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     "Vogliamo vedere Gesù"

    La fede dipinta

    Severino Dianich


    1. Alla ricerca del volto

    Biblisti, teologi e storici delle idee amano andare alla ricerca dei "mille volti di Gesù", volendo con questa immagine indicare le tante diverse sfaccettature con cui i testi neotestamentari ce lo presentano e i molti diversi punti di vista dai quali Gesù lungo la storia è stato considerato. Ma i volti bisogna guardarli. Prima di ragionarci su, bisogna averli visti. Nessun pittore, però, ci ha lasciato alcun ritratto di Gesù. [1]
    Il discorso, che così stiamo aprendo, ha una storia molto travagliata, anche se dipinti, rilievi, sculture, disegni, incisioni, ricami, creazioni fotografiche e filmiche, immagini digitali e volti di uomini in carne e ossa, che hanno rappresentato in teatro e nei film Gesù, non si contano, provenienti da tutte le epoche e presenti in tutti i continenti.
    Creare un'immagine di Gesù non è stato affatto ovvio per il cristianesimo dei primi secoli. Eusebio da Cesarea, il vescovo teologo di corte di Costantino, all'inizio del IV secolo, scrivendo alla sorella dell'imperatore Costanza, racconta di una "donnetta" alla quale egli aveva sottratto due immagini, probabilmente di due filosofi, che ella sosteneva rappresentare Gesù e san Paolo, e afferma con vigore la tesi dell'impossibilità di raffigurare Gesù, perché il suo corpo è glorificato e vive ormai in un'altra dimensione "Chi mai potrà riprodurre con morti e inanimati colori e linee incerte i raggi rifulgenti e splendenti di tanta maestà e gloria, se neppure una volta riuscirono a sostenere di vederlo in questa forma i suoi divini discepoli che caddero sulle loro facce e così riconobbero di non sopportare la sua vista?" [2], E si noti che la drammatica crisi dell'iconoclastia, con il rifiuto della venerazione delle immagini, doveva attendere ancora quattro secoli prima di scoppiare. Eusebio però, allo stesso tempo, ci attesta il desiderio, incancellabile nello spirito dei credenti, di vedere il volto di Gesù.

    2. Il volto glorioso

    Universalmente nota è l'antica immagine occidentale, anzi romana, di Gesù, spesso giovanissimo, quasi adolescente, senza la barba, raffigurato come il buon pastore, con la pecora sulle spalle. Appare nella penombra, sulle volte delle catacombe, o scolpito sui grandi sarcofagi dei ricchi cristiani romani del IV e del V secolo. Negli spazi segnati dalla morte, egli è lì a traghettare, con reminiscenze pagane, le anime, verso i Campi Elisi. È la figura biblica del pastore, protettiva e rassicurante, resa ancor più dolce dalle parabole evangeliche, che privilegiano nella sua cura le pecore smarrite.
    Ricca di suggestioni molto diverse da questa è l'altra figura di Cristo, quella del Pantokrator. Essa dominerà il popolo cristiano dalle absidi e dalle cupole delle chiese per secoli e secoli, soprattutto in Oriente, ma anche in Occidente. Nella spiritualità bizantina questa tradizione iconografica si giova, anche in Occidente, della teologia della salvezza, impostata sull'idea della divinizzazione dell'uomo. Non che la teologia della redenzione per mezzo della croce venga scavalcata, ma l'accento è posto sulla gloria, a cui l'uomo è destinato e che in Gesù si è già compiuta. 

    Duomo PisaCristo in maestà, mosaico, 1301-1302, duomo di Santa Maria Assunta, Pisa

    Il tema si collega anche alla teologia politica, che vede nell'imperatore e nei re l'esternazione terrena della regalità di Cristo, come appare, per esempio, nella cattedrale di Monreale, dove possiamo ammirare mosaicata l'immagine di Guglielmo II, che viene incoronato dal Cristo in trono.
    Il Pantokrator, però, è anche il giudice del mondo e sotto il suo giudizio cadono pure i papi e i re, come possiamo vedere in moltissime raffigurazioni medievali dell'ultimo giudizio. Nella vela occidentale della cupola del Battistero di Firenze, il suo trono è l'arco del cielo ed egli con la mano destra invita i beati nel Regno e con la sinistra caccia i dannati nell'inferno, ostentando sulle mani le sue piaghe.

