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    «Silenzio»,

    di Shusaku Endo

    Un «thriller» teologico

    Ferdinando Castelli


    Chìmmoku («Silenzio») [1] di Shusaku Endo è un romanzo di alto livello per contenuto e pregi formali, ma anche un aiuto al dialogo tra Oriente e Occidente, che ci rivela l’esistenza d’un romanziere cattolico con le carte in regola per stare accanto ai grandi, Bernanos, G. Greene, Mauriac, Green, von Le Fort.
    Chi è Shusaku Endo? Nato a Tokyo nel 1923 e morto nel 1996, è stato autore di vari romanzi, studioso di letteratura francese, drammaturgo e giornalista, critico televisivo di letteratura, di storia e di altri problemi, cattolico. Appartiene alla piccola, ma agguerrita schiera di scrittori cattolici giapponesi che comprende Miura Ayako, Sumie Tanaka, Ariyoshi Sawako, Yashiro Sciichi, Toshio Shimao, Kunio Ogawa.
    Qual è il Leitmotiv dell’opera di Endo? Sostanzialmente uno solo, ma visto in prospettive diverse: il rapporto tra cristianesimo e mentalità giapponese, tra Oriente e Occidente. Dissipiamo subito un equivoco. Endo è scrittore sinceramente cattolico: «Quanto più scrivo, tanto più mi diviene impossibile pensare a un’altra guida, a un’altra insegna all’infuori del Cristo», scriveva anni addietro nel saggio Warera no bunkaku («La nostra letteratura»). Egli avverte però la sua incapacità di adattarsi ad alcuni elementi d’un cristianesimo strutturato secondo la mentalità occidentale e fissato negli schemi tomistici. «Se la teologia cristiana non si fosse sviluppata sul tomismo, ma sulla teologia di sant’Agostino, forse la situazione sarebbe diversa», ha scritto nel saggio citato. Come pretendere che un giapponese si adatti a un abito prettamente occidentale, a lui estraneo? Endo vuole sottolineare l’universalità del cristianesimo, la legittimità e l’urgenza del pluralismo teologico; conseguentemente vuole scavare nel cuore dell’uomo, alla ricerca di quelle componenti universali che trovano nel cristianesimo la loro espressione più autentica, e fondare su di esse la forza dell’evangelizzazione.
    In realtà, per avere un termine di paragone capace di darci un’idea di Silenzio, bisogna ricorrere a Il potere e la gloria e a Il nocciolo della questione, di Graham Greene. Stessa atmosfera di thriller impregnata di grossi problemi teologici, stessa passerella di poliziotti e di preti braccati, stessa maniera di lasciare i grossi interrogativi sospesi, stesso sfondo di humour nerastro.
    Nelle prime pagine, il romanzo ha un’andatura dimessa; ricorda quelle vecchie monografie missionarie, delizia dei nostri anni giovanili: «Era giunta notizia alla Chiesa di Roma che a Nagasaki, in Giappone, il missionario padre Cristovão Ferreira, gesuita portoghese, sottoposto alla tortura dell’anazuri, o sospensione, aveva apostatato.
    Si trovava in Giappone da 33 anni: era quindi un veterano e al più alto posto di responsabilità come Superiore provinciale, era stato guida dei sacerdoti e dei fedeli».
