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    Evangelizzare i giovani in un mondo che cambia: riflessioni pastorali


    Paolo Cugini [1]

    (NPG 2007-08-40)


    Egregio direttore,
    sono un sacerdote della diocesi di Reggio Emilia da otto anni missionario in Brasile. Ho trascorso alcune settimane in casa per riposare un po’ e ne ho approfittato per riflettere sulla esperienza che sto vivendo. Sono infatti responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Ruy Barbosa (Bahia-Brasile) e ho messo per iscritto alcune considerazioni, pensando anche all’esperienza svolta a Reggio. Ringraziandovi per l’attenzione, vi auguro un buon lavoro.
    Pe Paolo
    Pça Heliodorio Nery 152
    44840-000 Tapiramutá-BA - Brasil
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    Visitando le chiese e gli oratori si rimane perplessi nel constatare l’assenza giovanile nelle strutture ecclesiali. Si percepisce una sproporzione tra i numeri che i grandi eventi che la Chiesa organizza per i giovani riesce ad ottenere e i numeri della pastorale giovanile ordinaria, del cammino quotidiano. Perplessità accresciuta dalla consapevolezza dell’impegno profuso dalla Chiesa, non solo nei cammini formativi proposti ed elaborati, ma anche nelle strutture costruite e messe a disposizione per gli stessi giovani. Viene da chiedersi: che cos’è che non va? Che cos’è che non funziona? Perché, nonostante tutti gli sforzi, la Chiesa non riesce a raggiungere i giovani nel loro vissuto quotidiano?
    Le domande diventano ancora più inquietanti se si pensa che la stragrande maggioranza degli adolescenti che non frequentano la Chiesa hanno partecipato, nell’infanzia, al lungo cammino di catechesi per ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Forse è esattamente a questo livello il problema.[2] La Chiesa possiede un materiale spirituale ricchissimo, che proviene da secoli di tradizione, di elaborazione dottrinale e pastorale, solo che non riesce a metterlo in condizioni di portare i frutti sperati. Chi ha un po’ di dimestichezza con gli adolescenti, conosce benissimo la resistenza che manifestano nell’affrontare le problematiche religiose, soprattutto se queste hanno a che fare con la Chiesa.[3] Sembra quasi che il lungo periodo di formazione catechistica vissuto nell’infanzia, invece di stimolare il desiderio di Dio, abbia prodotto il contrario, la nausea, il tedio e, di conseguenza, l’abbandono.
    È ormai dal convegno di Palermo [4] che la Chiesa Italiana ha intuito la necessità di percorsi nuovi, di una pastorale giovanile non solo di attesa, rivolta ai giovani che frequentano gli ambienti della parrocchia, ma anche a tutti coloro - e sono la maggioranza - che in questi ambienti non ci mettono più piede. Incontrare i giovani nei loro ambienti di vita come le piazze, i bar, i pub, le case, le scuole e altro significa reinventare la pastorale giovanile.[5] Non si può, infatti, pensare di andare nelle piazze e incontrare quei giovani che sino a qualche anno prima frequentavano il catechismo, e riformulare la stessa proposta. È esattamente a questo livello che incontriamo la difficoltà della pastorale giovanile, la quale ha imparato ad affinare progetti sempre più elaborati ed attraenti per i giovani che frequentano gli ambienti ecclesiali, ma che non riesce ancora a pensare qualcosa di nuovo per la maggioranza dei giovani che si trovano sul territorio, che non s’identificano con i percorsi che la Chiesa propone.
    Il problema allora è il seguente. È possibile dedicare tempo e forze per elaborare progetti formativi rivolti a quegli adolescenti, ai giovani che si trovano sul territorio parrocchiale, ma che per tanti motivi non sono più interessati a frequentare? Che tipo di progetti e che metodologia dovrebbe adottare? Che Chiesa è necessaria per proporsi sul territorio in questo modo?

    UNA CHIESA APERTA SUL MONDO [6]

