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     La riflessione sulla

    “spiritualità” di don Bosco

    e sull’ascetica salesiana

    nella storia

    Aldo Giraudo


    L
    a riflessione sulla spiritualità di don Bosco ha radici antiche e si è sviluppata nel tempo in risposta a diverse sensibilità e preoccupazioni indotte dal contesto storico, in una interessante varietà di approcci metodologici. Oggi vorrei presentarne alcuni dei più significativi, dal tempo di don Bosco fino agli anni Cinquanta del ‘900.

    1. Durante la vita di don Bosco

    Vivente don Bosco, insieme con l’esaltazione dell’opera sua, che appare prodigiosa, non si manca di indicare alcuni caratteri spirituali “della fisionomia di quest’uomo straordinario”: “architetto mistico e grandioso”, come scrive Albert Du Boys (1883). Soprattutto si celebra la sua condotta “semplice e perfetta, che consiste nell’abbandonarsi, senza riserve né restrizioni, alla Divina Provvidenza, a non cercare altro appoggio e forza che nella maternità della Santa Vergine” (Charles d’Espiney). Ci si entusiasma di fronte alle “guarigioni numerose”, alle “grazie segnalate” ottenute per intercessione di Maria Ausiliatrice; alla sua preveggenza. L’aneddotico e il meraviglioso, lo straordinario e il “soprannaturale” sono aspetti cari al cattolicesimo di fine Ottocento, che vede in don Bosco e in altri uomini eccezionali, motivi di incoraggiamento in tempi difficili per la Chiesa.
    Pubblicisti coevi, (Mendre, Spinola, Biginelli), si muovono nella stessa direzione, evidenziando la modernità dell’opera e il fascino della persona. Altri cercano chiavi interpretative più profonde. Domenico Giordani nel 1886 illustra il sistema educativo di don Bosco interpretandolo alla luce della virtù teologale della carità, mostrandone il radicamento nella vita interiore di don Bosco e sottolineandone le esigenze ascetiche e le implicanze virtuose.

    2. Dopo la morte di don Bosco

    Con la morte del Santo la pubblicistica rimarca esplicitamente la sua santità. L’arcivescovo Gaetano Alimonda, ad esempio, nella messa di trigesima, presenta don Bosco come il “divinizzatore del proprio secolo”, colui che ha saputo tirare “il secolo a Dio” e, tramite la carità, ha dato un’anima cristiana alla pedagogia, formando i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro per “divinizzarlo”.
    Meno retorico è Giacinto Ballesio, antico allievo dell’Oratorio, che non insiste sulle grandi opere e i trionfi, ma pone l’accento sulla vita intima di don Bosco. Rappresenta il don Bosco “quale parve e fu tra noi: l’uomo che pensa, ama, teme e spera, che parla ed opera, che fatica e si sacrifica pei figli che il cielo gli ha dato”. La “vita intima” di don Bosco è intesa in senso ascetico: “il suo sacrificio continuo, calmo, dolce, invincibile ed eroico; il suo studio ed il grande amore per noi suoi figli; la fiducia, la stima, la grande autorità, l’opinione di santo, di dotto, in cui da noi era tenuto, quasi tipo ideale di moral perfezione”. È il don Bosco immerso nella vita dell’Oratorio, “ancor pieno d’energia: coll’ingegno, col grande affetto [egli] era tutto per noi, sempre con noi […]; non ha un momento per sé”. Ballesio insiste sul dinamismo di base: “il santo timor di Dio”. “La pietà del buon Direttore si comunicava ai suoi subalterni e da questi a tutti i suoi figli”. Era un governo esercitato in clima di amore, di amabile persuasione, di edificazione e di buon esempio, efficacissimo. La santità di don Bosco viene delineata in riferimento all’azione quotidiana, al metodo formativo, nella stretta relazione con i giovani, di cui egli sapeva plasmare i cuori “con la leva potente della Religione e dell’amore”.
    Le principali biografie pubblicate dopo la morte del Fondatore sono la Vita breve e popolare di Giovanni Battista Francesia e la Vita in due volumi di don Giovanni Battista Lemoyne. La prima, apparsa nella collana Letture Cattoliche (1902), ebbe ristampe fino al 1930. La seconda, più dettagliata e documentata, godette di un’immensa fortuna (vol. I: 1911; vol. II: 1913; ultima ristampa: 1983), e fornì una chiave interpretativa prevalentemente agiografica della complessa figura e dell’opera del Santo. Nonostante i limiti storiografici, quest’opera ha aperto la strada per un’ermeneutica spirituale dell’esperienza di don Bosco.