    Era vera la notizia? Se sì, com’era stata possibile l’apostasia d’un missionario dall’anima ardente e dalla solida formazione teologica? E che cosa era successo di lui? Inoltre, era lecito abbandonare a se stessa la Chiesa giapponese e accettare passivamente il disonore della sconfitta? Pungolati da questi interrogativi, alcuni gesuiti avevano ottenuto il permesso di recarsi nel Paese del Sol Levante, dove, dopo la primavera cristiana inaugurata da san Francesco Saverio, era stato proclamato il periodo del sakoku (nazione chiusa). La cristianità, ridotta a un gregge sparuto, viveva arroccata nella paura e nel silenzio. I missionari, uno dopo l’altro, erano stati o espulsi o arrestati e condannati, o avevano apostatato.
    Il 23 marzo 1638 i padri Francisco Galvez, João de Santa Marta e Sebastião Rodriguez – protagonista del romanzo – salparono dalle foci del Tago verso il Giappone. Un’impresa folle, legittimata dall’ardore missionario e dall’impazienza di sapere la verità su Ferreira. «Quei suoi occhi profondi celesti, quel volto irradiante luminosa tenerezza, si domandavano, come si sarà trasformato sotto le torture dei giapponesi? Il Rodriguez, per quanto ci si provasse, non riusciva nella sua immaginazione a sovrapporre a quel volto luminoso un’espressione di sconfitta e di umiliazione. Non poteva credere che Ferreira avesse rinnegato Dio e avesse perso la tenerezza del suo viso, sempre così buono. Egli e i suoi compagni dovevano assolutamente andare in Giappone, e cercare dove stesse, e vedere che gli fosse successo».
    Approdati clandestinamente in Giappone, Galvez e Rodriguez – Santa Marta è rimasto a Macao, febbricitante – iniziano una vita da cani, prima nascosti in una stamberga, poi fuggiaschi attraverso boschi e paludi, finché al primo viene tagliata la testa e l’altro finisce in prigione. I 300 denari d’argento, promessi a chi avesse scovato un missionario, costituivano per le autorità civili una carta sicura.
    Un bel giorno al prigioniero si presenta un visitatore insolito: vestito scuro, capelli castani acconciati alla giapponese. È il vecchio venerato maestro Ferreira. Ora si chiama Sawano Chuan: dopo il cedimento (così veniva chiamata l’apostasia), ha ereditato il nome, la moglie e i figli di un giustiziato. Avanza a testa bassa, come «un bue tirato con la fune». «Mi hanno detto... di esortarti... a rinnegare », mormora stancamente. Poi continua: «Sarà bene che tu guardi qui...» e, senza dir parola, mostra le cicatrici, dietro le orecchie.
    «Tutto questo si chiama anazuri, sospensione sulla fossa. Forse ne avrai sentito parlare: legàti mani e piedi e con il capo impacchettato in una stuoia, si pende nel vuoto di una fossa, con la testa all’ingiù».
    L’interprete gesticola facendone il verso e finge anche lui di tremare: «Invece di far morire uno di colpo, si aprono dei fori dietro le orecchie e si fa stillare il sangue a goccia a goccia».
    Perché ostinarsi in un’impresa disperata? Perché permettere la tortura di tanta gente? Perché non rendersi utili in altri modi? Dopo giorni di torture, per risparmiare ai cristiani le atrocità del martirio, anche lui cede. E anche a lui vien dato il nome di un morto, Okada Sanemon, assieme a sua moglie.

