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    L’offerta di una «Speranza affidabile»: vita buona e «Vita nuova»


    In margine agli OP /4

    Mauro Mantovani

    (NPG 2011-07-4)


    Nella Lettera alla Diocesi di Roma del gennaio 2008 sul compito urgente dell’educazione, Benedetto XVI aveva già messo in stretta relazione il tema dell’educazione e la categoria della «speranza affidabile»:
    «Anima dell’educazione, come dell’intera vita, – si legge infatti nel testo della Lettera – può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di diventare anche noi, come gli antichi pagani, ‘uomini senza speranza e senza Dio in questo mondo’, come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita».[1]

    Gli Orientamenti pastorali CEI 2010/2020: educazione, «questione uomo» e «questione di Dio»

    Il card. Angelo Bagnasco, presentando gli Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020 [2] in un recente intervento presso l’Università Pontificia Salesiana, ha a sua volta indicato, tra le ragioni che possono spiegare la situazione odierna di «sfiducia nella vita» e di crisi dell’educazione, i fenomeni dello «snervamento della fede» e della «crisi della ragione»:
    «Dal punto di vista del credente, è una fede languida, snervata, privata della sua linfa originaria e vitale, cioè il ‘cuore a cuore’ con Cristo, il fidarsi di Lui senza riserve, l’appartenenza cordiale alla Chiesa. Senza questa luce, o con una luce fioca perché non alimentata e rinvigorita ogni giorno, tutto pian piano si spegne, e le suggestioni del mondo – pensare come se Dio non ci fosse – insensibilmente invadono e sommergono. Ma la crisi dell’educazione può dipendere non solo da uno snervamento della fede, ma anche da una crisi della ragione. Se guardiamo ai movimenti culturali che sembrano dominare la piazza, infatti, dobbiamo riconoscere che ‘un ospite inquietante’ si aggira in Europa: è il nichilismo. Esso penetra i sentimenti, confonde i pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca l’anima, rende le passioni tristi ed esangui. […] In questo deserto valoriale l’uomo si trova disorientato, e lo smarrimento investe il suo mondo interiore, la costruzione di ciò che egli è in se stesso, del suo universo fatto di idee, sensazioni, sentimenti, slanci, emozioni e pulsioni […] un mondo da ordinare perché da caos diventi universo, armonia, bellezza. Ma senza un criterio unificante, senza un centro, un ‘unum’ verso il quale guardare, sarà possibile costruire quell’ordine vivo e dinamico senza il quale si vive senza capire niente di sé, affidandosi al richiamo più forte? Lo smarrimento investe anche il mondo dei rapporti esterni con gli altri e le cose, con gli avvenimenti, la storia, il vivere e il morire. È la domanda di significato che irrompe ancor più acuta in mezzo al nichilismo che vorrebbe renderla ridicola agli occhi dei giovani, una ‘domanda oziosa’ come affermavano Comte, Marx e altri Maestri del sospetto».[3]
    Come è noto, gli Orientamenti pastorali dedicano il primo capitolo proprio ad esplorare le radici dell’emergenza educativa e le risorse sulle quali si può contare, trattando il tema sotto il profilo culturale, sociale e sapienziale.[4] Tra i «nodi» della cultura contemporanea che più influiscono sul processo educativo, il documento elenca:
    «l’eclissi del senso di Dio, l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza e affettività. Si tratta di nodi critici che vanno compresi e affrontati senza paura, accettando la sfida di trasformarli in altrettante opportunità educative».[5]
    I sintomi di come le persone facciano sempre più fatica a dare un senso profondo alla loro esistenza sono a loro volta rinvenuti nel «disorientamento, il ripiegamento su se stessi e il narcisismo, il desiderio insaziabile di possesso e di consumo, la ricerca del sesso slegato dall’affettività e dall’impegno di vita, l’ansia e la paura, l’incapacità di sperare, il diffondersi del senso di infelicità e della depressione. Ciò si riflette anche nello smarrimento del significato autentico dell’educare e della sua insopprimibile necessità. Il mito dell’uomo ‘che si fa da sé’ finisce con il separare la persona dalle proprie radici e dagli altri, rendendola alla fine poco amante anche di se stessa e della vita».[6]
    Risulta dunque evidente come il tema dell’emergenza educativa sia indicativo di una vera e propria «questione antropologica», che non può che rimandare anche alla questione «teo-logica».
    Senza alcuna pretesa di esaustività, e con il semplice intento di offrire qualche breve riflessione a riguardo, ci soffermiamo sul primo dei «nodi» indicati dagli Orientamenti pastorali, «l’eclissi del senso di Dio», per trarne alcune considerazioni.

