Lettere di un grande missionario
Giacomo Costamagna (1845-1921)
direttore, ispettore, visitatore, vicario apostolico
Introduzione
Giacomo Costamagna: cuneese del 1846, allievo di Valdocco dai dodici anni, salesiano dal 1867, sacerdote dal 1868, per tre anni fu apprezzato direttore spirituale delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1873-1875) a Mornese. Uomo di grandi capacità di governo, fedele difensore con qualche asprezza della disciplina religiosa, nel 1877 don Bosco lo mise a capo della terza spedizione missionaria (dicembre 1877). Nel 1879 avvicinò per primo gli Indios della Patagonia e nel 1880 venne nominato ispettore dell’Argentina e direttore della casa principale salesiana di Buenos Aires. Fu estremamente operativo: diede inizio localmente al Bollettino Salesiano e alle Lettura cattoliche, sviluppò gli operatori e l’insegnamento catechistico. Nel 1887 diede inizio alle fondazioni salesiane in Cile, mentre visitava pure il Perù, la Bolivia e l’Ecuador.
Chiamato a Torino nel 1894 venne eletto Vicario apostolico di Méndez e Gualaquiza (Ecuador). Non essendogli concesso di prenderne possesso, tornò in Argentina e viaggiò come vescovo missionario per la Bolivia. Don Rua lo nominò Visitatore delle Case salesiane del Pacifico, Cile, Perù e Bolivia. Con il personale salesiano espulso dall’Ecuador, fondò nuove case in Cile. Nel 1898 partecipò attivamente in Italia al Capitolo Generale e nel 1902 poté entrare in Ecuador per tre mesi e pure l’anno dopo. Intanto fondò altre case in Cile e Perù. Solo nel 1913 poté risiedere stabilmente nel suo Vicariato e fondare muove missioni. Ammalatosi nel 1918, si trasferì a Bernal in Argentina dove morì nel 1921.
In questa sede, dopo il resoconto a don Bosco del travagliato arrivo in Argentina nel suo primo viaggio oltreoceano e quella allo stesso destinatario circa la situazione in cui ha trovato la comunità italiana appena sbarcato a Buenos Aires, pubblichiamo due ampi resoconti al Rettor Maggiore don Michele Rua del suo primo interessante viaggio esplorativo nel 1890 per i semisconosciuti Paesi del Pacifico meridionale. Ovunque gli chiedevano la fondazione di opere salesiane per la gioventù. La Congregazione si stava lanciando in America Latina e in pochi decenni si sarebbe radicata in molti paesi.
DOCUMENTI
1. A don Giovanni Bosco
Ampia relazione della parte conclusiva dell’attraversata atlantica della terza spedizione missionaria
Isola di Flores, 14 dicembre 1877
Carissimo e Rev.mo nostro D. Bosco,
Che cosa ne dice nostro buon padre? Quanto non sarà Ella maravigliato al leggere questo nome e questa data? “I miei figli in un'isola! ci sembra udirla ad esclamare. Ma io li mandai in un continente, a Montevideo, a Buenos Ayres, a S. Nicolas; ed ai 14 dicembre già vi dovevano essere arrivati; ed invece mi scrivono da un' isola, e sono tuttora in viaggio. Che è mai?” Ecco, Sig. D. Bosco, per Lei e per noi verificato il gran proverbio, che dice L'uomo propone, e Dio dispone. Ascolti ora la nostra dolente storia.
Dopo un viaggio felicissimo di 15 giorni sul grande Oceano, il nostro Vapore Savoie ancorava il 16 corrente nell’incantevole porto di Rio Janeiro, capitale del grande impero del Brasile, nella quale da qualche tempo era scoppiata la terribile febbre gialla. Noi discendemmo tuttavia per ossequiare il Vescovo, Monsignor Pietro Lacerda, il quale nel suo soggiorno in Italia erasi degnato di prendere ospitalità nel nostro Oratorio in Torino, e ci aveva altamente edificati colla sua rara dottrina ed esimia pietà. Siccome il nostro illustre ospite era partito dall’Italia assai prima di noi, così credevamo che già fosse arrivato alla sua sede; ma c' ingannammo. Essendosi egli fermato per varai giorni in Portogallo, noi lo avevamo preceduto al Brasile. Fummo per altro accolti e trattati con molta amorevolezza dal suo sig. Segretario, dal Vicario generale, e da altri degni Sacerdoti, ed abbiamo potuto scorgere che una casa di Salesiani in quelle parti sarebbe vista di buon occhio, e vi potrebbe fare del bene assai.
