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    Giovani in cerca di umanità e fede


    Debora Aglietti *

    (2017-01-61)

    Ai giovani, oggi, interessa ancora confrontarsi con la fede? Interessa coltivare una religiosità personale e quotidiana? Sentono che la Chiesa c’entra con la loro fede e religiosità?
    Come suora Apostolina il mio servizio nella Chiesa è quello di aiutare i giovani a comprendere il progetto che Dio ha sulla loro vita, e quindi a viverla in pienezza rispondendo alla vocazione personale. Tenterò quindi di offrire una riflessione che nasce soprattutto dalla mia esperienza nella Pastorale giovanile e dal mio frequente confronto con realtà giovanili.
    Nell’accompagnare i giovani in questo cammino di ricerca, mi rendo conto che sempre di più il punto di partenza non viene da un percorso di fede, ma da un “grido” di ricerca di senso che si rivolge a Dio nella speranza che, almeno Lui, se esiste, sappia dare una risposta convincente.
    Senza voler generalizzare e consapevole che ci sono tante valide eccezioni, posso anche dire che, di fatto, il Dio che tanti giovani conoscono non è mai uscito dalle pagine dei “libri di catechismo” e non ha mai incontrato la loro vita vera: le domande, le fragilità, i desideri, le paure ecc. Quando questo incontro avviene, scatta la molla per un cammino più autentico e consapevole di conoscenza di Dio e di se stessi, e di scoperta che la conoscenza di se stessi è un’occasione privilegiata per crescere nella fede. “Il viaggio interiore per un giovane è quello più difficile, insieme alla conoscenza di sé; questo viaggio e questa conoscenza richiedono coraggio: il coraggio della solitudine, del silenzio, del pensare, del guardarsi dentro, del dialogare interiormente ecc. Per questo occorre aiutare i giovani ad attingere alle loro risorse interiori”[1].
    Una prima risposta alle domande con cui ho aperto questa riflessione può essere dunque nella linea che ai giovani interessa la fede, e interessa coltivare una religiosità, nel momento in cui si accorgono che a Dio interessa la loro vita. È proprio questo l’ambito prezioso e delicato in cui la Chiesa è chiamata a inserirsi come tramite e come segno concreto dell’Amore personale di Dio per ciascuno dei suoi figli. Ci riesce? Riesce ad occupare questo spazio, a favorire questo incontro, ad intercettare le domande di senso, a proporre possibili vie di soluzione?
    Prima di provare a rispondere mi sembra utile mettere a fuoco qualche tratto dell’identikit di un giovane di oggi.

