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    «La professione come sbocco all'impegno»: significato di un progetto redazionale



    (NPG 1973-10-02)

    LE IDEE DI FONDO DEL PROGETTO

    Perché la scelta della «professione»

    La bozza di lavoro per il nuovo «catechismo» dei giovani indica la scelta professionale tra i punti-cardine di un progetto «storico» di vita cristiana.
    Non è possibile una vita di fede se non filigranata nel quotidiano, «per fedeltà al Dio dell'incarnazione» (RdC, 96); la professione, nel senso più pieno del termine, segna la vita matura di una persona. Dunque non è possibile lavorare in campo di pastorale giovanile senza preoccuparsi immediatamente dello sbocco professionale.
    Nulla di nuovo: il tema ha sempre riscosso abbondanti suffragi. Eppure non tutto è così semplice.
    Oggi, qualcosa che un tempo era dato come pacifico – in terreno di pratica spicciola e, qualche volta, di riflessione teorica – sta offrendo segni di crisi, tanto da costringere a cambiar rotta, se si vuole giungere sicuri in porto.

    Una sensibilità «nuova»

    Due fatti, soprattutto, segnano questa svolta.
    Abbiamo scoperto che ogni fatto umano viene giocato all'interno di un sistema sociale. L'assenza della chiara coscienza del peso sociale, «collettivo» [1], dei gesti anche i più personali, non è neutrale. Non lavorare con la dimensione del collettivo diventa una scelta contro la liberazione dell'uomo: privatizzare significa offrire il fianco a chi, sull'onda dell'individualismo, ha interesse a perpetuare situazioni di oppressione. Non scegliere è già scegliere contro l'uomo.
    Sono parole pesanti. Ma terribilmente vere.
    Con questa nuova sensibilità si commisura oggi l'identità cristiana. Una prima costatazione affiora: inserire la «scelta professionale» in un progetto pastorale, significa cogliere, a monte di tutto, la «costante» sociale legata ad ogni professione, per leggere, in questa, una provocazione alla fede [2].
    E così affiora una nuova definizione di «persona-realizzata». L'autocostruzione di sé – legata, per esempio, al tipo di scelta professionale cui ci si orienta – non è intelligibile se non a respiro di collettivo. La persona non si realizza scegliendo un lavoro più o meno «realizzante», né creando soltanto uno spazio di umanizzazione personale nel proprio lavoro né tanto meno recuperando, nel tempo libero, le ammaccature che deve subire nel tempo occupato. La realizzazione-costruzione di sé dipende da un progetto diverso: ci si realizza nei termini in cui si fa largo ad una liberazione collettiva; ci si costruisce in diretto rapporto alla capacità di «morire» per «dare la vita», nel servizio.
    Per coerenza a questi discorsi, nasce una nuova scala di valutazione delle professioni. Non è migliore quella professione che possiede uno spessore elevato di gratificazione individuale (si pensi al prestigio) o che permette un salario più alto. L'indice è dato invece dall'impegno che ciascuno mette per fare della sua professione (o del suo lavoro) un reale strumento di liberazione e di servizio sociale.
    C'è un grosso capovolgimento pratico da mettere in cantiere... Ecco, allora, la seconda costautazione: educare in chiave di fede a progettare il proprio domani professionale significa dare una mano (ed offrire sostegni...) nell'accettazione di questo rischio esistenziale: la mia «morte» nel servizio come verità più vera della mia realizzazione. E evidente che la meta di tutto il discorso rimane la realizzazione personale. Cambiano invece i termini con cui la sí raggiunge. Cí si realizza, insomma, se si ha il coraggio di pensare – e di vivere – la propria professione come strumento privilegiato di liberazione. E se si imposta questa riflessione tenendo conto del reale peso sociale insito in ogni professione.
    Parlare di dimensione sociale della realizzazione personale non significa annullare la realizzazione individuale, ma condizionarla alla capacità di decentrarsi nel servizio verso gli altri, a loro volta socialmente situati. «Se il chicco di grano non muore...». È la novità cristiana, riscoperta a partire dal sociale [3].

    Che ne pensano i giovani? 

