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    Quali storie l’Europa

    racconterà per il futuro?

    Agnes Heller

    (NPG 08-09-30)

     

     

    Nell’articolo precedente ho iniziato sollevando la questione filosofica circa l’identità dell’Europa. Alla domanda «cosa è?» ho dato anzitutto una risposta preliminare: l’Europa è le storie che si raccontano di essa. Continuando questa linea di presentazione, ho cominciato a descrivere alcune storie europee, specialmente quelle che hanno fortemente determinato l’identità europea almeno negli ultimi 500 anni.

    Ma descrivendo queste storie, non ho risposto alla domanda di cosa l’Europa è, bensì alla domanda di cosa l’Europa era. Perché lo scrivere storie continua. Nel presente e continuerà nel futuro.

    Per spiegarmi in una maniera un po’ meno patetica, la questione che vorrei ora sollevare non è se è esistita l’Europa come tale, ma se esisterà. L’Europa è certamente esistita, dal momento che ha diverse storie, belle o brutte che siano. Se ci sarà l’Europa dipende dalla questione che voi solleverete, i giovani dell’Europa di oggi: voi inventerete nuove storie basate o meno su quelle vecchie: l’Europa sarà quella delle storie che voi racconterete. Le vostre «fiction», specialmente quelle effettive, cioè le fiction che voi siete pronti e desiderosi di costruire con l’azione, saranno l’Europa di domani. E oggi è già domani.

    Per dirla brutalmente, dipende da voi (che leggete questo articoli) se ci sarà un’Europa nel futuro o no, e che tipo di Europa sarà.

    Io non so cosa sarà la vostra nuova storia d’Europa, so solo cosa mi piacerebbe. Ma cerco di immaginare cosa non potrà essere.

    La vostra nuova storia non può più essere la storia del progresso, dello sviluppo tecnologico e neppure la storia della modernità. Perché a questo punto l’intero mondo sarà già diventato (o starà per diventare) moderno. La modernità, lo sviluppo tecnologico o le scienze non sono più la «differenza specifica» del subcontinente europeo. Si insegna la medesima fisica in tutte le università del mondo come si usano gli stessi cellulari o apparecchi televisivi. Di più ancora, nei musei di arte contemporanea difficilmente si noteranno differenze tra creazioni artistiche europee o africane, tra la musica giapponese o ungherese. C’è una cosmo-polis nelle arti nobili come nel mondo del divertimento.

     

    Una narrazione della libertà e della pace

     

    Una delle narrazioni europee dominanti è rimasta tuttavia bisognosa di costante interpretazione, difesa, elaborazione. È rimasta un tema bruciante e richiede continua difesa e innovazione. È la narrazione della libertà, qualsiasi forma abbia assunto.

    La prima narrazione dell’Europa è stata quella della libertà. È stata molte volte distorta, abusata, sminuita. È la storia che i cittadini europei non dovrebbero mai abbandonare.

    Ai tempi del Trattato di Roma, 50 anni fa, l’Europa era ancora divisa tra democrazie e dittature, anche totalitarie. Gli stati firmatari si impegnarono nella costruzione dell’ordine democratico. E tutte le nazioni che da allora firmano tale trattato si vincolano allo stesso impegno.

    Di più, 50 anni fa una vecchia utopia europea, che non era mai diventata effettiva fino ad allora, è diventata effettiva per la prima volta, almeno tra i partners del trattato: è l’idea della pace.

    L’Europa è sempre stata un continente in guerra. Francia e Inghilterra, Inghilterra e Germania, Francia e Germania, Cattolici e Protestanti non sono riusciti a condividere lo stesso continente senza farsi reciproche guerre. Il trattato di Roma, che ha creato l’Unione Europea, era già un impegno per la pace europea.

     

    Eppure non c’è necessariamente armonia tra il racconto della libertà e quello della pace.

    Perché, come si può immaginare, esse richiedono due impegni irriconciliabili.

