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    La spiritualità giovanile:

    dalla crisi puberale

    alla prima maturità

    Simone Giusti

     

    Al principio: il preadolescente audiovisivo

    I preadolescenti oggi sono passati dalla memoria della storia al culto dell'emozione, ma hanno bisogno della storia per capirsi e non rischiare di essere come una pianticella di rizoma, senza radici e senza foglie, ovvero per non essere persone senza genesi e senza futuro ma solo attimo fuggevole. I preadolescenti oggi vivono in prima persona una situazione di profondo trapasso culturale nel vale sono immersi pressoché incosciamente. Essi hanno bisogno dell altro diverso da sé (dell'adulto, del giovane) per congiungersi ed ancorarsi al prima di sé che li ha generati (biologicamente e culturalmente), per decifrare e discernere il tempo presente nel quale sono immersi, per crescere come persone libere ricercatrici assidue del vero, del giusto, del bene.
    Oggi i preadolescenti non sono né indifferenti né tanto meno contrari ad un annuncio evangelico; piuttosto sono altrove, ovvero sono immersi in un universo culturale, in un campo semantico, linguistico, in un «ragionamento estetico» che è «altrove» rispetto a quello tradizionalistico di molti operatori pastorali. In queste prime considerazioni tenteremo di descrivere questo «altrove» cercando di delineare le principali caratteristiche del preadolescente di oggi che chiameremo «preadolescente audiovisivo». In questa esposizione ci rifaremo principalmente agli studi di Pierre Babin e Marie-France Kouloumdjian e di altri autori che di volta in volta citeremo.

    Il preadolescente audiovisivo

    «Non mi interessa!». «A che serve?». Due risposte tipiche dei preadolescenti, prive normalmente di aggressività, ma manifestanti un rapporto comunicativo difficile. Perché tutto questo? Qual è la causa di questa incomunicabilità fra le diverse generazioni che diviene universale e palese per tutti, generalmente, nella fase della preadolescenza? La radice di questi comportamenti è da ricercarsi in un avvenimento socio-culturale che sta permeando tutto l'Occidente. «L'ambiente tecnologico moderno, in particolare l'invasione dei mass-media e l'utilizzazione degli strumenti elettronici nella vita quotidiana, modellano progressivamente un diverso comportamento intellettuale e affettivo delle nuove generazioni» [1].
    L'espressione «ambiente tecnologico» va presa nel senso più ampio. Vi si include tanto i computer quanto gli elettrodomestici di casa, i grandi mass-media quanto le calcolatrici tascabili, la radio-sveglia quanto i computer di bordo delle auto, insomma, tutto quell'insieme di strumenti familiari e non che programma la nostra giornata, la semplifica, la controlla e modifica i nostri modi di apprendere e di comunicare. Oggi a causa di questo nuovo «ambiente tecnologico» sta nascendo, in mezzo ai giovani, un nuovo tipo di cultura, che è anzitutto un «missaggio» di due culture, interpretazione di due linguaggi. Non è una cultura dell'esclusione ma della «mescolanza» o meglio della stereofonia, ove la dimensione sensitivo-affettiva si «mixa» con quella concettuale e quella intuitiva con quella deduttiva. Stanno crescendo insieme due strade nettamente differenziate nella loro forma. Esiste «l'elettronica spettacolo» (cioè televisione, cinema, musica, giochi) che dà vita ad una cultura simbolica e intuitiva, esiste «l'elettronica informatica» che dà origine a una cultura estremamente razionale e rigorosa. «L'ambiente tecnologico» oggi sta facendo crescere in mezzo ai giovani una nuova cultura che è «missaggio», mescolanza di queste due strade, la simbolica intuitiva e la logica razionale.
    In questa nuova cultura che sta crescendo in mezzo ai preadolescenti, è molto importante, oserei dire centrale, il simbolico, il ludico, l'artistico, il musicale e l'ecologico. È una cultura intimamente impastata di affettività, di ragionamenti analogici e di ritorni all'inconscio. L'ambiente tecnologico sta facendo crescere una cultura del «missaggio» [2]. I preadolescenti crescono in questa nuova cultura e ne imparano il linguaggio che abbiamo definito «audiovisivo».
    Gli educatori sono chiamati ad accostarsi al nuovo senza pregiudizi di nessun tipo, né da conservatori (il nuovo è sicuramente peggiore del vecchio), né da giovanilisti (il nuovo è certamente migliore del passato), bensì con un sano realismo. Una visione oggettiva delle cose ci porta a leggere luci ed ombre del preadolescente audiovisivo. È a partire da questa iniziale identità personale che dovrà muovere una proposta di spiritualità. Proviamo ad evidenziare alcuni tratti salienti del preadolescente di oggi con alcune domande [3].

    Il potere di concentrazione dei preadolescenti è in ribasso?

