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    Parabole giovani /5

    Roberto Seregni

    (NPG 2012-04-2)


    Che ci siamo meritati?

    Tutto è partito dalla domanda di Pietro: «Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?» (Mt 19,27).
    Già, che avremo? Quale sarà la ricompensa che ci spetta? Un premio ce lo meritiamo di certo, ci mancherebbe! Noi sì che siamo veri discepoli, noi ti abbiamo seguito subito, siamo con te da sempre! Allora, Gesù, che ci siamo meritati?
    «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.
    Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
    Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi» (Matteo 20,1-16).

    Ingaggio

    Questa parabola, forse una delle più «provocanti» [1] di tutti i Vangeli, è suddivisa in tre scene. La prima è quella dell’ingaggio dei lavoratori, interamente costruita intorno al padrone della vigna. Egli esce all’alba per cercare degli operai e arruola il primo gruppo stabilendo la paga per il lavoro di quella giornata: un denaro. Poi esce alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque, e ogni volta arruola nuovi operai, ma senza stabilire la quota per il lavoro, semplicemente dicendo: «Quello che è giusto ve lo darò» (v. 4).
    Fino a questo punto la parabola fila via liscia, le sorprese arriveranno nei versetti successivi. Un elemento, però, che dovrebbe insospettire il lettore attento già in questa prima scena: è la quantità di ingaggi del padrone della vigna. Che senso ha recuperare nuovi lavoratori a fine giornata? Sembra quasi che il padrone sia più preoccupato di dar lavoro agli operai che ai propri interessi… Questo elemento, insieme ad altri che vedremo, prepara il colpo di scena della narrazione.

    Pagamento

    La seconda scena della parabola è costituita dalla consegna della paga. L’ordine è inverso a quello della chiamata: gli ultimi sono chiamati per primi e ad essi viene consegnato un denaro. È qui che scatta la suspence: se agli ultimi giunti che hanno lavorato solo un’ora è stato dato un denaro, quanto verrà consegnato ai primi operai che dall’alba si sono messi al lavoro e hanno sopportato il peso della giornata, la fatica e il caldo?
    Ma le speranze dei lavoratori della prima ora vengono subito sgonfiate: anche a loro viene consegnato un denaro, il prezzo stabilito al loro ingaggio.
    Proprio in quest’ultimo passaggio sta il centro della parabola. Gli operai della prima ora – dopo aver visto il trattamento degl’ultimi arrivati – si aspettavano qualcosa in più, erano convinti di essersi meritati una paga più alta per il loro prezioso servizio. Penso che proprio in questo punto stia l’attualità della parabola, la provocazione a cui ciascuno di noi è esposto.
    Il rischio è quello di imbarcarsi con Dio in un rapporto di tipo sindacale, dove la mia retribuzione è stabilita in base ad un merito. A volte mi fa spavento sentire cristiani convinti di poter gestire la loro fede come una tessera punti di un centro commerciale: ho fatto questo e mi merito questo. No! Per fortuna la logica di Dio non è come la nostra: «Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri» (Isaia 55,8).

    Protesta e spiegazione

    La terza parte della parabola riporta la protesta degli operai della prima ora. È interessante sottolineare che il loro malcontento non stia tanto nella somma che hanno ricevuto, che tra l’altro è esattamente quella stabilita nel contratto, ma nel fatto che gli ultimi abbiano ricevuto la loro stessa paga. Ciò che li fa arrabbiare è la generosità inattesa del padrone. La denuncia sul rapporto «lavoro-ricompensa» non riguarda un’infrazione per difetto, ma per eccesso!

    A tutti

    Così è il Volto del Padre rivelato da Gesù. Inatteso. Sorprendente. Eccessivo.
    Così è il mistero della gratuità del suo amore che sconvolge la tradizione spirituale di Israele e il nostro buon senso. Il Dio rivelato da Gesù si sottrae alla logica del calcolo e alla prevedibilità del merito.
    Era meritata l’accoglienza del padre verso il figlio fuggitivo? E la benevolenza nei confronti della prostituta in casa di Simone il fariseo o il privilegio di un pasto nella tana di Zaccheo? Era meritata l’incursione guaritrice nella casa della suocera di Pietro o la promessa fatta al ladrone sulla croce di essere inquilino certo del paradiso?
    L’unico merito di cui possiamo vantarci è la misericordia di Dio!
    Scrive Bernardo di Chiaravalle:
    «Quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio con fiducia dal costato trafitto di Cristo, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sarò certamente povero di meriti, finché Lui sarà ricco di misericordia». [2]
    A tutti è offerta una possibilità, nessuno è escluso.
    A tutti è rivolta la chiamata del padrone della vigna: non è mai troppo tardi.
    A tutti è esteso l’invito, anche a quelli che non hanno nulla di speciale e che per ore hanno sostato in attesa che qualcosa accadesse.
    Il volto di Dio rivelato da Gesù scardina il sistema religioso retributivo legato al merito e ci innesta nella logica della grazia. L’amore di Dio non è proporzionale ai nostri meriti, ma alla sua follia. Non ci ama perché siamo amabili, ma è il suo amore e l’esaltante esperienza del gratis che sgretola ogni rimpicciolimento del volto di Dio e dell’uomo che ci rende amabili.


    NOTE

    1. Cf M. Gourgues, Le parabole di Gesù in Marco e Matteo, Elledici, 2002, p. 116.
    2. Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico, 61, 4-5: PL 183, 1072.


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