    Il silenzio di Dio

    La vicenda del romanzo è sostanzialmente storica. Lo abbiamo potuto rilevare esaminando il grosso volume del p. Schutte sulla storia dei gesuiti in Giappone [2]. Alcune libertà letterarie le indica lo stesso Shusaku Endo, in una nota finale [3]. Ciò però che rende il romanzo denso e stimolante è la tematica di fondo: problemi di teologia, interrogativi storici, prospettive pastorali e psicologiche. Con arte consumata, Endo vivifica le tematiche incarnandole nelle vicende dei personaggi, senza troppo pronunziarsi o scoprirsi. Si avverte subito però che, tra le righe del libro, c’è tutto un rigurgito di problemi del suo autore e di molti cristiani giapponesi nei confronti del cristianesimo. Esaminiamoli uno per uno.
    Innanzitutto, il silenzio di Dio dinanzi alla sofferenza del credente.
    Se Dio esiste e se è amore, perché questo suo persistente, scoraggiante, enigmatico silenzio? Come se fosse lontanissimo e indifferente? Un essere di pietra o di legno? Due cristiani vengono trascinati sulla spiaggia per il supplizio del mare. «Vicino alle onde furono innalzati due pali a forma di croce e sopra vi vennero legati strettamente Ichizo e Mokichi. All’alta marea i loro corpi sarebbero stati sommersi quasi fino al mento. Non moriranno subito. Solo dopo due o tre giorni, esausti nel corpo e nello spirito, esaleranno l’ultimo respiro».
    Dopo due giorni sembra che i due si siano fatti tutt’uno con le croci. Di tanto in tanto, portata dal vento, si sente la voce degli agonizzanti. «Sembra il ruggito d’un animale, quella voce, nelle orecchie. E ogni volta i contadini piangono, tremando in tutto il corpo». Poi la fine. «E dietro la sconfortante impassibilità di questo mare, il silenzio di Dio! Dio, che al gemito degli uomini rimane con le braccia incrociate, in silenzio...». Anche quando al martirio della carne si aggiunge il martirio dello spirito e gli interrogativi più crudeli martellano la fede, Dio resta avvolto nel silenzio. Se il martirio è il supremo atto d’amore verso Dio, come è possibile che egli resti impassibile? «Ma, Signore, perché taci? Tu lo dovresti sapere, quel contadino mezzo cieco è morto qui, per te. Eppure questa stupida tranquillità continua, continua questa imperturbabilità di pieno mezzogiorno.
    Solo il ronzio d’una mosca. E Tu, come se questo fatto stupido e atroce non t’importasse niente, tu guardi dall’altra parte?».
    La fede ha da offrire una risposta a questi interrogativi? O bisogna rassegnarsi, con Giobbe, all’oscurità di Dio? Oppure il silenzio è indice di assenza? Senza nulla togliere alla drammaticità del silenzio di Dio, Shusaku Endo, alla fine del romanzo, risponde agli interrogativi con una frase densa di significato teologico. A Rodriguez che, dopo l’apostasia, vorrebbe giustificarsi: «Signore, io mi risentivo per il tuo silenzio», Cristo risponde: «Io non stavo in silenzio. Soffrivo accanto a te».

    Il volto di Cristo