    Battistero FirenzeCristo giudice, mosaico, XIII sec., Battistero di San Giovanni, Firenze

    In un testo del V secolo, infatti, attribuito erroneamente a San Giovanni Crisostomo, l'autore si domandava perché Gesù, che ha fatto tanti miracoli, non avesse guarito le sue piaghe e fosse risorto con le piaghe aperte: la risposta è: "Per mostrarle il giorno del giudizio" [3].

    3. Il volto umano

    Naturalmente la figura dominante del volto di Cristo in tutta la storia dell'iconografia cristiana è quella del Crocifisso, però è interessante osservare quanto i cristiani abbiano faticato a raffigurare Gesù straziato in croce. Le raffigurazioni più antiche sono semplicemente quelle della croce, senza la figura del Cristo. E si tratta di gioielli: è la croce del Risorto che ha vinto la morte, più che di colui che vi ha patito la morte. Poi si rappresenterà il Cristo in croce, ma vivo, con la testa eretta, o addirittura triumphans, alludendo alla sua risurrezione. L'immagine però che resterà più amata sarà quella del Crocifisso dolente sulla croce. Ho fatto un'esperienza interessante visitando il modernissimo Centro Direzionale di Napoli, con la sua chiesa dedicata a San Carlo, progettata dall'architetto Spadolini. Lo spazio della chiesa è dominato in maniera imponente da una grande e massiccia croce in vetro, dalla forma assai singolare, tale da rendere impossibile raffigurarvi l'immagine del Crocifisso, e portante al centro un nimbo luminoso per alludere alla risurrezione. Ma ai piedi di questa croce monumentale è stato collocato un normale crocifisso, di quelli prodotti in serie. che si vendono nei negozi di "articoli religiosi". 

    San Carlo Borromeo NapoliP. Spadolini, chiesa di S. Carlo Borromeo,1990, Centro direzionale di Napoli

    È evidente la prevalenza del senso devoto dei fedeli, i quali, al di là di qualsiasi esigenza stilistica o teologica, desiderano "vedere il volto" di Gesù.
    Nel Medioevo inoltrato furono i movimenti pauperisti, con in testa il francescanesimo, a promuovere una vivace reazione alla tradizione del Cristo in croce vivo e glorioso, per dar vita alla creazione delle grandi croci dipinte, da Giunta Pisano a Cimabue a Giotto e a tanti altri che vi si sono cimentati, con risultati sorprendenti per la bellezza e la forza emotiva delle opere che ne sono derivate. Ai fianchi della figura del Crocifisso, negli ampi spazi della tavola, ci sono le scene della passione, spesso accompagnate da quelle della risurrezione, mentre Gesù stesso è rappresentato nei contorcimenti delle sue atroci sofferenze, il corpo arcuato e il volto oppresso dal dolore e dalla morte. Davanti a queste impressionanti immagini si anima la meditazione dell'umiliazione del Figlio di Dio che ha voluto rendersi partecipe delle più angoscianti sofferenze del mondo. Ciò nonostante la positura delle braccia, quasi sempre, è quella di un abbraccio e di una benedizione, piuttosto che quella propria di un corpo appeso con dei chiodi su una croce.

    Giunta PisanoGiunta Pisano, Crocifisso, XIII sec., Museo Nazionale, Pisa

    Il Novecento, secolo tragico, pur essendosi allontanato bruscamente dalla grande tradizione iconografica cristiana, ha amato la figura del Crocifisso, rispecchiandovi le proprie tragedie. Certamente, non nella forma apollinea del Velàzquez, bensì in quella ispirata dal detto del salmo 22 "Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo": vedi il crocifisso che Matisse collocò nella sua Cappella del Rosario a Vence. Carlo Mattioli, che si era messo a dipingere crocifissi dopo la morte della moglie, ci ha donato le sue grandi croci dipinte, dalla sagoma uguale a quelle del Duecento, o le sue antiche tavole, recuperate da vecchie porte, tutte tarlate, dalle quali emerge la figura del Cristo, quasi un lichene fiorito dal legno, anche se mai privo del segno della speranza, la immancabile macchia rossa dietro la testa, che gli fa da aureola.

