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    «Non nominare

    il nome di Dio invano»

    Il secondo comandamento

    Gianfranco Ravasi 

    "Bada, nun biastimà, Pippo, ché Iddio / è orno da risponne per le rime». Così, con la sua ben nota ironia lievemente dissacrante, Giuseppe Gioacchino Belli, il famoso poeta romanesco (17911863), ammoniva un suo immaginario interlocutore contro i rischi della bestemmia. Il titolo del sonetto era emblematico: Primo, non pijà er nome de Dio invano, titolo desunto dal Decalogo biblico ove appunto leggiamo — in realtà come secondo comandamento — il precetto: «Non pronunzierai invano il nome del Signore, Dio tuo, perché il Signore non lascia impunito chi pronunzia il suo nome invano» (Esodo 20,7). Per noi, anche se forse solo nel ricordo remoto di un'adolescenza ormai stinta e persino estinta, il comandamento è rimasto impresso nella formulazione essenziale e lapidaria: «Non nominare il nome di Dio invano».
    Tutti, comunque, quando sentono riecheggiare quelle parole, corrono spontaneamente a un comportamento ancora diffuso, nonostante il cattivo gusto che esso rivela anche agli occhi (o meglio alle orecchie) di chi non è credente, quello appunto della bestemmia, comportamento un tempo punito anche dalla legislazione civile. Con un certo sarcasmo un proverbio orientale afferma: "Quando la rabbia ti fa sputare contro il cielo, finisci sempre con lo sputarti in testa». E, nonostante il nostro luogo comune, espresso anche dalla locuzione "bestemmiare come un turco", la profanazione del nome divino è una non esaltante prerogativa dell'Occidente: si pensi che in arabo è grammaticalmente e stilisticamente quasi "impossibile" bestemmiare, a meno di compiere un vero e proprio errore letterario.
    È stato detto tanto sulla bestemmia, sulla volgarità, sulla sua rivelazione di impotenza, sul suo essere frutto della collera sconfitta, ma anche sul suo "depotenziamento semantico", cioè, in parole povere, sull'essere divenuta spesso solo un intercalare un po' ribaldo, un po' arrogante, un po' infantile e così via. Si è anche ridimensionata, con l'ausilio della psicologia, la sua gravità nei manualidi teologia morale: talvolta, come si diceva, essa non fiorisce — si fa per dire — sulle labbra come attacco cosciente e insolente alla divinità, ma semplicemente è espressione di una volgarità sociale strutturale e generalizzata, un'imitazione ingenua che si trasforma in abitudine inconsapevole e così via.
    Tutto questo, comunque, non toglie la realtà sostanzialmente miserabile della bestemmia che non ha nulla della sfida di Prometeo al cielo ma che è solo semplice espressione di rifiuto, di rabbia, di impotenza e, ribadiamolo, di volgarità. Lo scrittore francese Julien Green, morto alle soglie dei 97 anni nell'agosto del 1998, in un'intervista dichiarava: «Quello che caratterizza la nostra epoca è la volgarità, non solo nelle maniere e nel linguaggio, ma anche nel modo che essa ha di offrire un'immagine di se stessa; non lo nasconde, ne è molto soddisfatta». Prima ancora che una questione teologica, la bestemmia è un problema di stile, di umanità matura e dignitosa.
    Ma, detto questo, dobbiamo dirottare il nostro discorso verso una direzione un po' inattesa. Sopra affermavamo che l'Oriente, soprattutto quello antico, ignora l'atto blasfemo, sia nella sua forma più bassa, sia nella sua espressione più alta - si usa ora ricorrere al vocabolo grecizzante biasfemia, almeno nel linguaggio colto - di ribellione e di rifiuto di Dio. Facile, allora, è la domanda: se negare o offendere la divinità è alieno dalla mentalità di quell'orizzonte culturale e religioso, che cosa significa in realtà il secondo comandamento? Per rispondere al quesito e per indirizzare il precetto del Decalogo verso un nuovo orientamento, è necessaria una puntualizzazione attorno a due parole capitali della norma biblica.
