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    «Non uccidere!»

    Il quinto comandamento:

    Gianfranco Ravasi

    Lapidario e potente nella sua formulazione imperativa, il quinto comandamento esalta la sacralità della vita umana. Già la prima alleanza che si era stipulata tra Dio e la nuova umanità, generata dal lavacro purificatore del diluvio e incarnata emblematicamente da Noè, era retta da questa clausola: «Chi sparge il sangue dell'uomo / dall'uomo il suo sangue sarà sparso, / perché a immagine di Dio / Egli ha fatto l'uomo» (Genesi 9,6). È facile comprendere come, al di là del dettato così essenziale ed elementare del comandamento, si annodino tra loro tante questioni complesse, divenute ancor più incandescenti e aggrovigliate ai nostri giorni: pensiamo solo all'aborto, all'eutanasia, alla pena di morte, alla guerra...
    Ovviamente non ci è possibile in questo breve saggio su un tema così delicato costruire una sistematica e completa "morale della vita" o bioetica. Ci accontenteremo, perciò, di illustrare la base di questo precetto e al massimo di fare una sola applicazione concreta a mo' di esempio, per quanto concerne la legittima difesa. Partiamo, dunque, dalla frase biblica che in ebraico suona così: Lo tirsah (Esodo 20,13). Gli studiosi da tempo hanno fatto notare una cosa curiosa: il verbo usato per indicare l'"uccidere" non è quello comune, ma il raro rasah (si pronuncia, però, razah con una z aspra) che di per sé dovrebbe essere reso come se fosse un "commettere assassinio". E qui ci imbattiamo in una questione capace di sollevare ai nostri occhi anche qualche imbarazzo.
    Ciò che il quinto comandamento nel suo tenore letterale condanna in modo inequivocabile è l'azione violenta su un soggetto privo di difesa. Pensiamo, tanto per fare un paio di esempi biblici, innanzitutto all'orribile uccisione per stupro collettivo compiuta dagli abitanti del villaggio di Gabaa nei confronti della seconda moglie di un levita ospite in quel piccolo centro della tribù ebraica di Beniamino. Quella povera vittima riesce solo a trascinarsi fino alla soglia della casa ove era ospitato il marito, per morire. All'alba il levita, di fronte a questo delitto orrendo, reso ancor più grave dalla violazione del diritto orientale di ospitalità, prenderà quel cadavere, lo porterà a casa sua nella regione montuosa centrale di Efraim e lo taglierà "membro per membro, in dodici pezzi. spedendoli poi a tutto Israele", cioè alle dodici tribù ebraiche perché, di fronte a questa "lettera" di carne e di sangue, reagissero in modo sdegnato. Si legga l'intera vicenda nell'impressionante cap. 19 del libro biblico dei Giudici.
    Un altro esempio clamoroso di violazione del precetto "Non uccidere" nel senso sopra indicato sarebbe l'assassinio perpetrato dalla coppia regale Acab e Gezabele: il contadino Nabot, che non vuole vendere il terreno dei padri sito presso il parco della villa estiva del re, con un processo-farsa è condannato a morte così da poter annettere quell'appezzamento ai possedimenti del sovrano. Nel silenzio timoroso e complice dei sudditi si leva solo la voce del profeta Elia che - nel racconto del cap. 21 del Primo Libro dei Re - urla al sovrano: «Hai assassinato e ora usurpi! Per questo ti dice il Signore: Nel punto ove lambirono il sangue del contadino Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue» (versetto 19). Similmente nel libro del Deuteronomio si legge: «Maledetto chi uccide (rasah) il suo prossimo indifeso!» (27,24).