    C’è pace all’interno dell’Unione Europea. Ma non c’è pace nel mondo. E, fino a ieri, c’erano ancora guerre in Europa e ce ne potranno essere anche per il futuro. I giovani che stanno per scrivere le «fiction» europee per il futuro devono essere consapevoli di certe possibilità di grande importanza. Cioè, che si può giungere a scelte di valore tra libertà e guerra. A una scelta di valore generale da una parte, e a una scelta pragmatica, contestuale dall’altra. Come persona che ha vissuto in una dittatura ed è sopravvissuta a due regimi totalitari prima di avere la prima esperienza di democrazia, mi permetto di dare ai giovani un solo semplice consiglio: date preferenza sempre alla libertà, in caso di collisioni di valori indipendentemente dal contesto. Seguire questo consiglio può condurre provvisoriamente a conseguenze sfavorevoli, ma non a conseguenze fatali, mentre invece la scelta opposta può rivelarsi fatale.

    La storie future dell’Europa saranno scritte dai cittadini europei, sicuramente a certe date circostanze. Tali circostanze possono in parte derivare da scelte precedenti dei cittadini europei. Dopo tutto, è ancora vero che se i padri mangiano uva acerba, i figli avranno i denti legati. Se si scelgono valori altri che la libertà, qualcuno dovrà pur pagarne le conseguenze.

    Sicuramente le circostanze delle vostre scelte e azioni in generale possono pure essere indipendenti da quelle dei vostri padri. L’Europa appartiene al mondo, e deve rispondere alle sfide del mondo. E noi viviamo in un’età dove tutto ciò che accade anche nel più remoto angolo della terra influenza le vita e le scelte del cittadino europeo. E, forse, i cittadini europei possono influenzare il corso degli eventi in una parte remota del nostro globo. Questa è una nuova specie di responsabilità, una specie di responsabilità allargata, che può essere chiamata responsabilità «planetaria».

    Per esempio, benché il totalitarismo sia scomparso dall’Europa, non è scomparso dal mondo: è un pericolo sempre presente. Ci sono solo due istituzioni politiche o modi di governo tipicamente moderne: la democrazia liberale e il totalitarismo. I totalitarismi sono costituiti da partiti totalitari e guidati da ideologie totalitarie. Tali due istituzioni sono reciprocamente nemiche mortali. Gli ideologi totalitari lo sanno molto bene, ma i cittadini delle democrazie liberali talvolta lo dimenticano. Il mondo è sempre stato un posto pericoloso. Lo rimane tuttora e lo resterà.

    L’Unione Europea difende i suoi cittadini contro i pericoli che si annidano all’interno dell’Europa, e non creerà pericoli per gli altri continenti, ma l’Unione Europea non può prevenire l’emergenza di stati totalitari o imperi che anche la minacciano. Questo non dovrebbe essere dimenticato.

    La storia politica non sviluppa leggi nel suo corso. Ci sono parecchi fattori interamente contingenti che possono cambiare il clima politico per il peggio o per il meglio, e appunto perché questi fattori sono contingenti non possono essere previsti: non ci si può preparare per le contingenze.

    È così pure per le situazioni che risultano da contingenze imprevedibili che vi raccomanderei di lasciarvi guidare da certi valori più che poggiarvi solo su scelte pragmatiche.

     

    Restare fedeli a valori o idee non ha nulla a che vedere con l’attaccamento a ideologie. Poggiarsi su un’ideologia è pericoloso quanto attaccarsi puramente a decisioni pragmatiche. Vendersi a un’ideologia è come fare un accordo complessivo, dove si compra tutto quanto vi è incluso. Se qualcuno è guidato da una ideologia, la cosa sarà simile: si ha da prendere tutto quello che appartiene al nucleo ideologico. Tutti i fatti saranno interpretati dall’applicazione di un quadro già confezionato. Se uno è guidato da un’ideologia, perderà la capacità di pensare con la propria testa, di pensare dalla prospettiva dell’altro e infine di pensare di conseguenza.

    Immanuel Kant descrisse tre massime come le massime del comune sentire: pensa con la tua testa, pensa dalla posizione dell’altro e pensa di conseguenza. Le ideologie di ogni genere impediscono alla mente di seguire queste tre massime del buon senso.

    Pensate nello spirito di queste massime. Questo è quanto, basandolo sulle mie esperienze e imparando dai miei errori, posso proporvi.