    Con questa chiave di lettura, guardiamoci attorno. Come i giovani pensano al proprio avvenire professionale [4] ?
    C'è una grossa fetta di giovani che non si pongono affatto problemi del genere. Hanno scelto – o sono stati indotti a scegliere – di ricuperare secondo altre modalità la propria realizzazione. O per prospettive di tipo consumistico: il lavoro è funzionale ad avere quel tanto che serve per «godersi» la vita. O perché una cattiva educazione ha dissociato in essi «tempo libero» e «tempo occupato»: il tempo libero è quello più facilmente programmabile e quindi più gratificante (sia a livello di consumo che di impegno: pensiamo a quella mai sufficientemente deprecata «fede per il tempo libero»...); il lavoro è sopportato «in attesa di...». O, infine, perché una mancata coscienza collettiva ha legato la realizzazione personale ai soli fatti individuali: quindi si lotta a colpi di spalla per farsi strada, convinti di essere se stessi nella misura in cui si giunge a diversificarsi dagli altri («finalmente mi sono laureato: ora...»; «occupo una posizione di prestigio, quindi...»; «mi sono fatto strada pagando di persona, finalmente...»).
    A questo quadro preoccupante fa da controfigura la percentuale ridotta – ma crescente – di giovani che avvertono la necessità di giocare l'identità personale nel proprio ruolo professionale.
    La percezione chiara che la propria professione è ingranaggio di un più vasto sistema, li guida a scoprire che l'autoliberazione è reale nei termini in cui si lavora per creare liberazione d'intorno. Ma il rullo compressore del quotidiano stempera facilmente questi sogni: l'esperienza ci ricorda che chi la pensa così è troppo spesso minacciato da integrazione per fallimento.
    La difficoltà oggettiva di far largo alla liberazione a livello di collettivo (sposata all'integrismo del «tutto e subito», per l'assenza di una sana strategia di tempi lunghi) guida presto a far slittare nel tempo libero ogni proposito di impegno, dal momento che in quello occupato c'è ben poco da sperare. E la «liberazione» diventa così un... gioco da eterni adolescenti.

    Scelte caratterizzanti

    «Con che taglio mettiamo all'ordine del giorno il tema "professione"»?, ci siamo chiesti in prima pagina.
    I fatti descritti stanno alla base delle proposte che la redazione intende fare sulla scelta professionale come luogo privilegiato per giocare l'identità cristiana in un impegno «politico» serio: professione come fatto sociale e quindi provocazione alla pastorale sulla base del peso sociale di cui è carica.
    In altre parole, ci sta a cuore offrire con questi nostri studi un confronto critico a due grosse sfasature:
    • una lettura della professione secondo categorie di gretto individualismo, o secondo una mistica vocazionale che, privatizzando i termini di intervento, perde di credibilità e di incidenza;
    • l'assenza di sostegno ecclesiale che incombe sui giovani che desiderano vivere la professione in chiave di servizio sociale, quando la fede è messa in circolazione senza capacità di presa sul collettivo.

    Alcuni punti fermi, per intenderci...

    Il progetto redazionale, per necessità di cose, si articola in interventi successivi: non sempre l'ordine di pubblicazione potrà corrispondere a quello logico.
    Un denominatore comune percorre ogni battuta. Va quindi colto, per avere con sicurezza l'angolo prospettico da cui situarsi. È una scelta. Come sempre discutibile e desiderosa di verifica. Non «nuova». Si inserisce in quelle in cui la redazione si riconosce e che da tempo persegue; anche se, evidentemente, assume il taglio specifico dell'argomento in cantiere. La richiamiamo, articolandola per parti.

    Professione e lavoro

    Ogni parola ha una buona dose di «equivocità» al suo interno, perché può essere utilizzata con contenuti diversi.
    Nello studio che abbiamo in cantiere ricorrono due termini (lavoro e professione) sui quali è necessario intenderci, per essere in grado di parlare la stessa lingua, lettore ed estensore.
    L'uso normale definisce il «lavoro» in chiave di «subordinazione» (il lavoro operaio) e la «professione» in chiave di ruolo dominante e quindi subordinante (il professionista...) o, almeno apparentemente, di ruolo autonomo e «libero».
    Nel corso degli articoli sarà abbastanza difficile conservare queste distinzioni, per i mille motivi che è facile supporre.
    Il lettore attento riuscirà a cogliere, dalle prime battute di ogni intervento, se i singoli autori utilizzano «lavoro e professione» nell'accezione ricordata o se invece danno ai due termini contenuti diversi.

    Preoccupazione educativa 

    Le riflessioni sulla professione hanno come piattaforma comune la preoccupazione educativa. Parlare di dimensione educativa, significa:
    Aiutare a comprendere la realtà, attraverso un'analisi anche a carattere tecnico: la realtà è principio di conversione della mentalità dell'educatore. Solo da una buona lettura dei fatti potrà nascere la capacità di non fare proposte mitiche e irrealizzabili (pensiamo ad una certa... poesia professionale, sconfessata dai fatti al primo impatto con il quotidiano). Il conflitto tra dimensione personale e collettiva, tra le attese dei giovani più sensibili e le attuali possibilità di realizzazione offerte dal sistema, tra progetti futuri e strascico storico... è già in atto, è nella logica delle cose: non è sufficiente ignorarlo per non esserne condizionati.
    Offrire proposte esplicite di metodi di intervento, con carattere realistico, per evitare ai giovani le frustrazioni che scaturiscono dalla costatata impossibilità di realizzare l'utopia coltivata.
    Offrire stimoli per progettare, in chiave di collettivo, elementi di supporto per evitare la facile immediata integrazione.
    Offrire eventuali esemplificazioni attraverso strumenti e tecniche.

