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    Evangelizzazione e impegno politico nei gruppi e nelle comunità ecclesiali



    Bartolomeo Sorge

    (NPG 1974-04-02)

    Sono lontani i tempi in cui parlare di impegno politico, per il cristiano e per i gruppi ecclesiali era... rischiare per lo meno l'incomprensione.
    In compenso, oggi, si e politicizzato tutto e si misura l'efficacia di tutto a suon di politica. Con il rischio - tutt'altro che remoto - di ricostruire nuove ideologie per la fede, con la pretesa di renderla credibile e compromessa.
    I gruppi più sensibili, quelli che hanno varcato il fronte delle parole per esprimersi con i fatti, avvertono pressanti molti interrogativi.
    * Come conservare l'identità cristiana ed ecclesiale, in un preciso, serio e tecnico impegno politico?
    * Che livello di impegno diretto e di politicizzazione assumere in quanto cristiani e in quanto gruppi (e comunità) ecclesiali, per essere fedeli alla propria identità?
    * La comunità ecclesiale, per realizzare una vera evangelizzazione non disincarnata, fino a che punto deve politicizzarsi?
    Sulla rivista, a varie riprese, sono stati presentati spunti per costruire una risposta: dagli editoriali con cui aprivamo gli articoli, a molti articoli specifici e a frequenti riflessioni redazionali (si pensi, per esempio, a «Facciamo il punto sull'impegno politico» 1972/4, alla nostra presa di posizione sui problemi del quartiere).
    Forse è mancato un intervento di sintesi, che desse la possibilità di collocare i singoli pezzi nell'insieme. Perché, in un terreno come questo, chiarezza e sensibilità vanno maturando lentamente, più sulle ali dell'esperienza diretta che delle analisi tecniche. E perché abbiamo sempre sollecitato l'operatore pastorale ad assumersi le sue irrinunciabili responsabilità, senza scaricarle su formule prefabbricate, anche se precise e raffinate.
    Ora però è possibile e doveroso fare il punto: indicare con chiarezza ciò che è di consapevolezza comune oggi, a livello ecclesiale. Per non ricominciare ogni volta i discorsi da capo, disperdendo energie in un vuoto gioco di pareri emotivi. E per permettere una reale convergenza o un motivato confronto.
    L'articolo di P. Sorge ha questo compito.
    E lo assolve con la competenza e la precisione che tutti gli riconoscono.
    L'abbiamo pubblicato sulla nostra rivista, anche se qualche lettore attento l'avrà già notato sulla «Civiltà Cattolica», perché ci pare capace di rendere un servizio prezioso, nel quadro dei discorsi pastorali che stiamo facendo, anche in vista delle riflessioni su «evangelizzazione e sacramenti».
    Da questa piattaforma che offriamo come comune, possiamo ora muoverci, nella ricerca disponibile di concretizzazioni sempre più operative.

    Paolo VI ha scelto l'evangelizzazione del mondo contemporaneo quale tema del prossimo Sinodo mondiale dei vescovi, che si terrà a Roma nell'autunno del 1974. Dal canto suo, la Conferenza episcopale italiana, al termine dei lavori dell'Assemblea generale di quest'anno, ha deliberato di organizzare un congresso nazionale con la partecipazione di tutte le componenti ecclesiali, da tenere dopo il prossimo Sinodo, sul tema: Evangelizzazione e promozione umana.
    Ora, sia dallo «strumento di lavoro» che la Segreteria del Sinodo ha inviato alle Conferenze episcopali nazionali, sia dal documento pastorale della CEI su Evangelizzazione e sacramenti, si desume facilmente quanto sia complesso l'argomento e come esso vada studiato da molteplici punti di vista.[1]
    Per portare un contributo al dibattito, ci proponiamo di affrontare uno degli aspetti più delicati e controversi, sotto cui il problema dell'evangelizzazione si pone oggi alla Chiesa: quello del rapporto tra annunzio evangelico e impegno politico.

    VANGELO E POLITICA

    Il rapporto tra fede e politica è stato sempre un grosso problema per la vita della Chiesa. Tutta la storia lo dice. Ma oggi esso ha acquistato dimensioni pratiche e teoriche di importanza decisiva. Un'analisi esauriente delle cause che hanno riacutizzato il fenomeno ci porterebbe lontano. Tuttavia, se esaminiamo attentamente le domande che sull'argomento oggi si pongono soprattutto all'interno della Chiesa, è facile vedere che esse in massima parte provengono dal modo diverso con cui si concepiscono i termini stessi del problema: la missione evangelizzatrice del Popolo di Dio e l'impegno politico. Di conseguenza, anche tra i cristiani e tra i teologi differisce il parere sulla qualità dell'apporto «politico» che la Chiesa è chiamata a dare alla crescita del mondo. Perciò, pensiamo che il discorso sia da rivedere proprio dalle premesse da cui muove. È quanto ora ci proponiamo di fare, alla luce del più recente Magistero della Chiesa.
    Compiremo tre passi nella nostra ricerca. Innanzitutto, partendo dalla natura «sacramentale» della Chiesa e dal significato essenziale di «evangelizzazione», vedremo in qual senso si debba parlare di un nesso ineliminabile tra annunzio cristiano e impegno politico. In secondo luogo, dopo averne precisato il concetto, determineremo quale tipo di impegno politico compete alla Chiesa nella sua opera di evangelizzazione. Infine, una volta chiariti i termini del discorso, sarà possibile formulare alcuni orientamenti operativi circa il modo concreto in cui il Popolo di Dio si deve impegnare politicamente, per partecipare allo sforzo comune di tutta l'umanità di costruire un mondo più giusto.