    È impossibile lavorare pastoralmente in modo nuovo con i giovani, se prima non c’è una riflessione seria sulla Chiesa. La pastorale giovanile, infatti, non è un settore a parte della parrocchia, che può andare autonomamente per la sua strada. L’impegno profuso per i giovani dev’essere espressione di una comunità e, di conseguenza, deve essere il frutto di una riflessone comune tra gli operatori pastorali, riflessione che può avvenire nello stesso Consiglio pastorale. Se ciò non avviene, il rischio è di produrre divisioni dentro alla stessa comunità che, ad un certo punto, non riesce più a capire dove stia andando la parrocchia e il senso delle decisioni del lavoro intrapreso. Qualsiasi lavoro pastorale e, dunque, anche la pastorale giovanile, presuppone una visione di Chiesa. Questa, se è sempre identica a se stessa nella sua essenza, è chiamata a rinnovarsi nel modo di proporsi al mondo.[7] Una Chiesa chiusa, statica, trincerata in difesa delle sue forme e istituzioni, diviene alla distanza incapace di dialogare con il mondo e, di conseguenza, di annunciare il Vangelo. La Chiesa che desideri accompagnare il cambiamento, per divenire interlocutrice nel mondo e del mondo delle domande degli uomini e delle donne che incontra, deve riscoprire alcune caratteristiche significative della sua identità maturata nel corso dei secoli.
    * La prima di queste è che essa è popolo di Dio. Questa categoria di Chiesa, molto utilizzata nel cammino della Chiesa Latinoamericana,[8] pone l’attenzione sulla dimensione orizzontale, sul fatto cioè che la Chiesa è un dono che Dio ha fatto al suo popolo. È in questa visione che il laicato [9] è stimolato ad assumere effettivamente la responsabilità del cammino di salvezza, sentendosi protagonista attivo e non mero spettatore di qualcosa che avviene fuori di lui e per lui. È un popolo che è in cammino nell’incontro definitivo con il Padre, nella realizzazione del Regno dei Cieli, regno di giustizia, di pace e di amore. È tutto il popolo di Dio, popolo dei battezzati, di coloro che si riconoscono nel messaggio di Gesù e che liberamente lo hanno scelto che sono coinvolti nella realizzazione del Regno di Dio.
    * A questa immagine di Chiesa è legata quella di comunione,[10] che pone in evidenza il rapporto di servizio reciproco tra i vari membri della comunità, vale a dire i ministri ordinati, i religiosi e i laici. In questo modo i membri della Chiesa non vengono più collocati in uno schema di rigida gerarchia, che evidenzia le differenze di grado, ma in una relazione di reciprocità che, oltre a valorizzarne i campi specifici, ne mette in rilievo la necessaria e vitale collaborazione. È in questa prospettiva che la Chiesa italiana parla da diversi anni di «discernimento comunitario»,[11] di quella necessità, cioè, di coinvolgere tutti i membri della Chiesa per elaborare le decisioni necessarie da adottare in questo mondo di rapidi cambiamenti. L’idea della Chiesa come comunione sottolinea non solo il dato orizzontale, ma anche quello verticale, e cioè che la Chiesa è soprattutto un dono che deve essere accolto. Se da secoli si dice che la Chiesa nasce dall’Eucaristia, è soprattutto per invitare i suoi membri a rimanere in religioso ascolto della Parola di Dio, ad alimentarsi del corpo di Cristo per cogliere i segni dei tempi, che indicano il cammino che il Signore desidera che la sua Chiesa intraprenda.
    * C’è un’altra immagine di Chiesa che ci sembra importante riprendere al fine del nostro lavoro. È l’idea degli anelli concentrici,[12] che considera tutte le religioni come portatrici di un messaggio positivo, pur considerando la diversità di grado, ponendo la Chiesa Cattolica al centro, come depositaria di tutti i mezzi possibili per la salvezza e a scalare le altre, in ordine decrescente. Questa immagine, elaborata da Paolo VI nel 1964 nell’enciclica «Ecclesiam suam»[13] e poi ripresa nel Concilio Vaticano II,[14] ripropone un’idea antica, l’idea cioè delle sementi del verbo. Secondo un’intuizione di San Giustino,[15] Dio nella sua grande misericordia e provvidenza ha predisposto affinché in ogni epoca, in ogni tempo e in ogni luogo fossero seminate le «sementi del Verbo».[16] In questo modo, nulla deve essere scartato, considerato negativamente perché in tutto è presente, anche se in una forma debole e implicita, la semente del Verbo. Il dialogo, allora, in questa visione di Chiesa, non è più semplicemente un optional per rendere più simpatica la propria immagine, ma diviene lo strumento necessario per arricchire la propria conoscenza del Signore. La Chiesa, in questa prospettiva, non è solamente colei che deve insegnare al mondo il Verbo di Dio, ma per certi aspetti lo continua a ricevere nella misura in cui entra in dialogo con il mondo.
    * L’ultima immagine di Chiesa che vorremmo richiamare per fondare ecclesiologicamente il lavoro pastorale con i giovani è l’idea della Chiesa serva dell’umanità. È un’espressione del Papa Giovanni XXIII che utilizzò nel discorso d’indizione del Concilio Vaticano II, sottolineando il ruolo della Chiesa nel mondo.[17] Questa, infatti, non è chiamata semplicemente ad annunciare verbalmente il Vangelo, ma a comunicarlo anche con dei segni concreti. Il più incisivo di questi è senza dubbio il servizio, perché in esso è contenuto lo specifico di Gesù, vale a dire l’umiltà. La Chiesa che annuncia il Vangelo mettendosi al servizio dell’umanità, testimonia in questo modo il centro dell’annuncio evangelico e, allo stesso tempo, offre a tutta quella parte di mondo che non conosce ancora il messaggio cristiano, la possibilità d’incontrarlo in una forma nuova e più semplice. Il servizio all’uomo, alla donna, qualsiasi essi siano, diviene cammino per la conoscenza profonda del Signore.
    La Chiesa popolo di Dio, che vive in comunione al servizio dell’umanità riconoscendo in tutti i popoli dei fratelli e delle sorelle in virtù delle sementi del Verbo seminate dalla misericordia provvidente e previdente del Padre, non può che elaborare cammini di incontro e di dialogo per dire a tutti l’amore del Padre manifestato nel suo Figlio Gesù.
    Queste riflessioni sono in sintonia con ciò che la Chiesa Italiana sta esprimendo da diversi anni e in diverse circostanze, sulla necessità di cambiare impostazione pastorale per accompagnare il cambiamento culturale e sociale in atto ormai da alcuni decenni.[18] Si parla, allora, di «conversione pastorale», come esigenza che deve coinvolgere tutta la Chiesa alla ricerca di un nuovo metodo di annuncio del Vangelo. La missione ad gentes vorrebbe essere il nuovo paradigma pastorale, capace di coinvolgere tutte le risorse pastorali in uno sforzo unico di annuncio del Vangelo non solo a coloro che solitamente frequentano gli spazi ecclesiali, ma anche a tutti coloro che, seppure battezzati, non si ritrovano più nella proposta di fede.[19] La ricerca di una pastorale dal volto missionario, aperta sul territorio, sente l’esigenza di un coinvolgimento più specifico dei laici, una valorizzazione del loro carisma, uscendo in questo modo da una visione troppo clericale di Chiesa.[20] Oltre a ciò, è tutta la comunità chiamata a pensare questi nuovi cammini di annuncio aperto a tutti, soprattutto perché da troppo tempo l’attività pastorale ordinaria si è fermata ad amministrare l’esistente. È esattamente sul «pensare» che deve essere posto l’accento, perché si tratta dello sforzo di inventare nuovi cammini, percorsi mai battuti prima e che quindi creano paure e resistenze.