    Sull’eclissi del senso di Dio nel tempo del «Cortile dei gentili»

    Il fatto che la «questione di Dio» venga posta all’inizio dell’elenco fornito dagli Orientamenti non è dunque secondario. Risponde tra l’altro ad un criterio di continuità con la ricchezza dei documenti e degli interventi magisteriali che papa Benedetto XVI ha offerto alla Chiesa negli anni del suo pontificato. Di fronte alle molteplici cause di carattere culturale, sociale, economico, ecc., dell’attuale «emergenza», la causa fondamentale viene infatti individuata nella negazione della vocazione trascendente dell’uomo, e di quella relazione fondante che dà senso a tutte le altre, ossia la relazione con l’Assoluto.
    Gli Orientamenti stessi non a caso riprendono un’espressione «forte» presente nella Caritas in veritate, ove si afferma che «senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia».[7] E così continua l’Enciclica:
    «L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all’Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile – nell’ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell’ethos – salvaguardandoci dal rischio di cadere prigionieri delle mode del momento».[8]
    Nonostante tutto la «questione di Dio», secondo Benedetto XVI, si pone come ineludibile per l’uomo di oggi come di sempre, e sotto il profilo culturale si presenta ormai, anche se non esclusivamente, in collegamento con il tema del «Cortile dei gentili»,[9] collocata quindi non in un ipotetico ambito neutro o imparziale rispetto alla proposta esplicita del Dio cristiano.
    «Il Cortile dei Gentili, infatti, non era fuori del tempio, ma dentro. Non era un luogo profano ma già sacro. È un luogo non ancora confessionale, non ancora liturgico, non ancora ecclesiastico, ma è un luogo religioso. Ratzinger […] dice che i nuovi Gentili vorrebbero pregarlo e adorarlo anche come ‘Sconosciuto’. Chiede quindi una proposta di fede e di religione. […] Nella proposta del Cortile dei Gentili si vede l’idea ratzingeriana che il Dio di Gesù Cristo sia risposta alle profonde attese umane, e come tale, secondo lui, dovrebbe essere proposto. La proposta di fede e di religione è perciò anche una proposta di ragione».[10]
    Per questo lo stesso card. Bagnasco, parlando proprio dell’importanza di educare alla «fede pensata», sottolinea particolarmente l’importanza della «questione di Dio»:
    «Il Santo Padre è ritornato in diverse occasioni a rilevare che questa è la questione centrale per un Occidente che appare sempre più smemorato delle sue origini e che sembra coltivare una crescente pretesa di costruire la città degli uomini senza Dio. Diventa tanto più necessario che i credenti siano più consapevoli della novità cristiana nel vivere la storia per essere sale e luce per il nostro tempo, ma anche perché la coscienza del cristiano sia meglio avvertita su come la fede illumina e ispira in modo unico e originale tutti gli ambiti del suo vivere».[11]
    Nel viaggio apostolico nel Regno Unito di settembre 2010, Benedetto XVI ha ricollegato esplicitamente questa «domanda ineliminabile» alla questione esistenziale del senso della vita:
    «A livello spirituale tutti noi, in modi diversi, siamo personalmente impegnati in un viaggio che offre una risposta importante alla questione più importante di tutte, quella riguardante il significato ultimo dell’esistenza umana. […] All’interno dei loro ambiti di competenza, le scienze umane e naturali ci forniscono una comprensione inestimabile di aspetti della nostra esistenza e approfondiscono la nostra comprensione del mondo in cui opera l’universo fisico, il quale può essere utilizzato per portare grande beneficio alla famiglia umana. E tuttavia queste discipline non danno risposta, e non possono darla, alla domanda fondamentale, perché operano ad un livello totalmente diverso. Non possono soddisfare i desideri più profondi del cuore umano, né spiegarci pienamente la nostra origine e il nostro destino, per quale motivo e per quale scopo noi esistiamo, né possono darci una risposta esaustiva alla domanda: ‘Per quale motivo esiste qualcosa, piuttosto che il niente?’».[12]
    Il «problema di Dio» va dunque posto non non tanto come esigenza intellettualistica (che pure non si vuole negare), ma soprattutto nell’ambito di quella risposta, che è primariamente dono, al bisogno insopprimibile dell’uomo di fare comunione con sé, con gli altri e con un «Tu» che sia un Dio «vivo e vero», il Dio-Trinità. L’uomo è domanda e nostalgia: domanda di senso sulla realtà e su se stesso; nostalgia di una risposta che sia il compimento al suo sentirsi incompiuto, al suo riconoscersi un paradosso posto sulla misteriosa linea di confine tra il finito e l’infinito, il divino e l’umano. La persona umana è autotrascendimento, e aspira in profondità ad essere costruttore della sua vita e della società senza annullarsi nella storia, ad «essere di più» nel tempo e nell’eternità.
    Per questo la «questione di Dio» – come bene si evidenzia nel paragrafo 22 dell’Enciclica Spe salvi – è proposta da Benedetto XVI ai cristiani e, tramite loro, al cristianesimo, come la via da percorrere per rilanciare la speranza cristiana nell’attuale contesto storico-culturale:
    «la responsabilità dei cristiani si intreccia con la fiducia nella capacità del cristianesimo di rispondere alle attese della modernità cercando dentro di sé quella luce che lo renda idoneo ad offrire una nuova presenza di animazione cristiana della società, necessaria per riaprire la speranza nel cuore dell’uomo e della storia».[13]