    LA CHIESA, SACRAMENTO DI SALVEZZA

    La retta comprensione del concetto di «evangelizzazione» è legata alla retta definizione della natura della Chiesa. Dunque, la prima domanda che ci dobbiamo porre per giungere a determinare il rapporto tra evangelizzazione e politica è questa: che cosa è la Chiesa, così come Cristo l'ha voluta? Che cosa dice la Chiesa di se stessa?
    Il Concilio Vaticano II ha posto fortemente l'accento sulla sua natura «sacramentale»: la Chiesa è essenzialmente «sacramento di salvezza». Essa, cioè, fu istituita da Cristo e si presenta al mondo come «segno efficace» della liberazione integrale dell'uomo, della sua salvezza totale e trascendente.
    Detto con altre parole: Dio ha radunato visibilmente nel mondo il suo Popolo, affinché esso, da un lato, sveli e manifesti il mistero della salvezza dell'umanità in Cristo; dall'altro, affinché questa medesima salvezza si realizzi storicamente attraverso la Chiesa, nel momento stesso in cui essa la annunzia.
    «Tutto ciò che di bene il Popolo di Dio può offrire all'umana famiglia, nel tempo del suo pellegrinaggio terrestre, scaturisce dal fatto che la Chiesa è "l'universale sacramento di salvezza", che svela e insieme realizza il mistero dell'amore di Dio per l'uomo».[2] Nello stesso tempo, Cristo ha voluto che questa missione sacramentale di salvezza si realizzasse attraverso l'impegno di evangelizzazione, unico e indivisibile, di tutto insieme il Popolo di Dio. In questo impegno comune di tutti i battezzati, però, si riconoscono funzioni diverse.[3] Infatti, Cristo ha affidato alla Gerarchia come ufficio proprio il compito di istruire, di santificare e di reggere il Popolo di Dio. Ciò spiega perché gli interventi specifici della Gerarchia impegnino ufficialmente tutta la Chiesa in quanto tale; mentre la stessa cosa, propriamente parlando, non si può dire dei laici quando adempiono in modo autonomo e responsabile il compito ad essi affidato di animare cristianamente l'ordine temporale.
    Dunque, se vogliamo determinare rettamente il concetto di evangelizzazione, le sue implicazioni temporali e i diversi modi della sua realizzazione, occorre tenere costantemente presenti sia la natura sacramentale della Chiesa sia le funzioni diverse che caratterizzano l'adempimento della sua unica missione di salvezza.
    Vediamo, allora, che cosa significa «evangelizzare».

    Ambiguità del concetto di evangelizzazione

    L'ambiguità con cui oggi si è soliti impiegare il termine di evangelizzazione è messa bene in luce dal recente documento, che la Segreteria generale del Sinodo ha inviato ai vescovi in preparazione all'Assemblea mondiale del 1974:
    «Il termine evangelizzazione può significare oggi più cose. Esso può indicare, anzitutto, qualsiasi attività, con cui in qualunque modo il mondo viene trasformato conformemente alla volontà di Dio creatore e redentore; poi, ancora, esprime l'attività sacerdotale, profetica e regale, con cui la Chiesa viene edificata secondo l'intenzione di Cristo.
    «Più frequente è la terza accezione del termine, con cui si indica quell'attività per mezzo della quale viene proclamato e spiegato il Vangelo, ed è suscitata la fede viva nei non cristiani e alimentata nei cristiani (predicazione missionaria, attività catechetica, omiletica, ecc.).
    «Per ultimo, il significato del termine evangelizzazione si restringe ad indicare il primo annunzio del Vangelo fatto ai non cristiani, con cui è suscitata la fede (predicazione missionaria: kérygma)».
    Il documento, quindi, conclude: «I vari significati si intrecciano talmente tra loro, che le attività da essi designate non possono essere adeguatamente distinte. Fatto, questo, da cui nascono nelle discussioni molte ambiguità, perché per evangelizzazione chi intende una cosa, chi un'altra».[4] È possibile superare questa ambiguità? Pensiamo di sì. Ma occorre a questo fine, distinguere il contenuto dell'evangelizzazione, dai modi e dalle vie attraverso cui la Chiesa lo trasmette.

    Il contenuto dell'evangelizzazione

    Per quanto riguarda il contenuto, ossia l'annunzio in se stesso, san Paolo spiega che evangelizzare vuol dire far conoscere al mondo «le imperscrutabili ricchezze di Cristo, e far risplendere agli occhi di tutti qual è l'adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell'universo» (Eph 3,8s.).
    Cioè - commenta il Concilio - evangelizzare è svelare agli uomini il disegno d'amore del Padre «il quale creò l'uomo a sua immagine e somiglianza, perché quanti sono partecipi della natura umana, rigenerati in Cristo per mezzo dello Spirito Santo, potranno ripetere, contemplando unanimi la gloria di Dio: "Padre nostro"».[5] Tuttavia, soggiunge san Paolo, Dio ha voluto che la manifestazione del mistero della salvezza avvenisse «per mezzo della Chiesa» (Eph 3,10). Per questo - commenta ancora il Concilio - l'evangelizzazione mira a ciò: «che tutto il genere umano formi un solo Popolo di Dio, si riunisca nel corpo mistico di Cristo, si edifichi nell'unico tempio dello Spirito Santo».[6]
    Con questa affermazione non si vuol affatto negare che Dio possa salvare gli uomini e portarli alla fede attraverso mille altri cammini, che lui solo conosce;[7] si vuol soltanto ribadire che la Chiesa rimane per antonomasia «il sacramento della salvezza», lo strumento privilegiato istituito direttamente da Cristo, e di cui Dio si serve per realizzare pienamente l'uomo e il suo destino.
    Ecco perché la Chiesa non può non evangelizzare.
    «Benché Dio - conclude il Concilio -, attraverso vie che egli solo conosce, può portare gli uomini che senza loro colpa ignorano il Vangelo, a quella fede senza la quale è impossibile piacergli, incombe tuttavia alla Chiesa la necessità, e insieme il sacro diritto, di evangelizzare».[8]