    3. Il saggio teologico di mons. Abrahán Aguilera

    Il primo tentativo di interpretazione teologico-spirituale è quello del salesiano mons. Abrahán Aguilera Bravo, che nel 1915 cercò di spiegare “che cos’è la santità cristiana in generale e qual è la santità di don Bosco in particolare”. Laureato in teologia alla Gregoriana, aveva come riferimento la Summa di san Tommaso, il de Ecclesia di Louis Billot e le meditazioni sullo Spirito Santo di Moritz Meschler, suoi professori.
    Egli parte dalla definizione tomista di santità, che consiste nell’unione con Dio, norma suprema di ogni rettitudine, e comporta, da un lato, il distacco dalle creature e, dall’altro, una ferma adesione a Dio tramite l’amore e le opere virtuose. Questa unione operata dalla grazia eleva l’uomo ad uno stato superiore, nel quale i sui atti acquistano efficacia e rilevanza infinita. La santità “consumata”, che si avrà solo nell’unione beatifica, richiede un inizio sulla terra attraverso l’esercizio della fede e dell’amore, fino all’eroismo, nella separazione dalle creature e nell’unione indissolubile a Dio. La santità di don Bosco presenta tratti negativi, quelli che gli hanno permesso di essere tutto di Dio (il distacco da sé e dalle creature, l’abnegazione esterna e interna, l’umiltà) e atteggiamenti positivi, quelli che, a partire dal perfetto annichilimento volontario della natura umana, lo hanno abilitato a collaborare attivamente con l’azione della grazia santificante, delle virtù infuse e dei doni dello Spirito Santo, rendendolo strumento assolutamente docile all’azione vivificante di Dio. La sua intelligenza, inondata dalla luce della grazia, fu resa capace di contemplare e la sua volontà di agire con eroismo; il corpo stesso venne gratificato da doni straordinari. L’adesione incondizionata di don Bosco ha lasciato libero campo a Dio: la grazia lo ha inondato con “un torrente continuo e sovrabbondante di luce straordinaria e di favori celesti”. Siamo nelle regioni della mistica, dell’unione abituale con Dio per mezzo della fede e della carità, in una sorta di continuo “rapimento estatico anche in mezzo alle più diverse occupazioni”; costantemente penetrato dal pensiero di Dio, dal desiderio di dargli lode; sempre sereno e amabile; perennemente proteso a condurre anime a Dio; docile in tutto allo Spirito Santo; incomparabilmente e genuinamente devoto; illimitatamente confidente nella Provvidenza. Tutta la sua opera sgorga da questa carità, “dall’amore stesso di Dio che opera in lui e attraverso di lui come strumento”, infiammandolo di zelo per la salvezza delle anime, suggerendogli mille imprese educative e missionarie, donandogli l’efficacia della parola, ispirandogli lo stesso Sistema preventivo. In tal modo anche il suo lavoro incessante, immenso, si trasformò in mezzo positivo di unione con Dio e di santità, poiché tutto in lui era messo a servizio del Signore e della diffusione del suo Regno.
    Il saggio, di mons. Aguilera, stampato a Punta Arenas nel 1918, non ebbe diffusione. Si dovrà giungere alla beatificazione per trovare autori più attenti all’interiorità e al magistero spirituale di don Bosco.

    4. Le chiavi interpretative evidenziate da Pio XI e da Eugenio Ceria

    L’abbondante pubblicistica fiorita tra beatificazione e canonizzazione, è debitrice – oltre all’opera di Lemoyne – soprattutto alle chiavi interpretative fornite nei discorsi di Pio XI e nel Don Bosco con Dio di Eugenio Ceria.