    Tuttavia - e questo è l'elemento imbarazzante e fin "scandaloso" - nell'Antico Testamento ci sono casi in cui le uccisioni non sono condannate, anzi, sono per certi versi raccomandate o imposte: pensiamo alla cosiddetta "guerra santa", che comprendeva la strage e la distruzione radicale dei nemici (l'"anatema", in ebraico herem); oppure pensiamo alla pena di morte, che è sancita in alcuni casi in modo formale, o ancora alla "legge del taglione" che all'offesa risponde con un'offesa proporzionata e all'omicidio con un atto parallelo per ristabilire la giustizia. È per queste importanti eccezioni che nel quinto comandamento si usa il verbo specifico rasah e non quello più ampio e generale riguardante le uccisioni.
    È stato spiegato a più riprese dagli studiosi che questi limiti dell'Antico Testamento sono legati a un dato fondamentale della Bibbia. Essa non è una collezione di tesi teologiche e morali perfette e atemporali, come sono i teoremi di geometria, bensì la storia di una manifestazione di Dio all'interno delle vicende umane. È, dunque, un percorso lento di illuminazione dell'umanità perché esca dalle caverne dell'odio, dell'impurità, della falsità e s'incammini verso l'amore, la coscienza limpida e la verità. S. Agostino definiva appunto la Bibbia come "il libro della pazienza di Dio" che vuole condurre gli uomini e le donne verso un orizzonte più alto. Si legge, infatti, nel libro della Sapienza: «Prevalere con la forza a te, Signore, è sempre possibile perché nessuno può opporsi alla potenza del tuo braccio... Eppure tu risparmi tutte le cose perché sono tue, Signore, amante della vita... Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini» (11,21-26; 12.19).
    È per questo che già nell'Antico Testamento si hanno pagine di condanna aspra della violenza.
    Si legge nel Levitico: «Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello... Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso» (19,17-18). Anche per quanto riguarda la pena di morte - che ancor oggi è praticata da ben 76 Stati, tra i quali spiccano in un triste e tristo primato la Cina (1.876 esecuzioni nel 1997) e gli Stati Uniti (68 esecuzioni nel 1998), come risulta dal dossier La pena di morte nel mondo, edito da Marsilio - si hanno riserve significative.
    Pensiamo a quella frase che si legge in Genesi 4,15 e che è divenuta il motto del movimento "Nessuno tocchi Caino" contro la pena di morte: «Il Signore impose a Caino un segno perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato». Anche la vita del criminale è sotto la giurisdizione esclusiva e suprema di Dio, proprio per il carattere trascendente dell'uomo e della donna, creati «a immagine e somiglianza di Dio (Genesi 1,26-27). Contro le tentazioni forcaiole che stanno risorgendo ai nostri giorni, anche in Italia, la patria di Cesare Beccaria, il grande antesignano dell'abolizionismo con la sua opera Dei delitti e delle pene (1764), bisognerebbe ricordare ai credenti le parole divine riferite dal profeta Ezechiele: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva? Io non godo della morte di chi muore!» (18,23-32).
    Ma il progressivo sviluppo del quinto comandamento verso la condanna di ogni uccisione e violenza raggiungerà il suo vertice con Cristo. Certe sue parole sono più taglienti di quella spada che egli ha ordinato a uno dei suoi discepoli di rimettere nel fodero, dopo aver troncato l'orecchio del servo del sommo sacerdote, nella notte drammatica dell'arresto di Gesù al Getsemani: «Rimetti la spada nel fodero perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Matteo 26,52). Cristo, infatti, nel suo celebre "Discorso della Montagna" aveva esplicitamente dichiarato: «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio: anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello; e se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne due con lui... Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori!» (Matteo 5,38-44). Tuttavia, lasciando da parte le ormai obsolete disquisizioni sulla guerra giusta e ingiusta, c'è da comporre queste parole di Gesù con la tradizionale dottrina della legittima difesa alla quale anche il recente (1992) Catechismo della Chiesa Cattolica riserva un intero capitoletto (nn. 2263-2267). Inoltre, nel n. 2243 dello stesso documento, si affronta anche la resistenza all'oppressione del potere politico e nei nn. 2302-2317 si ha una forte apologia della pace, osservando però che «si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare». È in questo testo della Chiesa che ritroviamo un passo famoso della Summa Theologiae di Tommaso d'Aquino (Il-II, 64,7): «Se per difendersi si esercita una violenza più grande del necessario, questo sarà illecito. Ma se si respinge la violenza in modo misurato, è lecito... L'azione di difendersi può causare un duplice effetto: l'uno la conservazione della propria vita, l'altro la morte dell'aggressore. Il primo soltanto è voluto: il secondo non lo è».