    «Le principali accuse della cultura tradizionale contro la giovane generazione sono le seguenti: il livello di intelligenza s'è abbassato, sono incapaci di concentrarsi, mettono tutto sullo stesso piano, sono passivi, c'è una perdita di ragionamento e di spirito critico, i giovani parlano di tutto e non sanno niente, vivono altrove» [4]. Non c'è niente da dire contro queste osservazioni. Semmai c'è da far osservare che molti adulti stentano a concentrarsi su certi punti sui quali invece i giovani riescono a fissarsi intensamente. Questo allora ci porta a dire un sì, c'è nei preadolescenti un calo di capacità di concentrazione, ma negli ambiti e secondo le modalità tradizionali. Esistono infatti delle realtà e certi modi di trattare tali realtà che invece stimolano la concentrazione dei preadolescenti.
    Quando un concetto è proposto ai preadolescenti in maniera totalmente teorica e avulso dal quotidiano, per i preadolescenti è difficile concentrarsi, ma non così quando il medesimo concetto è presentato per mezzo di una comunicazione carica di ritmo, di immagini, di suoni, di vibrazioni.

    Una passività accentuata?

    Essa non proviene dal fatto che si guardi la televisione o che si sia esposti a mille mass-media, ma forse dal fatto che la forza d'impatto di questi media e della società che li sottende è troppo violenta per la soggettività dei preadolescenti. Essi sono «rimpinzati», nel senso forte del termine, cioè obbligati a mangiare, obbligati ad essere copia conforme di ciò che la pubblicità, i genitori, la scuola e gli psicologi si aspettano da loro. Le voci che vengono dall'esterno sono così forti, ciò che li circonda è così implacabile, che essi non riescono più ad ascoltare ciò che hanno in testa. Ciò che rende passivi, essenzialmente passivi, è il conformismo al sistema, senza possibilità di critica o di interiorizzazione. Qualunque sia il sistema politico, la nostra società non ha mai esercitato un'influenza così pregnante e violenta.
    Si comprende quindi l'importanza di una comunità parrocchiale, di un gruppo associativo, per colmare le povertà educative familiari e per favorire lo sviluppo di una personalità, di una spiritualità del preadolescente critica e attiva. Da soli ci si abbandona sovente al conformismo, si è passivi; insieme si progetta il cambiamento anche radicale della realtà.
    Nel preadolescente c'è la perdita dello spirito critico o del ragionamento?
    Sovente si sente affermare che oggi l'uomo è in pericolo di perdersi, perché il ragionamento sta scomparendo e, con esso, lo spirito critico. I più colpiti da questa epidemia sarebbero ovviamente i preadolescenti. Ma di quale decadenza si tratta – se veramente c'è decadenza – e perché? L'uomo audiovisivo ragiona; forse in modo diverso, ma ragiona. Naturalmente c'è il ragionamento buono e quello cattivo. Semmai c'è da far notare che nella civiltà dei media l'uomo corre soprattutto il rischio di falsare il ragionamento per irruzione dell'affettività. Sappiamo benissimo che il cuore ha delle ragioni che la razionalità non conosce, ma purtroppo il cuore vuole imporre le proprie leggi. L'affettività sembra decidere su tutto, col risultato di rendere difficile un approccio oggettivo. Questo è il vero rischio che si sta correndo. Questo è un limite reale del preadolescente audiovisivo, figlio dell'ambiente tecnologico e della «cultura del rizoma». Di quella cultura contemporanea che implicitamente ed esplicitamente afferma: «Ciò che mi dona piacere è bene, ciò che mi dona dolore è male». In questa valutazione etica, come si può facilmente notare, entra molto la sensitività e poco la verità.
    Siamo dinanzi ad una sorta di «ragionamento estetico». Se nel procedimento logico tradizionale si è a lungo diffidato dell'immaginazione e dell'affettività, oggi l'universo audiovisivo (e non solo esso) ci ha condotto a reintegrare questi due «partner» nell'atto di comprendere. Però questi due elementi vi entrano con una tale forza emotiva da condurre la persona, specie il preadolescente, a perdere la percezione chiara della realtà. L'immaginazione e l'affettività sono così istintivamente persuasive da provocare nel preadolescente (e non solo in lui) una sorta di distacco dalla realtà e quindi un'incapacità a valutare i fatti, gli avvenimenti, le questioni, con spirito critico, con un ragionamento che prima di tutto ne va a verificare la bontà e la verità.
    Non c'è qùindi nel preadolescente audiovisivo perdita di spirito critico o del ragionamento, bensì difficoltà ad esercitarlo a causa dell'invadenza della dimensione istintuale affettiva. Occorre pertanto che gli educatori valutino l'importanza notevole che oggi ha l'educazione affettiva, l'educazione «del cuore» dei preadolescenti, dei giovani. Trascurare oggi l'educazione affettiva è esporre i preadolescenti, e più in generale i giovani, al rischio di essere vittime della propria biologia, della propria istintualità, e non signori della propria storia, della propria vita.