    Per illuminare bene la risposta, Endo fa riecheggiare le pagine del romanzo di un interrogativo, soffuso d’amore e di nostalgia: qual è il vero volto di Cristo? «Per secoli e secoli il volto di quell’Uomo crocefisso è stato raffigurato da innumerevoli artisti. Pur non avendolo mai visto, essi, sintetizzando i desideri e i sogni degli uomini, hanno dato vita a un volto soffuso di bellezza e santità. Ma sicuramente il suo vero volto era infinitamente più nobile di quanto essi potessero disegnarlo».
    Per amore di questo volto, p. Rodriguez ha rischiato ogni cosa.
    Sa bene che esso per lui è tutto, per la vita e per l’eternità; che quel sorriso divino – che a volte scende sull’anima come un’invasione di vita – ricompensa da ogni sofferenza ed è garanzia di vittoria.
    Perciò lo cerca, con passione crescente. Chi lo ha ritratto con maggiore fedeltà? I primi cristiani, nelle linee semplici e innocenti del Buon Pastore? I bizantini, naso lungo, capelli ricciuti, barba nera, orientale? I pittori medievali, che hanno messo in evidenza la sua dignità e maestà? Egli ricorda con predilezione il volto di Cristo nella «Resurrezione», di Piero della Francesca, a Sansepolcro. «Un volto pieno di forza e che forza infonde, un volto da eroe! Io amo quel volto; io sono affascinato da questo volto di Cristo, come uno è affascinato dal volto dell’amante».
    Forse il padre non ricorda un’immagine più viva e più vera: «Cristo che soffre, Cristo che patisce». La incontra, questa immagine, senza intuirne tutta la realtà, quando vede riflesso nella pozzanghera il suo volto di fuggiasco: «una faccia sporca di fango, con una barba indecente, la faccia d’un uomo sfinito e in preda all’ansietà, di un uomo braccato che si sente inesorabilmente perduto»; la faccia di un «mostriciattolo, con le labbra a sberleffo e gli occhi sbilenchi: una maschera ridicola» (p. 86).
    A misura che le sofferenze si fanno più vive, il missionario comprende che il vero volto del Signore è come il suo, sfigurato e pietoso, come quello di tutti i cristiani che soffrono. È un volto sul quale si riflettono la paura e la pietà, la macerazione del corpo e dello spirito. Si riflette anche la sofferenza per il silenzio di Dio: a Cristo in croce Dio non ha concesso nessuna parola e nessun miracolo.
    Ora, non è il cristiano il riflesso vivente di Cristo? Non deve, dunque, esprimere i tratti più salienti del suo volto divino? Non deve sperimentare, come lui, l’abbandono e la solitudine? Ma ciò è comunione di vita con Cristo, non silenzio di Cristo. Il silenzio di Cristo, quando si vive per lui, è presenza di Cristo.
    «Come un ragazzo pensa al volto del suo intimo amico, molto lontano, così, nei momenti di solitudine, egli era solito pensare a quel volto. Ma da quando era stato arrestato, e specialmente nel silenzio della prigione [...] la sua passione aveva qualcosa di diverso.
    Ora quel volto, in mezzo a quelle tenebre, gli era molto più vicino.
    Anche ora taceva, ma fissandolo con uno sguardo pieno di tenerezza.
    E sembrava dirgli: “Quando tu soffri, io soffro con te. Ti sarò vicino fino alla fine”».