    Presupposti necessari per una pastorale giovanile dal volto missionario

    È all’interno di questo tipo di Chiesa, tutta protesa a pensare in grande, a vivere la propria dimensione ecclesiale non solo tra le mura amiche del perimetro delle proprie strutture, ma sul terreno spesso sconosciuto del territorio, che va pensato il nuovo progetto di pastorale giovanile. Su questo punto è bene chiarirsi.
    Quando la pastorale giovanile non funziona, non è solamente perché «i giovani di oggi sono difficili», come si suol dire per scaricare altrove l’incapacità di mettersi in discussione. Spesso e volentieri, infatti, l’incapacità di una pastorale giovanile seria e aperta sul territorio, e non chiusa nelle mura asfittiche e care di un oratorio, dipende anche dall’incapacità di una comunità parrocchiale o diocesana di interrogarsi sul proprio cammino, di smantellare le proprie chiusure, per prendere coraggiosamente il largo. In questa prospettiva, spesso la costruzione degli oratori, invece di rappresentare la proposta formativa di una comunità, rappresenta la resa neanche troppo velata di una chiara incapacità di pensare assieme, di elaborare un progetto educativo. È raro, infatti, trovare un oratorio costruito come frutto di un cammino realizzato dalla comunità, conclusosi con l’elaborazione di un progetto educativo formalmente scritto e consegnato agli educatori.
    Pensare la pastorale giovanile come progetto educativo e formativo aperto sul territorio, richiede un ulteriore presupposto, vale a dire la possibilità di pensare forme implicite di annuncio del Vangelo. Annunciare il Vangelo ai giovani che non frequentano i locali della parrocchia, significa sforzarsi di pensare e inventare percorsi educativi e formativi che non abbiano un riferimento immediato al Vangelo. È il discorso della promozione umana, che la Chiesa italiana ha affrontato nel suo primo Convegno ecclesiale a Roma,[21] le cui riflessioni potrebbero oggi essere trasferite sul piano della pastorale giovanile. Infatti, una pastorale dal volto missionario richiede un’apertura mentale tale e allo stesso tempo una fermezza spirituale in grado di considerare qualsiasi intervento a servizio dell’uomo (la Chiesa serva dell’umanità), come cammini impliciti di annuncio evangelico.
    È possibile, allora, considerare evangelizzazione il sostare amichevolmente per conoscere e parlare con i giovani e gli adolescenti presenti in un pub, o in una piazza, o al tavolino di un bar? O, ancora, aiutare gli adolescenti ad operare scelte positive, vincendo la tentazione del negativo? Fino a quando l’evangelizzazione ai giovani è identificata con gli incontri che gli educatori tengono negli spazi ecclesiali, diviene difficile impostare una pastorale giovanile aperta, dal volto missionario.
    In questa prospettiva, vanno ripensati anche gli spazi utilizzati per realizzare la pastorale.[22] Se il desiderio è fare in modo che tutti i giovani incontrino Cristo, allora occorre apprendere a incontrare i giovani dove essi davvero vivono, senza pretendere di portarli nei propri ambienti. Ciò che importa è la relazione che s’instaura e non lo spazio in cui la relazione avviene. Se si accetta questo presupposto pastorale, allora diviene necessario ripensare al problema delle strutture, sulle quali vengono rivolte e scaricate numerose risorse materiali e umane.
    In questo tipo d’impostazione un ulteriore presupposto che emerge chiaramente e che vorremmo segnalare è la priorità del formatore, dell’educatore sulle strutture. Se, infatti, la pastorale giovanile dal volto missionario considera tutto il territorio come spazio per l’azione pastorale, allora è sull’educatore che vanno rivolte le attenzioni della comunità. Quanti oratori, in questi anni, sono stati chiusi dopo poco tempo, perché non c’erano risorse da investire per pagare un educatore? E così, oltre alla mancanza di progetti educativi, spesso nel modo di fare pastorale giovanile emerge anche la mancanza di strategie per coinvolgere le risorse là dove ci sarebbe davvero bisogno.
    Oltre a ciò, la pastorale giovanile dal volto missionario, aperta su tutto il territorio, aiuta all’elaborazione di un progetto in cui possono essere evitati alcuni pericoli, primo fra tutti l’esclusione dai processi formativi dei cosiddetti giovani difficili.[23] Concentrando, infatti, l’attenzione pastorale su di un perimetro specifico, si rischia, anche inconsapevolmente, di curare delle élites esclusive, che divengono poi, alla distanza, motivo di critica e di malessere per gli altri giovani presenti sul territorio. La metodologia missionaria della nuova impostazione della pastorale giovanile dovrebbe agevolare l’inclusione e sfavorire tutte le forme di esclusione e discriminazione. Proporsi sul territorio, esige l’attenzione al dialogo e all’apertura verso tutti, attenzione particolarmente esigita in questo momento storico, pieno di tensioni sociali e culturali.