    4.1. Achille Ratti da giovane sacerdote era stato ospite del Santo e rimase profondamente impressionato dalla sua interiorità. Nei discorsi presenta un’interpretazione marcatamente spirituale della sua figura, evidenziandone le dinamiche fondamentali: l’ardore apostolico, la “generosità dei suoi sentimenti”, la “vivacità perenne dei suoi indirizzi e dei suoi metodi, e soprattutto dei suoi esempi”, la sua “eroica fedeltà al dovere in tutti i momenti, […] sempre pronto a dedicarsi a tutto e a tutti, come se ognuno e ogni cosa fossero l’unica cosa e l’unica persona”. Tanto zelo sgorgava dalla continua aspirazione a Dio che lo animava, dalla consegna incondizionata a Lui e dalla passione per le anime e lo spingeva alla “dedicazione, anzi all’abdicazione intera di tutto quanto riguardava la propria persona ad ogni cosa che potesse contribuire al bene”.
    Secondo Pio XI, l’ardore salvifico di don Bosco è frutto della sua profonda comprensione del mistero della Redenzione e del suo amore a Gesù Cristo: un amore nutrito “nella meditazione continua, ininterrotta di quello che sono le anime, non considerate in se stesse, ma in quello che sono nel pensiero, nell’opera, nel sangue, nella morte del Divino Redentore”. “Cosicché non v’era sacrificio o impresa che non osasse affrontare per guadagnare le anime così intensamente amate”. È questo l’elemento polarizzatore di tutta la sua vita: “Una vita di lavoro colossale che dava l’impressione dell’oppressione anche solo al vederlo; una vita di pazienza inalterata, inesauribile, di vera e propria carità, così da aver sempre Egli un resto della propria persona, della mente, del cuore, per l’ultimo venuto ed in qualunque ora fosse arrivato e dopo qualunque lavoro; un vero e continuo martirio nelle durezze della vita mortificata”.
    Pio XI, pone l’accento soprattutto sul mirabile equilibrio tra fervore operativo e unione con Dio, segreto dinamico della fecondità di don Bosco: “Un ardore incessante, divorante, di azione apostolica, di azione missionaria […]; e con questo ardore uno spirito mirabile, veramente, di raccoglimento, di tranquillità, di calma, che non era la sola calma del silenzio, ma quella che accompagnava sempre un vero spirito di unione con Dio, così da lasciare intravvedere una continua attenzione a qualche cosa che la sua anima vedeva, con la quale il suo cuore si intratteneva: la presenza di Dio, l’unione a Dio”. In questo “magnifico mistero”, nella “perenne aspirazione, anzi continua preghiera a Dio”, consiste “la chiave vera” di tutto il “miracolo di lavoro” di don Bosco e della straordinaria espansione dell’opera sua. La sua vita quotidiana “era un’immolazione continua di carità, un continuo raccoglimento di preghiera […]. Egli sentiva tutto, afferrava tutto, rispondeva a tutto e sempre in un alto raccoglimento”. Inoltre, l’operosità apostolica di don Bosco e la sua unione a Dio erano unite con “la coltivazione accurata dello spirito”, con una “vita cristiana abbondantemente, sovrabbondantemente vissuta”.