    Verso il cambio sociale

    Se è vero che il punto d'arrivo è «primo» nell'ordine dell'intenzione, viene spontaneo interrogarsi sull'obiettivo finale. Verso quale «progetto» ci muoviamo, nell'insieme degli articoli sulla professione?
    Partiamo da una costatazione che ci auguriamo condivisa, in larga o ridotta misura: l'attuale rapporto uomo-lavoro, produzione-consumo, ha bisogno di modifiche radicali.
    Noi vogliamo lavorare per la liberazione dell'uomo. La nostra scelta di fede è una tensione incessante verso un Futuro nuovo, affascinante. Vogliamo che le cose cambino.
    Ma come?
    Non ci pare sufficiente prospettare una «rifondazione» del ruolo professionale dal suo interno, progettando un modo diverso di essere «insegnante», «ingegnere», «operaio»... Tutto questo ha il greve sapore del corporativismo e del progressivo adattamento ad un sistema che, invece, nel suo cuore ha bisogno di una ventata di cambio radicale, sulla forza della pasqua di Cristo.
    Ogni ruolo professionale è correlato a tutti gli altri. Perciò la possibilità di una rifondazione del ruolo sta nello sforzo di reinterpretare radicalmente questo collegamento: solo nel collettivo può essere giocata a fondo la propria identità totale. Il discorso è complicato, ma sarà ripreso nei particolari. Per il momento ci preme ritagliare un fondale comune: non una riflessione sui singoli ruoli professionali isolati dal sistema sociale, ma la comprensione di ciascuno di essi nel quadro d'insieme.
    E tutto questo per un cambio. Per rifondare, in quella costante radicalità cui ci spinge la «riserva di fede» di una Promessa sempre nuova. «Cambiare»: che significa?
    Abbiamo già escluso il perfezionamento del sistema attraverso l'adattamento ad esso dei vari ruoli professionali. Un cambio del genere è fittizio. Se è vero che la liberazione del proprio ruolo professionale si gioca in un impegno di liberazione a più vasto respiro, verso una liberazione e umanizzazione di tutti i ruoli professionali, pensare di umanizzare un ruolo ignorando gli altri, coincide con il fallimento di fatto.
    Nello stesso tempo, però, rifiutiamo una esplosione violenta, immediata e rivoluzionaria del «sistema sociale».
    Ci rendiamo conto che una simile prospettiva è affascinante per molti giovani. Alcuni di essi cercano di esasperare le tensioni, per poter usufruire di un più alto potenziale deterrente. Logica conseguenza di questa scelta rivoluzionaria è la contestazione a tutti i ruoli dirigenziali, per principio; contestazione che giunge fino ad ipotizzarne l'abbandono rapido, nella certezza che il cambio sociale passa attraverso la classe dominata. La distinzione tra professioni liberanti e non liberanti coincide con l'esclusione dei ruoli alti, incapaci, si afferma, di gestire la liberazione. Educare alla scelta professionale significa, in questo contesto, preoccuparsi unicamente di formare persone pronte a far esplodere il sistema, attraverso una strategia a tempi brevissimi. Questa scelta ci pare oppressiva di fatto per le persone: importanti, da «adorare», nella loro personale individualità, alla luce della fede.
    Prospettiamo invece un cambiamento reale (anche se lento e progressivo), rispettoso della graduale capacità di coscienza delle singole persone. Ogni ruolo (anche quelli che apparentemente sembrano funzionali al sistema) può essere gestito in questa prospettiva di liberazione radicale. L'adattamento ed ogni perfezionamento che offra alle persone un clima più umano, è benvenuto, come «bene reale» e non come «tassa da pagare». Ad una condizione, indilazionabile: ogni scelta personale non dimentichi la sua oggettiva correlazione sociale. La «mia» liberazione non indipendentemente o contro la liberazione degli altri, ma nei termini in cui si costruisce quella di tutti.
    Le poche battute non possono certo brillare di chiarezza, anche perché ciascuna richiama scelte più a monte e lunghe analisi operative. Al termine della rassegna di articoli sull'argomento, potranno acquistare quella lucidità cui mirano [5].
    Un esempio potrebbe aggiustare il tiro, nel frattempo.
    Se dovessimo dialogare con un giovane alle soglie della professione, sulla scia delle nostre scelte, le proposte correrebbero su queste direzioni:

    Non è vero che qualsiasi lavoro va bene... tanto c'è il tempo libero in cui poter giocare la propria realizzazione. Questa è alienazione. Il luogo privilegiato in cui ti realizzi e vivi il progetto di te, deve rimanere quello che afferra la maggior parte del tuo tempo e la quasi totalità delle tue energie: nel tuo impegno professionale tiri in ballo la tua identità.