     

    I problemi da affrontare

     

    In quanto segue citerò brevemente alcuni problemi che con ogni probabilità dovrete affrontare.

    Per evitare fraintendimenti, non parlerò di problemi che voi, giovani cittadini europei, state per risolvere. La vita non è un problema che può essere risolto. Davvero importante è ricordare che i conflitti seri sono come la vita: non possono essere risolti, perché hanno come incorporato un aspetto paradossale o almeno antagonistico. Ma anche se non risolti, possono essere trattati, affrontati per prevenire catastrofi. Parlerò unicamente delle contraddizioni, che occasionalmente si sviluppano in paradossi, perché sono le più difficili da trattare.

     

    Centro-periferia

     

    Anzitutto, la questione della relazione tra centro e periferia.

    L’Unione Europea è un impero atipico. Perché impero e perché atipico?

    È un impero perché simile per molti aspetti agli imperi europei prima della prima guerra mondiale. A quel tempo quasi tutto il subcontinente europeo era dominato da imperi, come quello ottomano, quello britannico, quello asburgico, l’impero tedesco. E anche i Paesi Bassi, il Portogallo, la Spagna, l’Italia e la Francia avevano colonie, e fintantoché furono colonizzatori possono anche essere denominati imperi. Questi imperi avevano un vantaggio rispetto alle nazioni-stato formatesi dopo i processi di indipendenza. Nel senso che un impero ha un peso economico di gran lunga più grande della somma totale del potere economico delle nazioni che lo compongono. Un impero è un grande corpo composto da differenti nazioni e popoli che parlano linguaggi diversi e che possiedono tradizioni diverse. E questo è un grande vantaggio rispetto a nazioni-stato staccate, indipendenti eppure sospettose e talvolta persino ostili tra loro.

    Simile è il caso dell’Unione Europea. Ma c’è una sostanziale differenza.

    Contrariamente agli imperi europei, nell’Unione Europea nessun stato singolo occupa una posizione privilegiata, non c’è un linguaggio ufficiale e invece di un imperatore ci sono istituzioni centrali democratiche. Questo è un fatto totalmente nuovo. Di fatto, la modernità permette l’invenzione di istituzioni, di forme di integrazione e di governo totalmente nuove.

    Ho già accennato che sia la democrazia liberale che il totalitarismo sono interamente invenzioni nuove, La democrazia liberale, come nuova forma di governo rimpiazzò le vecchie repubbliche da una parte e le monarchie liberali dall’altra; il totalitarismo rimpiazzò le dittature militari e il dispotismo; e l’Unione Europea come nuova formazione ha sostituito i vecchi imperi europei. È molto probabile che se la democrazia liberale si espande, Unioni simili possano stabilirsi anche in altri continenti.

    Ma ci sono alcuni problemi da affrontare, non totalmente diversi da quelli che i vecchi imperi europei hanno affrontato. C’è ancora, o ci può almeno essere, un conflitto tra il centro e la periferia, perché – come nel caso della maggior parte dei vecchi imperi europei – il centro è più ricco della periferia. In aggiunta l’Unione Europea condivide un’importante tendenza con gli imperi tradizionali, e cioè l’espansione territoriale ed economica come suo elemento vitale.

    E più essa si espande, più la distinzione centro-periferia assume importanza. Vi è certamente ridistribuzione istituzionalizzata, ma nessuna distribuzione istituzionalizzata può coprire il gap economico. Questa tensione economica può, nel futuro, comparire nella forma di tensioni politiche, aumento di movimenti radicali, populismo sia al centro che nelle periferie.

    Appartenere alla stessa Unione richiede integrazione. Tutti gli stati membri hanno bisogno di essere integrati nell’insieme. I movimenti populisti interpretano l’integrazione come se fosse un processo di assimilazione. E la tendenza di assimilazione è usualmente seguita da una controtendenza di dis-assimilazione, L’assimilazione è ingannevole, la disassimilazione è dirompente.

    Ho detto poco sopra che l’Unione Europea è un impero atipico perché ha rimpiazzato gli imperi europei. È un’Unione dove gli stati membri hanno eguale posizione e dove essi rimangono nazioni-stato indipendenti anche se con una sorta di sovranità limitata. La difficoltà a produrre e accettare una costituzione vincolante per tutti gli stati membri con le loro proprie costituzioni è un difetto risultante da un pregio.