    4.2. Al pari dei discorsi di Pio XI, ebbe un ascendente duraturo sugli studiosi della spiritualità il Don Bosco con Dio di Eugenio Ceria, uscito in occasione della beatificazione, ripubblicato con l’aggiunta di cinque capitoli nel secondo dopoguerra (1947). Ceria vuole illustrare “un lato” di don Bosco generalmente trascurato, “il suo spirito di preghiera e di raccoglimento”, per capirne “i moventi intimi e abituali”. Egli non segue un metodo teologico, ma storico descrittivo per mostrare che la vita del Santo, di età in età, è stata un’ascensione continua di interiore comunione con Dio e di esercizio virtuoso.
    L’introduzione del libro offre la chiave interpretativa: non sono essenziali alla santità cristiana i doni straordinari. Don Bosco è santo perché è vissuto “interamente per Dio”, in Lui ha ricercato il principio e posto il fine “di tutti i suoi pensieri, di tutti i suoi affetti, di tutte le sue azioni”. Egli attuò “appieno la vita soprannaturale”, nello “slancio affettuoso dell’anima verso Dio, senza che nulla al mondo potesse distoglierlo da quell’oggetto supremo del suo amore”. Don Bosco, “nel perfetto amor di Dio”, compiendo “una missione di bene in un dato periodo storico”, ha dimostrato “che non si dà santità senza vita interiore, né si darà mai vita interiore senza spirito d’orazione”. Ha insegnato che “azione e orazione” devono essere “fuse, compenetrate, indivisibili”, e che “lo spirito di preghiera”, infuso dallo Spirito Santo richiede anche un continuo impegno ascetico per eliminare in sé le opere della carne e accogliere i frutti dello Spirito. Per questa strada don Bosco ha potuto “vivere nello Spirito”, “ripieno di tutta la pienezza di Dio” ed essere fecondissimo apostolo dei giovani.
    Il capitolo conclusivo della prima edizione (Dono di orazione) costituisce la sintesi teologico-spirituale del libro. Ceria conclude: don Bosco fu un contemplativo vero, anche se l’abituale “percezione sperimentale della vita spirituale” e i fenomeni straordinari di cui fu gratificato non comportarono in lui “smarrimenti nelle potenze inferiori” e nei sensi. Egli, come raccontano i testimoni, ha “posseduto abitualmente quella grazia d’orazione, detta da Santa Teresa unione intera” e da altri (sant’Alfonso), “unione semplice”, connotata da due caratteristiche: 1) l’assorbimento totale dell’anima nell’oggetto divino, senza distrazioni; 2) mentre i sensi continuano ad agire e a comunicare col mondo esterno. L’unione semplice è stata un dono tipico di don Bosco, il quale, nonostante l’attività vorticosa e assorbente, non si lasciò “mai distrarre dal pensiero amoroso di Dio”. In tale stato non gli restò altro da fare che cooperare alla grazia “mediante il semplice suo consentimento”. Per questo nell’attivissima sua esistenza, illuminata e guidata dalla contemplazione, si può cogliere “una saturazione di grazia nell’unione con Dio” e, insieme, “una saturazione di amore e di spirito di sacrificio”. Grazie a questi doni egli ha saputo affrontare ogni tipo di prova senza turbamenti, “praticando eroicamente, in mezzo alle croci inviategli, ogni virtù dal principio alla fine della sua mortale carriera”. Da questo punto di vista, “dunque – conclude Ceria – anche don Bosco è stato un mistico”.

    5. I principali studi negli anni della beatificazione e della canonizzazione

    Tra beatificazione e canonizzazione uscirono molte pubblicazioni, a testimonianza dell’entusiasmo che suscitava ovunque il Santo educatore. Nella prospettiva della teologia spirituale quattro autori meritano attenzione.

    5.1. Angelo Portaluppi: La spiritualità del beato don Bosco (1930)
    Con un saggio, pubblicato sulla rivista “La Scuola Cattolica”, della facoltà teologica milanese, don Angelo Portaluppi intende dimostrare perché don Bosco sia “l’emblema del santo a tipo moderno”. Il suo discorso si articola attorno a tre nuclei principali: 1) Esaltazione dell’operatività. Ogni santo riceve doni speciali per una missione e “la missione di don Bosco fu totalmente sociale”. Uomo “tutta concretezza, praticità, aderente alle esigenze della vita” moderna, “più che l’assorbimento della raccolta preghiera, possedette l’estasi dell’azione”, alimentata da “un cuore avvampante di amore delle anime”. Era tale stimolo che “lo portava a dilatare le opere”. 2) Il senso unificante della presenza di Dio e la dedizione alla sua gloria. Don Bosco, ebbe il senso “vivo, immediato, urgente” della presenza di Dio e in lui tale percezione “costituì la struttura della sua personalità”. Era “un contemplativo operante”, che, “giunto all’attuale e persistente presenza di Dio interiore, aveva plasmato pensiero e occupazioni in questa atmosfera”. È questo il motivo per cui, pur nella vivacità frenetica dell’azione, riuscì ad essere “uno spirito supremamente raccolto e sensibile agli stimoli più interiori della vita spirituale”. 3) La forma della sua pietà, peculiare e moderna, rivelatrice di “una perfetta unificazione dell’azione e della contemplazione fatte moto sincrono e omogeneo dello spirito”. Egli “vive in Dio e per Dio”, in una “effettiva unione vivificante”. La sua anima “rimane instato d’adorazione e di preghiera”, “di mistica contemplazione”; perciò tutta la sua operatività e le sollecitudini più distraenti, vengono “fuse dall’ardore della permanente adorazione”, entrando anch’esse “a servire d’alimento alla sua mistica fiamma”. Queste tre connotazioni peculiari, secondo Portaluppi, fanno di don Bosco un maestro spirituale significativo per gli apostoli dei tempi moderni.