    POSSIBILI TAPPE DI UN CAMMINO

    In che modo, allora, dare concretezza al desiderio di una pastorale giovanile più missionaria, frutto di un cammino di Chiesa che cerca di dialogare con il mondo, non accontentandosi più di conservare semplicemente l’esistente?
    In questa prospettiva si tratta di far ricorso a tutta la fantasia possibile, anche perché sono pochissime le esperienze in questo campo. Tenteremo di delineare le possibili tappe di un cammino, con l’obiettivo di progettare una pastorale giovanile aperta ai giovani sul territorio, capace di pensarsi come proposta formativa per tutti i giovani e aperta ad operare su tutti gli spazi possibili.

    Cercarli e farsi compagni di viaggio

    È fuori discussione il primo passo da compiere. Occorre mettersi in movimento, visitare i luoghi di aggregazione giovanile, sia quelli istituzionali come i bar, i pub; sia quelli informali come le piazze, le case e altro. Già in questa primissima fase, ci si rende conto che è impossibile lavorare da soli, ma che diviene necessaria una équipe con la quale confrontarsi e progettare assieme. L’obiettivo di questa prima fase è capire come si muovono i giovani sul territorio, come si raggruppano, quali sono gli spazi preferiti, in che momenti s’incontrano in quel determinato luogo.
    È la fase più lunga e delicata, anche perché non è detto che si realizzi, e questo per tanti motivi. Il primo è dovuto al fatto che gli educatori disponibili per la realizzazione di questo progetto molto probabilmente sono membri della comunità parrocchiale e, di conseguenza, fanno parte di quella cerchia di persone che gli adolescenti non desiderano incontrare. Anni di catechismo forzato, anche con le più belle dinamiche e proposte, lasciano il segno. Chi lavora pastoralmente sul territorio, con l’obiettivo di realizzare una pastorale giovanile aperta a tutti, impara a proprie spese il risultato di una proposta di fede identificata con la scolarizzazione e non come scelta personale e libera.
    Inizia, a questo primo livello d’incontro, la fase più dura e critica. In gioco, infatti, ci sono gli educatori che, per questa loro immersione nel vissuto giovanile in un terreno sconosciuto e non abituale, saranno chiamati a realizzare un vero e proprio cammino di conversione che è, allo stesso tempo, un cammino di destrutturazione del proprio ruolo e delle proprie competenze. Gli educatori saranno messi in discussione sulle motivazioni di fondo che li conducono ad incontrare i giovani presenti sul territorio, e siccome non sono funzionari del comune o di qualsiasi altra agenzia educativa, dovranno fare ricorso a tutta la loro spiritualità per resistere a tale verifica. Soprattutto, però, gli educatori saranno verificati sulle loro intenzioni di fondo. Venendo dalla parrocchia, il sospetto è che il tutto del progetto sia finalizzato a riportare all’ovile le pecorelle smarrite, e quindi fare in modo che i giovani incontrati ritornino all’oratorio o alla Messa domenicale. Se gli educatori non riterranno la relazione amicale come ponte per comunicare proposte e contenuti, sarà molto difficile che il contatto con i giovani sul territorio avvenga. Allora, in questa seconda fase lunga e critica, si tratta di togliere tutti i sottintesi, per permettere il rapporto amicale con gli adolescenti e i giovani presenti sul territorio, non per condurli un giorno nei perimetri ecclesiali, ma per rimanere lì con loro. Se questo cammino porterà qualcuno di loro al desiderio di un incontro più profondo con il Signore, tanto meglio.
    A questo punto del discorso si potrebbero citare alcuni versetti del Vangelo che sostengono quanto andiamo dicendo. L’immagine più significativa ci sembra quella dei discepoli di Emmaus.[24] Gesù si avvicina delicatamente e si fa loro compagno di viaggio, ascoltando il loro vissuto e aiutandoli a leggerlo alla luce degli eventi pasquali, sino alla rivelazione della sua identità. La durata di questo cammino che i discepoli di Emmaus compiono con Gesù, letta spiritualmente e trasferita nella nostra realtà, può essere intesa come il tempo necessario per una persona ad accogliere il mistero di Dio. Alla Chiesa spetta farsi compagna di viaggio, ascoltare, consegnare una lettura, un’interpretazione evangelica degli eventi: il resto lo fa il Signore. La disperazione che si legge tra le righe di certe prese di posizioni dure e non troppo evangeliche, dinanzi alla pochezza dei numeri raggiunti in determinati eventi, la dice lunga sugli autentici obiettivi di certe progettazioni pastorali. Il riempimento degli ambienti ecclesiali sembra divenire, in molti casi, l’obiettivo fondante di tanti progetti pastorali rivolto ai giovani. Di conoscerli, di amarli, di volergli bene per quello che sono, di mettersi a disposizione per aiutarli ad assumere responsabilmente la propria vita, sembra non esserci ombra. È questa mancanza di umanità che è necessario estirpare dalla progettazione pastorale, se si vuole realizzare qualcosa di positivo con i giovani presenti su un territorio. Non si può, allora, cercare i giovani, avvicinarli per fargli una predica, per gettargli addosso una morale.
    È in questa prospettiva pastorale che possiamo leggere il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Gesù per comunicarci il mistero della salvezza, della misericordia del Padre per noi, si è abbassato, si è fatto servo, ha compiuto un itinerario di avvicinamento che è stato anzitutto un itinerario di abbassamento, umiliazione. È di questa Chiesa umile e serva che i giovani hanno bisogno, per ascoltare un messaggio di salvezza, che diviene, in questa prospettiva, una proposta di vita e non una predica morale. Comunicare il Vangelo ai giovani in un mondo che cambia, un mondo che in ogni modo rimane benedetto dal Signore e non semplice oggetto di demonizzazione, richiede l’umiltà di percorrere lo stesso cammino che il Signore ha realizzato per avvicinarci e indicarci la strada.
    Quello che ci sembra importante sottolineare è che, se non avviene l’aggancio, se non avviene il cammino di avvicinamento amicale, la Chiesa perde la possibilità di realizzare l’annuncio del Vangelo ai giovani, perde il ponte necessario per dire in modo diverso la Parola d’amore di Dio, che è Cristo. In un’epoca definita postmoderna, in cui la Cristianità come progetto storico sembra essere definitivamente tramontato,[25] il messaggio evangelico non può più essere pronunciato solamente dal pulpito. La scristianizzazione del mondo moderno e la relativa indifferenza su Dio passa attraverso una progressiva sfiducia della Chiesa e della sua proposta, identificata con un modello storico ben preciso, modello ritenuto passato. Questa situazione culturale di rifiuto della Chiesa, anche se non possiamo parlare allo stesso tempo di un rifiuto di Dio,[26] la troviamo in modo latente nei giovani. Diviene allora impossibile avvicinarli con una proposta esplicita. Non si avvicinano i giovani presenti sul territorio per arrivare a fare catechismo con loro, nei loro spazi. Se sottolineiamo queste cose è perché, purtroppo, constatiamo che la preoccupazione di tanti educatori è solamente sul piano della catechesi, preoccupati solo di insegnare qualcosa su Dio, di sentirsi in pari con « il programma», come se tanti gesti, uno stile di vita, l’attenzione, l’amicizia, la dedicazione disinteressata e a tempo pieno, non fossero segni sufficienti della presenza di Dio nel mondo.

