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    La necessaria correlazione fra crescita e sostenibilità
    Alla luce della “Laudato sì” di Papa Francesco
    Massimo Tedeschi in dialogo con Bruno Forte



    Domanda: Come si manifesta la crisi ecologica secondo la riflessione e il messaggio che papa Francesco sviluppa nella “Laudato si’”?
    Risposta: La lettera enciclica di Papa Francesco Laudato si’. Sulla cura della casa comune (24 maggio 2015) sin dal titolo, ispirato al Cantico delle Creature di San Francesco, richiama il messaggio del Santo di Assisi per riconoscere nella terra su cui posiamo i piedi «una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia» (n. 1). Questa sorella, «protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla» (n. 2). Già da queste parole si avverte la forza della denuncia e dell’annuncio che pervade il testo: l’allarme è lanciato senza mezzi termini, mentre è offerta con altrettanta chiarezza la motivazione per cui nessuno può tirarsi indietro di fronte ad esso. Niente di questo mondo può esserci indifferente, perché si tratta della nostra “casa comune”! La “crisi ecologica”, denunciata e descritta dall’Enciclica, consiste nel turbamento indotto nei ritmi e negli equilibri naturali dalla trasformazione accelerata cui essi sono sottoposti a causa del comportamento umano. Si potrebbe affermare che il nucleo della crisi stia nella differenza tra i “tempi storici” e i “tempi biologici”, nella sfasatura cioè fra i velocissimi tempi della tecnologia e i lentissimi tempi della biologia: «Trasformazioni che prima avvenivano in milioni di anni possono ora avvenire (per lo squilibrio indotto) in poche decine di anni e le conseguenti variazioni per gli equilibri umani e sociali corrisponderanno a un’accelerazione di milioni di anni di storia... I tempi biologici e i tempi storici seguono ritmi diversi» (E. Tiezzi, Tempi storici, tempi biologici, Milano 1984, 62). Le conseguenze di questa sfasatura di tempi non sono riscontrabili soltanto negli effetti devastanti che essa ha sul deterioramento ambientale e sul ricambio energetico, ma anche nelle prospettive che si disegnano per i soggetti storici.

    D. Siamo nella terra di Emanuele Severino, siamo abituati a ragionare sulle “radici di pensiero” che stanno all’origine dei grandi fenomeni storici. Che pensiero presiede alIa genesi e al dispiegarsi della crisi ecologica?
    R. Vorrei anzitutto ricordare il rapporto di stima e amicizia che mi legava a Severino, pur nell’evidente diversità fra un pensiero parmenideo come il Suo e una riflessione storico-biblica e teologica come la mia.
    Anche se un approccio “squilibrato” alla natura da parte dell’uomo è sempre esistito, la “crisi ecologica” ha un carattere tipicamente “moderno” e il suo profilarsi coincide con quella che Martin Heidegger ha chiamato «l’epoca dell’immagine del mondo»: è l’epoca nella quale il trionfo moderno della soggettività si traduce sempre di più in una “oggettivazione dell’ente”, il conoscere diviene possesso e dominio del conosciuto, e la ricerca esercizio della “volontà di potenza” della ragione assoluta.
    Conseguenza di questa impostazione è che l’uomo si relaziona al mondo esterno come al vasto campo del suo dominio: gli esseri umani, “maîtres et possesseurs de la nature” (René Descartes), sono arbitri assoluti del mondo! La ragione finalizza ogni cosa al proprio interesse: il “sapere aude” illuministico si congiunge al “sapere è potere” (Francis Bacon), che sta alla base del moderno sviluppo della scienza e della tecnica. Si profila a pieno campo il trionfo della ragione strumentale! A questo si aggiunge l’influenza drammatica di scelte etiche, denunciate da Papa Francesco senza mezzi termini nelle loro conseguenze: dai problemi dell’inquinamento, ai cambiamenti climatici dagli effetti spesso devastanti, fino al pericoloso diffondersi della “cultura dello scarto”, che «colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura» (n. 22). Una delle conseguenze drammatiche di questi processi riguarda «l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, che non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa» (n. 25). La denuncia è al tempo stesso sociale e politica: «Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici» (n. 26).