    Carlo MattioliC. Mattioli, Crocifisso

    Fra il Medioevo e la fase finale della modernità, il tema del Cristo dolente ebbe una sua grande tradizione nella figura della Pietà, o del Vesperbild, come la chiamano i tedeschi. Se la più celebre è quella che Michelangelo ventenne scolpì per il Vaticano, la più impressionante e la più vicina all'esperienza tragica del Novecento è soprattutto la Pietà Rondanini, oggi al Castello Sforzesco di Milano, nella quale il Cristo, verme più che uomo, scivola giù drammaticamente dall'abbraccio della Madre che sembra incapace di sostenerlo. La sua incompiutezza, paradossalmente, raggiunge il vertice dell' espressività.
    Il mondo ispanico, quello europeo e quello americano, ci hanno poi dato, in mille versioni diverse, la figura straziata dell'Ecce Homo, non di rado assunta a emblema del pianto e della protesta dei poveri: la scritta El justo juez (Il giusto giudice), che ogni tanto l'accompagna, promette loro giustizia e salvezza, in nome dei patimenti di Cristo. Ricordiamo il pensiero degli antichi per i quali, se Gesù risorto ha conservato aperte le sue piaghe, è per mostrarle nel giorno del giudizio.
    Del resto, una congiunzione esplicita fra il tema della passione di Cristo e il giudizio finale domina l'enorme affresco dell'intradosso della cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze, dove il Cristo giudice glorioso, imponente e bello nella sua umana corporeità, è sovrastato da un angelo, che sorregge un ampio cartiglio, con ben leggibile la scritta "Ecce Homo". La composizione gioca, nel produrre una complessa emozione nell'osservatore, sull'abbinamento della figura dell'Ecce Homo, flagellato e incoronato di spine, evocata dalla scritta del cartiglio, con l'immagine splendente di potenza del Cristo giudice glorioso.
    Una ricerca analoga, tesa a colpire emotivamente l'osservatore, si può osservare sulla facciata di un albergo di Conegliano Veneto, che prima era stato la sede del Monte di Pietà. Vi è rappresentato il Cristo, che sporge dal sepolcro, mentre sopra di lui volteggiano gli angeli, portando i segni della passione. E come dire al povero, che andava a portare in pegno al Monte l'unica cosa di valore che c'era Gesù a consolarlo e proteggerlo, e poi Caprona, Pisa. per dire al ricco che sarebbe entrato per ritirare i pegni dei debitori insolventi, di ricordarsi che alla fine egli sarebbe caduto sotto il giudizio di Cristo.
    La sensibilità sociale torna a farsi viva nell'iconografia cristo-logica del Novecento. Ottone Rosai ci ha lasciato un'emozionante immagine del Cristo in croce, vestito come un operaio di oggi, con nello sfondo le ciminiere di un complesso industriale.

    rsz rosai uomo crocifisso-min-minO. Rosai, Uomo crocifisso, 1943, Musei Vaticani

    Sarà il papa stesso, Pio XII, nel 1956, a promuovere questa prospettiva, istituendo per il Primo Maggio la festa liturgica di San Giuseppe lavoratore. In quegli anni fioriva una messe di affreschi e di tele raffiguranti Gesù lavoratore al banco del falegname: celebre il quadro di De Chirico conservato al Galleria d'Arte della Pro Civitate Christiana di Assisi.