    La proposta

    Se l’incontro tra la Chiesa, attraverso i suoi operatori pastorali, e i giovani presenti sul territorio avviene, allora è possibile passare ad una fase successiva, che è più propositiva. Quando la relazione amicale è intessuta di stima reciproca, diviene naturale avanzare una proposta, anche per spostare l’attenzione dal piano affettivo al piano dei contenuti e dei valori. La proposta che a nostro avviso deve essere fatta a questo punto del cammino, è di tipo formativo. Il problema allora è chiarire che cosa s’intende per formazione. Il lavoro formativo realizzato nella catechesi è innanzitutto trasmissione verbale e, a volte, esperienziale dei contenuti. Con i giovani che la Chiesa incontra sul territorio, come già abbiamo visto, non si può ripetere lo stesso modello educativo. Che cosa fare, allora? Come realizzare questa proposta formativa?
    Anche in questo caso, per cogliere in profondità il senso del discorso, ci rifacciamo ad un’immagine biblica, quella della moltiplicazione dei pani. In questo episodio Gesù, dinnanzi ad una folla affamata, che tutto il giorno lo aveva seguito per ascoltare la sua Parola, sente compassione e decide di dargli da mangiare. Gesù aveva tutta la possibilità di risolvere il problema con un intervento divino. Invece, con una serie di domande, coinvolge prima i suoi discepoli e poi si fa consegnare dalla folla gli alimenti che poi avrebbe benedetto e condiviso. È questo il punto che ci pare centrale e che offre degli spunti metodologici estremamente significativi, ai fini del nostro discorso. Infatti, tutto il cammino che la Chiesa compie di avvicinamento ai giovani sul territorio, deve essere indirizzato a farsi consegnare il materiale culturale, spirituale e umano sul quale lavorare. Da un lato, esiste una formazione di tipo scolastico che non è altro che una trasmissione di contenuti da colui che sa e colui che non sa. Dall’altro, c’è un tipo di formazione che tenta di mettere le persone in grado di compiere delle scelte. È il metodo dialogico, apparso sulla scena culturale per la prima volta con Socrate, tramandato dai dialoghi del discepolo Platone. È anche il metodo di Gesù che, attraverso domande e narrazioni, tentava di mettere gli interlocutori nelle condizioni di compiere una scelta libera e personale. La cultura postmoderna, che incontriamo oggi diffusa nel mondo occidentale, non accetta più di buon grado le verità calate dall’alto: ci vuole vedere dentro.[27] Si tratta, allora, di realizzare quel cammino lento e delicato, per farsi consegnare i vissuti e i contenuti dalle persone incontrate, per aiutarli a vederli con occhi nuovi, a interpretare le situazioni, gli eventi in una prospettiva nuova che è la prospettiva del Vangelo. Il cammino che la Chiesa compie nella compagnia dei giovani si deve realizzare nel rispetto delle libertà reciproca, nella convinzione che è solamente nella libertà che può fiorire un autentico cammino di fede.
    Con i giovani presenti sul territorio si può lavorare con il materiale consegnato da loro stessi, negli spazi e nei tempi da loro indicati. È a questo livello della proposta che entra in gioco la creatività dei formatori, che devono essere in grado di diversificare il più possibile le proposte. Se, infatti, si personalizza il cammino, nel senso che non si è più preoccupati di rovesciare lo stesso contenuto allo stesso modo, allora si sentirà l’esigenza di attivare percorsi differenziati, rispettosi il più possibile delle caratteristiche dei giovani incontrati e dei contenuti ricevuti nel momento della consegna.