    Atto d’apostasia o atto d’amore?

    Perché p. Rodriguez ha commesso il peccato di apostasia? Shusaku Endo ci dà una risposta sconcertante: per amore.
    Nel carcere il missionario ascolta il rantolo dei cristiani sottoposti alla tortura dell’anazuri. «Se cedi, quelli saranno subito liberati dalla tortura, saranno slegati e ci si prenderà cura di loro». Che cosa deve fare: abbandonarli a una morte bestiale o cedere e salvarli? «Egli era venuto in questa terra a dare la sua vita per questi uomini; in realtà, erano questi cristiani che, uno dopo l’altro, morivano per lui. Come avrebbe dovuto fare? Non lo sapeva».
    Dio tace: a chi chiedere una risposta? «“Ti credi più importante di loro. O almeno è la tua salvezza che ti importa. Se cedi, questi uomini saranno tolti dalla fossa, saranno liberati dalle loro pene. E ciò nonostante tu non vuoi cedere. E questo perché ti spaventa tradire la Chiesa per loro. Perché ti spaventa diventare una vergognosa macchia della Chiesa, come me”. Ferreira parlava concitato, sdegnato. Ma la sua voce si fa gradatamente più insinuante: “Cosa vuoi, fu lo stesso per me. In quella notte fredda, completamente oscura, anch’io ero proprio come te ora. Ma pensi proprio che questo sia un atto d’amore? Si dice che il sacerdote deve vivere seguendo l’esempio di Cristo. Se Cristo fosse qui...”.
    Ferreira tacque per un istante, ma poi, riprendendo con forza: “Certamente Cristo per loro avrebbe ceduto! Per amore si sacrifica tutto se stesso...”».
    La scena notturna assume toni altamente drammatici. Le idee sembrano impazzite e i protagonisti ispirati da esseri invisibili. Ferreira incalza: «Stai per compiere un grande atto d’amore che finora nessuno ha compiuto... I tuoi fratelli nella Chiesa ti metteranno sotto accusa, come hanno fatto con me. Ma c’è qualcosa di più grande della Chiesa e della stessa evangelizzazione: è quello che stai per fare...».
    Prima di calpestare il volto di Cristo – «un ben poco attraente volto di Cristo coronato di spine, con le braccia aperte, scarnite» –, il missionario, tremante, raccoglie l’immagine con tutte e due le mani, preme il volto su quel volto che era stato calpestato da tanti, lo bacia, poi alza il piede intorpidito, pesante.
    «In quel momento egli sta per calpestare ciò che in tutta la sua vita aveva pensato come la cosa più affascinante, ciò che aveva creduto come la cosa più santa, come la cosa che appaga ogni più sublime ideale, ogni sogno umano. Il piede gli duole. Allora: “Calpesta pure – gli dice l’Uomo del medaglione di rame –, calpesta pure! Io più di tutti comprendo il dolore del tuo piede... Calpesta pure! È per essere calpestato da voi che sono venuto in questo mondo, è per condividere i vostri dolori che mi sono caricato della croce”. E quando il padre posò il piede sull’immagine, ecco il mattino. Lontano, un gallo cantò».
    L’episodio – letterariamente molto suggestivo, condotto in un ritmo ricco di pathos, di suspense e di finezza psicologica – solleva molti problemi delicati, dietro i quali il romanziere si nasconde e ci guarda divertito. Come giudicheremo il gesto del suo protagonista? Si tratta d’un peccato o d’un atto d’amore? Esistono realmente azioni più grandi della Chiesa e della stessa evangelizzazione? Shusaku Endo non intende dare soluzioni: ha voluto scrivere un romanzo, non fare della teologia. A lui preme sollevare problemi: problemi da lui avvertiti in tutta la loro delicatezza e gravità, e che non possono non lasciare pensosi.
    P. Rodriguez ha agito collocandosi in una prospettiva diversa.
    Convinto che per il bene del Giappone e della stessa religione cristiana un missionario debba assumere la mentalità giapponese, ha calpestato l’immagine, perché così avrebbe fatto ogni vero giapponese.
    Pazienza se a tal fine bisogna sacrificare alcune regole della dottrina cattolica. L’amore non è più grande di ogni regola? Nelle sue condizioni, ogni giapponese avrebbe ceduto, affidandosi alla misericordia di Budda; lui ha ceduto, affidandosi alla misericordia di Cristo. Il commissario Inoue giudica l’atto una distorsione della dottrina cristiana secondo il modo di pensare giapponese. Distorsione o fedeltà del cuore? «O Signore, non pensare che io ce l’abbia con te; solo che mi viene da sorridere di fronte al destino dell’uomo.
    La mia fede è diversa da quella di prima, ma anche ora ti amo».