    Nessuno vive in una campana di vetro. Progettare la propria personale realizzazione costringe immediatamente ad entrare in rapporto con gli altri e con le strutture dentro cui si lavora. Ricorda che non è possibile essere se stessi e realizzare i propri sogni, senza lavorare per la liberazione degli altri e delle strutture. Pensare di dare spazio umano al tuo lavoro, senza lavorare per «cambiare» tutta la macchina, è utopia bell'e buona.

    Attenzione ai sogni che non hanno i piedi per terra. C'è il rischio di ammalarsi di velleitarismo adolescenziale: è una brutta malattia, perché è altamente funzionale. C'è troppa gente che è partita sparata e poi ha tirato i remi in barca e oggi si abbuffa alla caccia di «cattedre dirigenziali» (e... non sempre per utilizzarle in vista di un largo piano di liberazione sociale).
    Per evitare questo rischio: concretezza e programmazione di momenti di sostegno.

    I «momenti di sostegno» sono il gruppo a dimensione ecclesiale, in cui verificare e celebrare la propria fede e la propria identità. E il gruppo «tecnico» (sindacato, gruppi politici...). Attraverso questo «controllo» a livello di collettivo è possibile restare in piedi, nonostante gli scossoni che si subiscono e la capacità di integrazione di cui il sistema è carico.

    • Non scappare dal tuo ruolo: cerca invece dí viverlo meglio che puoi per la liberazione degli altri. Scappare significa lasciare il posto scoperto ad altri che lo utilizzeranno senza un'anima di liberazione... Stai al tuo posto, ma utilizza il tuo posto per cambiare le situazioni ingiuste. Decidere di lavorare all'interno del proprio ruolo comporta il rischio del lento progressivo compromesso. Per questo la scelta non può essere fatta una volta per tutte, con la pretesa di vivere poi di rendita. Ogni giorno sarai confrontato con la tua scelta. Ci sono piccole decisioni che prese singolarmente non sono importanti, ma nell'insieme ti invischiano tanto che alla fine non è più possibile tornare indietro. E ti ritrovi incoerente con i progetti da cui sei partito e compromesso fino al collo senza possibilità di uscita. È la fine triste di molti giovani impegnati.
    Per questo ogni giorno dovrai interrogarti sulla quantità di «compromesso» che il ruolo sociale ti chiede di ingoiare, in rapporto alla possibilità oggettiva di restar te stesso.

    • Per riuscire in questa difficile dialettica che il quotidiano impone, è necessario assumere qualche impegno più «liberante», più a tua personale misura. Nel «tempo libero» c'è spazio per molti impegni seri: non
    «alternativi» ma complementari.

    • Progetta una strategia che preveda i tempi lunghi, vivificati da mete intermedie. Il tutto in un chiaro ed esplicito sapore di fede. Dove, coi fatti, la «morte» sia strada alla vita, nella speranza.

    In chiave di speranza

    Anche nella scelta professionale, l'integrazione tra fede e vita.
    Vogliamo riflettere sulla professione, «da cristiani»: non facciamo sociologia del lavoro ma tentiamo di impiantare una proposta pastorale. È necessario impastare tutti i discorsi con una riflessione teologica, però attenti ad evitare progetti carichi della facile retorica o privi del sapore dei problemi concreti. La teologia è chiamata a confrontarsi con la «conflittualità» presente nei vari ruoli professionali, per diventare sintonizzata con la situazione sociale in cui si vive. Ancora una volta: una fede capace di reggere un impegno nel sociale.
    Il dato della fede assume così la funzione di:
    significato ultimo, «rivelato», della realtà,
    motivazione e sostegno all'impegno e alla partecipazione,
    offerta di un confronto continuo, per criticare ogni posizione acquisita, verso la costruzione di un progetto di sé, rispettoso della verità dell'uomo,
    proposta di speranza: consapevolezza cioè di sentirsi all'interno di un grande «piano di salvezza». In questa ottica che capovolge quella «corrente», tutti gli uomini sono importanti, non ci sono lavori nobili e ignobili, i risultati non misurano la riuscita reale. Veramente ci si scopre una comunità «segnata dalla morte e risurrezione di Cristo», al lavoro per creare, in lui e con lui, i «cieli nuovi e la terra nuova» di cui la sua pasqua è pegno di sicura certezza.
    Questi discorsi orienteranno i singoli articoli. Ma per necessità di chiarezza e per rispettare la competenza tecnica dei singoli elaborati, saranno affrontati in contesti specialistici. L'educatore potrà, nella sua mediazione concreta ai giovani, creare personalmente una sintesi, pronta all'integrazione tra fede e vita.
    In altri termini, non è possibile nel momento strettamente pastorale, fare, per esempio, analisi tecniche che ignorino i dati della fede, come se l'uomo fosse solo il suo lavoro, o altisonanti discorsi di fede che ignorino il dato tecnico, come se i condizionamenti economici fossero solo materia da libri di testo.
    D'altra parte, però, quando ci si siede a tavolino per studiare le cose, è necessario rispettare le singole competenze: la fede diventa il confronto remoto dell'impianto scientifico come il dato di fatto provoca la riflessione del teologo; ma sia il teologo che il sociologo devono fare il loro mestiere, senza pericolosi slittamenti. Lo stesso vale per la preoccupazione educativa.
    La rivista sceglie evidentemente questa seconda strada, come metodo di presentazione degli articoli, anche se richiama la urgenza di una sintesi personale nel momento operativo.