    E, seconda cosa, l’Unione Europea è un impero atipico perché non possiede un esercito. E un impero senza esercito è senza difesa, perché deve contare solo sul proprio potere economico o sul potere militare di altri. Questo problema deve essere affrontato dalle generazioni future, e non è un problema facile. Se l’Europa sviluppa un potere militare suo proprio, sarà di gran lunga preparata e capace di opporsi a ricatti. Ma allora deve sacrificare una parte della sua ricchezza. Il conflitto tra libertà e benessere apparirà, con ogni probabilità, all’orizzonte dell’Unione nel corso della vostra vita. Ma anche senza affrontare tale questione, nessuna integrazione può essere assicurata unicamente dai vantaggi economici. Questi vanno e vengono.

    Ma anche se il conflitto tra libertà e benessere è una questione del futuro, un altro conflitto è già comparso nell’orizzonte europeo. È il conflitto tra benessere e responsabilità planetaria. Per «benessere» non intendo in questo caso unicamente lo star bene economicamente, ma anche il diritto a una condotta di vita senza minacce immaginate o reali.

     

    Integrazione-assimilazione

     

    Ho accennato al problema dell’integrazione vs assimilazione nel caso della relazione tra gli stati membri, gli stati del centro e quelli della periferia. Ora accenno al medesimo problema all’interno degli stati membri.

    Quando ho menzionato la questione della costituzione, ho detto che la difficoltà a giungere a un accordo ha a che fare con lo status di indipendenza degli stati membri: questo debito è un credito. Ma questo credito è anche un debito in un’altra relazione. Gli stati-nazione hanno serie difficoltà di integrazione. Intendo dire che con l’integrazione di popoli che provengono da altri continenti nelle nazione europee per ragioni economiche o per ricerca di asilo, gli Europei hanno una responsabilità planetaria: essi devono offrire almeno ad alcuni di essi un posto al sole. Ma gli Europei, almeno la maggioranza di loro, temono per il loro proprio benessere, hanno un diritto al loro modo di vivere che sentono minacciato.

    Non è cosa nuova il fatto che gli stati nazionali in genere non sono molto bravi a integrare membri di altre culture. Essi non accettano lo «straniero», e solo a condizione di piena assimilazione lo straniero può ricevere diritti civili, ma non è accettato dalla società: la discriminazione è spontanea e anche organizzata, comunque rampante. Il caso dell’emancipazione degli Ebrei è stato un caso tipico nel XIX sec. La nazione ospitante richiedeva da loro totale assimilazione, e non già per offrire l’opportunità di assumere lo stile di vita, la lingua, le usanze e la religione della nazione ospitante, ma per far dimenticare completamente la propria. Anche se imposta e autoimposta, resta pur tuttavia un’impresa psicologicamente impossibile, che può avere come conseguenza solo la distorsione del carattere, come ad esempio nel caso del tipo del parvenue. Non esiste una assimilazione non forzata, solo l’integrazione può essere liberamente scelta. L’assimilazione forzata conduce normalmente alla dis-assimilazione. Così le forze centrifughe e centripete si alternano. Questo è anche il caso in cui i popoli membri sono essenzialmente diversi quanto a cultura, tradizione, lingua… anche senza aver mai creato uno stato nazione. La dissoluzione dell’impero ellenistico attraverso forze centripete lo mostra chiaramente.

    Ho menzionato il passato europeo soltanto per dire il mio pensiero. In una Unione dove gli stati membri non sono stati-nazione come negli Stati Uniti o in Australia, è molto più facile gestire questi problemi una volta scoperti e affrontati che non in una Unione di stati-nazione.

    Dalla prospettiva degli immigranti, integrazione significa accettare e seguire le regole di casa, il che include non soltanto le leggi ma anche regole sociali e la conoscenza della lingua della nazione ospitante (negli Stati Uniti quest’ultima non è necessaria, ma io ritengo che non sia una cosa buona).

