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    La fede cristiana si vive in comunità


     

    Luis A. Gallo

    (NPG 2001-08-31)


    Non si è credente cristiano «in solitario». Sin dagli inizi la fede cristiana è stata un fatto comunitario. Ne è una indiscutibile conferma il libro degli Atti degli Apostoli, che potrebbe essere considerato come il racconto della prima esperienza di fede in Gesù Cristo. In esso si vede come la convergenza verso quel nucleo centrale, che era costituito dalla morte e risurrezione di Gesù, diede origine alla Chiesa come «comunità di credenti», una comunità che andò poi camminando attraverso i secoli ed è arrivata fino ad oggi.

    La Chiesa, comunità di credenti in Cristo

    È importante rilevare in partenza un dato di grande importanza: esiste nel mondo una comunione tra gli uomini e le donne che va oltre all’accettazione esplicita degli enunciati della fede cristiana proposto dalla Chiesa. La potremmo chiamare comunione nella fede vissuta e realizzata. Consiste nel condividere la messa in opera di ciò che la fede cristiana propone. In concreto, chi dà da mangiare all’affamato e da bere all’assetato, chi veste l’ignudo o visita l’ammalato e il carcerato (Mt 25,34-40), è in comunione di fede pratica con tutti quelli che, pur senza saperlo e forse anche senza volerlo, cercano di realizzare il disegno di Dio manifestato in Gesù Cristo come trionfo della vita sulla morte. Tale comunione dà origine alla grande comunità di tutti coloro che, come sostiene la Costituzione Gaudium et Spes (n. 22e), sono uniti insieme dallo stesso Spirito vivificante, comunità che va molto al di là della comunità ecclesiale perché ha le stesse dimensioni del mondo.
    Ma, senza eliminare questo primo dato, ce n’è un altro da tener presente: esiste la Chiesa come «comunità di credenti in Cristo» (At 4,32). Fanno parte di essa coloro che hanno deciso di impegnarsi nel fare trionfare la vita sulla morte all’insegna della luce del suo Vangelo. Essi non sono solo in comunione di azione, ma condividono anche la visione evangelica della realtà, il modo in cui Gesù stesso la vide e l’affrontò. Sono fermamente convinti che questa maniera di vedere le cose è la più ricca e la più feconda per l’umanità, pur senza negare che ce ne siano altre, pure ricche e feconde. Perciò aderiscono saldamente ad essa.
    Da questa visione evangelica della realtà i credenti in Gesù Cristo ricevono luce per affrontare e illuminare i problemi che la vita e la storia vanno loro presentando. A questo scopo anch’essi, sulle orme dei primi discepoli, cercano di alimentare la comunione nella fede mediante l’assiduità «all’insegnamento degli Apostoli» (At 2,42). Tornano cioè spesso a prendere contatto con l’annuncio del Vangelo per poter cogliere tutte le sue implicanze. Una comunità ecclesiale che non frequentasse il Vangelo finirebbe per inaridirsi o per assumere, quale guida del suo modo di essere, di pensare e di agire, altre proposte che non sono quella che dovrebbe conferirle la sua identità. È anche questo uno dei motivi che consigliano un ritmo settimanale d’incontro comunitario nell’Eucaristia, la cui prima parte è centrata sull’ascolto della Parola di Dio.

    Ortodossia e ortoprassi

    Non si può negare che, in alcuni momenti della sua storia, la Chiesa, particolarmente nella persona di coloro che la presiedavano, è stata perfino eccessivamente preoccupata della comunione dei suoi membri nella stessa fede. L’eresia come rottura di tale comunione fu vissuta come un incubo che mise a dura prova la sua serenità. Una notevole quantità di concili, regionali ed ecumenici, ebbero come obiettivo prioritario la lotta contro gli errori gravi o meno gravi che incrinavano la dottrina. Tutti i concili universali della chiesa, prima del Vaticano II, si sono mossi, infatti, in quella direzione. E in tale contesto non va dimenticato il triste fatto della cosiddetta «Santa Inquisizione», con tutto ciò che di meno edificante essa ha comportato.
    Cosa dire davanti a questi dati storici innegabili? Bisogna anzitutto tornare indubbiamente a ribadire, ancora una volta, l’importanza che riveste la condivisione degli enunciati della fede: se la comunità ecclesiale non ne fosse convinta, non li custodirebbe con tanto zelo. Essa sa che, come ricordava Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi, l’infedeltà ad essi metterebbe a repentaglio la salvezza degli uomini (n. 5), perché spegnerebbe la luce che illumina la strada della vita. È quindi convinta che non è indifferente abbracciare e proporre indifferentemente qualunque annuncio. Sa che quello di Gesù Cristo è il più fecondo, il più capace di contribuire alla salvezza degli uomini, e perciò ci ha tenuto sempre a custodirlo con estrema fedeltà. Ha coltivato perciò con molta attenzione l’ortodossia dottrinale.
    D’altra parte occorre tuttavia ricordare che, se il senso genuino di questa fedeltà viene oscurata, i contenuti della fede finiscono per convertirsi in una ideologia astratta e statica che trasforma l’ortodossia in fanatismo generatore di morte. È di somma importanza, quindi, tener presente che l’ortodossia è al servizio della salvezza e che, pertanto, è sempre un mezzo e non un fine. Il fine è sempre uno solo: far trionfare la vita sulla morte. Si capisce così lo stretto legame che c’è tra ortodossia e ortoprassi della fede, un legame che non deve essere mai spezzato da nessuna delle due parti.
    Ciò comporta anche, fra altre cose, il bisogno di rivedere costantemente gli enunciati in cui si esprime la fede, affinché conservino il loro autentico senso. I membri della Chiesa non sono in comunione nella stessa fede perché custodiscono insieme qualcosa di passato e di morto, ma perché condividono una risposta seria e impegnata ai problemi reali degli uomini a partire dal Vangelo.

