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     La carità pastorale:

    forma consacrata della libertà

    ad immagine del Figlio di Dio

    Alberto Martelli


    Il fascino delle “res gesta”

    La vita di don Bosco è facilmente riassumibile in una lunga declinazione del verbo fare.
    Dal sogno dei nove anni fino al vestito ormai logoro del 31 gennaio del 1888, la vita del santo è un continuo susseguirsi di cose da fare, campi da arare, libertà da mettere in gioco, morali da trasmettere, insegnamenti da dare, tanto che il metodo più facile e più frequentato per scoprire la sua figura è quello di semplicemente lasciar parlare i racconti, narrare gli aneddoti, segnare su diari quotidiani, come i primi suoi discepoli, i fatti quotidiani di cui si intesseva in modo inarrestabile la sua vita.
    Le sue giornate erano come un fiume in piena, come le giornate di un buon contadino, mai con le mani in mano, sempre preso da mille lavori e impegni, sempre con lo sguardo verso ciò che ancora ci aspetta da compiere.
    Don Bosco è uomo di azione, uomo che anche quando descrive se stesso e la sua opera, anche quando tenta di tradurla in insegnamenti per i suoi figli salesiani, non può far altro che raccontare una storia e dietro e dentro quei fatti velare e svelare un’idea, un’intuizione, una spiritualità.
    Forse anche in questo sta il fascino che esercitava sui giovani: un santo mai fermo, come mai fermi sono i ragazzi, che non predica tanto con la voce, anche se lo faceva, ma che soprattutto ti coinvolgeva in una storia, che diventava a poco a poco la tua storia.
    Don Bosco è l’uomo della libertà messa in gioco, non solo la sua, ma anche quella dei suoi ragazzi. Il suo metodo educativo consiste nel creare quell’ambiente preventivo in cui una libertà può essere esercitata e in questo modo crescere fino alla santità. Egli è il predicatore della santità vissuta, giocata, dove le regole per andare in paradiso diventano cose facili da fare, ma che plasmano la libertà del giovane fino a fargli assumere quella particolare forma di vita, del buon cristiano e dell’onesto cittadino, che a parole non si può spiegare fino in fondo, ha bisogno di farsi vedere ed essere vissuta.
    Egli ha saputo come pochi altri esprimere quella verità fondamentale che Cristo ci ha insegnato e cioè che la verità è per prima cosa una libertà messa in gioco per il Padre; non un concetto da sapere razionalisticamente, ma una relazione a tutto tondo, un’obbedienza: la libertà, la persona di Cristo stesso che diviene forma ed esempio per ogni altra libertà/persona di questo mondo.
    E allora eccolo a nove anni, spaurito nel sogno forse fondamentale della sua vita, che si vede ricevere un campo da arare come simbolo del suo futuro lavoro di educatore; non un libro da leggere, non una predica da imparare a memoria, non delle idee da mettere in pratica, nemmeno dei semplici comandamenti morali, ma un “mestiere” nel senso nobile di “vocazione/missione” da portare avanti con quel sudore della fronte, tenacità e umiltà che lo contraddistingueranno per tutta la vita nel suo abbandono alla Provvidenza.
    E ancora una volta questo “fare” investe addirittura il suo modo di vedere Dio, di sentirlo, di vivere la fede, con quella Provvidenza onnipresente del Padre che è appunto l’essere presente di Dio, come il Dio di Mosè al roveto ardente; l’essere presente di una libertà per me, di un fare paterno di Dio nei miei confronti, di un amore divino che non è fatto di parole vuote, perché quando Dio parla crea e la sua presenza è sempre affettiva ed effettiva e sa essere di volta in volta amore, perdono, rimprovero, chiamata, presenza, compito, …
    Anche i figli di don Bosco furono tutti presi da questo fare, che però non è un agire senza senso o un attivismo cieco e svuotante, ma sono le nobili gesta di chi ha veramente uno scopo, una verità da dire e da compiere, perché ha la sua radice nel pieno abbandono della libertà nelle mani di quella Provvidenza di cui don Bosco testimonia così bene la affidabilità.
    E anche loro, anche noi Famiglia Salesiana, siamo stati tanto presi da questa storia che per alcuni tempi abbiamo forse peccato nel dare troppa importanza al semplice aneddoto, perdendo il vero senso di quei fatti così semplicemente raccontati, illudendoci che per raccontare del padre fondatore bastasse semplicemente dire le cose che ha fatto, mettendo una dopo l’altra le gesta che ha compiuto, in un montare trionfalistico di fatterelli e di storielle.
    Ma il fare è un verbo abbagliante e distraente: dice tutto, ma nello stesso tempo, riflesso di una libertà umana non del tutto trasparente alla verità divina a causa del peccato, vela ciò che sta dietro e costringe quasi ad illudersi che “basta fare” e che in quel muoversi di libertà, questa volta senza senso, c’è già tutto.
    La triennale preparazione al bicentenario che stiamo vivendo ci ha insegnato, invece, un altro modo di procedere. Siamo partiti dal fare: la vita e la passione educativa di don Bosco, due livelli diversi di azione, che però, se non ben guardati, hanno sempre a che fare quasi con l’esterno, con le cose che appaiono da fuori, con le prassi da mettere in atto; ma finalmente al terzo anno scopriamo che c’è qualche cosa di più di questo, c’è una spiritualità. Se non spingiamo più a fondo il solco del nostro aratro nella vita di don Bosco, al di là di ciò che appare a prima vista, ci perdiamo le zolle migliori e i frutti da ricordare, ci fermiamo ad un vuoto moralismo che non paga e non porta santità.