    Le vie della evangelizzazione

    Come evangelizza la Chiesa? Per quanto riguarda le vie della evangelizzazione, il Concilio ribadisce spesso che la Chiesa esercita questo suo diritto-dovere soprattutto in tre modi.[9] Innanzitutto, attraverso l'annunzio della Parola: «La fede dipende dalla predicazione» (Rom 10,17). Il documento preparatorio del Sinodo 1974 ritiene, anzi, che la proclamazione del Vangelo attraverso la predicazione costituisca l'evangelizzazione in senso proprio, secondo il comando esplicito del Signore: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
    Il secondo modo con cui la Chiesa evangelizza è amministrando i sacramenti, specialmente celebrando l'Eucaristia. Infatti, quando nella comunità cristiana si ripetono i gesti e le parole efficaci del Signore, non solo viene comunicata la grazia, ma - nello stesso tempo - la Chiesa diviene cosciente del dono di Dio, lo accoglie, si associa a Cristo nella sua opera efficace di salvezza.
    Infine, la Chiesa annunzia al mondo il mistero di Dio e manifesta che il Regno è già venuto, attraverso la testimonianza coerente della vita cristiana, ossia mediante l'esercizio della diaconìa, del servizio, della carità.[10]
    Questi tre modi principali di evangelizzazione non sono alternativi, ma complementari. La mancanza dell'uno o dell'altro mutilerebbe gravemente l'intera opera evangelizzatrice della Chiesa.[11] Tuttavia, non c'è dubbio che ai nostri giorni - in un mondo secolarizzato - l'elemento dei tre che acquista maggiormente ragione di segno intelligibile, cioè che rende più comprensibile in modo adeguato alla mentalità di oggi la missione «sacramentale» della Chiesa, è la testimonianza coerente della vita cristiana.[12]
    È un fatto che la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti - pur restando sempre assolutamente necessari e inseparabili tra di loro e da una autentica testimonianza di vita cristiana -, tuttavia oggi non hanno più l'accoglimento e l'incidenza che potevano avere, per esempio, in un'epoca di «cristianità».
    Ciò spiega, in parte, anche lo sforzo compiuto dalla teologia contemporanea di rivalutare il fondamento antropologico e nella Parola e nel Sacramento; spiega l'accento particolare che il Concilio ha messo ripetutamente sull'importanza della testimonianza della vita in tutta l'opera di evangelizzazione. Tanto che, ricordando esplicitamente i tre modi attraverso cui la Chiesa evangelizza, i Padri conciliari non hanno esitato a dare il primo posto proprio all'esempio della vita.[13]
    In conclusione: l'ambiguità nell'uso del termine di evangelizzazione si può superare, ma a condizione che si produca un duplice chiarimento; infatti occorre riconoscere, da un lato, la trascendenza del suo contenuto, e, dall'altro, la complementarietà e la inseparabilità dei tre modi principali attraverso cui la Chiesa evangelizza.
    Chiariti così la natura e le vie della evangelizzazione, non fa particolare difficoltà il fatto che, per l'uomo secolarizzato del nostro tempo, il primo passo verso la fede in Cristo e nella Chiesa avvenga oggi più facilmente attraverso la testimonianza della vita dei credenti e attraverso l'efficace azione che la Chiesa riesce ad esprimere per la liberazione e per l'elevazione dell'uomo.
    Ma non dobbiamo dimenticare mai che se la testimonianza coerente della nostra vita può costituire per chi non crede il passo più facile verso la fede, quella coerenza però è insieme frutto e vertice della stessa evangelizzazione.[14] Se è vero che gli uomini oggi sono estremamente sensibili all'esempio della nostra vita, noi però sperimentiamo, ogni giorno più, che è una illusione tragica credere di riuscire ad annunziare il Vangelo con la vita, se nello stesso tempo non ci lasciamo convertire - noi per primi - dalla Parola di Dio, se non viviamo interiormente un'intensa vita sacramentale e di grazia.
    Da tutto questo discorso si deduce che la Chiesa può divenire segno intelligibile di salvezza per l'umanità, soltanto se i suoi figli vivranno una vita autenticamente cristiana, alimentata dalla Parola e dai sacramenti; solo allora evangelizzazione diviene pure causa efficiente e sinonimo di promozione umana.

    EVANGELIZZAZIONE E PROMOZIONE UMANA

    Nasce a questo punto, dal chiarimento stesso del concetto di evangelizzazione, il problema del suo rapporto con la promozione sociale. Infatti, proprio la necessità di tradurre il messaggio di salvezza cristiana in termini intelligibili di promozione umana pone ai teologi il quesito di definire i rapporti tra annunzio evangelico e liberazione dell'uomo.[15] Non è qui il luogo di affrontare analiticamente questo complesso problema, tanto dibattuto nella Chiesa. Dato l'obiettivo del nostro studio, ci limitiamo a richiamare alcuni punti di dottrina che il Concilio ha chiaramente acquisito in materia, senza addentrarci nel labirinto delle tesi opinabili, proposte dalle numerose teologie della prassi.
    Ebbene, ci pare che due punti siano assodati e da ritenere fermamente: il primo sta nel riconoscere che la Chiesa, quando evangelizza, reca un contributo preciso e specifico alla promozione e alla liberazione dell'uomo; «specifico», cioè diverso dai contributi che altri possono portare allo stesso fine. Il secondo punto certo è che tra evangelizzazione e promozione sociale non vi possono essere né semplice identificazione, né dicotomia; fra di esse, invece, si dà integrazione e continuità.
    Se ci si scosta da questi due punti di dottrina, nonostante la buona volontà, si finisce col compromettere la natura «sacramentale» della Chiesa e, di conseguenza, si priva di significato e di efficacia l'opera stessa di evangelizzazione.
    Spieghiamo brevemente queste due note - specificità e continuità - proprie del contributo che la Chiesa è chiamata a dare all'opera comune della promozione dell'uomo.

    Specificità

    L'opera di liberazione e di promozione sociale dell'uomo è unica e comune a tutti. Ma sono diversi gli apporti specifici che ad essa si possono recare. È chiaro che gli sforzi fatti in campo culturale, politico, economico, sociale, militare, religioso... pur dovendo essere coordinati tra loro e pur mirando a un unico e identico fine (l'elevazione dell'uomo), conservano però ciascuno la propria peculiarità, che li rende diversi.
    Nel nostro caso, la Chiesa, avendo un messaggio morale e religioso da annunziare, contribuisce all'opera comune della promozione sociale dell'uomo comunicandogli, con la fede, valori originali e forze straordinarie, che aiutano notevolmente la sua liberazione. La specificità del contributo cristiano sta nel fatto che quei valori e quelle forze portano l'uomo direttamente a vincere il peccato (personale e sociale), trasformandone la coscienza e la vita. L'efficacia liberatrice della fede, dunque, è soprattutto interiore, anche se poi essa si traduce necessariamente in impegno per il cambiamento delle strutture oppressive e dei rapporti ingiusti di potere. La specificità del contributo della Chiesa sta dunque nel fatto che l'annunzio evangelico si risolve nel vero bene (anche temporale) dell'uomo, trascendendolo.[16]
    «Qui va rintracciato l'apporto specifico della Chiesa alle civiltà - leggiamo nella Octogesima adveniens -: in comunione con le migliori aspirazioni degli uomini e soffrendo di vederle insoddisfatte, la Chiesa desidera aiutarle a raggiungere la loro piena fioritura, e a questo fine offre loro ciò che possiede in proprio: una visione globale dell'uomo e dell'umanità».[17] Insomma, il contributo specifico della Chiesa alla promozione sociale si configura come «un messaggio di speranza, [comunicato] attraverso una fraternità vissuta e una giustizia concreta».[18] Amore cristiano - prosegue Paolo VI - che non è sentimento sterile, ma si traduce in contributo efficace «per fare evolvere le strutture e adattarle ai veri bisogni presenti».[19] Di qui l'esortazione a tutti i cristiani affinché portino al mondo questo contributo «specifico», che solo la Chiesa può offrire e di cui il mondo ha estremo bisogno, al di là di ogni sistema ideologico o politico:
    «Al di là di ogni sistema, senza per questo omettere l'impegno concreto al servizio dei fratelli, egli [il cristiano] affermerà, al centro stesso delle sue opzioni, l'originalità dell'apporto cristiano a vantaggio di una trasformazione positiva della società».[20]
    Dunque, se da un lato è necessario che la fede e la conversione del cuore si traducano nel cambiamento delle strutture ingiuste della società, dall'altro però la missione salvifica della Chiesa; in quanto trascende il mero ordine temporale e ogni sistema ideologico, non si può misurare con il solo metro della sua efficacia politica o della sua utilità sociale.