    I gradi nell’accoglienza della fede

    L’annuncio evangelico, abbracciato nella sua integralità dai cristiani, spesso viene accolto solo parzialmente da altri uomini e donne che non si riconoscono membri della Chiesa. Succede particolarmente oggi, un tempo in cui la tendenza a una religiosità «alla carta» è molto diffusa. Ma qualcosa di analogo può avvenire – e attualmente avviene con un certa frequenza soprattutto nel mondo giovanile – all’interno della stessa comunità ecclesiale. La ragione sta nel fatto che al presente si vive in una società fortemente frammentata. Vivere una pluralità di appartenenze porta spesso a essere selettivi nei confronti dei contenuti della fede che propone la comunità ecclesiale.
    In altri tempi si è reagito in maniera piuttosto drastica davanti a situazioni come queste, applicando il criterio del «o tutto o niente». Chi non dimostrava di accogliere tutte e ognuna delle verità della fede, veniva automaticamente estromesso dalla comunità ecclesiale. In termini più tecnici, veniva «scomunicato». Sembra che oggi questo criterio debba venir allentato, date la condizioni socio-cultuali dei credenti. Certo, va saldamente mantenuta la convinzione che nella fede ci sono degli elementi essenziali che non possono venir tralasciati senza cambiarla sostanzialmente, perché sarebbe intaccarla nel suo nucleo; ma, allo stesso tempo, va riconosciuto che ci sono altri aspetti della fede che hanno dei rapporti molto più tenui con tale nucleo (UR 11; cf EN 25).
    Una prima conseguenza di questo cambio di prospettiva è che, all’interno della Chiesa stessa, non risulta tanto facile qualificare qualcuno come «eretico», come accadeva in altri tempi. La visione evangelica delle cose, infatti, lascia un ampio margine di flessibilità per molti aspetti che non sono essenziali. Probabilmente, se la Chiesa in passato avesse tenuto più conto di questo dato, non si sarebbe arrivati alle dolorose divisioni tra i diversi gruppi di cristiani che si sono avverate in diversi momenti della storia.
    Una seconda conseguenza riguarda il rapporto tra le diverse Chiese che si dicono cristiane. È il problema dell’ecumenismo. Il fatto di riconoscere l’esistenza di una gerarchia tra gli enunciati della fede ha avuto e continua ad avere una grande incidenza in quest’ambito. Molte Chiese cristiane tendono attualmente ad ammettere che, in realtà, «è molto più quello che ci unisce che quello che ci separa», come amava dire Giovanni XXIII. In genere, ciò che attualmente separa ancora i diversi gruppi di cristiani è costituito da componenti della fede che si situano a una certa distanza del cuore del messaggio evangelico. Alle volte, più che di contenuti diversi, si tratta di ottiche o modi di vederli culturalmente diversi. Si capisce allora perché il documento conciliare sull’ecumenismo abbia abbandonato il criterio del «o tutto o niente» in questo contesto (UR 3-4), e l’abbia sostituito con quello della gradualità nella comunione. La meta dello sforzo ecumenico consiste, quindi, nel superare ciò che ancora divide le Chiese che si ispirano alla persona e al messaggio di Gesù Cristo, e nell’arrivare alla piena comunione di fede, senza però auspicare un uniformità nel modo di esprimerla.
    Ancora una questione si ricollega strettamente con ciò che è stato finora detto. Un certo modo di concepire le cose nella teologia della fede del passato, aveva portato a dimenticare quasi completamente la componente esistenziale dell’adesione alla medesima. Come se tale adesione si producesse all’insegna della sola intelligenza. Più realista al riguardo si dimostrava ai suoi tempi il grande maestro san Tommaso d’Aquino, il quale sosteneva che, umanamente parlando, il motivo ultimo per il quale una persona si decide a dare il suo sì alla fede, è il fatto di trovare in ciò che essa annuncia un appagamento del suo appetito di felicità. «Oggetto della fede sono le cose che riguardano la felicità dell’uomo», affermava egli. Quest’osservazione porta a concludere che solo chi scopre – anche solo intuitivamente – il collegamento tra gli enunciati della fede e il proprio desiderio di pienezza di vita può dare loro il proprio consenso. Il che non avviene ordinariamente da un momento all’altro, ma richiede tempo e pazienza. E richiede inoltre rispetto del ritmo proprio di ogni persona. Probabilmente, date le condizioni di pluralismo e frammentarietà di cui si parlava sopra, alcuni uomini e donne, e soprattutto alcuni giovani d’oggi, non arriveranno mai a un assenso totale e definitivo a tutti i contenuti secondari della fede. Non sembra che li si debba «scomunicare» per questo, piuttosto occorrerà accompagnarli pazientemente nella progressiva scoperta del senso di vita e pienezza che hanno tutti gli enunciati della fede.


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