente, politici - si preferisce rimandare a lavori stesi in precedenza. Cf in particolare G. BIANCHI e R. SALVI, Giovani tra classe e generazione, in «Animazione Sociale», n. 2, aprile 1972, pp. 6-30.
    [2] Si cf a questo proposito: I gruppi spontanei e il ruolo politico della contestazione (Documenti dell'Assemblea dei gruppi spontanei di impegno politico-culturale per una nuova sinistra), Feltrinelli, Milano, 1969, spec. alle pp. 55-62 e 86-97.
    [3] I dati derivano dalla ricerca I «Comitati di Quartiere» a Torino, curata da un gruppo di allievi della S.F.E.S. e guidata da P. I. BOVERO. Si cf in «Animazione Sociale», n. 1, gennaio 1972, pp. 53.
    [4] Si cf Metodo di lavoro e informazione. Intervista con Daniel Anselme, direttore di Cahiers de Mai, in «Quaderni del centro di documentazione», n. 12, ottobre 1972, n. 1-10.
    [5] Senza trascurare naturalmente che un contributo giovanile pure importante al «quartiere spontaneo» è la disponibilità all'intervento concreto e continuo (scuola alternativa, contro-informazione, volantinaggio).
    [6] ALDO ELLENA, Comunità ecclesiale e comunità locale, in «Animazione Sociale».
    [7] Appare evidente che qui parliamo di quartiere come «territorio» fisico, come spazio e non come istituto organizzato di presenza (a vari livelli). Di fatto, in un certo territorio, possono esistere presenze diverse: la parrocchia, il comitato di quartiere... Appare chiaro come si complichino i rapporti, anche perché, nello stesso tempo, le persone di un certo territorio vivono molto del loro tempo all'interno di altri territori, quindi in raccordo-conflitto con nuove altre istituzioni Per evitare questi problemi, ricorriamo alle semplificazioni di questo nostro intervento, invitando però i lettori a non dimenticare la reale vastità di interrogativi.


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