    Carità pastorale: oltre il fare

    Questa lunga introduzione perché credo che occorra in qualche modo ricordare le radici più profonde del discorso che stiamo per fare.
    È fuori di dubbio ormai che la carità pastorale è al centro del carisma salesiano e della persona stessa di don Bosco. Essa è in qualche modo ormai cifra riassuntiva di tutto il suo operato, di quella forma particolare di santità che egli ha “inventato” nella Chiesa, proprio diventando egli stesso carità del Buon Pastorale per i giovani che incontrava. Essa è anche il centro e il fulcro della radice che ha lasciato a noi suoi figli, ciò che in primo luogo occorre che noi imitiamo se vogliamo riattualizzare oggi la santità del fondatore proprio in questo bicentenario che non è opera di archeologia, ma iniezione di vita e di santità nella nostra Famiglia.
    Quando però si inizia a parlare di carità pastorale, chiedendosi lecitamente di cosa si tratta e come viverla oggi, quali gli aspetti che don Bosco ne mise in luce e come oggi tali aspetti sono ancora vita e santità della Chiesa del terzo millennio, forse troppo velocemente il discorso scivola sul “cosa c’è da fare”, sulla piega morale della carità, che se non controllata diventa immediatamente moralistica velleitaria e semplice imitazione esteriore di gesti e gesta che poco hanno però a che vedere col centro del problema.
    La carità pastorale non è un insieme di cosa da fare o gesti da portare avanti, non è un elenco di compiti da svolgere o di strategie pastorali o di tecniche educative; essa è innanzitutto una persona, la persona stessa di Cristo. La carità pastorale è la forma della libertà, della fede del Buon Pastore, diventata forma della fede e della libertà di San Giovanni Bosco.
    Don Ceria ben delinea questa differenza nel capitolo intitolato “Uomo di fede” nel suo testo forse più celebre: “Don Bosco con Dio”.
    Ogni cristiano è tale per la fede, di cui il battesimo è la porta, ed è la fede il fondamento della vita soprannaturale e il vincolo che unisce l’anima a Dio; la qual fede viene integrata dalla speranza e dalla carità.’”Ma altro è èssere crédente, altro essere uomo di fede. Il credente pratica più o meno la sua fede, mentre l’uomo di fede vive della fede e la vive a segno da raggiungere una profonda e continua unione con Dio. Tale fu Don Bosco.
    Veramente, quasi tutto quello che abbiamo visto fin qui e gran parte del resto che vedremo, è fede vissuta: pensieri, affetti, imprese, ardimenti, dolori, sacrifici, pie pratiche, spirito di orazione furon tutte fiamme sprigionantisi dalla fede che gli ardeva in petto; parrebbe quindi doversi o ridire il già detto o rinunciare a un capo sulla fede. Tuttavia nella vastità del campo ci rimane ancora qualche poco da spigolare. Una vita così perennemente e intensamente animata dal soffio della fede non offrirà materia a indugiarci di proposito nella prima delle virtù teologali? Non possono mancarvi note caratteristiche meritevoli di essere messe in particolare rilievo.
    Fra i testi chiamati a deporre nei processi, quelli che vissero più lungamente vicino a Don Bosco, si direbbe che fanno a gara per esaltarne la fede. Le loro deposizioni si possono condensare in questa formula: le verità della fede il nostro Santo fu avido di conoscerle, fermo nel crederle, fervente nel professarle, zelante nell’inculcarle, forte nel difenderle. Degna di attenzione speciale è la testimonianza, con cui Don Rua incominciò la sua deposizione. Esordì in questi termini: «Fu uomo di fede. Istruito da bambino nelle principali verità della nostra santa religione dall’ottima sua madre, ne divenne famelico» (Ceria, Don Bosco con Dio, capo XIV).
    “Pensieri, affetti, imprese, ardimenti, dolori, sacrifici, pie pratiche, spirito di orazione furon tutte fiamme sprigionantisi dalla fede” di cui don Bosco era “famelico”.
    In questi brevi paragrafi don Ceria centra esattamente il problema che ci sta di fronte. Dopo aver dedicato i capitoli precedenti a descrivere cosa don Bosco ha fatto nella sua vita, ora deve giungere al nocciolo e questo nocciolo non è più una cosa da fare, ma una fede da vivere: la carità pastorale.
    Il problema non è tanto quello di individuare quali cose sono da fare perché si possa in qualche modo imitare la carità pastorale di Cristo e di don Bosco, ma qual è la forma più interna, più intima diremmo della libertà del Santo e del Figlio di Dio, affinché essa poi possa esprimersi in modo che la carità sia ciò che effettivamente si vede esteriormente. Una carità che diventa amorevolezza, che si può facilmente raccontare ed imitare anche sotto forma di episodi, di regolamenti, di fioretti, quasi leggeri a vedersi, semplici a farsi, facili a imitare eppure così profondi da essere indicatori di una fede e di una spiritualità che don Bosco stesso ci ha in qualche modo nascosto tanto in intimità con Dio essa era.
    Il centro della carità pastorale, quindi, sta direttamente nella comunione con Dio di cui appunto la maestra non può che essere Maria santissima, come si dice nel sogno dei nove ani, perché di lei non occorre copiare i gesti concreti, per altro in buona misura impossibili da ripetere, ma occorre impararne la assoluta intimità col Figlio che ne caratterizza l’intera vita.