    5.2. Ceslao Pera: I doni carismatici di don Bosco alla luce della teologia tomista (1930)
    Teologo, commentatore qualificato di san Tommaso, padre Pera accosta don Bosco nella prospettiva deidoni dello Spirito Santo. Il suo bel volume – unico studio di teologia spirituale sull’esperienza interiore di don Bosco – è introdotto da un capitolo in cui si riassume la pneumatologia tomista: come agisce lo Spirito Santo nell’ordine della natura e della grazia; qual è la funzione dei suoi doni in ordine alla perfezione cristiana; come la carità li porta a graduale sviluppo. Nei capitoli successivi si documenta, con testimonianze attinte dalla Vita, la presenza dei sette doni dello Spirito Santo nell’anima di don Bosco. Il capitolo finale accentua il suo dono caratteristico: la sapienza della vita interiore. Don Bosco è “il sapientissimo educatore” dei giovani “alla vita divina della grazia e della carità”. In lui vediamo “uno splendore di sapienza, che rende il suo sacerdozio salutare e fattivo: il dono della sapienza ha dato al suo apostolato sacerdotale un senso caratteristico che lo distingue da ogni altro: quello della paternità”. Grazie a tale dono “egli seppe svegliare nei cuori una divina simpatia per le realtà ultra-terrene; seppe dare il gusto delle cose di Dio e di Dio stesso; comunicò agli spiriti la fiamma ardente del suo gran cuore di sacerdote, di apostolo, di educatore, di amante appassionato dell’adolescenza cristiana”.

    5.3. Pietro Scotti: la “dottrina spirituale” di don Bosco (1932)
    In un saggio pubblicato su “La Scuola Cattolica” (1932) – sviluppato poi in un volume – il salesiano Pietro Scotti dimostra che l’insegnamento spirituale di don Bosco presenta una fisionomia propria. Anche se i dati sulla sua formazione intimasono scarsi, è possibile scorgere l’influsso determinante di alcuni fattori, che spiegano “certe caratteristiche dell’ascetica di don Bosco”: l’educazione materna; le grazie straordinarie; la formazione del seminario e del Convitto ecclesiastico; la figura e le opere di san Francesco di Sales; le esperienze di educazione dei giovani. Per capirlo a fondo, bisogna anche “studiare il suo spirito attraverso le regole, i mezzi da lui stabiliti per i giovanetti”. Emerge un primo tratto caratteristico, la sua pietà, definita “pietà sacramentale”, ma ricca di tanti altri solidi elementi, che si trasfondono nel ritmo di vita di un collegio salesiano. Egli incoraggiava i giovani all’interiorizzazione dei valori spirituali; soprattutto dava alla pietà “un andamento di semplicità, di spontaneità, di sensibilità”, ispirato a Francesco di Sales. Altri elementi peculiari si colgono nel suo metodo di “formazione dei discepoli Salesiani alla vita religiosa”. Egli voleva che vivessero “una vita molto unita a quella dei giovani”, con qualcosa in più: ogni giorno meditazione comunitaria, messa, comunione, rosario, esame di coscienza; ogni settimana la confessione; ogni mese l’esercizio di buona morte; ogni anno gli esercizi spirituali. Il religioso salesiano è inconfondibile anche per l’orazione vitale, il lavoro santificato, la temperanza in senso ampio (comprende “la castità, l’umiltà, la dolcezza o mansuetudine, l’affabilità ed eutrapelia, oltre l’astinenza e la sobrietà”). Il quadro è completato dalla parte “più esterna, più apostolica, o se così piace, più pedagogica e, in parte, anche tecnica” della sua spiritualità. È apostolato contraddistinto da “carità cordiale, familiare, tutta mansuetudine e dolcezza fino all’incredibile. Nelladottrina spirituale di don Bosco dunque, si trovano nova et vetera, ma spiccano anche altri caratteri specifici che ne fanno una corrente di spiritualità ben definita: 1) Pietà semplice e spontanea che dà il massimo sviluppo all’unione con Dio; 2) Spirito di lavoro come espressione di zelo apostolico nell’educazione; 3) Temperanza che armonizza il corpo e lo spirito; 4) Carità benigna di impronta salesiana; 5) Valorizzazione della scienza come mezzo di apostolato; 6) Formazione diretta dei salesiani tra i giovani sotto la guida dell’obbedienza.