    Giovani e contesto attuale

    L’esperienza mi insegna che, al di là di ogni categorizzazione, i giovani sono quelli che concretamente si incontrano nel contesto di una relazione personale. Ciascuno con la sua storia e con le sue caratteristiche. Ciò premesso, ritengo utile sottolineare alcune peculiarità del mondo giovanile odierno, nella consapevolezza che esse risentono molto delle caratteristiche della cultura e della società in cui viviamo.
    Se si guarda al contesto attuale, emerge il disagio che attraversa il mondo giovanile. La mancanza di certezze sia dal punto di vista dei valori, che non sono più un punto di riferimento uguale per tutti, sia dal punto di vista della molteplicità e varietà di proposte e possibilità, crea un clima di dispersione e insicurezza. I progressi della scienza e della tecnologia fanno sì che tutto sembri possibile e allo stesso tempo tutto sia precario e fragile. La realizzazione della propria vita e del futuro non è più garantita da istituzioni stabili, come nel passato, ma è affidata all’intraprendenza, all’iniziativa e alle capacità dei singoli. Il ritmo della vita corre veloce e chiede di stare in più contesti e su più fronti contemporaneamente; questo porta ad una maggiore frammentarietà e superficialità. Per dirla con il filosofo Umberto Galimberti siamo alle prese con un “ospite inquietante”[2]: il Nichilismo, cioè la perdita e l’assenza dei valori e dei principi, per cui non si avverte più Dio, ma soprattutto non si avverte la mancanza di Dio! Questo influisce negativamente sulla nostra società, perché elimina la tensione verso un punto di riferimento esterno ed essenziale per unificare la vita e darle un orientamento.
    Da un punto di vista sociale il passaggio all’età adulta è più rallentato e legato al contesto familiare. Per tanti è la famiglia che, dopo aver sovvenzionato gli studi, continua ad aiutare economicamente; molti ragazzi vorrebbero mettersi in proprio, ma non possono. Non ci sono le condizioni per poter costruire un futuro adulto di autonomia e di responsabilità personale, sono pochi quelli che riescono a farlo. Sempre più spesso alcune coppie rinviano il matrimonio e optano per la convivenza, o scelgono di non avere figli, perché non hanno una sicurezza economica. In questo caso sono le circostanze concrete che vanno a condizionare le scelte di vita, legate anche alla propria convinzione di fede.
    Se queste sono le fragilità maggiormente legate al contesto sociale e culturale di oggi, è anche importante evidenziare che da questo stesso contesto derivano risorse e punti di forza. In primis li ritroviamo proprio nella grande capacità che i giovani hanno di abitare una realtà complessa e multiforme; di accogliere la precarietà, non solo come un limite, ma anche come un’opportunità per mettersi in gioco con creatività.
    Il non poter fare affidamento su un futuro certo e stabile li rende meno rigidi nelle loro aspettative e più malleabili e disponibili a stare dentro le situazioni e i contesti che la vita presenta. Di conseguenza riescono meglio a “cavalcare l’onda” della novità e del cambiamento continuo e rapido che caratterizza il nostro tempo.
    Tutto ciò, paradossalmente, non annulla le domande sul significato dell’esistenza, anzi le rende più profonde e urgenti, proprio perché più inascoltate. È la conferma del fatto che nulla e nessuno può soffocare nell’uomo il desiderio di verità.

    Giovani e fede

    Se questo è a grandi linee il contesto attuale, ne deriva un’influenza sul modo di aprirsi alla fede e di intendere il rapporto con Dio. Il giovane, come ogni persona umana, è sempre aperto alla fede perché è aperto al futuro, alla ricerca della propria identità, alla vita, ai valori.
    Oggi però sembra svilupparsi maggiormente una religiosità dell’intimità, che fa leva sull’aspetto psico-emozionale e che porta ad una visione di fede in senso privato e individualista, alla ricerca di consolazione, sostegno e soddisfazione dei propri bisogni.
    È venuta meno la disponibilità a confrontarsi, con le esigenze del Vangelo che portano ad assumere con responsabilità le scelte di vita e ad aprirsi ai bisogni dell’umanità, mettendo a servizio le proprie potenzialità. Manca la prospettiva di camminare verso una fede adulta, sostenuta nel tempo e nelle difficoltà, da valori scelti e fatti propri, come la fedeltà, la costanza, la coerenza, la pace, la giustizia, la solidarietà ecc.

    E la Chiesa?

    I giovani sentono poco il bisogno di mediazioni istituzionali, per cui viene a mancare l’identificazione e il senso di appartenenza alla Chiesa, che risulta non essere più un polo di attrazione, né un elemento da seguire perché sta perdendo di credibilità.
    Non si tratta di cattiva volontà, ma di un segno dei tempi che la Chiesa, madre e maestra, con la missione di educare, è chiamata a leggere e interpretare, assumendolo come punto di partenza da accogliere senza giudicare. “Non sono i giovani che si sono allontanati dalla Chiesa, ma è la Chiesa che non ha del tutto mantenuto fede alle promesse, non riuscendo di fatto a rimanere al passo con i cambiamenti e con le nuove sfide che rapidamente si sono susseguite… È mancata quella comunità in grado di riflettere in modo luminoso e credibile il volto di Cristo. Non basta seminare per avere la garanzia del raccolto. Occorre anche coltivare con cura, annaffiare, concimare e proteggere dalle insidie”[3].
    Invece i nostri giovani spesso avvertono da parte della Chiesa e delle comunità cristiane, un modo di esprimere e vivere la fede lontano dalla loro realtà, estraneo a ciò che pensano e sentono veramente.
    Incontrano una Chiesa legata a formule un po’ passate, che fatica a “sporcarsi le mani”, a mettersi in discussione, ad osare. Incontrano adulti rigidi, che non sanno prendersi cura di loro e non si presentano come testimoni credibili e concreti.
    Per esempio è un dato di fatto che al centro delle programmazioni pastorali ci siano gli eventi, le iniziative, gli incontri, in cui i contenuti prendono il sopravvento sulla relazione personale.
    La partecipazione alla vita parrocchiale è legata ad alcuni cliché: quanto tempo ci si dedica, a quali iniziative si partecipa, quanto si è disponibili al fare… Si creano così contesti inevitabilmente selettivi nei quali i giovani presto si sentono “stretti” e non sono aiutati a crescere come persone.
    I giovani invece sono una “parte bella e viva” della Chiesa; portano futuro e freschezza, vanno sostenuti nei loro sogni, attese, speranze, nei loro progetti. La Chiesa è chiamata ad educare, a tirare fuori, a sostenere, a dire a ciascuno: io credo in te, e credo con te al tuo sogno, alle capacità, all’intelligenza che hai per realizzare il tuo progetto. I giovani chiedono e hanno bisogno di un Gesù da vivere, non solo a parole ma con i fatti. La possibilità di “vivere Gesù” sta nell’incontrare persone che lo seguono e sono trasparenza della sua Parola, del suo modo di agire, di relazionarsi, di amare…