    D. Esiste una responsabilità del pensiero religioso, dalle Sacre Scritture, nella crisi ecologia, nell’atteggiamento predatorio dell’uomo verso la natura? Molti additano Genesi 1,28 “Crescete e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente”. È così?
    R. Certamente anche il pensiero religioso ha avuto le sue responsabilità nei riguardi della crisi descritta. C’è chi ravvisa alla radice della sopraffazione esercitata dall’uomo sulla natura l’influenza del comando divino riportato dal libro della Genesi: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra» (1,28).
    Quest’affermazione rivestita dell’autorità della rivelazione avrebbe determinato lo sviluppo di un’etica del dominio, tale da giustificare la finalizzazione e la strumentalizzazione del mondo agli interessi del soggetto umano. «Se è così, la cristianità porta un grave peso di colpa» («If so, Christianity bears a huge burden of guilt»: Lynn White Jr., The Historical Roots of Our Ecological Crisis, in Science 155 (1967) 1206). Va detto, tuttavia, che il senso del testo biblico non può non essere integrato con l’affermazione dell’altro e più antico racconto della creazione «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15) , dove l’atteggiamento richiesto all’uomo è tutt’altro che di sopraffazione e si connota anzi con i tratti dell’attenzione, della sollecitudine, dell’affidamento e della cura.
    La stessa “storia degli effetti”, poi, mostra come la tradizione ebraicocristiana abbia espresso esempi altissimi di rapporto non strumentale ed anzi amorevole con la natura, che non si comprenderebbero se il significato di Genesi 1,28 fosse univocamente negativo: San Francesco e il suo Cantico delle creature ne sono una testimonianza luminosa. L’atteggiamento della “custodia” francescana e quello della “laboriosità benedettina” rivelano, in forma diversa, un rapporto di amore e di dedizione alla realtà mondana, affidata dal Creatore all’uomo. Se poi si considera il rimprovero mosso alla tradizione ebraicocristiana di aver operato un originario “disincanto del mondo” (Max Weber), che avrebbe consentito l’abbandono di ogni atteggiamento sacrale verso la natura, c’è da chiedersi se non sia vero piuttosto che proprio la relazione dell’uomo e della natura all’unico loro Creatore fondi una responsabilità ecologica di alto livello nella coscienza del soggetto storico. Inoltre, se il “disincanto del mondo” avesse prodotto effetti così devastanti, ne sarebbero responsabili gli stessi valori di libertà e maturità dell’uomo, che a quel disincanto conseguono, e che appaiono irrinunciabili anche nel tempo della crisi ecologica.