    I destinatari del progetto

    Come sempre, destinatari immediati sono gli adulti, operatori pastorali, animatori di gruppi, educatori nel senso più ampio del termine. Attraverso la loro mediazione, i giovani che stanno cercando un significato al loro domani professionale.
    È facile trovarci d'accordo su una affermazione-limite. Molti giovani, il domani professionale se lo trovano già bell'e confezionato: hanno poche possibilità di scelta. O perché la capacità orientatrice delle varie istituzioni «ufficiali» è di fatto molto limitata. O, soprattutto, perché esigenze di bilancio familiare costringono ad afferrare il primo lavoro che capita tra mano, prescindendo da gusti e disposizioni personali, e spesso pagando il pesante contributo di sradicamenti strutturali.
    Per questi giovani ogni riflessione sulla professione come scelta e come progetto, è stonata: suona insulto ad un dato di fatto. Impostare quindi un piano di lavoro redazionale sulla «scelta professionale», potrebbe spingere ad una nuova marginalizzazione, privilegiando solo coloro che sono destinati a coprire i «ruoli alti» o che comunque hanno una capacità opzionale nei confronti della professione.
    Il modo stesso con cui le cose sono dette, può diventare discriminante. E così si perpetua, ancora una volta, quella reale distanza che ha spinto un vescovo all'amara costatazione: «I giovani e gli operai sembrano lontani – o si stanno allontanando – dalla Chiesa quasi come categoria; così da poter anche in un certo senso ribattere che forse è la Chiesa "lontana" da loro, perché troppo diversa dal loro modo di pensare, di parlare, di agire».
    Un'impostazione classista e discriminante, in un discorso caldo come è quello all'ordine del giorno, tradirebbe in blocco il cuore delle nostre scelte. Evidentemente dobbiamo negare simile prospettiva, con decisione. D'altra parte, però, non è possibile fare discorsi generici, adatti sia a coloro che hanno la possibilità di una decisione personale nella scelta professionale che a coloro che hanno come unica possibilità l'accettazione incondizionata di quanto viene loro proposto; adatti, se si vuole, a coloro che sono cooptati a coprire «ruoli alti» e a coloro che devono accontentarsi di «ruoli bassi» nell'impianto professionale.
    Questi problemi sono rimbalzati in redazione. A lungo li abbiamo dibattuti, per offrire una proposta, credibile a parole e soprattutto a fatti. La scelta è stata orientata da una prima costatazione. La «professione» (così come è stata definita più sopra) ci pare lo spazio più bisognoso di liberazione. Il «lavoro», tramite una diffusa coscienza sindacale, sta attuando un largo piano di autoliberazione (parziale e a sussulti fin che si vuole, ma effettivo ed inarrestabile). Le categorie alte si inseriscono più lentamente e spesso solo per l'onda di riflusso, in questa nuova sensibilità, catturate come sono, molte volte, da visioni corporativistiche e da atteggiamenti di difesa.
    È un fatto inoltre che a contatto con le strutture pastorali sono realisticamente giovani studenti, coloro cioè che, grosso modo, hanno una, almeno radicale, possibilità di scelta.
    Ci si è orientati verso le seguenti linee di cammino:

    Utilizziamo la categoria «liberazione» come elemento di qualificazione delle proposte [6]. Offrendo un rimbalzo sociale a tutte le professioni e definendo la realizzazione personale solo a partire dall'impegno di liberazione nei confronti del sociale, ci pare di porre le premesse per una scelta preferenziale per coloro che sono ai margini di ogni possibilità di opzione.
    Chi ha in mano il proprio ruolo, deve assumere la coscienza di gestire una responsabilità: potrà realizzare se stesso solo nei termini in cui «butta se stesso», per un servizio di liberazione.