    Continuità

    Il secondo punto di dottrina che occorre tener fermo è che tra evangelizzazione e promozione umana non si dà identificazione, né dicotomia, bensì continuità e integrazione. In accordo con la natura stessa della Chiesa, la quale, in quanto è «segno», conserva la sua alterità nei confronti della salvezza significata. La Chiesa deve, sì, mostrare al mondo che essa salva davvero (altrimenti non sarebbe «segno» né efficace, né intelligibile); però, se la realtà totale della salvezza cristiana non fosse «altra» (trascendente la promozione sociale), ma si identificasse semplicemente con la liberazione politica, allora la Chiesa non sarebbe più il sacramento universale di salvezza voluto da Cristo. D'altra parte - per la stessa ragione - la Chiesa rinnegherebbe se stessa e la sua missione, se la trascendenza del suo messaggio dovesse risultare alienante o collocasse la «salvezza» a un livello completamente avulso dalla realtà storica. Perciò, la natura sacramentale della Chiesa e la realtà trascendente della salvezza che essa annunzia e realizza non possono non trovarsi in continuazione con la liberazione e con la giustizia proprie dell'ordine temporale.[21] Tra i molti testi del Concilio che ribadiscono questa dottrina, ne riportiamo uno solo, che la sintetizza bene:
    «L'opera della redenzione di Cristo, mentre per natura sua ha come fine la salvezza degli uomini, abbraccia pure l'instaurazione di tutto l'ordine temporale. Per cui, la missione della Chiesa non è soltanto di portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche di animare e perfezionare l'ordine-temporale con lo spirito evangelico [...] . Questi ordini, sebbene siano distinti, tuttavia nell'unico disegno divino sono così legati, che Dio stesso intende ricapitolare in Cristo tutto il mondo per formare una nuova creatura, in modo iniziale sulla terra, in modo perfetto nell'ultimo giorno».[22]
    Esiste, dunque, un nesso di continuità tra evangelizzazione e promozione umana. Ma ammettere ciò, che altro vuol dire se non riconoscere che l'evangelizzazione tocca la politica? Infatti, non si può dare promozione sociale, se non passando attraverso scelte generali di valore e scelte concrete di natura economico-sociale, ossia attraverso le diverse forme possibili dell'impegno politico.
    Ecco in che modo il cristiano - anzi, tutta la Chiesa - avendo riscoperto le dimensioni globali della sua fede e dell'opera di evangelizzazione, ha riscoperto, nello stesso tempo, l'essenzialità del suo impegno politico. La fede, così, interpella la politica. È necessario, perciò, precisare che cosa vuol dire per la Chiesa impegnarsi politicamente.

    IL CONCETTO DI «IMPEGNO POLITICO»

    Il termine e il concetto di «politica» si rifanno al termine e al concetto di polis (città). Essi indicano l'attività di chi esercita o di chi partecipa una funzione direttiva della comunità, o anche l'attività di chi concorre, in qualsiasi modo, alla vita collettiva.
    In altre parole: impegno politico è la presenza responsabile del cittadino nella vita della sua comunità, è la partecipazione dell'uomo alla costruzione della storia.
    Oggi, però, nel nostro contesto socioculturale, il concetto di impegno politico si è ampliato e si è specificato ulteriormente, in seguito all'impatto che masse sempre più larghe hanno avuto con le nuove condizioni ideologiche, culturali e sociali, tipiche della civiltà del benessere, della tecnica e della scienza. Questa esperienza - non priva di prospettive esaltanti, eppure per tanti versi traumatizzante - ci ha condotto a distinguere chiaramente tra politica intesa come dimensione socioculturale dell'uomo (attinente soprattutto ai valori e alla qualità della vita), e politica intesa come prassi, come scelta responsabile degli strumenti tecnici operativi (rivolta soprattutto alla realizzazione concreta di un nuovo modello di società).

    La politica come dimensione socio-culturale dell'uomo

    Da quando l'uomo è uomo, di fatto, è stato sempre condizionato dal suo rapporto con gli altri, con la comunità, con le strutture della convivenza. L'appartenenza a una razza, a una nazione, a una classe, a una data civiltà, a una famiglia... determina e condiziona il costume, la mentalità, la vita personale di ciascuno di noi. È sempre stato così.
    Ma oggi sono nuove sia le dimensioni del fenomeno, sia la coscienza di questa interazione tra persona e strutture, tra uomo e uomo, tra individui e gruppi; si tratta ormai d'una vera e propria esperienza totalizzante, che l'umanità sta vivendo. Sotto questo punto di vista, è giusto affermare che oggi «tutto è politica»; ogni giorno, non tocchiamo forse con mano quanto le scelte personali condizionano la vita sociale, e quanto le scelte sociali condizionano la vita personale?
    La «politica», dunque, in questa sua prima accezione socioculturale, si deve considerare - a buon diritto - come una dimensione essenziale dell'uomo. Non è la politica dello Stato, né dei partiti; ma è, invece, la politica delle «convinzioni ultime sulla natura, l'origine e il fine dell'uomo e della società» - di cui parla la Octogesima adveniens - che «è compito dei raggruppamenti culturali e religiosi di sviluppare nel corpo sociale, in maniera disinteressata e per le vie loro proprie».[23] Viene di qui la crescente politicizzazione della vita, che tutti avvertiamo, a un ritmo sempre più veloce, a misura che si sviluppa il livello culturale delle masse.[24] Dunque, se prendiamo «politica» in questo primo significato, nessuna persona, nessun gruppo informale, nessuna istituzione può risultare politicamente neutra. In tal senso, oggi è impossibile - e lo sarà sempre più domani - pretendere di «non voler fare politica». Lo stesso fatto di esistere e di agire responsabilmente da uomini - individualmente o in gruppo - ci obbliga a «fare politica». È l'esperienza di ogni giorno.

    La politica come «prassi»

    Ma, se da un lato la politica è una dimensione essenziale dell'uomo, dall'altro la traduzione storica e concreta dei valori sociali e culturali in termini di convivenza umana non avviene per fatale predeterminazione, bensì si compie in virtù delle precise scelte responsabili e libere di ciascuno: cioè, attraverso la «prassi» politica.
    La storia ormai ci ha largamente resi coscienti che siamo noi, con le nostre libere opzioni, con le nostre intuizioni e con i nostri errori, a orientare i rapporti umani in una direzione piuttosto che in un'altra. Tant'è vero che oggi tutti siamo alla ricerca di un progetto nuovo di società, e ci sentiamo corresponsabili moralmente del perdurare di uno statu quo indegno dell'uomo.
    Ci troviamo, così, di fronte al diritto-dovere di elaborare una «prassi» politica, che traduca in scelte tecniche - responsabili e libere - i valori e gli orientamenti della politica, intesa come dimensione socioculturale. Queste scelte di prassi politica, in senso strumentale e tecnico (quelle - per intenderci - fatte dai partiti, dai sindacati, dai governi, dai responsabili dell'economia, ecc.) sono gli strumenti ultimi e immediati attraverso cui si esprime storicamente la natura essenzialmente politica dell'uomo.