    La via della bellezza

    I giovani vivono in un contesto culturale che, come dicevamo, dà molta importanza alla dimensione estetica: all'apparire, al vestire, alla forma del corpo, all'immagine che ciascuno riesce a dare di sé. Si riscontra una costante tensione verso la bellezza: dalla bellezza del corpo, oggi quanto mai esaltata, alla bellezza degli oggetti di cui contornarsi. La moda e il design hanno assunto un'importanza sociale notevole e producono veri e propri fenomeni di massa.
    Ma quale bellezza è cercata ed esaltata? Sovente una bellezza che esprime una forma raffinata, misurata, a volte anche armoniosa e suggestiva con un contenuto o effimero oppure incongruente. Una bellezza che è forma e sovente ben poco altro. Infatti sta avvenendo un'esaltazione e una ricerca costante della bellezza formale disgiunta però dalla bellezza sostanziale; anzi, essa è negata perché ritenuta o inesistente o insignificante. Così, mentre da una parte si esaltano le belle forme della persona, dall'altra si nega ciò che fa bello e grande l'uomo: i suoi valori, il suo cuore. Si ricerca una bellezza priva della verità delle sue forme e per questo ambigua; si esalta una bellezza che tenta di esprimere armonia, ma non vi riesce, perché essa non è presente nel cuore dell'uomo e pertanto la forma risulta semplicemente una facciata.
    Si è giunti pertanto all'esaltazione dei manichini, ovvero di uomini e donne apparentemente belli, ma che sono privi di un'interiore bellezza e quindi incapaci di manifestare più di una suggestione, di una passione momentanea. È una bellezza che subito sfiorisce come quella di un fiore reciso dal suo gambo. Ti abbaglia per un istante, ma poi subito appassisce e il desiderio di bellezza deve andare a cercare un nuovo fiore, così senza posa. E il cuore è inquieto perché non trova la bellezza, ma attimi fuggenti di bellezza, e l'uomo è sempre a rincorrere la bellezza e quando crede di averla trovata gli sfiorisce fra le mani. La bellezza della persona non è estetismo, ma una pienezza di umanità, e in ciò sta il primo valore. È bello ciò che conferisce pienezza alla persona.
    «La bellezza è trasfigurazione della materia» [5], «la bellezza è la trasfigurazione della materia attraverso l'incarnazione in essa di un principio diverso trans-materiale, essa è l'incarnazione di una idea» [6], la bellezza è la materia spiritualizzata. «La bellezza è ciò che corrisponde alle aspirazioni più profonde dell'essere umano, è quella disposizione vivificante e armoniosa che stimola, rasserena, guarisce. La bellezza è una segreta corrispondenza tra noi stessi, gli altri e l'ambiente tutto» [7]. La bellezza è armonia, è unità spirituale, la bellezza è l'unità spirituale della persona realizzata dall'amore. «La bellezza è una logica che si afferma come un piacere» [8], «la bellezza, come la verità, è ciò che mette la gioia nel cuore degli uomini, è il frutto prezioso che resiste all'usura del tempo, che unisce le generazioni e le congiunge nell'ammirazione» «la bellezza è lo splendore del vero» [9], «la bellezza è l'incarnazione in forme sensibili di quello stesso contenuto ideale che, prima di tale incarnazione si chiamava bene e verità» [10].
    Una persona è bella quando l'aspetto esteriore ne sottolinea la profondità dell'essere e la rende amabile. È un cuore splendido che rende bella una persona. In un tempo dominato da una cultura segnata profondamente dall'estetismo occorre educare alla bellezza. Molti oggi non avvertono più il mistero se non attraverso la bellezza, come se aspettassero dalla bellezza la giustificazione della vita, la rivelazione del senso.
    È la bellezza che salverà il mondo? – affermava in «Delitto e castio» F. Dostoevskij. In anni in cui si palesa il rischio di un ritorno all imbarbarimento dei cuori (infanticidio, visione economicista e efficientista dell'uomo, abdicazione ai diritti dell'uomo, soppressione dell'handicappato e dell'anziano ammalato, ecc.) occorre educare a riconoscere il bello, e l'educazione della sensibilità religiosa alla bellezza è uno dei compiti più importanti della formazione cristiana, della educazione ad una spiritualità cristiana.

    Educare alla bellezza

    Olivier Clément, teologo ortodosso che vive e opera in Francia, ha affermato: «Oggi aigiovani bisognerebbe cambiare l'ordine tradi- zionale delle tre tappe della vita spirituale, bisognerebbe cominciare con la via illuminativa. Aiutarli a lungo a scoprire le meraviglie della presenza di Dio nelle realtà della terra [...]. Rendere sensibile la bellezza, la vita, il senso delle cose». Rendere sensibile la bellezza, educare a cogliere la bellezza, è educare a partecipare alla gioia di ciò che è orientato alla pienezza. Afferma a questo proposito E Babin:

    Come definire allora la bellezza senza parlare in qualche modo di Dio? Sorgente irraggiungibile. Itinerario e patria di tutto ciò che sussiste e progredisce. Di conseguenza, rivelare la bellezza vuol dire rivelare il substrato degli esseri e delle cose, i legami essenziali che li uniscono. Vuol dire rivelare che tutte le cose sussistono nella fecondità e in un'unità dinamica in forza della presenza misteriosa del Dio Creatore e Salvatore. I Padri orientali dicevano: in ogni cosa, in ogni essere, in ogni situazione, vi è un «logos di Dio», cioè una parola, una ragione, un atto di sapienza che Dio ci rivela. Scoprire la Bellezza vuol dire decifrare questa Parola di Dio che è già presente e vuol giungere alla realizzazione [...] . Scoprire la bellezza degli esseri vuol dire cogliere il rapporto fra tali esseri e l'immagine di Dio iscritta misteriosamente in loro [11].

    E Olivier Clément:

    Si tratterà quindi di illuminare tramite l'esperienza mistica la razionalità occidentale, questo sforzo di illuminazione trova la sua segreta origine nella tradizione esicasta che predicava l'unificazione dell'intelligenza e del cuore quale centro più centrale in cui l'uomo allo stesso tempo si raccoglie e si supera.

    Ancora, N.O. Losskij:

    Tutte le facoltà (il pensiero, il sentimento, la visione estetica, l'amore del cuore, la coscienza e il desiderio disinteressato di trovare la verità) devono unirsi per trovare ciò che è degno di essere chiamato verità. È. chiaro che la capacità logica astratta non è l'unico strumento di scoperta di tale verità. Si deve cercare costantemente nel fondo della propria anima la radice interiore della comprensione, dove tutte le facoltà separate si riuniscono nella totalità viva di una visione spirituale [...]. La visione spirituale è dunque il termine che indica la conoscenza perfetta. È la capacità di intuizione e di contemplazione, la visione vivente e totale dello spirito che rappresenta il vero luogo di riconciliazione o di unione non solo della ragione e della fede, ma di tutte le facoltà dell'uomo [12].

    Leggiamo nella autobiografia di sant'Ignazio di Loyola che in una sola visione lungo le rive del Cardoner egli ha ricevuto più grazie e conoscenze che in tutto il resto della sua vita e dei suoi studi, egli ha imparato più sul mistero di Dio in un solo istante di quanto non gli abbia insegnato tutta la teologia [13]. E questa medesima esperienza la ritroviamo in una delle più belle pagine del filosofo russo Solov'év: «Divenne cieca l'anima mia alle mondane cose... / Compresi tutto d'uno sguardo solo / immoto quel che fu, che è e che sarà... / io vidi tutto, il tutto era / un'unica persona di femminile bellezza...» [14]..
    Afferma inoltre Chomjakov che «al di fuori dell'amore la conoscenza è impossibile, perché solo l'amore unisce il soggetto che conosce con l'oggetto conosciuto» ed ancora, è «l'amore la prova dell'esistenza cell'uomo, non il pensiero» [15]. «La vera conoscenza nasce nella sfera del sentimento, è riscaldata, nutrita dal sentimento» [16].

    Educare i giovani alla bellezza

    Come allora far conoscere il Signore ai giovani se non attraverso l'amore? Solo giovani che avranno imparato a conoscere con il cuore e con la testa, con l'intelligenza e il sentimento potranno riuscire a vivere esperienze di Dio significative e irrinunciabili. Solo giovani che hanno iniziato a gustare quanto è buono il Signore saranno suoi instancabili e fedeli ricercatori. Solo giovani che hanno visto anche solo per un attimo la Bellezza, porteranno nel cuore il desiderio di rincontrarla. E questi giovani necessitano di educatori che ricercano la bellezza. Infatti come potrebbe educare alla bellezza colui che non è un amante della bellezza, se non è anzi egli stesso bello? Afferma Pierre Babin uno dei più illustri studiosi della comunicazione: «Solamente colui che è bello e si conserva bello può aprire alla bellezza» [17].
    Occorrono quindi educatori tesi alla ricerca e al possesso del bello. Educatori che hanno imparato a riconoscere la bellezza possono educare gli altri a sentirla e a vederla. Educatori che hanno fatto esperienza della bellezza possono aiutare a decifrare la Parola di Dio già presente in ogni essere e che vuol giungere alla realizzazione. Educatori ricchi dell'esperienza di Dio possono aiutare i giovani a scoprire il rapporto esistente tra ogni essere e l'immagine di Dio inscritta misteriosamente in ogni persona, in ogni creatura.
    La bellezza è lo splendore del vero, è ciò che conferisce pienezza alla persona. Nella misura in cui i giovani saranno realizzati in pienezza nell'età che vivono, potranno discernere il bello dal brutto e orientarsi in questa cultura estetica. Solo giovani che hanno fatto esperienza della bellezza di Dio potranno orientarsi nel mondo e riconoscere il Signore fra mille volti e mille voci e radicarsi nella fede. Dove risiede oggi la possibilità di un radicamento della fede cristiana nelle nuove generazioni, se non in belle esperienze di incontro personali con il Signore e in belle esperienze di appartenenza e di condivisione ecclesiale?
    Afferma Pàvel Nikolàjevic Evdoklmov: «Si dimostra l'esistenza di Dio con r adorazione, non con le prove». Certo, questa tesi può apparire alquanto radicale e svilente l'intelligenza dell'uomo a cui è dato, per grazia di Dio dalla creazione in poi, di poter contemplare con l'intelletto le sue perfezioni invisibili nelle opere da lui compiute (cf. Rm 1,18-20), ma nella sua unilateralità ci richiama con forza alla via del cuore, alla via della preghiera, alla via della carità. È data certamente all'uomo la possibilità di una conoscenza di Dio grazie all'intelletto, ma ugualmente è donata ad ogni persona la grazia di conoscerlo attraverso i sentieri del cuore. Prova ne è che la chiesa annovera fra i suoi dottori teologi sommi come san Tommaso d'Aquino e illetterati come santa Caterina da Siena.
    In un tempo in cui la ragione, la verità sembrano smarrite e l'intelligenza dell'uomo non arriva neppure più a riconoscere al proprio figlio il diritto alla vita, occorre, contemporaneamente agli itinerari catechistici, far vivere ai giovani esperienze prettamente orientate all'educazione alla vita interiore e alla vita di carità. La razionalità occidentale oggi ha estremo bisogno di essere illuminata tramite l'esperienza mistica, soprattutto quella dei giovani.