    Al di Ià della difficoltà dell'applicazione equilibrata e corretta della regola tomistica (e classica) dell'autodifesa, come comporla col principio evangelico della non-violenza assoluta? La risposta è proprio nella struttura della fede cristiana legata all'Incarnazione e quindi alla storia, struttura a cui si faceva già sopra cenno. I principi devono essere "incarnati" nella concretezza dei casi che spesso sono molto più intricati e complessi (si pensi - per fare un esempio di altro genere - all'appello evangelico alla povertà, al distacco, alla condivisione dei beni all'interno di una società economica com'è l'attuale). Si devono, perciò, trovare vie meno dannose per il principio ma anche compatibili con determinati contesti speciali e particolari.
    Così si può ammettere una reazione di difesa nel caso in cui essa sia l'unica strada possibile per impedire l'aggressione, l'ingiustizia, l'oppressione: l'atto violento è finalizzato non a punire l'aggressore, ma a farlo desistere e a bloccarlo. In situazioni eccezionali è, dunque, da considerarsi legittimo il ricorso alla forza purché esso sia per la difesa dei diritti dei deboli, e non per incrementare inimicizie e odio, quanto piuttosto per estinguerli. Riconosciuta la legittimità di questa tutela di sé e dei valori della persona (vita e libertà) - legittimità fondata anche sul principio dell'"amare il prossimo come se stessi" (esiste, quindi, un lecito "amare se stessi") È, però, necessario per il cristiano ribadire con forza il principio dell'"amare il nemico" e, quindi, della non-violenza. È ciò che anche S. Paolo faceva scrivendo ai Romani: «Vinci il male con il bene!» (12,21). È ciò che Giovanni Paolo II fa sistematicamente coi suoi appelli alla «pace possibile, doverosa, necessaria» e alle vie alternative della trattativa, soprattutto in un contesto politico così complesso com'è l'attuale.
    Anche se apparentemente "utopica" e, proprio per questo, tesa verso un superamento costante delle situazioni concrete, la non-violenza è, in realtà, molto più efficace di quanto politici e militari vogliono farci credere: basti solo pensare a Gandhi o a Martin L. King. In un mondo che spesso sbrigativamente si orienta verso soluzioni di morte, di violenza, di prevaricazione, il seme e il lievito di questo principio cristiano devono essere ancora deposti nel terreno della storia. In questa luce il quinto comandamento acquista un rilievo altissimo nella sua forma più pura e assoluta. Esso si trasforma in un vigoroso appello alla coscienza degli individui e dei popoli (non solo cristiani), come ci ha ricordato Giovanni Paolo Il nell'enciclica Evangelium Vitae. Purtroppo, infatti. osservava il Papa, «il XX secolo verrà considerato un'epoca di attacchi massicci contro la vita, un'interminabile serie di guerre e un massacro permanente di vite umane innocenti. l falsi profeti e i falsi maestri hanno conosciuto il maggior successo possibile».
    Dobbiamo, allora, con coraggio ribadire la tutela della vita umana in tutti i suoi gradi e forme e dobbiamo estirpare da noi stessi il seme velenoso dell'odio. Il famoso predicatore domenicano e scrittore Henri-Dominique Lacordaire (1802-1861) ammoniva: «Volete essere felici per un istante? Vendicatevi! Volete essere felici per sempre? Perdonate!».


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