    Quando è possibile, le proposte saranno differenziate, per permettere maggior concretezza. Le analisi di ordine sociologico sono di fatto condotte a partire dalla situazione di «sottomissione», di lavoro «alienato», cui la logica dominante oggettivamente spinge.

    Le ragioni sopra ricordate ci portano a dare una certa prevalenza quantitativa alle tematiche destinate ai giovani dei «ruoli alti».

    Ogni operatore pastorale è invitato ad un'attenta verifica sulla sua situazione: dovremmo essere critici verso noi stessi se scopriamo – e soprattutto se accettiamo senza battere ciglia – una reale marginalità nella vita pastorale dei membri privilegiati del popolo di Dio quali sono i «poveri». Nelle mani di ogni educatore la possibilità concreta di reintepretare tutte le cose che saranno offerte, per tradurle come linguaggio e come sensibilità alla loro reale portata.

    I GRANDI TEMI DEL PROGETTO

    Abbiamo già ricordato che una rivista non può, per mille ragioni, coprire il ruolo di «libro a puntate»: l'organicità non è sempre parallela all'ordine di pubblicazione degli articoli.
    Il lettore deve ricostruire, con una sua personale fatica, la sintesi del progetto, per saper catalogare a quadro i vari interventi.
    Non è sempre un'impresa facile... Per dare una mano, abbiamo offerto, nelle pagine che precedono, la carta d'identità delle nostre scelte come indispensabile chiave di lettura.
    A completamento, trascriviamo l'articolazione di massima del progetto, evidenziandone i «grandi temi».
    È facile notare (anche da quanto è già apparso sulla rivista) che non esiste immediata coincidenza tra paragrafi e articoli: un intervento ne riassume più d'uno.
    Lo sforzo di afferrare l'argomento in tutte le sue movenze, è riproposto, in queste pagine, all'attenzione dei lettori. Anche per interpellare la loro sensibilità. Pareri, esperienze, proposte di integrazione e di sottolineature, sono un dono gradito e prezioso che, attraverso la redazione, può rimbalzare su tutti gli operatori pastorali.

    1. Le attese dei giovani

    1.1 Che cosa i giovani hanno in progetto pensando alla futura professione? Soprattutto a livello del rapporto tra lavoro e realizzazione personale.
    1.2 Attese dei giovani che entrano in categorie di lavoro-imposto:
    – verifica del rapporto tra lavoro e realizzazione
    – progetti alternativi di realizzazione.
    1.3 La professione come motivo di cambio sociale: come i giovani sentono questo rapporto?
    Quali professioni sono «preferite» come le più liberanti?

    2. Il dato di fatto attuale

    2.1 Presentazione del progetto attuale di professione-lavoro che il sistema culturale presenta: come è vista la professione oggi, soprattutto nei canali di comunicazione ufficiale:
    – la pubblicità
    – la scuola (attraverso il linguaggio dei testi)
    – la famiglia.

    2.2 Studio e ritardo professionale: analisi del ritardo al lavoro che le esigenze di qualificazione comportano e incidenza del fenomeno nella mentalità giovanile:
    – analisi delle attuali esigenze presenti nel sistema culturale
    – rapporti tra studio e professione
    – professioni alternative e di attesa
    – matrimonio e sicurezza di professione (in base al reddito?).

    2.3 La professione come fatto di dipendenza: la professione nell'attuale sistema sociale (rapporti di dipendenza e funzionalità tra committenza e professione).

    2.4 Rifondazione del ruolo professionale e concrete possibilità di esercizio:
    – è pensabile un modo diverso di vivere il proprio ruolo professionale?
    – come modificare il ruolo professionale in un sistema organico di ruoli?
    – nuovi progetti di ruoli professionali e rapporti di dipendenza.

    3 Progetti educativi

    3.1 Professione e realizzazione personale: il ruolo come motivo di cambio sociale, attraverso una gestione liberata del proprio ruolo.
    Proposte:
    (a) a livello di lavoro imposto:
    – assunzione di altri ruoli complementari e collaterali ma non alternativi per liberare il proprio e altrui ruolo (la partecipazione al sindacato, nella fabbrica...)
    – realizzazione vissuta e ricercata in attività fuori lo spazio del lavoro
    – la dimensione di fede come «verità rivelata» del proprio ruolo;
    (b) a livello di professione scelta:
    – servizio e scelta verso la liberazione degli oppressi
    – rifondazione del ruolo attraverso un'azione all'interno del ruolo
    – assunzione di responsabilità complementari al ruolo professionale
    – dimensione di fede come «verità rivelata» del proprio ruolo.

    3.2 Come progettare oggi il ruolo professionale in forma realistica:
    – scelte professionali e necessaria integrazione: realismo di prospettive per evitare la frustrazione
    – quali professioni? esistono professioni più o meno liberanti?
    – strategia di azione: come cambiare dal di dentro il proprio ruolo professionale.