    I percorsi dello stupore

    Queste esperienze educanti il cuore all'adorazione di Dio e alla sua intima e profonda conoscenza potrebbero essere definite con il termine «i percorsi dello stupore»: la visita a luoghi carichi di significato e di bellezza (naturale, artistica, spirituale), momenti di preghiera liturgica, l'incontro con i poveri. Educare a riconoscere la bel ezza nel povero è educare a riconoscere la bellezza di Cristo che risplende in Lui. Blaise Pascal, malato e ormai morente, desiderava ardentemente di comunicarsi, ma, vedendo l'opposizione dei medici alla sua aspirazione, non osò più parlarne, semplicemente disse: «Dal momento che non mi si vuole accordare questa grazia e non potendo comunicarmi con il Capo, vorrei almeno comunicarmi nelle sue membra; per questo ho pensato di aver qua dentro un povero malato al quale si rendano gli stessi servizi che si rendono a me».

    La spiritualità: via all'incontro personale con Cristo

    Giovani radicati nell'incontro personale con Cristo

    «O Dio Onnipotente ed eterno che scegli le creature miti e deboli per confondere la potenza del mondo concedi a noi, [...] di imitare sant'Agnese vergine e martire nella sua eroica costanza nella fede» (dalla Colletta della liturgia di sant'Agnese). Sin dall'epoca più antica la chiesa, forte dell'insegnamento di Gesù che ha detto: «lasciate che i bambini vengano a me» (Lc 18,16), ha fatto attenzione particolare ai giovani e non ha avuto timore a presentare a tutta la comunità cristiana la loro sequela di Cristo come esemplare. Infatti vediamo nella chiesa antica preadolescenti che vivono eroicamente il martirio come la piccola Agnese la quale sorprende per la maturità del suo amore per Cristo (aveva 12 anni) e la ferma volontà con cui si manifesta in tutto discepola di Gesù di Nazaret: tutto questo – si badi bene – in un contesto culturale che rendeva insignificante la presenza dei ragazzi nella società e poteva portare facilmente a sottovalutare l'insegnamento di Gesù in proposito.
    Anche nel tempo presente il contesto culturale, al di là di un formale puero-centrismo causato dal numero ridotto di figli per famiglia (1 o 2 per coppia), tende a presentare i preadolescenti o come soggetti potenti di consumi personali o familiari, oppure, frequentemente, come i giovani di domani. Spesso la loro vita presente è valorizzata solo in forza di quello che saranno domani. Questo è evidente nel contesto scolastico ma risulta essere una forte tentazione anche nella comunità cristiana.
    Sovente i preadolescenti vivono momenti di catechesi (generalmente in preparazione al sacramento della Cresima), ma quando nelle nostre comunità sono iniziati alla concreta testimonianza di carità e all'incontro personale con Cristo che è altra cosa dal semplice imparare a dire le preghiere o dal partecipare ritualmente alla messa domenicale? Quale dono di sé ci può essere se il preadolescente non vive un'esperienza personale di Cristo? Quanto durerà la sua generosità se è radicata forse solamente in un entusiasmo infantile? Quale responsabilità potrà vivere se non fa perno sulla persona di Gesù ma su una precettistica sia pur biblica? Quale vita di chiesa se in essa non vi si è abituati ad incontrare e riconoscere il volto, la voce, il corpo di Cristo?
    Senza esperienza intima, personale e profonda di Cristo non si dà vita cristiana. Sapeva ben tutto questo san Paolo, il quale nella lettera ai Galati arriva a scrivere: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20b). Fintanto che ognuno di noi non arriva «a sentire nella propria carne» la forza dell'amore che sgorga dalla croce e finché non è trafitto nella propria mente dalla luce del crocifisso, la sua vita di fede rischierà sempre di atrofizzarsi e di non trovare la forza per andare oltre un faticoso moralismo.
    Generalmente, se non c'è esperienza del Signore, nella persona credente c'è più una adesione intellettuale, ideologica a Cristo che una piena vita di fede.