    Giovani e scelte. Prospettive e… conclusioni

    Come educatori siamo chiamati dunque a metterci in ascolto della parola particolare del mistero di Dio, che abita ogni giovane e chiede una qualità di vita matura, integrata e responsabile che, a mio giudizio, è possibile solo quando si riesce a mettere al centro della propria esistenza la persona di Gesù Cristo, affinché Egli prenda sempre più spazio nella vita (Cfr. Gal 2,20), e a lasciare che con la sua grazia illumini progressivamente la mente, la volontà e il cuore.
    Perché noi come Chiesa riusciamo ad abitare in modo fecondo quello spazio d’incontro tra i giovani e Cristo, occorre trovare vie di avvicinamento, tra il loro mondo e la storia di una fede vissuta, annunciata e celebrata nel corso dei secoli. Accompagnare i giovani nel cammino di fede non è solo offrire contenuti, “distribuire sacramenti”, ma è soprattutto stringere relazioni con loro e, nella relazione, aiutarli a crescere, a fare esperienze significative: di preghiera, di condivisione, di accoglienza, di servizio… Per scoprirsi molto di più di quello che pensano di essere, per accorgersi della sete di Dio che li abita, per ascoltare la Sua voce che li chiama a diventare sempre di più quella persona unica che Lui ha creato.
    Occorre forse avere il coraggio di invertire la direzione del percorso: non più la pretesa di un’adesione a contenuti e modalità proposti dall’alto, ma la disponibilità a farsi accanto, confrontarsi, dialogare. Saper attendere le risposte, saper accogliere anche i “no”, farsi carico delle problematiche senza dare subito etichette dal sapore moralistico. Si è vicini ai giovani solo se si entra nelle loro vite e se ne condividono i pesi, se si è capaci di accompagnare anche negli sbagli, perché possano diventare luogo di crescita umana e spirituale. Infatti più si impara a vivere, spesso a proprie spese, una vita piena e umana, più si è capaci di accogliere il dono di una fede vera e concreta, più si è in grado di essere protagonisti della propria esistenza all’interno di una storia comune in cui poter offrire il proprio contributo. È così che si impara a fare le proprie scelte in modo consapevole, libero e responsabile, tenendo conto non solo del proprio interesse e bisogno, ma anche delle esigenze degli altri. Cosicché in un orizzonte di fede adulta e matura, si sia, poi, capaci di cogliere e accogliere nella vocazione personale il modo con il quale ciascuno è chiamato a rispondere al dono della vita e ai doni del Creatore.

    * Suore Apostoline - Animatrice vocazionale 

    NOTE

    [1] L. Manicardi, Tra giovani e futuro. Il futuro come potenzialità e responsabilità, in «Itinerari» 2 (2013), pp.11-25.
    [2] U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano,2007, p. 11.
    [3] R. Bichi e P. Bignardi (a cura di), Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia,Vita e Pensiero, Milano 2015, p. XV.


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