    Carità pastorale: libertà della nuova legge

    Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
    Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio. (Gv 10,11-18)
    Il modo in cui Cristo descrive la propria carità pastorale nel capitolo 10 del Vangelo secondo Giovanni è esattamente ciò che ci ispira a dire che carità non è un insieme di gesti, ma una forma di vita e di fede.
    Ben lungi dal fare un regolamento ai discepoli di cosa significa accudire le pecore, non per questo la carità di Cristo è meno concreta. Gesù è lontano dal decalogo, dall’elencare le leggi che dovrebbero essere eseguite, come è lontana la legge dell’antico Testamento dalla nuova legge del Figlio Risorto. Imitare la sua persona non significare mettere in campo una serie di gesti, ma assumere una forma di vita, la forma del dono di sé, che è la stessa forma del Padre che è nei cieli.
    Che poi questo modo di vivere possa essere declinato in mille modi diversi, questo è anche più evidente di un elenco di gesti da fare. La “fantasia” del dono di sé è immensa, sterminata, tanto quanto lo è la fantasia stessa del Padre, ma il centro è un modo particolare di coinvolgere la libertà della persona nel rapporto con Dio: facendo in modo che la mia libertà si compia nella forma della libertà del Padre e del Figlio crocifisso e risorto per i fratelli, per le pecore.
    In termini salesiani:mentre i regolamenti che don Bosco compone per istruire i propri figli all’essere anch’essi buoni pastori dei più giovani, possono essere decine lungo la sua vita e non esauriscono mai l’ampia gamma di possibilità dell’amore, la consacrazione della libertà di don Bosco alla Provvidenza e a quel Signore ben vestito del sogno dei nove anni è tutto ciò che contrassegna la sua vita, che però non è fatta di fumo e di parole vuote, ma di gesti e di fatiche: di carità pastorale. Ampia fin che la Provvidenza vuole può essere la gamma della Famiglia salesiana, come ampia è la possibilità di imitare l’amorevolezza di don Bosco, ma il centro resta per tutti e per sempre il donno di sé ai giovani ad imitazione sempre uguale e sempre nuova dell’amore del Buon pastore.
    La carità pastorale quindi è la forma della vita di Dio, della fede di Cristo al Padre, della libertà del Figlio che si dona ai suoi per portarli a Dio e salvarli dal peccato, perché così il Padre si è da sempre donato a Lui, spirando insieme lo Spirito. È la forma dell’agire di Don Bosco per i suoi figli, la radice della sua fantasia apostolica e della vivacità delle sue giornate, ma soprattutto il centro del suo essere e del suo vivere: la piena conformazione al Buon Pastore.
    La carità pastorale di don Bosco, che grazie al dono dello Spirito è ancora oggi vita e santità della Chiesa e ancora oggi non ha esaurito le forme in cui può incarnarsi e in cui si può dare sulla croce per le sue pecore, è quindi responsabilità, risposta profonda, intima, spirituale e per questo evidente, esterna, piena di azione e di allegria, all’intima comunione col Padre e col Figlio a cui la Madre dei cieli, come buona Maestra, lo ha condotto negli anni della sua vita, fino al completo dono di sé: “Una celebrità medica francese nell’80, visitatolo infermo a Marsiglia, disse che il corpo di Don Bosco era un abito logoro, portato di e notte, non più suscettivo di rammendamenti e da riporsi per conservarlo come stava” (Ceria, Don Bosco con Dio, capo VIII).