    «Non pronunzierai il nome del Signore...»: il primo termine da precisare è proprio il nome divino. In ebraico shem, il "nome", è molto più di un segno convenzionale dato a cose e persone per comunicare, è la realtà stessa nella sua identità più profonda. Per questo chi dà il nome a un essere ne è, per certi versi, signore, come è attestato da Adamo che impone il nome agli animali (Genesi 2,19-20), affermando in tal modo il suo dominio. Per questo chi conosce il nome di una persona ne è in comunione intima e profonda. Se già i Romani dichiaravano con un gioco di parole che nomen omen, cioè che il nome è un augurio e un indizio, per chi lo porta, del suo destino, anche noi nella selezione dei nomi dei figli cerchiamo di ricorrere a valori simbolici di parentela, di gusto, di estetica e - ahimè, per quella volgarità a cui sopra si accennava - di moda (i nomi degli "eroi" delle telenovelas!).
    Più complessa è la questione quando è di scena il nome di Dio. E qui dobbiamo idealmente trasferirci nelle aspre solitudini del Sinai, in un acrocoro montuoso spazzato dal vento e reso incandescente dal sole implacabile del deserto. Là un uomo, profugo e solitario, sta marciando su una pista. Quand'ecco, all'improvviso, un cespuglio s'incendia. È una combustione di materiale secco a causa dell'alta temperatura? È un cosiddetto "fuoco di Sant'Elmo"? Chi ci racconta questo episodio celebre che ha per protagonista Mosè, la guida degli Ebrei nella liberazione dall'oppressione faraonica, non ha dubbi: l'autore del capitolo 3del libro dell'Esodo in questa modesta scena nel deserto vede il segno di una teofania, cioè di un'apparizione misteriosa di Dio. Il fuoco, infatti, raffigura la divinità: è esterno a noi come il Signore trascendente, ma è in noi, ci attraversa con la sua luce e il suo calore, proprio come il Dio vicino e salvatore. Ebbene, in quel luogo, sul quale ora si levano un tempio e un monastero, quello di S. Caterina al Sinai (alla cosiddetta "cappella del roveto ardente" si accede — come fece Mosè — a piedi scalzi), una voce proclama il nome sacro divino, ma strana è proprio la qualità di quel nome che sembra dire e negare, svelare e celare. Ascoltiamo due battute di quel dialogo davanti al rovo incendiato: «Mosè disse a Dio: Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Essi però diranno: Come si chiama? E io cosa risponderò loro? Dio rispose a Mosè: lo sono colui che sono! Dirai agli israeliti: lo-sono mi ha mandato a voi» (Esodo 3,13-14). Sorprendente è questo nome affidato non a un sostantivo ma a un verbo, «lo sono».
    La tradizione ebraica ricorrerà a quattro consonanti, JHWH, per indicare quel nome che si collega al verbo hyh, "essere". Ma curiosamente ne impedirà la pronunzia (Jahweh è una resa vocalizzata escogitata successivamente; Jehowah o Geova è, invece, sicuramente erronea, anche se usata dai Testimoni di Geova). Al suo posto ancor oggi gli Ebrei leggono Adonaj, cioè "Signore". Perché questo silenzio mistico? E quella definizione
    "lo sono colui che sono" è una rivelazione o un velamento del nome di Dio? La risposta è proprio nel significato del nome presso gli Orientali. Se esso incarna la realtà di una persona, è ovvio che il nome di Dio è ignoto e ineffabile, proprio come il suo essere misterioso. Eppure non è un vano e vago appellativo quel JHWII perché rimanda a un verbo, "lo-sono", a una presenza efficace, a un'azione che si insinua e opera nella storia degli uomini.