    Dalla parte della nazione ospitante, integrazione significa offrire eguali opportunità ai nuovi venuti e accettare la loro differenza.

    È un fatto che la differenza rende i popoli timorosi, perché mette in pericolo la loro fiducia e confidenza nel loro proprio stile di vita, nel loro proprio concetto di giusta, buona e vera integrazione, accettando che differenza significa che tutto ciò che è potrebbe anche essere diverso. La paura del relativismo è una paura esistenziale, dove la parola esistenziale è usata in un’altra interpretazione. Come può questa paura essere trattata, socialmente e anche politicamente?

    Uso il termine «politico» perché almeno negli stati-nazione con un problema attuale di immigrazione, i movimenti radicali, e specialmente i movimenti populisti, suonano sulle corde di queste paure esistenziali. Essi suonano sulle corde della paura anche per gli altri tipi di differenza. Additare capri espiatori, canalizzare i problemi della vita nell’odio e risentimento contro l’altro è il più vecchio trucco dell’umanità. E siccome è il più vecchio è anche il più nuovo.

    Lo ripeto, non vi dico che dovrete risolvere un problema insolubile, ma che la vostra responsabilità sarà quella di affrontarlo fino al punto di una duratura per quanto sempre temporanea riconciliazione.

    Un’altra paura esistenziale è la perdita delle posizioni e del vantaggio economico.

     

    Rischi per le nuove narrazioni

     

    Voglio ora brevemente menzionare altri tre temi che potrebbero essere inclusi dentro alcune nuove narrazioni europee. Più precisamente, sono storie di cui ho un po’ di paura e a riguardo delle quali voglio condividere con voi la mia speranza che non diventeranno effettive attraverso le vostre azioni.

     

    La prima è l’antiamericanismo.

    Mi sembra che ultimamente certi Europei – e sono molti – vogliano creare e rinforzare l’identità europea attraverso una forte retorica e sentimenti antiamericani. Non sto parlando della critica al presidente Bush, ma dell’unilaterale ed emozionale rifiuto dell’America, che è cominciata già negli anni ’80 nei cosiddetti movimenti per la pace, dove i giovani europei difendevano l’Unione Sovietica, direttamente o indirettamente, contro gli Stati Uniti. Alcuni Europei – e sono molti – hanno cominciato a dimenticare che l’Europa era stata messa in ginocchio prima che gli Stati Uniti per due volte li tirasse fuori dal totalitarismo, prima da Hitler, poi da Stalin. Si può dire che era pure loro interesse, certo, tutti gli stati sono animali a sangue freddo, come Nietzsche ha detto una volta, non sono altruisti. Eppure, senza l’aiuto militare ed economico americano non ci sarebbe oggi nessuna Unione europea. Gli Stati Uniti sono la sola democrazia tradizionale del mondo. Noi possiamo imparare da loro che la democrazia è difficile e talvolta violenta, ma può essere sempre ringiovanita dal di dentro. E non è punto secondario che l’antiamericanismo almeno nelle sue espressioni sommamente emozionali è spesso effetto collaterale dell’antisemitismo, dal momento che gli Stati Uniti difendono Israele.

     

    La mia seconda paura è per un certo verso connessa alla prima. Gli Americani sono, forse, di vedute ristrette, ma essi credono nella libertà e nella democrazia.

    È facilmente comprensibile che dopo i decenni di reale o forzato entusiasmo richiesto dalle istituzioni totalitarie, gli Europei sono schifati delle fedi, sono diventati scettici e talvolta anche cinici. C’è una tradizione europea di volgersi sempre alle autorità centrali perché mettano le cose sbagliate al posto giusto. Il paternalismo e la difesa del paternalismo sono sempre segni di debolezza della mentalità democratica. E insieme all’attendersi tutto dallo stato padre o madre, molti Europei, giovani inclusi, si allontanano dalla politica, condividono il pregiudizio che questa è una professione degradata e che tutti i politici sono o stupidi o corrotti o almeno affamati di potere.

    La relazione nei confronti della classe politica, dello stato, davvero assomiglia alla relazione nei confronti di un genitore debole ma autocratico. Ci si aspetta tutto da loro, ma li si disprezza.