    Carità pastorale: un esercizio di carità consacrata

    Dobbiamo ringraziare don Bosco: è impossibile fare l’elenco delle cose che occorre fare per essere come lui.
    Chi volesse cercare di definire solo con i gesti il suo modo di essere carità pastorale, sarà sempre tacciato di aver escluso qualcosa. Troppo numerosi i mestieri che ha imparato, troppe le attività fondate, troppi i record stabiliti, troppe le lettere scritte, troppa la sua forza fisica, troppa la levatura morale, troppi i tempi di preghiera, troppi i volumi delle Memorie Biografiche per essere ripetuti nella vita di una sola persona dopo di lui.
    Grazie don Bosco per averci scoraggiati ad imitarti nel fare e spinti ad imitarti nella carità, che ha tanto da fare da consumare una vita intera.
    “A suo tempo tutto comprenderai”: come solo il Cristo in croce può compiere la volontà del Padre e spirare lo Spirito; come solo il Risorto può dare la pace, come solo dalla Pasqua si possono scrivere i vangeli. A suo tempo: solo dalla carità pastorale compiuta, cioè dalla fine di una vita spesa e donata ad immagine del Cristo crocifisso, allora si comprende che il campo arato era quello giusto, che i frutti sono davvero arrivati, che alla fine del pergolato c’è il giardino senza spine e che la Famiglia può ora espandersi da Santiago a Pechino.
    Possiamo noi oggi nelle nostre forme di vita concrete essere anche noi il Buon Pastore dei giovani e a noi affidati?
    Certamente sì direbbe don Bosco e infatti non si stanca di raccontare vite di persone a lui vicine in cui egli stesso ha intravisto la carità concreta di Cristo fatta vita quotidiana.
    Eppure don Bosco sa che esiste un centro anche in questa varietà di possibilità.
    Per tutti nella Chiesa è possibile imitare Cristo e quindi per tutti nella Famiglia salesiana è possibile imitare la carità pastorale sulla scia del carisma di don Bosco, ma anche qui deve esistere chi nel concreto vivente della propria esistenza quotidiana, imita e segue il più vicino possibile nella forma concreta e nella destinazione finale, la stessa vita di Cristo buon Pastore.
    Per questo al centro della Famiglia Salesiana, non per meriti propri ma nella corresponsabilità di una pluralità di vocazioni, sta la vita consacrata, perché non si perda mai il riferimento al centro di tutti che è la persona unica di Cristo nella forma concreta in cui lui stesso ha vissuto la sua esistenza.
    Se la carità pastorale di don Bosco è imitazione del dono di sé del Figlio, in obbedienza al Padre nello stile giovanile salesiano del nostro carisma, è evidente per don Bosco stesso che questo può essere tanto esteso nella molteplicità delle sue forme, quanto resta radicato all’unica forma di Cristo in persona. Ecco perché a tutti i suoi giovani propone la stessa formula di santità, ma ad alcuni la propone nella forma vocazione consacrata, perché il centro non si disperda nel molteplice e il molteplice non dimentichi di essere unico frutto dell’unica carità di Cristo.
    La sera del 26 gennaio 1854 ci radunammo nella stanza di D. Bosco: esso D. Bosco, Rocchietti, Artiglia, Cagliero e Rua; e ci venne proposto di fare coll’aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venire poi ad una promessa; e quindi, se sarà possibile e conveniente di farne un voto al Signore. Da tale sera fu posto il nome di Salesiani a coloro che si proposero e si proporranno tale esercizio (MB V,9).
    Avendo la sua sorgente nella comunione stessa del Figlio col Padre nello Spirito ed avendo la sua forma concreta nel modo in cui tale comunione di amore diventa dono di sé da parte del Figli incarnato, la carità pastorale non può che essere esercizio pratico di una libertà che si riconosce dovuta ad un amore più grande, capace di donare se stessa nelle mille in cui occorrerà farlo nella vita, ma, nella sua forma principale, come un voto, cioè come una consacrazione totale del proprio essere ad essere totalmente come Gesù e come don Bosco: dono di sè per i giovani.


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