    De ChiricoG. De Chirico, Cristo lavoratore, 1951, Pro Civitate Christiana, Assisi

    Al di là di queste tipologie dal forte impatto sociale, l'epoca moderna ha ripiegato molto sulla rappresentazione del volto di Cristo destinata alla devozione privata e personale. Agli inizi incontriamo i ritratti di Gesù a mezzobusto, dallo sguardo penetrante e avvincente, colloquiante con il suo devoto. Il cardinale Cusano, mandando in dono a dei monaci un'icona, raccomandava loro di osservarla bene: si sarebbero accorti che, spostandosi nella loro cella, avrebbero avuto costantemente su di sé lo sguardo del Signore, quasi che l'immagine, inseguendoli, potesse muovere i suoi occhi. Si ricordino i molti esempi di Salvator mundi, da quello celebre di Antonello da Messina a quelli, numerosissimi della scuola veneta.

    Alvise-Vivarini-redentore-benedicenteA. Vivarini, Cristo Rendetore benedicente, 1498 c., Pinacoteca Nazionale di Brera

    Sulla stessa linea si collocherà quindi la divulgatissima immagine del Sacro Cuore, da quelle create da grandi pittori a quelle dei santini popolari. Legata alla spiritualità della riparazione offerta al cuore di Cristo, ferito dai peccati degli uomini, la sua diffusione è anche legata ai movimenti di restaurazione che hanno segnato il cattolicesimo susseguente alla Rivoluzione francese, come dimostra il mosaico absidale della basilica del Sacré Coeur di Montmartre a Parigi con la sua dedica molto significativa "Al Santissimo Cuore di Gesù la Francia penitente e devota e riconoscente dedica".

    montmartreL. .O. Merson, mosaico absidale, 1922, Sacré Coeur, Montmartre

    4. Le somiglianze nel cinema

    Non ho la competenza per farlo, ma sarebbe molto interessante aprire il vasto campo dei volti di Gesù nel cinema: forse in questo ambito troveremmo le espressioni più rivelative, e le più differenti, della sensibilità con cui l'uomo contemporaneo si accosta a Cristo. Basti pensare alla diversa fortuna del Vangelo di Matteo di Pasolini e del Gesù di Nazareth di Zeffirelli. All'uscita da un cinema, dopo la visione di quest'ultimo film, ho raccolto il commento di una signora: "Davvero, come gli assomiglia!". Avevo trovato molto significativa questa esclamazione: Zeffirelli si era ispirato ai tratti fisionomici del volto di Gesù più diffusi in tutta la devozione popolare. Questi dipendono dall'antico Mandilion, il ritratto miracoloso del Signore, che egli stesso avrebbe inviato ad Agbar, re di Persia, il quale lo invocava da lontano per essere guarito. È la figura della Sindone, delle mille rappresentazioni del velo della Veronica, della iconografia didattica dei catechismi. Nel film di Zeffirelli uno ritrova facilmente il Gesù della sua infanzia. Quello di Pasolini invece è più arduo da assorbire dall'immaginario collettivo, perché l'artista si è ispirato ai volti della gente di oggi, di quella rupestre Basilicata, nella quale il film fu girato, per tradurre con sensibilità contemporanea il semplice e immediato dettato del vangelo di Matteo, scavalcando il complesso immaginativo della tradizione.

    rsz pasoliniFotogrammA da P.P. Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo

    ZeffirelliFotogramma da F. Zeffirelli, Gesù di Nazareth

    La riflessione sui mille volti di Gesù ha, quindi, anche nel cinema del nostro tempo un campo di attrazione di grande suggestione e di notevole importanza per la sua penetrazione nella cultura popolare. Il fatto è che tutti, anche coloro che non vivono l'esperienza della fede, inesorabilmente si incontrano con il volto, antico e moderno, di una persona, Gesù di Nazareth, che ha determinato tanta parte di tutto lo sviluppo della nostra civiltà.

    NOTE

    1 Pubblicato in C. Busato Barbaglio (ed.), I mille volti di Gesù, Dehoniane, Bologna 2009, 46-52, che raccoglie i contributi di un convegno in memoria del biblista Giuseppe Barbaglio.
    2 D. Menozzi, La chiesa e le immagini. I testi fondamentali sulle arti figurative dalle origini ai nostri giorni, San Paolo, Cinisello B. 1995, 74 s.
    3 Pseudo Crisostomo, Opus Imperfectum in Matthaeum, hom. 49: PG 56, 919.


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