    Lavorare in rete

    Quanto maggiore sarà il cammino di avvicinamento ai giovani, tanto maggiore sarà la necessità di entrare in rete con le agenzie educative presenti sul territorio.[28] Spesso l’accusa che viene fatta alla Chiesa e a chi lavora negli ambienti ecclesiali, è di essere chiusa, poco aperta al dialogo e sospettosa. In molti casi si assistono a situazioni di rivalità, di antagonismi, che generano malesseri, incomprensioni. Lo sforzo che la Chiesa compie per raggiungere i giovani, deve condurla a guardare diversamente le strutture sociali ed educative presenti nel territorio: non più, quindi, come agenzie rivali: ma come possibili collaboratori, nel rispetto delle reciproche competenze. Lavorare in rete significa farsi aiutare senza false ipocrisie, nella ricerca del bene delle persone che s’intendono aiutare e che necessitano di un intervento differenziato, al di là delle visioni settarie. Un lavoro di pastorale giovanile aperto sul territorio aiuta a conoscere le risorse attivate, vincendo così la preoccupazione di dover risolvere nella solitudine tutti i problemi incontrati. Oltre a ciò, il lavoro in rete può aiutare la stessa Chiesa ad una riflessione più attenta e profonda sull’uso delle risorse a disposizione e sentire l’esigenza d’investire di più sulla formazione sulle persone.

    La spiritualità dei formatori

    Da ciò che sin ad ora è emerso, risulta chiaro come il ruolo degli educatori in questo progetto pastorale, sia fondamentale. Non è qualsiasi educatore che può compiere un lavoro pastorale del tipo che stiamo presentando. Occorrono alcune caratteristiche sulle quali presentiamo alcune indicazioni.
    * La prima di queste è la capacità di mantenere lo sguardo fisso sulla meta. Il rischio, in un progetto educativo non delimitato da perimetri istituzionali e focalizzato sulla capacità degli educatori di ascoltare le esigenze dei giovani e di creare itinerari formativi sempre nuovi, è quello da un lato di svuotarsi e, dall’altro, di spostare il centro di interesse del progetto. Per questo motivo, a nostro avviso, coloro che lavorano con i giovani sul territorio devono essere persone con una vocazione ben definita, come dei fidanzati, dei giovani sposi o dei religiosi. L’impatto con l’esterno destabilizza, perché richiede un continuo sforzo introspettivo, di messa in discussione di sé, di verifica della bontà delle proprie scelte di vita di fondo. E, allora, se un educatore non è ben centrato, non ha chiara la propria identità, non ha focalizzato il senso del proprio cammino, in poco tempo desiste, si perde. Si potrebbe, così, affidare il progetto ad un gruppo di fidanzati e di giovani sposi, che si rendessero disponibili nei fine settimana.
    * A questo punto del discorso, diviene necessario riflettere sugli itinerari formativi degli educatori disponibili alla realizzazione del progetto di pastorale giovanile aperto sul territorio.
    - Un primo livello di formazione dovrebbe riguardare l’acquisizione minima dei contenuti, che aiutino ad identificare meglio l’oggetto del proprio intervento, vale a dire elementi basici di pedagogia, psicologia dell’età evolutiva, sociologia. In questa prospettiva, oltre alla lettura collettiva di alcuni testi, si potrebbe pensare ad alcuni interventi con esperti del settore. L’obiettivo di questa prima fase della formazione degli operatori è metterli in condizioni di individuare i problemi, per attivare le strutture specifiche e competenti presenti sul territorio.
    - Ad un secondo livello di complessità si colloca la formazione spirituale. Per coloro che si rendono disponibili ad un lavoro pastorale come questo, è bene iniziare in ginocchio dinnanzi al Signore. La preghiera personale e comunitaria è l’alimento spirituale necessario per affrontare il progetto che s’intende intraprendere. Solamente una persona abituata ad ascoltarsi e ad ascoltare il Signore può mettersi in ascolto dei fratelli e delle sorelle senza sostituirsi a loro, ma rispettando i loro tempi e la loro libertà. Lo spessore della vita spirituale degli educatori aiuta anche a precisare meglio l’obiettivo del progetto, che non è specificamente sociale, ma ecclesiale. È chiaro che un progetto pastorale di questo tipo, avrà senza dubbio una ricaduta positiva sul tessuto sociale del territorio sul quale si opera. In ogni modo, gli educatori che dalla parrocchia escono sul territorio per incontrare i giovani non sono operatori di strada, anche se con loro possono condividere alcune mete e alcuni progetti. Diviene importante, ai fini della riuscita del progetto, chiarire con gli stessi operatori l’obiettivo del cammino che s’intende intraprendere, che è annunciare il Vangelo ai giovani sul territorio. Gli educatori che si rendono disponibili per la realizzazione di questo progetto devono essere degli innamorati del Signore, della sua Parola e della sua Chiesa. L’immagine biblica che meglio delle altre spiega quanto andiamo dicendo la troviamo in san Paolo.
    «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4, 4-5).
    Il Figlio di Dio non si è semplicemente incarnato, non ha compiuto solamente una discesa per avvicinarsi all’umanità immersa nel peccato, ma ha mantenuto vivo un obiettivo, e cioè donare l’adozione figliale. Come dicevano i padri della Chiesa, Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse come Dio. La spiritualità dell’operatore del progetto di pastorale giovanile che stiamo discutendo, deve aiutarlo a mantenere sempre vivo il desiderio di stimolare, negli adolescenti e nei giovani che incontra, l’immagine di Dio che è in loro, mostrargli, non con le parole ma con l’esempio, la grazia di essere figli e figlie di Dio.
    - Un ultimo livello di formazione per gli operatori del progetto, è la formazione sul campo. Ci si forma formando. Se questa affermazione ha un valore pedagogico in senso generale, ne ha ancor di più in questa prospettiva educativa. La capacità di formarsi valutando il percorso svolto, i momentanei fallimenti e successi, è ciò che costituisce il materiale di questo livello della formazione. Oltre a ciò, va anche considerato sullo stesso piano la costante attenzione alle suggestioni che vengono dagli stessi giovani incontrati. In fin dei conti, il materiale formativo è il frutto di ciò che esce dallo sforzo educativo messo in atto dalle persone che lavorano sul progetto stesso e da ciò che emerge dalle relazioni instaurate.