    5.4. Alberto Caviglia: l’approccio storico alla santità di don Bosco
    Nel 1934 appare la seconda edizione rifusa del Profilo storico di Alberto Caviglia, arricchita di un capitolo di sintesi su don Bosco uomo e santo. L’approccio è storico, e questa angolatura rivela nel Santo una singolare fusione di umano e di soprannaturale. Anche il laico, se vuole capire don Bosco, deve considerarne – insieme alla tempra eccezionale, alla volontà ferrea, alla disciplina di sé, alla sensibilità morale, alle visioni di futuro, alla bontà e al grande ingegno – la personalità spirituale e i moventi profondi del suo agire: amore delle anime, fiducia in Dio, permanente pensiero di Dio. Insomma, un approccio condotto con i metodi propri della storiografia è necessario per evidenziare caratteristiche della santità di don Bosco che sfuggirebbero allo sguardo del teologo.
    In quest’ottica Caviglia accosterà anche lo studio della Vita di Domenico Savio, dimostrando che non è biografia storica, ma agiografia ed esplicita proposta di santità: essa è “il documento vero e proprio della santità nel pensiero e negli indirizzi di don Bosco: il documento che rivela l’indole e i caratteri della santità insegnata da san Giovanni Bosco: potremmo dire della santità salesiana”, “la medesima che fu vissuta dal Maestro stesso”.