    D. Attorno a quale asse concettuale si può costruire un pensiero ecologico secondo la Laudato si’?
    R. A partire dalla rivelazione compiutasi in Gesù, è possibile vedere il mondo non più soltanto davanti a Dio, ma in Dio e Dio stesso all’opera nel mondo, pur senza risolversi in esso. Il mondo è visto in Dio, nell’ambito delle relazioni eterne della Trinità divina, perché il suo inizio è posto nell’atto libero e gratuito col quale il Padre per il Figlio e in vista di lui lo ha chiamato ad esistere nella forza dello Spirito Santo. Come il divino evento dell’amore si compie nella relazione dell’Amante, dell’Amato e dell’Amore personale, che li unisce e li apre al dono di sé, analogamente la persona umana partecipa dell’iniziativa, dell’accoglienza e dell’unità dell’eterno Amore, e ne celebra la gloria attraverso un’iniziativa, un’accoglienza e un incontro, che segnano il suo rapporto con l’universo creato e con la profondità divina del suo mistero.
    L’iniziativa riflette quella dell’amore fontale del Padre: il rapporto dell’uomo col creato ne risulta caratterizzato da una partecipazione alla stessa azione creatrice di Dio, in cui viene a consistere ciò che chiamiamo lavoro. Il lavoro rapporta l’uomo alla natura in un modo, che riflette in sé l’azione creatrice del Padre: esso stabilisce con la creazione una relazione di trasformazione e di finalizzazione, che non deve mai essere di semplice strumentalizzazione e sfruttamento, ma di responsabilità e di partecipazione al disegno del Creatore. Questa relazione è stata espressa nella tradizione cristiana ad esempio dalla spiritualità benedettina, dove il lavoro scandisce la giornata del monaco come una componente necessaria della sua vocazione alla glorificazione di Dio ed entra armonicamente nel ritmo del tempo qualificato dalla lode dell’Altissimo, inserendovi la natura con i suoi cicli e le sue stagioni: “ora et labora”.
    La spiritualità e l’etica ecologicamente responsabili vivono quindi di una “accoglienza”, che riflette nel tempo l’eterno ricevere del Figlio, l’Amato: il rapporto fra la persona umana e il creato ne risulta caratterizzato dal rispetto e dall’accoglienza grata della dignità di ogni creatura. L’atteggiamento che ne risulta è la reverentia, termine presente sin dal Principio e fondamento degli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola (n. 23), e cioè il rispetto per ogni creatura e l’ambiente in cui vive e opera. La spiritualità e l’etica ecologicamente responsabili vivono, infine, di un’unione continua e sempre nuova fra iniziativa e accoglienza, che riflette l’opera che lo Spirito Santo compie nell’eterno mistero di Dio. La persona umana vive quest’incontro quando anticipa nel tempo il futuro della promessa di Dio: ciò avviene nella celebrazione della festa. Un esempio della capacità di realizzare la relazione della persona umana col mondo della creazione nello spirito della festa è la spiritualità francescana della custodia del creato, ispirata a una profonda armonia con l’universo intero.
    San Benedetto, Sant’Ignazio e San Francesco offrono così tre modelli eloquenti delle attitudini fondamentali che costituiscono l’etica e la spiritualità ecologiche, radicate nella fede trinitaria: lavoro responsabile e accoglienza rispettosa, riposo nella pace del compimento e festa nella gioia del nuovo inizio accomunano l’uomo e il creato in un rapporto, che partecipa della donazione originaria e sempre nuova dell’amore creativo dei Tre, e celebra, nella responsabilità verso la grande “casa” del mondo, la gloria della Trinità, “dimora” trascendente e santa di tutto ciò che esiste.
    Afferma Papa Francesco: «Il Padre è la fonte ultima di tutto, fondamento amoroso e comunicativo di quanto esiste. Il Figlio, che lo riflette e per mezzo del quale tutto è stato creato, si unì a questa terra quando prese forma nel seno di Maria. Lo Spirito, vincolo infinito d’amore, è intimamente presente nel cuore dell’universo, animando e suscitando nuovi cammini. Il mondo è stato creato dalle tre Persone come unico principio divino, ma ognuna di loro realizza quest’opera comune secondo la propria identità personale. Per questo, quando contempliamo con ammirazione l’universo nella sua grandezza e bellezza, dobbiamo lodare tutta la Trinità» (Laudato si’, n. 238).

    D. Che compito spetta alla politica sulla strada della costruzione di una “ecologia integrale”?
    R. La riflessione proposta dalla Laudato si’ si sofferma anche sulle conseguenze politiche, che da quanto vi è detto si possono trarre: anche su questo aspetto, tutto muove dal fondamento biblico. Nella Sacra Scrittura la storia intera si sviluppa nel dialogo fra il Signore dell’universo e gli abitatori del tempo nello scenario della creazione voluta da Dio, in cui l’iniziativa resta sempre del Signore: «La Bibbia non è la teologia dell’uomo, ma l’antropologia di Dio che si occupa dell’uomo e di ciò che egli chiede» (A. J. Heschel, L’uomo non è solo. Una filosofia della religione, Rusconi, Milano 19875, 129). All’uomo la dignità e l’onere della risposta. Dove altri videro “l’eterno ritorno” dell’identico, i Profeti riconobbero l’appello a camminare verso una patria intravista, anche se non posseduta, impegnandosi per un bene comune da realizzare tutti insieme.
    In un tale scenario trova il suo spazio proprio anche l’agire politico: esso dovrà fare i conti con le altrui ragioni, e soprattutto con il riferimento al valore ultimo del bene comune e alle esigenze morali che lo garantiscono: la politica ha bisogno dell’etica. Ciò vale anzitutto sul piano di un’etica delle relazioni internazionali: «C’è infatti - scrive Papa Francesco - un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud del mondo, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi» (n. 51). Ecco perché «la cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento.
    Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» (n. 111).
    Ispiratori di una tale azione politica dovranno essere «il principio di responsabilità e il valore decisivo della solidarietà, perché il sapersi responsabili educa al rispetto del diverso e alla tutela dei suoi diritti. Tenere insieme questi aspetti è il difficile equilibrio cui deve tendere la mediazione politica. Spesso questo equilibrio è violato e occorre attivare processi per ristabilirlo e proteggerlo… La grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine» (n. 178). In questa prospettiva, Papa Francesco avanza la proposta di una necessaria “conversione ecologica” e di nuovi stili di vita al servizio di un’“ecologia integrale”, che abbracci tutte le dimensioni del rapporto della persona con sé stessa e con l’ambiente in cui vive.