    Quale Dio? L’Amore-Logos della «Vita nuova»

    Nell’Enciclica Spe salvi Benedetto XVI ha invitato i cristiani «ad imparare nuovamente in che cosa consista veramente la loro speranza, che cosa abbiano da offrire al mondo».[14] Il cristianesimo moderno, si afferma ancora nello stesso paragrafo del documento, «deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici».[15]
    Magistrale, in questo senso, quanto sottolineato a proposito dal Santo Padre nel Discorso di Regensburg del 12 settembre 2006, la cui lettura e ricezione è rimasta troppo condizionata dalla polemica sulla citazione di Manuele II Paleologo. Il vero tema del discorso era infatti proprio «la questione globale su Dio», e in particolare il rapporto tra la ragione (che è violata, in ogni caso, dal ricorso alla violenza) e la religione, specie nel contesto della cultura contemporanea.
    Commentando l’incipit del Prologo del Vangelo di san Giovanni, Benedetto XVI ricorda lì che
    «logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso».[16]
    E ciò investiva, primariamente, la considerazione stessa del «volto» di Dio.
    «Dio – continua Benedetto XVI – non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro e impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l’amore, come dice Paolo, ‘sorpassa’ la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l’amore del Dio-logos, per cui il culto cristiano è, come dice ancora san Paolo ‘logiké latreia’ – un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12, 1)».[17]
    Ci sembra questo un punto davvero fondamentale di quella «comprensione di se stesso» che permette al cristianesimo non solo di non perdere coscienza della propria originalità, ma di poter offrire una «speranza affidabile» in termini di una nuova vita, quella vita che – donata attraverso l’evento battesimale – acquista un nuovo spazio di esistenza:
    «Il Battesimo è una cosa ben diversa da un atto di socializzazione ecclesiale, da un rito un po’ fuori moda e complicato per accogliere le persone nella Chiesa. È anche più di una semplice lavanda, di una specie di purificazione e abbellimento dell’anima. È realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una nuova vita. Come possiamo comprenderlo? Penso che ciò che avviene nel Battesimo si chiarisca per noi più facilmente, se guardiamo alla parte finale della piccola autobiografia spirituale, che san Paolo ci ha donato nella sua Lettera ai Galati. Essa si conclude con le parole che contengono anche il nucleo di questa biografia: ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’ (Gal 2, 20). Vivo, ma non sono più io. L’io stesso, la essenziale identità dell’uomo – di quest’uomo, Paolo – è stata cambiata. Egli esiste ancora e non esiste più. Ha attraversato un ‘non’ e si trova continuamente in questo ‘non’: Io, ma ‘non’ più io. Paolo con queste parole non descrive una qualche esperienza mistica, che forse poteva essergli stata donata e che, semmai, potrebbe interessare noi dal punto di vista storico. No, questa frase è l’espressione di ciò che è avvenuto nel Battesimo. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande. Allora il mio io c’è di nuovo, ma appunto trasformato, dissodato, aperto mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza».[18]
    Per questo il ricomprendere pienamente se stessa, a cui è chiamata oggi la fede cristiana, anche in chiave di educazione alla vita buona del Vangelo, che è «la Vita nuova», richiede la coscientizzazione – e la relativa e indispensabile testimonianza – del cristianesimo
    «come esperienza dinamica che raggiunge l’uomo nella sua esistenza e gli dona la vita nuova. Questa vita nuova conferisce alla vita dell’uomo ‘una nuova base sulla quale l’uomo può poggiare’, un nuovo fondamento abituale. ‘La fede è hypostasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono’. La vita cristiana […] è una esistenza nuova che costituisce una ‘prova’ delle cose che non si vedono: ‘attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro non-ancora’. Questa reale vita nuova ‘è legata all’essere nell’unione esistenziale con un popolo e può realizzarsi per ogni singolo uomo all’interno di questo ‘noi’. I cristiani appartengono ad una nuova società, intesa non solo sociologicamente, ma ontologicamente, e possono investire per il futuro la propria libertà perché hanno sperimentato e sperimentano l’amore di Dio in Gesù Cristo che sostiene la libertà dell’uomo nel proiettarsi nella costruzione senza annullarsi. La vita nuova in Cristo rende l’uomo capace di uscire da se stesso e diventare costruttore di quella nuova società che è la Chiesa: è la speranza cristiana. Senza la speranza l’uomo non potrà essere autentico costruttore della storia, perché sarà costretto a ridimensionare le esigenze della libertà e della ragione».[19]
    Per questo il contributo della fede cristiana alla causa dell’educazione risiede proprio in quella «speranza affidabile» che trova il suo fondamento non in un dio «qualsiasi» ma nel Dio Uni-Trino «vivo e vero» rivelatosi in Gesù Cristo come Amore-Logos. Non solo per educare, ma proprio per «vivere», davvero noi «abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano».[20] Solo la grande Speranza è definitivamente affidabile.