    Due modi diversi di «impegnarsi politicamente»

    Ormai è chiaro il duplice senso in cui si può prendere il concetto di «impegno politico».
    Un primo significato, quello originario e più ampio, specifica l'impegno politico come azione volta a promuovere la vita sociale a livello prevalentemente dei valori e del costume civile.
    Il secondo, è quello più ristretto e strumentale, e specifica l'impegno politico come azione intesa a mediare i valori culturali in scelte concrete di «prassi» politica, economica e sociale.[25] Queste scelte, ovviamente, essendo legate a situazioni particolari e differenti, sono sempre contingenti, mutevoli, diverse, opinabili.
    Concludendo, possiamo dire così: ogni comportamento umano è sempre «politico», nel senso che esso si riferisce in ogni caso a una determinata visione della vita, ossia a una certa scala di valori morali e culturali.
    Tuttavia, non ogni comportamento umano è «politico» nel senso tecnico e strumentale della parola; infatti, la «prassi» politica suppone una ulteriore opera di mediazione dei valori in termini di competenza professionale (economica, sindacale, organizzativa...), che non tutti sono in grado di compiere, anche se è auspicabile che aumenti sempre di più la partecipazione effettiva delle masse a quest'opera necessaria di mediazione.[26] Tuttavia, nonostante la distinzione che è necessario fare, è chiaro che i due modi diversi di impegno politico stanno in relazione stretta fra loro: l'impegno sul piano dei valori e del costume non può non influire (direttamente e indirettamente) sulla «prassi» politica; e viceversa.
    Giungiamo, perciò, alla questione centrale della nostra ricerca: quale «impegno politico» compete al Popolo di Dio? Abbiamo visto, infatti, che tra evangelizzazione e promozione umana, tra annunzio cristiano e impegno politico si dà un nesso ineliminabile.

    L'IMPEGNO POLITICO DELLA CHIESA

    Diciamo subito che la natura «sacramentale» del Popolo di Dio e la sua missione di evangelizzare il mondo impongono chiaramente alla Chiesa il diritto-dovere di impegnarsi «politicamente» nel primo dei due sensi spiegati. Infatti, la Chiesa, in quanto è istituzione socialmente rilevabile e composta di uomini, entra necessariamente in rapporto con i singoli uomini e con gli altri gruppi sociali; cioè, la comunità cristiana (sebbene la sua realtà e il suo fine trascendano il livello sociale) è condizionata dalla storia e, a sua volta, è nata ad influire attivamente sulla storia.
    Ciò equivale a riconoscere che il Popolo di Dio - al pari di ogni altro gruppo umano - non può non svolgere una sua funzione politica sul piano sociale, culturale, dei valori. È un «impegno politico» che si accompagna necessariamente agli atti con cui la Chiesa adempie la sua opera di evangelizzazione: ossia all'annunzio della Parola, all'amministrazione dei sacramenti, ai vari impegni della diaconìa e del servizio.
    È vero che la Chiesa in quanto tale, essendo segno efficace della salvezza trascendente e totale dell'uomo, non è dotata di particolare competenza in ciò che riguarda direttamente l'opera ulteriore di mediazione dei valori in termini di «prassi» politica:
    «La missione propria, affidata da Cristo alla sua Chiesa, non è d'ordine politico, economico o sociale; il fine, infatti, che le ha prefisso è d'ordine religioso».[27] Tuttavia, l'azione della Chiesa, svolta sul piano del costume e delle coscienze, influisce notevolmente sulla «prassi» politica: predicando l'amore cristiano dal pulpito e con la vita, si contribuisce a cambiare il mondo in modo più efficace che con un trattato internazionale!
    «Infatti - prosegue il Concilio - precisamente da questa missione religiosa scaturiscono una funzione, una luce e forze, che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina».[28] Paolo VI ha specificato ulteriormente questo insegnamento del Concilio. Affrontando direttamente l'argomento in un suo discorso al Corpo diplomatico, egli, da un lato, riafferma il dovere della Chiesa di impegnarsi politicamente nel primo significato già detto (il Papa lo definisce: «presenza nel civile»); dall'altro, nega energicamente che la Chiesa si debba impegnare direttamente nella «prassi» politica (Paolo VI parla di «estraneità all'azione politica»):
    «Tuttavia, la Chiesa, pur estranea in sé e per sé all'azione politica attiva, rivendica una presenza nel mondo civile: sia perché essa è fatta per gli uomini, e fatta di uomini. ai quali con la sua professione di fede religiosa, con la sua pedagogia risanatrice e santificatrice, col primato riaffermato della realtà spirituale, essa inculca il rispetto di rispettivi diritti e il compimento di rispettivi doveri per la instaurazione di una organica e vera fratellanza; sia soprattutto perché a questa missione è chiamata dal mandato, ricevuto dal suo Fondatore, di salvare l'uomo, di comunicargli la Parola che libera e la vita che santifica, e di collaborare così alla elevazione integrale dell'uomo».[29]
    Ogni qualvolta nella storia della Chiesa si è persa di vista questa distinzione nell'impegno temporale del Popolo di Dio, la comunità cristiana ha finito col cadere in uno dei due atteggiamenti opposti ed errati, che tutti oggi detestiamo; o nell'integrismo (di destra o di sinistra), identificando il messaggio di fede con la prassi politica, fino a derivare dal Vangelo sistemi e programmi politici ben definiti; oppure nell'assenteismo, fino a negare ogni rapporto anche indiretto, tra fede e azione politica, rifiutando alla Chiesa il diritto a una sua presenza nel «civile», nella politica in senso socioculturale.