    I politici sono in media né peggiori né migliori dei dottori, degli insegnanti, degli spazzacamini; sono proprio come loro. Devono compiere il lavoro bene, e se lo fanno, meritano lode e fiducia, ma non amore. Solo i tiranni e i dittatori chiedono di essere amati. Per quanto concerne il potere, siamo tutti affamati di potere. Senza il potere di fare qualcosa non possiamo fare niente, ottenere niente, si resta impotenti. Bacone aveva ragione quando diceva che la conoscenza è potere. Ogni studente cerca la conoscenza, e così cerca potere. C’è un «potere per» e un «potere contro» qualcosa. Eppure anche il «potere per» ha bisogno talvolta di usare il potere «contro». A conti fatti siamo tutti eredi dell’Illuminismo francese. Si può ben impiegare il proprio potere se si ha almeno qualche convinzione. Lo ripeto: non ideologia, ma convinzione. Non c’è Unione Europea senza cittadini europei che credono che è cosa buona essere membri di tale Unione, cercare tale cittadinanza, averne cura, prendersi delle responsabilità per essa, desiderare di renderla più forte. Non esistono cittadini democratici senza mentalità democratica.

     

    Vengo ora alla terza e ultima paura.

    Chi scrisse le storie sull’Europa? Chi ha inventato le molte narrazioni che hanno costruito e ancora costruiscono l’identità europea?

    Cronisti, storici, filosofi, scrittori, pittori, scultori, giornalisti, registi, poeti, teologi. La tecnologia non inventa immagini; le scienze naturali – cioè le vere e proprie «scienze» – non sono interessate alla questione del «chi siamo». Se ci saranno nuove narrazioni europee o se si richiameranno, modificheranno, riproporranno quelle vecchie, dipende dall’importanza o dalla effettiva esistenza di narratori. Senza storie raccontate sull’Europa non c’è Europa. Senza storie raccontate nel futuro, l’Europa non esisterà nel futuro. Il continente sì, l’Unione forse, un pezzo di terra senza spirito, un’istituzione senza spirito.

    Le predizioni dei filosofi europei più significativi sono state piuttosto cupe. Essi hanno predetto che la ragione strumentale, lo spirito della tecnologia non distruggeranno ma trasformeranno lo spirito dell’Europa. La risoluzione dei problemi rimpiazzerà il racconto di storie. Fino a ieri gli intellettuali europei hanno influenzato l’opinione pubblica, la politica, la mentalità. Questo è stato un grande vantaggio dell’Europa nei confronti dell’America. L’Europa ha la sua élite culturale e la blandisce.

    Un’élite culturale è diversa dall’élite professionale. Quest’ultima è sottoposta alla divisione del lavoro. Non c’è ovviamente niente di sbagliato in questo, perché la specializzazione è la condizione per ottenere buoni risultati, ma un’élite culturale non ha a che fare con la specializzazione, nemmeno se i suoi membri possono anche essere specialisti. Essa ha a che fare con la mentalità democratica, e anche con il respiro di interesse, la prontezza alla riflessione, la conversazione disinteressata, l’intervento pubblico.

    È essa ancora così? C’è ancora élite culturale in Europa? È nella fase della scomparsa o, forse, nel suo farsi? Si potrebbe dire che una élite culturale è quanto resta di una élite sociale, antidemocratica: una specie di lusso. Non nego che sia un lusso. Così sono anche i vasi di fiori, così è la poesia, anche l’amore sentimentale. Chi amerebbe vivere senza lusso? Ma ciò che volevo dire nel sollevare quest’ultima questione è che non c’è democrazia senza una élite culturale, come non c’è storia raccontata senza di essa.

     

    Le mie predizioni non sono tuttavia cupe. La modernità sopravvive supportata da due specie di immaginazione: l’immaginazione tecnologica e l’immaginazione storica.

    Io non credo nella morte di nessuna delle due.

    Ma è compito vostro, giovani dell’Unione Europea, respingere le predizioni cupe e dare un’ulteriore chance alla speranza di continuare a scrivere storie d’Europa e conservare pertanto la nostra cultura ed eredità europea con lo sforzo e l’impegno di cambiarla.


    T e r z a
    p a g i n A


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