    3.3 Vivere oggi la dimensione del proprio ruolo professionale di domani: educazione ad atteggiamenti che facilitino una certa prospettiva di partecipazione. Quali atteggiamenti?
    – speranza e dimensione di fede non alienante
    – disponibilità
    – rispetto per le persone
    – capacità di assumersi altri ruoli oltre quello normale
    – sensibilità al cambio
    – la scelta degli oppressi.

    3.4 Per evitare la pronta e totale integrazione dopo le prime difficoltà: progetto di momenti di sostegno per «tener duro».
    (A livello personale e di movimenti: per non perdere presto la carica «contestativa»)
    – rassegna di esperienze
    – un nuovo «associazionismo» (movimento «adulti»).

    3.5 Può l'educatore proporre un'educazione liberante ed un progetto di impegno professionale come luogo di liberazione, se non è interiormente libero e se non ha coscienza esplicita dei condizionamenti cui è sottoposto?
    – rapporto tra libertà personale e libertà strutturale nell'opera educativa
    – necessità di coscienza dei condizionamenti oggettivi
    – quali condizionamenti?

    4. Visione teologica 

    4.1 Professione e lavoro nel progetto della salvezza: la professione come impegno di liberazione nella storia (nella prospettiva della creazione e della redenzione).

    4.2 II lavoro nella teologia della croce e nel mistero della pasqua:
    – verità e grandezza di ogni lavoro: nel mistero della croce
    – verso un nuovo criterio di efficienza (superamento di un'efficienza capitalistica):
    a che serve il lavoro?
    a quali condizioni?
    quale lavoro?
    – lavoro e mistero pasquale.

    4.3 Verso una morale professionale? ricerca della dimensione «morale» nell'esercizio della professione:
    – un'etica del modo di vivere la propria professione
    – o prima di tutto nella scelta della professione (ci sono «professioni» contraddittorie all'identità cristiana?)
    – conflitto tra utopia e necessità (altri scelgono per me)
    – conflitto tra efficienza (cambio del ruolo dall'interno) e profezia (il rifiuto di certi ruoli).

    Il tema della professione chiama in causa molti altri argomenti. Ne sottolineiamo due, già in fase di avanzata realizzazione sulla rivista. Il primo sulla sponda della fede: non è possibile ritrovare il significato ultimo e definitivo del rapporto tra lavoro e realizzazione, se non in chiave di «speranza».
    Gli studi sulla «teologia della speranza» offrono quindi un valido supporto a tutto il quadro.
    Il secondo sulla linea degli atteggiamenti.
    La scuola è il luogo dove il giovane impara a progettare il suo domani professionale, a livello di qualificazione e, indirettamente, assumendo o meno quella capacità di «arrampicatore sociale», così ben remunerata nella nostra società.
    La scuola – «nuova» non tanto a livello strutturale quanto sulla linea della costruzione dell'«uomo nuovo» – è la carta indispensabile da giocare, per giungere ad una definizione diversa di scelta professionale. Anche a proposito di scuola, la rivista sta offrendo riflessioni stimolanti.
    Richiamare il primo tema e il secondo significa, per noi, riallacciare gli indici di una preoccupazione educativa e pastorale, unica e radicale anche nelle necessarie diverse sfaccettature.

    Piano editoriale degli articoli

    A conclusione riproduciamo il piano editoriale degli articoli. I numeri tra parentesi si riferiscono agli argomenti sopra annotati. Mediante il confronto tra le «idee portanti» (espresse nelle pagine che precedono), i «grandi temi del progetto» (sopra elencati) e questa «articolazione» è facile rendersi conto del cammino che la rivista intende fare con i suoi lettori.

    Editoriale
    Per descrivere il progetto e le scelte: un indice ragionato dello studio sulla professione, cui far riferimento nella presentazione dei singoli articoli. (1973/10)

    Giudizi e atteggiamenti dei giovani nei confronti della scelta professionale
    Attraverso interviste e ricerche sociologiche, verso una descrizione della attuale sensibilità giovanile nei confronti del lavoro.

    (1.1 - 1.2 - 1.3 / 1973/4)

    La professione nell'attuale sistema sociale
    Dall'origine storica della distinzione tra lavoro e professione agli attuali rapporti di dipendenza legati alla divisione del lavoro, per studiare in termini concreti le possibilità di rifondazione del proprio ruolo professionale.
    (2.1 - 2.3 - 2.4)

    Studio e ritardo professionale
    Qualificazione, professionalizzazione e problematiche relative nel momento educativo.
    (2.2)

    Professione e realizzazione di sé
    Sintesi di progetti educativi per gestire il lavoro e la professione all'interno di un progetto di liberazione.
    (3.1 - 3.2 - 3.3)