    La chiesa e la prassi politica

    Qual è, allora, l'atteggiamento che la Chiesa deve prendere di fronte alla «prassi» politica? Si deve escludere ogni suo rapporto diretto con la politica in senso tecnico e strumentale?
    La risposta non può essere semplicemente: «sì» o «no». Bisogna fare alcune precisazioni.
    Innanzitutto occorre riaffermare la grande importanza che la Chiesa riconosce, esplicitamente e da ogni punto di vista, all'impegno politico inteso in senso tecnico.[30] Nello stesso tempo, poiché la Chiesa in quanto tale - come abbiamo già detto - non ha alcuna competenza specifica professionale in materia politica, né a ciò la chiama la sua missione, in via ordinaria non è ipotizzabile il suo intervento diretto nella «prassi» politica.
    Detto questo, però, si deve ricordare quanto abbiamo già esposto sulla continuità ineliminabile che esiste tra evangelizzazione e promozione umana, e sul compito proprio dei laici cristiani, i quali, essendo a tutti gli effetti veri cittadini del mondo, non solo possono, ma devono partecipare direttamente alla elaborazione di una «prassi» politica.[31]
    Possiamo dire, dunque, che in via ordinaria la Chiesa in quanto tale viene a contatto con la «prassi» politica solo indirettamente, in due modi: mediante gli interventi a livello dei valori e dei giudizi etici, con i quali orienta le scelte tecniche dei cristiani; e mediante l'impegno autonomo e responsabile dei laici, ai quali compete propriamente la funzione di animare cristianamente la realtà politica.[32] Ma si può dare anche il caso straordinario ed eccezionale in cui la Chiesa in quanto tale sia tenuta a intervenire direttamente in campo politico, con funzione di supplenza: quando, cioè, un'azione «tecnica» concreta s'imponga urgentemente e in modo grave per il bene comune, e non vi siano altri in grado di intraprenderla.
    «Dove fosse necessario - dice la Gaudium et spes -, a seconda delle circostanze di tempo e di luogo, anch'essa [la Chiesa] può, anzi deve, suscitare opere destinate al servizio di tutti, ma specialmente dei bisognosi».[33]
    Ci sembra così di aver esposto in maniera sommaria, ma completa, i chiarimenti del Concilio e del Magistero più recente circa i significati diversi di «impegno politico», compatibili con l'opera evangelizzatrice della Chiesa. Rimane ora da vedere in quali forme, attraverso quali vie, la Chiesa è chiamata ad assolvere questo suo dovere di collaborare con tutti gli uomini di buona volontà alla realizzazione di un mondo più giusto, senza compromettere se stessa e la natura specifica del suo contributo.

    Forme caratteristiche dell'impegno politico della chiesa

    Abbiamo visto che alla Chiesa compete una presenza diretta nel «politico», se con questa parola si vuol indicare la necessità del suo impegno sul piano socioculturale dei valori.
    Tenendo presenti la natura sacramentale della Chiesa e le implicazioni dell'opera di evangelizzazione affidatagli da Cristo, ci sembra ora che le forme proprie, attraverso cui la Chiesa può assolvere questo suo impegno politico più ampio si possano ridurre a quattro funzioni principali.
    In primo luogo, la Chiesa «fa politica» esercitando la sua funzione profetica. Il Popolo di Dio deve mostrare se stesso al mondo quale segno intelligibile e credibile di giustizia, di riconciliazione, di pace e di amore. Deve testimoniare agli uomini che il Regno di Dio viene, mostrandone i segni privilegiati: con l'obbedienza a Cristo proclama che egli è il Signore; attraverso la povertà, ossia mediante il distacco effettivo dai beni, annunzia che nel Regno i rapporti tra gli uomini si fondano non su ciò che l'uomo ha, ma su ciò che egli è; con la verginità annunzia e realizza la liberazione dell'amore, rendendolo universale; con la contemplazione ribadisce il primato e la trascendenza di Dio, ricorda che la figura di questo mondo passa e che quando si trova Dio si è pronti a lasciare tutto per Lui; vivendo l'amore per i nemici, il comando evangelico del perdono, la ricerca volontaria dell'ultimo posto, l'attaccamento alla croce, svela al mondo il valore redentore del dolore.
    Dalla funzione profetica è inseparabile - in secondo luogo - quella critica. La Chiesa è chiamata ad esercitarla attraverso la denunzia delle ingiustizie e dell'oppressione dell'uomo, ovunque esse si verifichino in campo politico, economico, sociale; siano esse di natura fisica o morale. Ciò porta a riconoscere volentieri che ogni sforzo sincero fatto per la liberazione e per la promozione dell'uomo ha sempre valore per il Regno di Dio, è un passo verso la lib. razione totale e ultima, anche se compiuto da chi non ha fede. Nello stesso tempo, l'annunzio «critico» del Vangelo denuncia i limiti, la provvisorietà degli obiettivi raggiunti; relativizza le ideologie, mettendone in luce la visuale parziale in cui esse situano gli eventi storici, l'uomo e il suo destino.
    Una terza funzione, attraverso cui si traduce l'impegno politico della Chiesa in senso socioculturale, è quella di animazione positiva sul piano dei valori umani. Sarebbe grave errore ridurre la missione della Chiesa alla critica, all'opera negativa di denuncia. Cristo l'ha fondata perché alimentasse le speranze del mondo, diffondendo un sano ottimismo: «Il Padre ha mandato il Figlio non per condannare, ma perché il mondo sia salvo» (Jo 3,17). Tocca, quindi, al Popolo di Dio prendere l'iniziativa di affermare la dimensione trascendente dei problemi dell'uomo e della società: la dignità della persona, uguale in tutti; la giustizia e l'amore, quali norme fondamentali della convivenza; la libertà come bene intangibile di tutti; il bene comune, come scopo della società; l'esercizio dell'autorità, come prestazione di un servizio e non come ricerca di potere. Infine, un'ultima forma propria dell'impegno politico della Chiesa in senso socioculturale si concretizza nell'esercizio della sua funzione educativa. Questa consiste soprattutto nella formazione delle coscienze e delle mentalità a quei valori di umanesimo plenario che abbiamo ricordato. In particolare si dovrà insistere sull'insegnamento del pensiero sociale cristiano, il quale «è parte integrante della concezione cristiana della vita»;[34] sull'orientamento da dare all'impegno politico attivo, poiché «una dottrina sociale non va solo enunziata, ma anche tradotta in termini concreti nella realtà»;[35] e si dovranno escogitare tante altre forme di comunicare agli uomini le forze morali e spirituali di cui la vita cristiana è sorgente.
    Ci sembra di scorgere in tutto ciò il contributo specifico che il Popolo di Dio è chiamato a dare al mondo, mediante quell'impegno politico più ampio, che scaturisce direttamente dalla sua missione religiosa di salvezza. Se la Chiesa e i cristiani dovessero rinunciare a queste funzioni loro specifiche, nessun altro potrebbe immettere nel mondo il soffio vitale che da esse promana e di cui l'umanità ha bisogno. Nessun contributo di «prassi» politica, per quanto valido e rivoluzionario, prestato eventualmente al mondo dalla comunità cristiana potrebbe mai compensare il mancato esercizio da parte della Chiesa della sua funzione profetica, critica, animatrice, educativa.[36]