    Una spiritualità frutto di un cammino

    Se ognuno guarda alla sua vita potrà notare che contemporaneamente a una progressiva adesione intellettuale, razionale, convinta a Cristo c'è stata un'esperienza della Sua presenza, un'adesione affettiva a Lui, un gustare la Sua bontà. Ora l'esperienza è un tipo di conoscenza che afferra tutto l'uomo, è l'impronta che Dio lascia nel fondo del cuore, quando passa nella nostra vita. Nell'esperienza è tutta la persona che è afferrata, con tutte le sue facoltà, con tutte le sue energie [18]. Ma come può allora esservi «esperienza cristiana» se non vi è incontro personale con Gesù Cristo? Come può nascere la sequela se non c'è l'incontro? Come può un giovane divenire cristiano ovvero orientare tutta la propria persona a Gesù di Nazareth riconoscendolo come il Signore, se non c è una conoscenza personale di Lui?
    Questa consapevolezza dovrà portare poi a ben meditare gli itinerari di fede per i giovani e a ritenerli manchevoli se non promuovono prima di tutto una conoscenza personale di Gesù di Nazareth ovvero se non favoriscono un incontro spirituale con Lui nella viva liturgia della chiesa, nel volto del povero e nella riflessione sistematica della Rivelazione annunciata loro dai catechismi. Pertanto obiettivo primario della pastorale giovanile è la promozione di una identità personale degli adolescenti costruita intorno alla persona di Cristo, ovvero la promozione di una forte quanto specifica spiritualità giovanile intendendo la spiritualità come identità personale costruita intorno alla persona di Cristo. Non si dà quindi pastorale giovanile senza che essa abbia il suo cuore nella promozione della spiritualità dei giovani.

    La fisionomia della spiritualità dei giovani

    La spiritualità, afferma Stefano De Fiores [19], dal punto di vista cristiano è la coincidenza dello spirito umano con lo Spirito divino. Pertanto è realtà costante della vita della chiesa, ma non statica, in quanto coincidenza dell'immutabile (Dio) con il mutabile (l'uomo e il suo spirito). Ciò comporta che la spiritualità cristiana è una ed è sempre fondamentalmente la stessa lungo la storia della chiesa, ma non è mai uguale, perfettamente identica a quella del secolo precedente né è indifferenziata per tutto il Corpo ecclesiale. Infatti si parla di spiritualità cristiana e scuole di spiritualità cristiana che nei secoli si sono andate affermando.
    Anche in questo tempo la spiritualità risente ed esprime lo spirito dell'uomo contemporaneo e della chiesa post-conciliare. Si colgono pertanto nella spiritualità cristiana di oggi alcune caratteristiche proprie:
    - Movimento mistico. Anelito alla vita contemplativa ovvero forte desiderio di fare «esperienza» intima e personale di Dio, desiderio di vivere una esperienza del Signore che afferri il cuore e la testa, tutta la persona.
    - Cristocentrismo ed ecclesiologia. Concentrazione sul mistero salvifico di Cristo e della sua chiesa.
    - Bibbia e Liturgia. Maggiore vita liturgica e centralità dell'ascolto della Parola di Dio.
    - Ritorno ai Padri. Riscoperta dei Padri della chiesa, dei grandi vescovi e dei grandi teologi della chiesa dei primi secoli.
    - Incarnazione. Parallelamente al «ritorno alle fonti» (Bibbia, Liturgia, Padri della chiesa), si delinea un altro orientamento complementare che ha notevoli ripercussioni nella spiritualità: è la cosiddetta «apertura al mondo moderno» che si traduce in una volontà decisa di avvicinamento, di presenza nel mondo, nonché di incarnazione nei problemi e nell'aspettativa dell'uomo contemporaneo per santificare le realtà terrene dall'interno come lievito.
    A questa spiritualità della chiesa contemporanea occorre educare i giovani consapevoli, volendo esplicitare la definizione di S. De Fiores, che la spiritualità non è un aspetto marginale dell'esistenza cristiana, anzi è il riflesso dello stile di vita e dell'autoconsapevolezza delle scelte compiute. Dire pertanto spiritualità come coincidenza dello spirito umano con quello di Dio è affermare che un preadolescente prima e un giovane poi, hanno da costruirsi una identità personale significata e organizzata attorno a Gesù Cristo e al suo messaggio. Un giovane è «uomo spirituale» quando inizia a comprendere e ad organizzare la sua vita a partire da una prima decisione per Gesù Cristo e la sua causa [20]. È uomo spirituale quindi quando il suo spirito, la sua identità personale, inizia a coincidere con quella dello Spirito divino.