    Giuda come una marionetta

    Ma l’uomo è realmente libero di fronte alle scelte della sua esistenza? Artefice del suo destino? Prendiamo, ad esempio, Kichijiro, che segue il missionario come un cane. Lo si direbbe l’abiezione fatta persona per quell’accumularsi sulla sua anima di tradimenti, di avidità, di pusillanimità. È un riflesso di Giuda: solo che lui tradisce non per i soldi, ma per la paura.
    «“Anch’io ho i miei perché, e chi ha calpestato ha i perché di uno che ha calpestato. Come può pensare che io abbia calpestato l’immagine per gusto? Mi doleva il piede per la pena... Eccòme mi doleva... Dio mi chiede di essere come i forti, anche se mi ha fatto debole. Ma non è assurdo?”. Tra una pausa e l’altra, la sua voce di rammarico e d’ira si muta in gemito, e il gemito in pianto.
    «“Padre, che può fare uno pauroso come me? Io non l’ho tradito per pochi soldi... Era la paura...”. Quando il povero diavolo chiede di essere riammesso nella comunità, i cristiani lo scherniscono: “Hai sentito, hai sentito? Tu che hai calpestato! Tu qui! Vigliacco! Vergognoso!”. È esatto: vigliacco, traditore, Giuda. Lo ammette lui stesso. “Ma se fossi nato prima, in tempi passati, anch’io sarei potuto essere un buon cristiano e andare in paradiso. Non sarei stato disprezzato dai fedeli come un rinnegato.
    Ma disgraziatamente sono nato in questo tempo di persecuzioni”».
    Kichijiro come Giuda. L’uno tradisce la comunità cristiana come l’altro ha tradito Cristo. Tradito? Il mistero di Giuda da anni tormenta p. Rodriguez; ora diventa ossessivo.
    «Quell’Uomo lo sapeva che Giuda lo avrebbe tradito; e perché allora lo aveva annoverato tra i suoi apostoli? Conosceva bene le vere intenzioni di Giuda; e allora perché aveva sempre agito come se non sapesse niente? E ancora una volta pensò: non sembrava Giuda una marionetta mossa da qualcuno per rendere possibile la croce di quell’Uomo? «E inoltre... inoltre, se quell’Uomo era l’amore per essenza, perché alla fine aveva abbandonato Giuda, tanto che questi era andato a impiccarsi nel Campo del Sangue, e anzi lo aveva abbandonato fino al punto da lasciarlo sprofondare nelle tenebre eterne?».
    Questi interrogativi riaffiorano nell’animo del padre «come una sudicia schiuma sopra una palude», mentre la voce strozzata di Kichijiro gli ronza nelle orecchie: «Padre, lo so, io sono debole... Sono nato debole... Un debole non può essere martire... Che devo fare? Ma perché sono nato in questi tempi?».
    Gli interrogativi del romanzo da sempre tormentano l’uomo.
    Scrittori di alto livello hanno tentato di affrontarli per ghermire qualche barlume. Dostoevskij, soprattutto nei Fratelli Karamazov. Shusaku Endo, più che disquisire, vuole interrogare. Che cosa è mancato a Giuda per salvarsi? Fino a che punto siamo responsabili delle nostre scelte? Può un uomo, determinato al peccato, salvarsi? Può Dio abbandonare un peccatore a se stesso? Indubbiamente, il cuore dell’uomo è un mistero: il grande abisso, lo chiama sant’Agostino, e Baudelaire lo paragona all’oscuro abisso del mare dinanzi al quale il Vangelo (Mt 7,1) ci esorta a lasciare a Dio ogni giudizio. Solo Dio, infatti, conoscendo perfettamente l’uomo, può stabilire fino a che punto, nell’assumere le sue decisioni, è stato libero e responsabile.
    Tutti abbiamo – chi più, chi meno – le nostre paure e le nostre miserie; ma abbiamo anche la grazia, con cui possiamo superare le varie difficoltà. Il problema è sapere fino a che punto l’uomo accoglie e sviluppa questa grazia, oppure la rifiuta. Non si tratta di una scelta puramente intenzionale, ma esistenziale, per cui il battezzato s’impegna ad annientare – anche se non ci riuscirà mai del tutto – la signoria del proprio io, cioè il dominio dell’orgoglio e della menzogna per erigervi il regno dell’amore e della verità.
    La grazia di Dio è gratuita, certo, ma facienti quod est in se Deus non denegat gratiam (Dio non nega la grazia a chi fa quello che si deve fare). Ciò significa che Dio afferra ogni uomo con la sua grazia in modo che questa non manca se non a colui che positivamente la rifiuta.
    A quanti poi si chiedono come mai Dio abbia concesso all’uomo la libertà, pur prevedendone l’abuso, bisogna rispondere che tra tutti i beni da lui creati la libertà è il più grande. «La ragione per cui Dio gli ha concesso la libertà, senza impedirgli che ne abusasse, rientra nel grande, impenetrabile mistero del come mai Dio abbia creato questo mondo con la sua innumerevole schiera di peccati». Ma «non si può affermare che un mondo con il peccato sia migliore d’un mondo senza peccato» [4].
    Gli interrogativi del romanzo, pertanto, non ci fanno urtare contro l’assurdo, bensì contro il mistero. Ma questo mistero è animato dall’amore di Dio.

    Il Giappone inadatto al cristianesimo?