    D. Che ripensamento dell’economia, dei suoi obiettive e delle sue regole, propone la Laudato si’?
    R. La posta in gioco nell’impegno per un’ecologia sostenibile e integrale è il futuro di tutti, anche se lo sguardo di Francesco è rivolto in modo prioritario a coloro che più di altri pagano il prezzo della crisi: i poveri. È anche in loro nome, oltre che a loro favore, che intende parlare. La Sua denuncia è fortemente politica: «Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi» (n. 26).
    Ciò che di fatto avviene è il diffondersi di «un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli.
    Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile» (n. 116). È necessario cercare insieme soluzioni integrali, inseparabilmente etiche, spirituali e politiche: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura» (ib.).
    Di fronte alle sfide urgenti che l’impegno per un’ecologia integrale e uno sviluppo sostenibile riconosce, soltanto il dialogo franco e solidale fra tutti gli agenti coinvolti potrà offrire risposte affidabili, coinvolgendo in prima persona chi ha responsabilità politiche. Se la prospettiva è politica, l’appello che le viene connesso è morale e spirituale: la responsabilità verso l’ambiente e le generazioni presenti e future richiede coraggio e lungimiranza da parte di tutti, unitamente alla disponibilità necessaria a fare talvolta anche dei passi indietro per raggiungere la misura della sobrietà, valore inseparabile dalla solidarietà. Il coinvolgimento nell’azione da intraprendere è dunque richiesto a tutti, nessuno escluso, perché la casa comune riguarda ogni persona umana e non c’è chi possa chiamarsi fuori dalla responsabilità verso di essa.
    Un’economia senza parametri etici non solo non è giusta, ma non è neanche vantaggiosa, perché finisce con il non misurarsi sulle esigenze oggi imprescindibili della sostenibilità: senza un esercizio economico che si fondi sui valori di un’etica aperta alla Trascendenza e al bene comune, ogni arbitrio potrà essere ammesso, legando tutto al maggior profitto. In nome di quale criterio valido sarebbe da evitare il male? E perché se una scelta risultasse più vantaggiosa - in termini economici o politici - andrebbe seguito un criterio diverso dal semplice profitto? Se poi un comportamento scorretto fosse diffuso - giustificato dal “tutti lo fanno!” - in nome di quale valore morale dovrebbe essere evitato, se la scelta è lasciata all’arbitrio personale? È a partire da queste domande che si profila come veramente urgente la fondazione dell’economia nell’etica, mancando la quale tutto potrebbe essere permesso. Va affermato con chiarezza e convinzione che le scelte economiche devono rispettare rigorosamente la legalità e la partecipazione doverosa e responsabile al soddisfacimento delle esigenze del bene comune, perché non c’è etica senza solidarietà e giustizia. Parimenti va evidenziato che questo non avviene dove la sostenibilità ambientale non è perseguita e attuata. E, infine, va ribadito perfino che per un discepolo di Cristo le scelte in campo economico devono misurarsi sul comandamento dell’amore ed incarnarlo in modo riconoscibile ed autentico. Anche al XXI secolo, allora, potremmo applicare quello che André Malraux indicava come compito primario del secolo da poco concluso, compito tragicamente disatteso dai più: il nostro secolo o sarà più mistico, o non sarà!

    (Brescia, 13 settembre 2022)

     


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