    Un decalogo per l'animatore

    Al termine di questa riflessione, come sintesi operativa, si propone una sorta di decalogo per l'animatore. Sono consigli da tener ben presenti nel pensare, progettare ed attuare un'organica pastorale per i giovani consapevoli che non si educa ad una autentica spiritualità cristiana se non con un'azione educativa globale di tutta la comunità cristiana.
    - Avere con i giovani un profondo, vero, rapporto di amicizia. Costruire negli anni un bella relazione educativa. Più essa sarà autentica, più sarà forte il vincolo che unirà l'animatore e i ragazzi. L'animatore sia il propedeuta alla direzione spirituale.
    - Si rispettino le aggregazioni dei preadolescenti e non si abbia troppa fretta a fondere gruppi insieme oppure a dare vita a gruppi in maniera artificiale. Si abbia il coraggio di fare la scelta del piccolo gruppo e la volontà di dare continuità ai gruppi che già si sono formati durante gli anni del catechismo delle elementari o dei primi anni delle medie.
    - Il gruppo sia una fraternità. Lo stare insieme non è causato dal dovere studiare e giungere a sapere qualcosa, ma dal fatto che «l'amore» ci unisce e fa divenire sempre più amici, fratelli. Educare gli adolescenti al coraggio della correzione fraterna, alla revisione di vita comunitaria, alla limpidezza dei rapporti interpersonali. Educarli alla condivisione fraterna anche economica; educarli alla vita profonda attraverso esperienze personali e comunitarie di preghiera.
    - Il gruppo sia una fraternità in missione. È la missione che motiva la formazione. È bello stare qui, è bello stare insieme nel gruppo, ma il gruppo non può e non deve diventare un luogo chiuso, tutto e tutti morirebbero per asfissia. Il gruppo è chiamato ad essere una fraternità per vivere la missione che il buon Dio ha affidato a ciascun cristiano. Si eviti che il gruppo avendo principalmente una caratterizzazione amicale-culturale si concluda con il ripiegamento su se stesso, bensì si apra al territorio, ai bisogni degli altri giovani, dei poveri, al mondo della scuola, alla realtà sociale e politica. L'impegno di giustizia sia caratterizzante la vita di un gruppo di adolescenti.
    - Il gruppo sappia farsi ascoltare e abbia la capacità di agire. Il gruppo abbia il ruolo di cassa di risonanza del pensiero dei giovani, li educhi a sapersi far ascoltare dal mondo degli adulti e li abiliti a imparare a dire cose significative. Il gruppo mostri le capacità di trasformazione della realtà presente che i giovani possiedono attraverso una visibile e rilevante azione.
    - Il gruppo viva esperienze di comunità con gli altri gruppi della parrocchia sia giovani che adulti. Non si isoli il gruppo in esperienze solo con coetanei, lo si apra alla vita della comunità parrocchiale, lo si educhi a saper collaborare con gli altri ed ad avere rapporti di reciproca stima con adulti.
    - Il gruppo sia educato alla dimensione della chiesa locale e universale. La morte di un gruppo è il parrocchialismo, è la chiusura nei confini angusti della parrocchia. Occorre educare gli adolescenti a conoscere altre esperienze, a mettersi in discussione, ad essere provocati da stili di vita diversi e radicali che contestano la massificazione borghese. A questo scopo molto utili sono i gemellaggi, l'esperienza di soggiorno in comunità viventi scelte radicali (mense dei poveri, le comunità di Nomadelfia e di Loppiano, ecc.), la partecipazione agli incontri promossi dalla diocesi o dalla chiesa universale (cf. Giornata Mondiale della Gioventù).
    - L'animatore segua personalmente ciascun ragazzo e non termini la sua azione educativa quando il ragazzo ha smesso di venire al gruppo. Il gruppo è un luogo educativo ma non deve essere l'unico. L animatore sappia valutare la strada quale luogo educativo, sappia intessere un rapporto personale che diverrà il principale luogo educativo, ancor più del gruppo.
    - L'animatore viva una spiritualità ove c'è posto per gli adolescenti a datigli. Preghi per i ragazzi del gruppo e si interroghi nella preghiera cosa il Signore desidera da lui e dal suo servizio educativo.
    - L'animatore proponga ai giovani una vita interiore bella. Li educhi al gusto del vivere sempre in comunione con il buon Dio, all'essere sempre in grazia di Dio. L'amore a Cristo crocifisso sia tenero e forte, la passione per la salvezza di ogni uomo innervi la virilità spirituale dei giovani. L'eucarestia domenicale sia il pane che li sostiene nel loro cammino di fede, la meditazione della parola di Dio sia quotidiana, l'adorazione eucaristica sempre più frequente e prolungata, i ritiri spirituali possibilmente mensili. Si propongano loro annualmente delle occasioni prolungate di preghiera per educarli a vivere gli esercizi spirituali. Si faccia loro apprezzare il grande dono del sacramento della riconciliazione.
    In ultimo si ricordi che nessuno è preparato ed ha doti sufficienti per fare l'animatore. Il compito affidatogli è più grande di lui e nessuna persona ragionevole può accettarlo. Ma il cristiano è persona di fede e sa che a Dio niente è impossibile, sa pure che chi ha fede può smuovere anche le montagne e pertanto va dove lo Spirito lo conduce sapendo che «chi è innamorato non incontra fiumi senza guado. Chi ti deve incontrare, Cristo, con amore ti deve cercare» [21].