    6. Altri contributi fino agli anni Cinquanta del Novecento

    6.1. In occasione della canonizzazione fiorirono le pubblicazioni, quasi tutte celebrative. Tra le poche di indole spirituale, tre meritano attenzione per l’accento posto sull’interiorità di don Bosco, quasi a controbilanciare le prevalenti letture enfatiche.
    La prima, apparsa su “La Civiltà Cattolica” (1934), è di Enrico Rosa s.j. Don Bosco, afferma, non è “il santo moderno” da molti conclamato. La sua santità non consiste “nell’esteriore grandezza dell’opera” e nella modernità dei metodi educativi, ma nella “vita interiore dello spirito”, nel suo quotidiano esercizio delle virtù del proprio stato. Soprattutto la fede, dalla quale “fioriva sempre fresca la preghiera, la contemplazione, l’unione mistica con Dio”, mai “disgiunta dall’azione”. Una fede culminata nella divozione eucaristica e mariana, sfociata nello zelo apostolico e apologetico, nell’amore al prossimo, “nella sete ardente della salute delle anime”. Ma non bisogna dimenticare che “la vita interna e soprannaturale che avvivò la santità e l’opera tutta dell’umile sacerdote torinese fu ottenuta a prezzo della morte mistica: umiliazione e sofferenza, mortificazione e lavoro costante; sulle rovine cioè della materia e della carne per il trionfo dello spirito: sacrificio di tutto ciò che piace alla natura ed al mondo”.
    Don Eusebio Vismara, invece, sulla rivista “Dei Vebum” (1934), spiega in che senso don Bosco è maestro e guida spirituale dei tempi moderni. “La coscienza cristiana dei nostri tempi” sente più vicini a sé Teresa di Lisieux e don Bosco perché tracciano “una via nuova della santità”, sul solco della tradizione. La loro ispirazione è salesiana: “la corrente dell’amore e della dolcezza, dell’amabilità e della soavità, della semplicità e della facilità in tutto quello che riguarda la pratica delle virtù e l’acquisto della perfezione e della santità”. Essa “si riassume tutta nell’ascensione verso Dio e nell’adempimento dei suoi voleri, cioè nella legge dell’amore e dell’imitazione di Gesù Cristo”, ma senza opere eccezionali e mortificazioni esterne. L’aspetto che fa di don Bosco il “Maestro e Guida dei contemporanei”, consiste nel suo modo di incarnare perfettamente “l’amabilità di Gesù, per tutti portare a Lui”.
    Lo studio di Pierre Cras, apparso su “La Vie Spirituelle”: La spiritualité d’un homme d’action (1938) si colloca nell’ambito proprio della teologia spirituale. La vita di don Bosco è “fenomeno sorprendente” impossibile da racchiudere in formule semplificatrici. Egli offre quattro lezioni spirituali fondamentali: 1) lozelo pronto e gioioso per la propria santificazione e per la salvezza delle anime che gli fa mettere da parte ogni timore e gli dà audacia; 2) la prudenza regolatrice dello zelo, che lo fa cominciare dal poco, sempre disposto ad affrontare imprese vastissime “quando una grande necessità indica la volontà di Dio”; 3) il duplice fondamento su cui egli basa il suo zelo: l’abnegazione di sé e la coscienza pulita, che gli garantiscono libertà e totale disponibilità; 4) il suo zelo trasforma l’azione in un’ascesi mirata all’unione con Dio, al punto che in lui “la vita interiore è tutta incentrata sulla vita esteriore e, si potrebbe addirittura dire, rafforzata dalla vita esteriore. Proprio gli atti di questa vita, i più svariati e semplici, ma compiuti con la perfezione della carità, diventano altrettanti gesti diadorazione”.

    6.2. Con prevalente preoccupazione formativa, si muovono altri autori salesiani, senza pretesa di scientificità. Accenno a tre tra i più rappresentativi. Luigi Terrone raccoglie un’antologia di testi suddivisi in un trentina di titoli che gli paiono riassumere la caratteristiche dello spirito di san Giovanni Bosco (1934). Augustin Auffray (En cordée derrière un guide sûr, 1948) illustra le linee portanti dell’insegnamento spirituale di don Bosco in una serie di spumeggianti meditazioni, imperniate sullo zelo per l’educazione cristiana e sul binomio Lavoro e temperanza. Henri Bouquier elabora una presentazione organica della spiritualità salesiana in funzione formativa (Les pas dans les pas de don Bosco ou Spiritualité Salésienne, 1953): col suo modo di essere e di agire don Bosco rappresenta la perfezione del Vangelo “nella sua applicazione pratica al problema specifico dell’educazione”; tutto si concentra nella pratica del sistema preventivo che richiede: 1) la carità dell’assistenza vigilante, attiva e continua; 2) l’esercizio dell’amorevolezza “con una propria disciplina dei sensi e del cuore”; 3) lo sforzo per creare un ambiente familiare in un regime di mutua confidenza, di familiarità amabile, di serenità e bontà; 4) l’attenzione perelevare il giovane su un piano superiore “in cui Dio è il centro verso cui tutto converge”; 5) la lealtà dell’ubbidienza al superiore, padre della comunità; 6) l’affidamento alla grazia del Signore attraverso lapreghiera costante, la devozione mariana, il lavoro santificato.
    Altri, come Eugenio Valentini (La spiritualità di don Bosco, 1951) si limitano a presentare elenchi di caratteristiche, piuttosto generiche, supportandole con citazioni dalle Memorie biografiche: la spiritualità di don Bosco è apostolica, popolare, familiare, giovanile, ma anche moderna per l’importanza attribuita all’apostolato attivo e laicale e per la preferenza della piccola via. Ormai siamo nella linea della ripetitività alla quale, di lì a poco, reagiranno alcuni giovani studiosi, forniti di intelligenza e di strumenti idonei per ricerche e studi innovativi. Inizierà quel filone storico-critico che ha come principali rappresentanti Francis Desramaut e Pietro Stella.


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