    Caratteristiche della «prassi» politica dei cristiani

    In via ordinaria - dicevamo - la Chiesa non ha competenza diretta nella «prassi» politica. Questa, invece, è il campo specifico in cui sono chiamati ad operare i laici, individualmente o in gruppo. Quali ne sono le caratteristiche proprie, alla luce sempre delle premesse teologiche esposte all'inizio? Il Concilio e il Magistero recente della Chiesa insistono soprattutto su tre note: autonomia, pluralismo, stile cristiano.
    * Autonomia. Tocca, cioè, ai laici impegnati nella politica attiva mediare responsabilmente e di propria iniziativa i valori cristiani in scelte tecniche strumentali coerenti ed efficaci.[37]
    * Pluralismo. I laici impegnati nella «prassi» politica non devono pretendere di essere privilegiati nei confronti di altre ideologie; ma, d'altra parte, neppure possono tollerare di essere considerati inferiori agli altri a motivo della loro fede.[38] Nello stesso tempo essi devono riconoscere che si possono dare molte vie diverse di presenza dei cristiani nella prassi politica, e che è legittimo a gruppi e partiti differenti cercare di ispirare cristianamente i propri programmi.[39]
    * Stile cristiano. Infine è chiaro che i laici se, in quanto cittadini, hanno il diritto e il dovere di cooperare con tutti gli altri al bene comune della comunità politica, nello stesso tempo, in quanto cristiani, sono chiamati ad agire in modo conforme ai valori evangelici e all'insegnamento della Chiesa[40] . Sarà la fedeltà a questo stile cristiano che impedirà ai laici impegnati nella prassi politica di confondere il necessario «pluralismo» con l'indifferentismo; lo stile cristiano, infatti, non può coesistere con tutte le ideologie politiche, con l'appartenenza a qualsiasi partito politico, con l'accettazione indiscriminata di ogni tipo di «politica». Sarà pure questa esigenza di uno stile cristiano a suggerire una certa convergenza degli sforzi di tutti i credenti (nel pieno rispetto dell'autonomia e del pluralismo), quando sono in giuoco i valori fondamentali dell'uomo e della visione cristiana della vita.[41]

    EVANGELIZZAZIONE E IMPEGNO POLITICO: UN COMPITO SOLO DI TUTTA LA CHIESA

    La distinzione tra i due modi di «impegno politico» della Chiesa, corrispondenti alle diverse funzioni con cui essa realizza la sua missione evangelizzatrice, va mantenuta. Ma si tratta di modi e di funzioni complementari tra loro. Lo abbiamo rilevato ripetutamente. Tanto che possiamo trarne ormai una considerazione, che viene assai bene a concludere tutto il nostro lungo discorso. L'evangelizzazione e il conseguente «impegno politico» della Chiesa per la promozione dell'uomo non potranno essere mai il compito solo della Gerarchia o solo dei laici; essi sono un unico, identico compito di tutta la comunità cristiana. Di qui la necessità che la comunità cristiana sia il luogo d'incontro, di dialogo, di elaborazione dell'impegno politico dei credenti e di tutta l'opera di evangelizzazione. Nella comunità cristiana così concepita i singoli cristiani e i gruppi chiariscono a sé e agli altri i problemi, discutono e decidono le scelte, realizzano l'unità nel pluralismo attorno alla mensa eucaristica. E, poiché la promozione e la liberazione dell'uomo non sono opera esclusiva della Chiesa, ma comune a tutti gli uomini di buona volontà, ecco che la comunità cristiana rimane essenzialmente «aperta» al dialogo con tutti.[42] È un cammino, che il Concilio ha chiaramente iniziato, ma che resta ancora in massima parte da percorrere. Eppure sta qui l'appuntamento della Chiesa con la storia, oggi. Quella della comunità è l'unica via per non ricadere nelle contraddizioni dell'integrismo o del dualismo. La sintesi nuova che oggi si ricerca tra annunzio e vita, tra fede e storia, la credibilità del Vangelo, la salvezza dell'umanità, dipendono ormai dalla sincerità con cui sapremo impegnarci a realizzare nel mondo la vera comunità cristiana.