    Sommario
    L'articolo prende l'avvio da una essenziale analisi della condizione dei preadolescenti al fine di aiutare il lettore a comprendere qual è il punto di partenza dell'intervento educativo volto all'educazione ad una bella spiritualità giovanile. Proprio la categoria della «bellezza» è quella prescelta per indicare quale via oggi occorre percorrere per educare alla vita spirituale. In una società fortemente edonistica ed estetica che ha elaborato una raffinata cultura ed industria del piacere occorre proporre ai giovani percorsi dello stupore che portino a scoprire e gustare la bellezza e la gioia quale frutto dell'incontro con Dio. L'articolo poi si sofferma ad analizzare le caratteristiche della spiritualità contemporanea e cerca di cogliere quali sono le attribuzioni specifiche di una spiritualità giovanile per concludere poi con un decalogo educativo, indicando cioè dieci attenzioni da avere oggi per educare i giovani alla vita spirituale.

    NOTA BIBLIOGRAFICA
    P. BABIN -M.-F. KOULOUMDJIAN, Possiamo ancora parlare ai preadolescenti?, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1987; P. BABIN, La catechesi nell'era della comunicazione, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1989; P. EVDOKIMOV, Teologia della bellezza. L'arte dell'icona, Paoline, Roma 1982; R. TONELLI, Una spiritualità per la vita quotidiana, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1987.


    NOTE

    1 Cf. P. BABIN- M.-F. KOULOUMDJIAN, Possiamo ancora parlare ai preadolescenti?, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1987.
    2 Si rilegga a questo proposito l'articolo apparso su «Nuova Responsabilità» n. 7/1994.
    3 In questo articolo ci rifaremo, sia pure liberamente, alle ricerche di RABIN - KOULOUMDJIAN, Possiamo ancora..., pp. 21-33.
    4 P. FERRAN-L. PORCHER, Questions-réponses sur l'audiovisuel à l'école, Editions E.S.F., Paris 1980, p. 181.
    5 VL SOLOV'EV, «La bellezza della natura», in IDEM, Il significato dell'amore e altri scritti, La Casa di Matriona, Milano 1983, pp. 170-171.
    6 SOLOV'EV, «La bellezza della natura»..., pp. 171.173.
    7 P. BABIN, La catechesi nell'era della comunicazione, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1989,pp. 99-100.
    8 R. DE GOURMONT, La culture des idees, Union generale d'editions, Paris 1983, p. 102.
    9 P. Evnoictmov, Teologia della bellezza. L'arte dell'icona, Paoline, Roma 1982, p,p. 29-35.
    10 SOLOV'EV, «Il significato universale dell'arte», in IDEM, Il significato dell'amore..., p. 220.
    11 BABIN, La catechesi..., pp. 99-100.
    12 N.O. LOSSKIJ, Histoire de la philosophie russe des origines à 1950, Payot, Paris 1954, pp. 7.17.20.
    13 SANT'IGNAZIO DI LOYOLA, Autobiografia, 30.
    14 Cf T SPIDLIK, «Solov'év», in La Mistica. Fenomenologia e riflessione teologica, a cura di E. Ancilli e M. Paparozzi, I, Città Nuova, Roma 1984, p. 651.
    15 N.BERDJAEV, L'idee russe, problemes essentiels de la pensee russe au XIX et debut du XX siede, Mame, Tours 1970, p. 169 [tr. it.: L'idea russa. I problemi fondamentali del pensiero russo (XIX e inizio XX secolo), Mursia, Milano 1992].
    16 T. SPIDLIK, «Russie» in Dictionnaire de Spiritualité, XIII, Beauchesne, Paris 1988, col. 1179.
    17 BABIN, La catechesi..., pp. 99-100.
    18 Cf. M. MAGRASSI, Afferrati da Cristo, La Scala, Noci (Bari) 1977.
    19 ST. DE FIORES, «Spiritualità contemporanea», in Nuovo dizionario di spiritualità, a cura di St. De Fiores – T. Goffi, Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1989, pp. 1516-1543.
    20 R. TONELLI, Una spiritualità per la vita quotidiana, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1987.
    21 BERNARDINO DI LAREDO, Subida del monte Sion III, 40.

    (Da: Credere oggi 109, 1(1999), pp. 85-96)


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