    A questo punto dobbiamo spiegare il secondo termine: «Non pronunzierai il nome del Signore invano». In ebraico "invano" è un vocabolo con un valore preciso: shaw' è qualcosa di "falso", di "vuoto, vano e inutile", è la parola con cui si indica l'idolo. Allora scopriamo un altro senso da attribuire al secondo comandamento, un senso che lo collega al primo. La vera bestemmia è scambiare il nome-persona di Dio col nome "vano" di una cosa inutile e impotente. È un attacco sferrato alla falsa religione, agli idoli che ci costruiamo con le nostre mani, alle divinità comode e manipolabili, alle spiritualità simili a omogeneizzati in cui si miscelano sapori vaghi. Il filosofo inglese David Hume (1711-1776) affermava che «gli errori della filosofia sono sempre ridicoli; quelli della religione sono sempre pericolosi».
    Ai nostri giorni movimenti, sette, gruppi religiosi offrono una specie di fitness dell'anima, un cocktail di sapori spirituali esotici e speziati, un Dio shaw', cioè "vano" e comodo, che però alla fine risulta impotente e pericoloso, certamente incapace di salvare. Il pensiero corre al vitello d'oro del deserto, abbagliante nei suoi luccichii, ma destinato a essere frantumato e polverizzato. Tutti abbiamo un "nome vano" che pronunziamo nella superstizione e nell'illusione. Tutti ci rivolgiamo a qualche idolo, come confessava Pier Paolo Pasolini nel suo Usignolo della Chiesa Cattolica, raccolta poetica del 1949: «Come gli Ebrei ho anch'io il mio vitello d'oro / e solo ai suoi incanti / porgo attenzione».
    Molti idoli contemporanei sono più appariscenti e clamorosi di quella statua e portano magari il nome di tecnologia, finanza, potenza, piacere, consumo, pubblicità... Ma la radice è sempre la stessa, l'auto-adorazione dell'uomo o la sostituzione di una cosa al Dio vivente. Una sostituzione tragica perché l'uomo è mortale e le cose sono limitate e non possono salvarsi e salvare. Sarebbe come voler uscire dalle sabbie mobili in cui si sta affondando alzando le mani verso l'alto per sollevarsi. Il noto filosofo e psicologo Erich Fromm (1900-1980) nell'opera Voi sarete come dèi suggeriva una riflessione sull'idolatria che vorremmo porre a suggello di questo commento al secondo comandamento.
    Scriveva dunque: «L'uomo trasferisce le sue passioni e qualità nell'idolo. Più egli si svuota, più l'idolo si ingrandisce e si fortifica. L'idolo è la forma alienata dell'esperienza dell'uomo di se stesso. Adorandolo, l'uomo si adora... L'idolo è una cosa e non ha vita. L'uomo, cercando di assomigliare a Dio, è un sistema aperto che si avvicina a Dio; l'uomo, sottomettendosi agli idoli, è un sistema chiuso, che diventa egli stesso una cosa. L'idolo è privo di vita; Dio è vivo. La contraddizione tra idolatria e il riconoscimento di Dio è, in ultima analisi, tra l'amore per la morte e l'amore per la vita».
    La lotta tra l'idolatria e la fede è sostanzialmente un confronto tra morte e vita, come dice il filosofo tedesco. Proprio come cantava l'antico poeta ebreo, il Salmista: »Sono un soffio i figli dell'uomo / e illusione i potenti del mondo: / a pesarli, insieme, sono aria... / Non vogliate affidarvi alla forza, le rapine non portano frutto: / pur se abbonda la vostra ricchezza, / mai ponete in essa il cuore / ... Solo in Dio il mio cuore riposa, / da lui viene la mia speranza. / È mia rupe e mia salvezza lui solo, / la mia roccia: io più non vacillo» (Salmo 62).
    Dobbiamo allora ricordare il monito di Elias Canetti, famoso scrittore di origini ebraiche, nato in Bulgaria nel 1905 e morto nel 1994, nel suo ritratto impietoso di quella folla di cristiani che nominano il nome di Dio invano, praticando una religione interessata e idolatrica. Ecco le sue parole: «Ogni volta che non ha niente da dire, costui nomina Dio. Possono prendere il loro Dio nella bocca come pane. Possono, quando vogliono, nominarlo, chiamarlo, proclamarlo. Masticano il suo nome, inghiottono il suo corpo. E dicono ancora che per loro non c'è nulla di più alto di Dio. Sospetto che molti di quelli che pregano cerchino di arraffare da Dio una quantità di cose che non vogliono cedere mai più, e questo prima che un altro le abbia arraffate al loro posto».


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