    NOTE

    [1] Sinodo dei Vescovi, L'evangelizzazione del mondo contemporaneo (ad uso delle Conferenze episcopali), Città del Vaticano, 1973. Conferenza Episcopale Italiana, Evangelizzazione e sacramenti. Documento pastorale dell'Episcopato italiano, Roma, 12 luglio 1973. Su questo tema, vedi pure: D. Grasso, L'evangelizzazione oggi, in Civ. Catt., 1973 II 451-459; J. Galot, Che cosa significa evangelizzazione?, in Civ. Catt., 1973 III 105-116.
    [2] Gaudium et spes, n. 45. Cf pure n. 42. Vedi: Lumen gentium, nn. 1, 9, 48; Sacrosanctum Concilium, n. 5; Ad Gentes, nn. 1, 5. CEI, doc. cit., nn. 32-36.
    [3] «L'impegno di evangelizzare [...] riguarda primariamente gli apostoli e coloro che per l'imposizione delle mani hanno ricevuto il compito specifico di "proclamare il Vangelo della grazia di Dio" (Act 20,24) e sono stati costituiti "ministri della Parola" (Lc 1,2); ma riguarda anche, sia pure in forma subordinata, tutti coloro che sono resi col Battesimo partecipi del sacerdozio profetico di Cristo» (CEI, doc. cit., n. 45).
    [4] Sinodo dei Vescovi, doc. cit., Introduzione, n. 4.
    [5] Ad Gentes, n. 7; Sinodo dei Vescovi, doc. cit., Parte seconda, I A.
    [6] Ad Gentes, n. 7.
    [7] Cf Gaudium et spes, n. 22 in fine; vedi pure Sinodo dei Vescovi, doc. cit., Parte seconda, II D.
    [8] Ad Gentes, n. 7.
    [9] Cf Sinodo dei Vescovi, doc. cit., Parte seconda, I C; CEI, doc. cit., nn. 41 s., 50.
    [10] CEI, doc. cit.,nn. 56, 63.
    [11] Ivi, n. 28.
    [12] Ivi, n. 8.
    [13] «La missione della Chiesa si esplica attraverso quell'operazione per la quale in adesione all'ordine di Cristo e sotto l'influsso dello Spirito Santo, essa si fa presente in pieno a tutti gli uomini e a tutti i popoli, per condurli alla fede, alla libertà e alla pace di Cristo, mediante l'esempio della vita e la predicazione, mediante i sacramenti e gli altri mezzi della grazia» (Ad Gentes, n 5). E più avanti si sottolinea esplicitamente la preminenza dell'impegno della vita nell'evangelizzazione del mondo di oggi: «Tutti i figli della Chiesa [...] devono spendere le loro forze nell'opera di evangelizzazione. Ma tutti sappiano che il primo e principale loro dovere in ordine alla diffusione della fede, è quello di vivere una vita profondamente cristiana. Sarà appunto il loro fervore nel servizio di Dio, sarà il loro amore verso il prossimo ad immettere come un soffio nuovo di spiritualità in tutta quanta la Chiesa, che apparirà allora come "il vessillo levato sulle nazioni" e "il sale della terra"» (Ivi, n. 36). Cf Apostolicam actuositatem, n. 6.
    [14] «Dalla Parola, al Sacramento, alla vita nuova: questa la dinamica della esistenza cristiana, la quale, per conservarsi e svilupparsi, ha bisogno di rifarsi di continuo alle sorgenti stesse da cui è scaturita, movendosi ancora dalla vita, al Sacramento, alla Parola» (CEI, doc. cit., n. 51).
    [15] «Rientra nel contesto globale dell'evangelizzazione l'avvertita presenza e la conseguente valorizzazione di tutti quegli aspetti di promozione umana a cui sono tanto sensibili gli uomini del nostro tempo. Tali aspetti restano alla base del messaggio del Vangelo e sono reincarnati e rivissuti nella vita stessa della Chiesa. La realtà sacramentale, adatta com'è all'uomo nel suo essere concreto, se intesa in tutta la profondità della sua struttura, non fa che riconoscere e propugnare nel segno le giuste esigenze di questa promozione: liberazione, giustizia, pace» (Ivi, n. 81).
    [16] Cf Sinodo dei Vescovi, doc. cit., Parte terza, I F.
    [17] Octogesima adveniens, n. 40.
    [18] Ivi, n. 12.
    [19] Ivi, n. 50.
    [20] Ivi, n. 36.
    [21] «L'agire per la giustizia ed il partecipare alla trasformazione del mondo ci appaiono chiaramente come una dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione e la liberazione del genere umano da ogni situazione oppressiva» (Sinodo 1971, Documento sulla giustizia nel mondo, cpv, n. 6); «La missione di predicare il Vangelo, ai nostri giorni, richiede che ci impegnamo per la totale liberazione dell'uomo, già fin d'ora [iam nunc] , nella sua esistenza terrena» (Ivi, cpv. n. 37).
    [22] Apostolicam actuositatem, n. 5.
    [23] Octogesima adveniens, n. 25.
    [24] «Il passaggio alla dimensione politica esprime anche una richiesta attuale dell'uomo: una ripartizione più grande delle responsabilità e delle decisioni. Tale legittima aspirazione diventa più manifesta man mano che cresce il livello culturale e aumenta il senso della libertà, e l'uomo si rende meglio conto che, in un mondo aperto su un avvenire insicuro, le scelte d'oggi condizionano già la vita di domani» (Ivi, n 47).
    [25] I due significati vengono distinti lessicalmente, in francese, con le politique (il primo) e la politique (il secondo). In italiano si potrebbero usare, invece, rispettivamente: il civile e la politica.
    [26] Occorre appena notare che questa seconda accezione del termine «politica» non è certamente meno importante della prima. La Octogesima adveniens ne dà questo giudizio: «Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli - locale, regionale, nazionale e mondiale - significa affermare il dovere dell'uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell'umanità La politica è una maniera esigente - ma non è la sola - di vivere l'impegno cristiano al servizio degli altri» (n. 46).
    [27] Gaudium et spes, n. 42
    [28] (28) Ivi.
    [29] Paolo Vl, Discorso al Corpo diplomatico, 10 gennaio 1972 (Oss. Rom.,12 gennaio 1972). Vedi pure il discorso tenuto l'anno seguente, in Oss. Rom., 12 gennaio 1973.
    [30] È rimasto famoso, in proposito, un testo di Pio Xl: «Il campo della politica [...] è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null'altro, all'infuori della ragione, essere superiore. È con questo intendimento che i cattolici e la Chiesa debbono considerare la politica» (Discorso di Pio Xl, ed. Bertetto, Torino, SEI, 1960, vol. 1, 744-745). Vedi pure Octogesima adveniens, n. 46.
    [31] ll Concilio riconosce in molti luoghi il diritto e il grave dovere dei laici (sia individualmente, sia in gruppo) di impegnarsi nell'opera di mediazione dei valori cristiani in impegno politico diretto, in «prassi» politica, passando attraverso il giudizio della propria coscienza formata evangelicamente e della propria competenza professionale; cf Apostolicam actuositatem, n. 7; Gaudium et spes, nn. 43 b, 13, 24; ecc.
    [32] Nello stesso tempo, la responsabilità diretta della Chiesa sul piano dei valori fonda il dirittodovere che essa ha di giudicare la convenienza o non convenienza delle scelte di prassi politica, compiute dai laici, con il Vangelo e con l'ordine morale; né si dà in ciò interferenza diretta nella prassi politica, finché i pronunciamenti della Chiesa rimangono sul piano ad essa proprio della valutazione etica e religiosa; cf Giovanni XXIII, Mater et magistra, n. 252; Apostolicam actuositatem, n. 24; Gaudium et spes, n. 76.
    [33] Gaudium et spes, n. 42 b. In questo contesto, il Sinodo 1971 giunge fino ad ammettere la possibilità per i presbiteri di militare in un partito politico, se «in circostanze concrete ed eccezionali, ciò sia realmente richiesto dal bene della comunità; comunque col consenso del Vescovo, dopo di aver consultato il Consiglio presbiterale» (Documento sul sacerdozio ministeriale, II parte, 2).
    [34] Mater et magistra, n 234.
    [35] Ivi, n. 238.
    [36] «Se una comunità cristiana che s'impegna politicamente - ha scritto giustamente E. Schillebeecks - lascia in ombra queste prospettive cristiane [...] , questacomunità può, senza alcun dubbio, compiere un eccellente lavoro politico, ma essa si taglia fuori da se stessa come comunità cristiana e rischia di divenire, alla fine dei conti, una cellula politica, priva di ispirazione evangelica; essa non sarà altro che un gruppo di pressione in mezzo a tanti altri, utile e necessario senza dubbio, ma non sarà più una "Chiesa del Cristo"» (Les théories critiques et l'engagement politique de la communauté chrétienne, in Concilium, 84, aprile 1973, 58).
    [37] Gaudium et spes, n. 43 b; Populorum progressio, n 81.
    [38] Gaudium et spes, n. 43; Octogesima adveniens, n. 50.
    [39] Octogesima adveniens, n. 46.
    [40] Cf Pacem in terris, n. 161; Apostolicam actuositatem, n. 7; Gaudium et spes, n. 43.
    [41] Cf Octogesima adveniens, n. 46 in fine.
    [42] Cf ivi, n. 4.


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