    La ricaduta sulla comunità

    Il progetto di pastorale giovanile rivolto ai giovani del territorio parrocchiale, non può essere slegato dal cammino della stessa comunità. Per questo, è un progetto che deve essere pensato e accompagnato dalla comunità e, in modo particolare, dal Consiglio Pastorale e, dove esiste, dal Consiglio dell’Oratorio. Accompagnare un progetto simile significa accettare un cammino di conversione che coinvolge tutta la comunità, attenta a cogliere le provocazioni e i segni dei tempi ricevuti dagli operatori che lavorano sul progetto. È la stessa dimensione ecclesiale che viene stimolata nelle sua capacità di ascolto, di dialogo e, soprattutto, di umanità. Dimensione ecclesiale che si riveste di missionarietà, di spinta al di fuori di se stessa, in obbedienza al comando del Signore, che invita ad annunciare la Buona Novella a tutti. Questo percorso ecclesiale di annuncio fuori dai territori consueti provocherà la vecchia impostazione di pastorale giovanile basata soprattutto sulle strutture, vale a dire l’Oratorio. Sarà, quindi, necessaria molta pazienza e delicatezza, per non creare rivalità e tensioni, ma mantenere continuamente in osmosi le due dimensioni di uscita e di entrata.
    Occorre creare il clima pastorale idoneo, affinché venga attivata la circolarità tra Oratorio e piazza, in uno scambio continuo di riflessioni e idee, che sappiano valorizzare i percorsi intrapresi. Attivando il progetto, bisognerà sempre stare attenti affinché non divenga un corpo slegato dal cammino d’insieme della comunità, un qualcosa di autonomo e separato dal resto. Se così avvenisse, sarebbe la fine dello stesso progetto, che non avrebbe più ragione di esistere. Se insistiamo tanto su questo aspetto, è perché percepiamo la forza d’impatto sulla comunità ecclesiale che una simile proposta può provocare. Una Chiesa che, in virtù della propria vocazione missionaria, si apre sul territorio e si pone il problema del come annunciare a tutti il Vangelo e, in modo specifico, ai giovani, deve accettare di mettersi in discussione. È infatti nella natura stessa del Vangelo il cammino di conversione, che è un cammino di cambiamento, di messa in discussione delle forme consuete di vita.
    L’uscita all’esterno della comunità ecclesiale provocherà per lo meno due prese di coscienza.
    La prima riguarda la necessità di migliorare la vita interna della stessa comunità. Qualsiasi attitudine di avvicinamento, anche il più libero e disinteressato, provocherà nei giovani incontrati una certa curiosità per la comunità mandante.
    Questo ci sembra un aspetto altamente positivo e insito nello stesso progetto, che rappresenta, in ogni modo, una grande sfida alla stessa comunità. Questa infatti si vedrà costretta a rivedere il proprio stile fraterno, a verificare la bontà delle relazioni instaurate tra i membri, la coerenza delle scelte fatte alla luce del Vangelo.
    La seconda presa di coscienza riguarda il contenuto dell’annuncio. La comunità che esce ad annunciare il Vangelo ai giovani presenti sul territorio, forse scopre che, di questo Vangelo, non è poi che ne sappia così tanto. E allora, spinta dal desiderio di annunciare a tutti il Vangelo, sentirà l’esigenza di attivare percorsi formativi non solo per gli operatori pastorali che hanno accettato la sfida di andare sul territorio, ma anche per tutti i componenti della comunità.

    In conclusione

    Spesso tra le analisi che vengono elaborate dal mondo cattolico sull’attuale clima culturale, si leggono note negative, di sfida. A pensarci bene, però, la fine della Cristianità, la crisi delle ideologie che ha favorito lo spirito culturale postmoderno, ha permesso alla stessa Chiesa di ripensarsi, di interrogarsi e mettersi in discussione. Se in questi ultimi anni la Chiesa Italiana si è interrogata, a più riprese e in diverse circostanze, sui nuovi paradigmi di annuncio del Vangelo nel nuovo contesto sociale e culturale, significa che desidera traghettare le comunità verso un cambiamento. Nelle pagine precedenti abbiamo tentato di delineare le tappe di una pastorale giovanile dal volto missionario, sensibile al cambiamento culturale in atto, attenta ai giovani presenti sul territorio. Sono riflessioni pastorali che non hanno nessuna pretesa di offrire delle risposte definitive, ma che si pongono nello spirito della condivisione e del servizio fraterno, nella consapevolezza della difficoltà di pensare il nuovo valorizzando la ricchezza che proviene dai cammini realizzati in passato.