    Il lavoro nella prospettiva pasquale
    Verso una teologia del lavoro, nel quadro della riflessione di «Esperienza del mondo: esperienza di Dio?» (LDC, 1973).
    (4.1 - 4.2)

    Verso una morale professionale?
    Ricerca sullo specifico del cristiano nell'impegno professionale, per fondare una «morale» nel lavoro.
    (4.3)

    L'orientamento professionale
    Funzione, compiti, esperienze di orientamento professionale. (3.1 - 3.2)

    Esperienze
    Proposta di modelli concreti di gruppi cristiani, per un «sostegno» nella scelta professionale.
    (3.4 / 1972/6-7 e 11)

    NOTE

    [1] Il termine «collettivo» è certamente ambiguo, anche se molto corrente. L'accezione con cui lo utilizziamo in questo contesto è bene descritta in queste righe che riportiamo da Metz (Il problema di una «teologia politica» e la chiesa come istituzione di libertà critica nei confronti della società, in Concilium 1968, pp. 14-31). La rilevanza della prassi e della materia avvia la tendenza a sottolineare la dimensione politico-sociale della realtà e della fede. «L'amore passa attraverso le strutture», per cui vi può e vi deve essere il tentativo «di formulare il messaggio escatologico nei termini della società d'oggi»... «in un simile compito di responsabilità naufraga – lo debbo dire qui con audace semplificazione – la teologia classica, quella soltanto metafisica. I suoi concetti e le sue categorie nascono infatti da rapporti fondamentalmente pacifici tra religione e società, fede e prassi sociale... Là dove questa unità si spezza, la teologia metafisica, quale avvocato teorico tra messaggio salvifico cristiano e realtà socio-politica, cade in una crisi radicale».
    [2] È interessante notare la prospettiva teologica che è implicita in questa affermazione. In una concezione statica e impersonale della fede, la teologia faceva le sue riflessioni e le applicava ai fatti storici. In questa concezione più incarnazionistica, la storia provoca alla riflessione la fede.
    «L'impegno critico nel sociale crea una situazione di dialogo tra la comunità cristiana e l'ambiente sociale nel quale vive. In forza della sua coscienza morale e sociale, la comunità reagisce nei confronti della situazione sociale, ma nella formazione di quella coscienza anche l'ambiente sociale ha un suo ruolo costruttivo. Sono fatti sociali come la povertà o la discriminazione razziale che chiamano in giudizio la coscienza cristiana. Il fatto è che la comunità cristiana non è solo impegnata a decifrare le implicazioni critiche della fede, ma fa questo contestando un mondo che è già costruito in un modo che non può essere accettato da un cristiano. Non spetta alla Chiesa determinare quali siano i problemi del mondo; è il mondo così come è costruito che costituisce un problema per la comunità cristiana» (Th. Steeman, Tra integralismo e impegno critico, in Concilium, 4/1973).
    [3] «La forma dí educazione, che per lo più è ancora in vigore aí nostri giorni, favorisce un gretto individualismo. Una parte dell'umana famiglia vive come immersa in una mentalità che esalta il possesso. La scuola ed i mezzi di comunicazione sociale, spesso ostacolati dall'ordine stabilito, permettono di formare unicamente l'uomo come l'ordine stesso lo vuole, fatto cioè a sua immagine; non un uomo nuovo, bensì la riproduzione dell'uomo così com'è» (Documento sinodale «La giustizia nel mondo»).
    Un'eco stimolante è ripresa nei documenti conclusivi del Capitolo Generale XX dei Salesiani: «Speciale cura si deve avere per non creare nei giovani l'ambizione di "avere sempre di più", invece che tendere ad "essere sempre più". Egualmente si eviti di offrire l'occasione a ogni specie di evasione o di alienazione dall'ambiente sociale da cui provengono gli allievi» (CGS, 384).
    [4] Per una documentazione relativa all'interrogativo, cfr. Note di Pastorale Giovanile, 1973 /4.
    [5] Abbiamo preferito scrivere queste cose, anche se troppo sintetiche, spinti dal desiderio di precisare, con onestà professionale, il nostro obiettivo. Non crediamo di offrire un valido servizio, tenendo i piedi nel generico. Gli articoli che seguiranno saranno leggibili e comprensibili in quest'ottica. Chi non si riconosce in queste dimensioni – o perché vuole la «rivoluzione» o perché non vuole nessun cambio reale – difficilmente potrà entrare nello spirito con cui saranno stesi i vari interventi.
    [6] Non la specifichiamo perché ne abbiamo già scritto molto. Rimandiamo alle pagine già pubblicate (e raccolte nel libro La liberazione, un dono che impegna, LDC, 1973). Rimane, per noi, fondamentale quanto scrivevamo nell'editoriale Facciamo il punto sull'impegno politico, 1972 /4.


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