    Accanto a questi problemi squisitamente teologici, Shusaku Endo ne solleva altri, anch’essi teologici, ma su uno sfondo storico e sociologico-pastorale. Il più importante è così formulato dal commissario Inoue: «Il Giappone non è un paese adatto per la religione cristiana. La religione cristiana non vi potrà mai attecchire». «In un terreno un albero cresce e in un altro terreno lo stesso albero si secca. L’albero della religione cristiana, negli altri paesi mette foglie, gemme e fiorisce, ma nel nostro paese le foglie si seccano e non si vede una gemma. Differenza di terreno, differenza di acqua».
    La tesi è sorretta da due argomenti. Primo: i giapponesi convertiti al cristianesimo erano contadini, condannati a lavorare e a morire come bestie da soma. Nella nuova religione essi hanno «sentito il calore del cuore umano, hanno incontrato chi li trattava da uomini». Secondo: il Dio dei convertiti giapponesi non era il Dio dei cristiani, ma «i loro dèi».
    Shusaku Endo, da romanziere smaliziato, si diverte a giocare sul rapporto dialettico tra mentalità cristiana e mentalità giapponese; situa vicende e problemi su uno sfondo fortemente drammatico, dalle tinte molto vive, con venature d’uno humour amaro ed efficace; forza ed esaspera idee e personaggi per raggiungere meglio i suoi obiettivi. Viene anche il sospetto che, a volte, provi un certo gusto a mettere in evidenza le miserie dei missionari e dei cristiani mancati. Crediamo che ciò egli lo faccia per sottolineare, da una parte, il non-senso del trionfalismo della Chiesa missionaria, dall’altra, la realtà e il fascino del Cristo crocifisso, dal cuore aperto per accogliere tutti i miserabili della terra.


    NOTE

    1. Il 12 gennaio esce nei cinema italiani il film Silence del regista Martin Scorsese, ispirato al romanzo Silenzio (1996) dello scrittore giapponese Shusaku Endo. Nel precedente fascicolo della rivista abbiamo pubblicato una lunga intervista del direttore, p. Antonio Spadaro, al regista («“Silence”. Intervista a Martin Scorsese», in Civ. Catt. 2016 IV 565-586). Adesso, per l’occasione, riproponiamo quasi integralmente una riflessione sul romanzo che p. Castelli scrisse nel 1973.
    Nel presente articolo manteniamo la traduzione dal giapponese di Bonaventura G.
    Tonutti, edita a Tokyo nel 1972 in forma privata, che è quella usata allora da p.
    Castelli. Attualmente è nelle librerie italiane l’edizione Corbaccio, apparsa nel 2013, a cura di L. Lax. Tra le opere di Endo, ricordiamo: Shiroi hito («L’uomo bianco»), Kiro hito («L’uomo giallo»), Umiro dokuyaku («Il mare avvelenato»), Ryngalcu («Studiando all’estero»), Ogon no Kumi («Il paese d’oro»). Inoltre, la raccolta di saggi Shukyo to hungak («Religione e letteratura»).
    2. Cfr F. J. Schutte, Introductio ad historiam Societatis Iesu in Iapan: 1549-1560, Romae, AHSI, 1968.
    3. «Voglio qui notare che ho preso come modello della mia narrazione Okamoto San-emon. Egli, a differenza di Rodriguez Okada San-emon, nacque in Sicilia e si chiamava Giuseppe Chiara. Proponendosi di trovare il padre Ferreira, il 27 giugno 1644 approdò a Oshima, nel Chikuzen. Tentò la vita clandestina, ma fu subito arrestato dalla polizia di Nagasaki e mandato alla prigione di Kioshiltawa, in Edo. Interrogato dal signore di Chikugo, Inoue, e sottoposto alla tortura dell’anazuri, cedette. Da allora, costretto a prendere in moglie una giapponese, visse nella Residenza coatta dei cristiani. Morì nel 1685, a 84 anni».
    4. M. Schmaus, Dogmatica cattolica, vol. 1, Torino, Marietti, 1963, 575.

    © La Civiltà Cattolica 2017 I 23-33 | 3997 (31 dic 2016/14 gen 2017)


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