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    Perdite e speranze



    Osservatorio giovani

    Domenico Cravero

    (NPG 2012-09-4)


    Sappiamo che la società non è garantita nella sua evoluzione e nel suo progresso. È sempre possibile la crisi, perdere garanzie e posizioni di vantaggio. Le culture possono anche tramontare.
    Che cosa hanno perso le nuove generazioni, in questa svolta storica, almeno nel mondo occidentale? In senso generale e sintetico potremmo rispondere che hanno perduto l’opportunità di fare esperienza, in senso pieno. Vivono un tempo saturo di stimoli e di passioni, ma avvertono che è stata loro sottratta la presa diretta con la vita. Si sentono immersi in un flusso emozionale incessante, liberi di fare tutto, eppure si sentono come svuotati. Si tratta di una perdita grave. La psicologia insegna che l’adolescente cresce nella misura in cui ha l’opportunità di scontrarsi con realtà, imparando a mediare, nella dimensione quotidiana e realistica della vita, l’assoluto delle sue passioni e dei suoi desideri. Le fantasie di onnipotenza, rielaborate nel duro scontro con il reale, possono così evolvere e conservarsi come sogno e desiderio maturi. La passione (reale) costituisce il più prezioso contributo che i giovani danno per il rinnovamento della società. Alle nuove generazioni invece è stato offerto un crescendo di comodità e di facilitazioni. Si è alimentato in loro l’illusione di avere “tutto”, per poi trovarsi con “nulla”. Gli adulti si sono assunti la missione di rendere la vita dei loro figli la meno difficile possibile, fino a sostituirsi alla loro fatica e responsabilità secondo il principio: “Dimmi che cosa ti piace e io te la procuro”, esonerandoli dal senso del dovere, privandoli della soddisfazione della conquista. Non si sono accorti della squalifica che quel messaggio contiene.
    È avvenuto, così, qualcosa di quanto già negli anni ’70 Giorgio Agamben, scriveva: “l’uomo contemporaneo è stato espropriato della sua esperienza: anzi, l’incapacità di fare e trasmettere esperienze è, forse, uno dei pochi dati certi di cui egli disponga di se stesso” (Infanzia e storia, p. 5).
    L’invito che molti giovani vi hanno letto è di poter godere di un eterno presente. Ma, davvero, la nostra epoca è caratterizzata dalla ricerca del piacere?
    Potrebbero essere numerosi gli indicatori che descrivono piuttosto una società che non ha saputo e non sa godere. L’autore che forse per primo ha intuito il senso delle trasformazioni di fine ‘900 è stato Zygmunt Bauman con la sua definizione del nostro mondo come “società liquida”, caratterizzata dalla corruzione del codice dell’amore. I legami sono diventati evanescenti e insicuri. Alla leggerezza delle relazioni senza impegno (la relazione pura di A. Giddens) non corrisponde però la stabilità del piacere ma un’affettività inquieta e pesante; alla fragilità psicologica, seguono le identificazioni “solide” delle dipendenze, delle immaturità; alla evanescenza degli affetti subentra l’ingannevole sponda dei comportamenti standardizzati; alla gratificazione illusoria del narcisismo la paura dell’altro, la ribellione nei confronti della comunità. L'esito complessivo è un rapido indebolimento dei rapporti umani che si spogliano di intimità ed emotività. Prevale così la sensazione di vivere in un mondo fittizio, dove conta l’immediatezza della comunicazione, dove la veracità vale più della verità, l’immagine più della realtà. Nel mondo dove non c’è più l’Altro non si coltiva la responsabilità verso la verità, né sembra imporsi l’interesse a farla valere. L’eclissi dell’esperienza si accompagna così a un’altra perdita: la mancanza della risposta “religiosa” (in senso ampio) al senso della vita. È venuto meno lo spazio trascendente, il luogo mentale collettivo, alternativo al fare e al “provare” per non pensare. Ai drammi e alle catastrofi del Novecento, la società occidentale non ha rielaborato infatti alcuna forma di riparazione simbolica. Si è sforzata di cancellarne la memoria puntando sulla rinascita economica. Il culto consumistico delle merci ha alimentato l’illusione che il godimento dei beni disponibili avrebbe pacificato gli egoismi ed eliminato i conflitti. Si è immaginata una democrazia planetaria (globalizzazione) affidata alla potenza della tecnica.
    Tuttavia, ancora “la vita educa” (E. Spranger), anche quando non si è più in grado di riconoscerlo. Il sentimento della vita è come brace sotto la cenere. Il vissuto e le sensazioni individuali non possono esaurire il reale. L’esperienza contiene sempre di più di quanto si è in grado di rappresentare. Non si può vivere chiusi nel proprio mondo, perché nel “qui e ora” è sempre contenuto un “altrove e un oltre”. Non è dato disgiungere l’immanenza dalla trascendenza, se non nella fantasticheria dell’onnipotenza. La vita reale s’incarica però, prima o poi di dissolverla. La domanda “religiosa” non può essere taciuta.
    Per questo il nostro tempo (e le nostre realtà giovanili) sono sempre piene di sorprese, contengono sempre i germi di generosità inaspettate, di risposte solidali, di assunzioni di responsabilità che contrastano l’individualismo e generano legami. Negli oratori come nei movimenti e nelle associazioni di base, non è tramontata la voglia di radicamento, la disponibilità al prendersi cura, la volontà di esserci. Dai mondi giovanili fioriscono incessanti segni di creatività sociale ed ecclesiale.
    Il linguaggio simbolico non si è esaurito, appare anzi più che mai una risorsa invincibile. La sua forza perfomativa non si limita a descrivere la depressione del mondo, ma prefigura il nuovo e trasforma il reale. Per costruire un nuovo ordine simbolico infatti ci vuole fede (in senso anzitutto umano): fiducia, desiderio, speranza. Occorre entrare in rapporto con il “Grande Altro” diceva J. Lacan. Il t(T)rascendente (la religione è un’esigenza, la fede religiosa è un dono che mai si impone) è sempre presente: interpella all’impegno in prima persona, e in questo modo fa ri-emergere il senso dell’essere prima ancora che del fare. Questa interpellanza è necessaria. I valori astratti e ideologici oggi non sono più in grado di mobilitare le persone. Per ridare realtà all’esperienza occorre andare oltre (tras-gredire) alla decadenza del pensiero e dei costumi verso una nuova generatività personale e sociale. Questo presuppone di “mettere fede”.
    Il modello di giovane che può ispirare la nostra azione pastorale è una persona capace di guardare al futuro, che mette fede in quello che fa. È convinto di quello che dice e coerente in quello che fa. È capace di sognare la realtà e fa vedere come ha inseguito il suo sogno.


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