     
    NOTE

    [1] Sacerdote «Fidei donum» della Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla, parroco di Tapiramutà, Bahia – Brasile e professore di filosofia nella FAFS (Facoltà Archidiocesana di Feira de Santana-Brasile).

    [2] Su questo argomento cf: E. Biemmi, L’iniziazione cristiana in Italia tra cambiamento e tradizione, in: La Rivista del Clero Italiano, 9/2005, pp. 610-623; Commissione episcopale CEI per la Dottrina della Fede, l’Annuncio e la Catechesi, Questa è la nostra fede. Nota pastorale sul primo annuncio del Vangelo, 15 maggio 2005.

    [3] Cf V. Andreoli, Lettera ad un adolescente, Rizzoli, Milano 2004; C. Betti (a cura di), Adolescenti e società complessa. Proposte d’intervento formativo e didattico, Ed. del Cerro, Tirrenia 2002. Cf anche le interessanti riflessioni di S. Pagani, Giovani d’oggi e disponibilità al Vangelo. Paradossi per una nuova possibilità educativa, in La Rivista del Clero Italiano 1/2005 pp. 6-23.

    [4] CEI, Con il dono della carità dentro la storia. La Chiesa Italiana dopo il Convegno di Palermo, Paoline, Milano 1996.

    [5] Cf CEI, Con il dono della carità dentro la storia, cit. nn 38-40; ID. Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il primo decennio del 2000, n. 51.

    [6] Per questo paragrafo prendiamo come riferimento S Dianich, Ecclesiologia. Un’introduzione metodologica e una proposta, San Paolo Edizioni, 1993.

    [7] È bene ricordare che il Concilio Vaticano II ha cercato di rispondere alla domanda: Chi sei Chiesa? L’obiettivo era ridefinire nel mondo attuale, l’identità e lo specifico stesso della Chiesa. Su questo punto, cf: Pesch Otto H, Preistoria, svolgimento, risultati, storia post-conciliare, Queriniana, Brescia 2006; Poupard P., Scoprire il Concilio Vaticano II, EMP, 2006.

    [8] Cf Medellìn nn. 180, 351, 147. Puebla 595, 857, 859-860, in Enchiridion, Documenti della Chiesa Latinoamericana, EMI, Bologna 1995.

    [9] Cf G.Campanini, Il laicato nella Chiesa e nel mondo, EDB, Bologna 2004.

    [10] Cf J. Ratzinger, La comunione nella Chiesa, Paoline, Milano 2004.

    [11] Cf CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, Paoline, Milano, n. 37.

    [12] Cf Paolo VI, Ecclesiam suam, Lettera Enciclica. Per quali via la Chiesa Cattolica debba oggi compiere il suo mandato (1964), Paoline Milano 2004, pp. 83-97.

    [13] Vedi nota 12.

    [14] Unitatis Redintegratio, Decreto su l’Ecumenismo del Concilio Vaticano II, n 3.

    [15] Seconda Apologia, n. 8, in San Giustino, Le due Apologie, Paoline, Roma 1983.

    [16] Cf Ad Gentes, Decreto del Concilio Vaticano II sull’attività missionaria della Chiesa, n 11.

    [17] Cf Enchiridion Vaticanum, Documenti del Concilio Vaticano II, EDB, 1981, pp. 3-19.

    [18] Cf G. Betori, Il cammino della Chiesa italiana dal convegno ecclesiale di Palermo del 1995, in Orientamenti pastorali, 2006, n. 1, pp. 9-18; B. Sorge, Tra profezia e normalizzazione. La Chiesa italiana da Roma 1976 a Verona 2006, in Aggiornamenti Sociali, 2006, n. 2, pp. 115-126.

    [19] Cf L. Bressan, Le logiche della missione, La Rivista del Clero Italiano 9/2005, pp565-578; G. Colzani, Svolta missionaria della pastorale? Riflessioni per una verifica, ivi 2004, pp 325- 339.

    [20] Cf Giorgio Campanini, Per una nuova primavera del laicato. Percorsi di riflessione, Fondazione Elena da Persico, Verona 2006.

    [21] Cf AA.VV., Evangelizzazione e promozione umana, AVE, Roma 1976.

    [22] Su questo argomento segnaliamo le significative riflessioni di M. Augé, I non luoghi. Introduzione all’antropologia della surmodernità, Eleutéria, Milano 1992.

    [23] Cf Miguel Benasayag-Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2005.

    [24] Cf Lc 24,13-35.

    [25] Cf le suggestive riflessioni di G. Campanini, Siamo diventati una minoranza, in Presbiteri 36/ 2002, n. 6, pp. 411-420. In area francese, cf R. Rémond, Le christianisme en acusation, Desclée de Brouwer, Paris 2001.

    [26] Cf S. Pagani, Giovani d’oggi e disponibilità al Vangelo. Paradossi per una nuova possibilità educativa, cit.

    [27] Su questo punto cf G Vattimo, Credere di credere. È possibile essere cristiani nonostante la Chiesa?, Garzanti, Milano 1998.

    [28] Per questo paragrafo faccio riferimento ai seguenti lavori: Folgheraiter F., Interventi di rete e comunità locali. La prospettiva relazionale nel lavoro sociale, Erikson, Torino 1994; R. Serra, Logiche di rete. Dalla teoria all’intervento sociale, Franco Angeli, Milano 2001.


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