    NOTE

    [1] Benedetto XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione (21 gennaio 2008). Cf anche, a proposito di questo testo, L. Leuzzi, La comunità cristiana e il compito urgente dell’educazione. Commento alla Lettera di papa Benedetto XVI, Paoline, Milano 2008; Id., Educare alla fede. Prospettive teologico-pastorali della Lettera di Benedetto XVI, Paoline, Milano 2010.
    [2] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, ElleDiCi, Leumann 2010.
    [3] A. Bagnasco, Educare alla vita buona del Vangelo: il contributo delle Università, Università Pontificia Salesiana di Roma (24 febbraio 2011).
    [4] Cf, a questo proposito: C. Nosiglia, L’educazione e l’educazione alla fede nei nuovi Orientamenti pastorali della CEI, in Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, ElleDiCi, Leumann 2010, pp. 3-45.
    [5] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo, cit., n. 9
    [6] Ibid.
    [7] Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009, n. 78.
    [8] Ibid. Cf anche, a proposito dell’Enciclica, M. Toso (ed.), La speranza dei popoli. Lo sviluppo nella carità e nella verità. L’Enciclica sociale di Benedetto XVI letta e commentata da Mario Toso, LAS, Roma 2009.
    [9] Cf, per esempio, G. Ravasi, In dialogo nel «Cortile dei gentili». Attraversiamo insieme il deserto, in L’Osservatore Romano (2 giugno 2010); L. Leuzzi, La questione di Dio oggi. Il nuovo cortile dei gentili, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2010.
    [10] S. Fontana, Nel Cortile dei Gentili Benedetto XVI invita atei e credenti a parlare di Dio, in L’Occidente (7 gennaio 2010).
    [11] A. Bagnasco, Educare alla vita buona del Vangelo: il contributo delle Università, cit.
    [12] Benedetto XVI, Incontro con i Rappresentanti di altre Religioni (Viaggio apostolico nel Regno Unito, 17 settembre 2010).
    [13] L. Leuzzi, Costruire insieme la civiltà dell’amore. Le prospettive dell’Enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI, OCD, Roma 2008, p. 6.
    [14] Benedetto XVI, Lettera enciclica Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, n. 22.
    [15] Ibid. Cf anche, a proposito dell’Enciclica, G. Russo (ed.), La speranza: attesa di un eterno già donato. Commenti all’Enciclica «Spe Salvi» di Benedetto XVI, Coop. S. Tom. - ElleDiCi, Messina 2008.
    [16] Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’Incontro con i rappresentanti della scienza (Università di Regensburg, 12 settembre 2006), n. 8.
    [17] Ibid., n. 9.
    [18] Benedetto XVI, Omelia nella Veglia pasquale nella Notte Santa (Basilica Vaticana, 15 aprile 2006).
    [19] L. Leuzzi, Costruire insieme la civiltà dell’amore, cit., pp. 14-15. Cf Benedetto XVI, Lettera enciclica Spe salvi, cit., nn. 2, 7, 14, 23.
    [20] Benedetto XVI, n. 31.


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