Delle accoglienze però ricevute al molo, ed in alcune vie della città non ci sentiamo il coraggio di fargliene la descrizione. Che cose, che cose le sono cose proprio dell'altro mondo! Le basti il sapere che se la ciurmaglia del porto non ci ha messo le mani addosso lo avemmo a gran ventura. Fu un momento che noi ci credevamo in mezzo a tanti diavoli. Per fortuna che avevamo lasciato le Suore a pregare sulla nave. In Rio Janeiro vi saranno senza dubbio delle anime buone, ma di certo colà vi deve essere il covo di Satana. Dio usi misericordia a quella misera città, la quale assai più che dalla febbre gialla è travagliata dalla febbre nera della irreligione e immoralità. Quanta povera gioventù ingannata e tradita, o caro D. Bosco! Quante anime che vanno perdute! Noi ci restituimmo a bordo coll'animo profondamente amareggiato per quello che avevamo veduto ed udito. Tiriamogli un velo sopra, e non parliamone più.
Intanto il venerdì, vigilia di Maria Immacolata, noi salpammo per la Repubblica dell'Uruguay, lieti della speranza di abbracciare i nostri fratelli, e ristorarci alquanto nel nostro Collegio di Villa Colon; ma ahimè! quale duro disinganno non ci attendeva mai al nostro arrivo nel porto di Montevideo! A nostra insaputa partiva da Rio Janeiro un telegramma ed avvertiva le autorità di questa Repubblica che il nostro bastimento aveva toccato quel porto, e comunicato per dove infieriva la febbre. Tanto bastò per fabbricarci quel fulmine, che dopo 5 giorni scoppiar doveva all’improvviso sul nostro capo, e mutarci la sospirata gioia dell'arrivo in un cordoglio amarissimo.
Tuttora ignari di ciò che ci stava aspettando noi salutammo con giubilo l’aurora del giorno undici dicembre, in cui dovevamo discendere a terra; e quando cominciammo a vedere le torri e i campanili di Montevideo, il cuor nostro esultò di un inesprimibile gaudio. Crebbe ancora la nostra gioia quando nel primo vaporino che ci venne incontro, scorgemmo un ecclesiastico. Chi sarà mai? ci domandammo l’un l'altro; e poi guarda e riguarda, mira e rimira; finalmente in un giovane pretino dai capelli rossi, dagli occhi vivaci ci venne dato di riconoscere il nostro carissimo D. Luigi Lasagna, Direttore del Collegio Pio di Villa Colon. Salutatolo di sopra il ponte, già ci preparavamo a calare nel suo barcone per abbracciarlo e portarci con lui alla spiaggia; ma ohimé! nel più bello ci cascò l'asino, e cascò morto decisamente. Frammischiate ai saluti del caro D. Luigi noi udimmo le sinistre voci: “Signori, non si discende; ma bisogna fare nove giorni di quarantena nel lazzaretto dell’isola di Flores”. Alla parola quarantena e lazzaretto, noi rimanemmo mutoli, e come di stucco. Scossi dopo alcuni istanti, e rotto il silenzio, scambiammo ancora qualche mesta parola con D. Lasagna, gli demmo le commissioni più necessarie, e poi addio. Il vaporino disparve, e con lui la magica visione del caro confratello.
La cena di quella sera ci parve di assenzio; la notte turbata da funesti pensieri; ed il sole dell’indomani per quanto bello sorgesse sull'orizzonte ci sembrava rifulgere di mestissima luce. Sino ad una cert' ora noi andavamo tuttavia lusingandoci che la nostra condanna non fosse che un sogno, o almeno fosse revocabile; ma ben tosto ogni raggio di speranza ci venne rapito e dalla bandiera gialla, che il capitano della Savoie dovette inalberare sulla prora, e da un ordine ricevuto dalla Commissione sanitaria di partire immantinenti per l’isola fatale. Allora fu d'uopo chinare il capo, e rassegnarci alle disposizioni della divina Provvidenza. Caricati tosto sopra un grosso barcone i nostri bagagli, e salitivi ancor noi ci mettemmo in balla delle onde in cerca del luogo del nostro esilio, ridottoci a sei giorni. I nostri fratelli che non avevano da discendere a Montevideo continuarono il loro viaggio sino a Buenos Ayres attesi ancor essi ad una quarantena più o meno lunga sui lazzaretti flottanti della Plata. Credevamo che l'isola di Flores non fosse distante che di pochi metri; e quindi per farci coraggio ci mettemmo a cantare sulla nostra baleniera; ma quando vedemmo a scomparire il Savoie, e a poco a poco anche la bella capitale dell’Uruguay, ci morì sul labbro ogni canto, e non pensammo più che a raccomandarci a Dio, e a difenderci dai cocenti raggi del sole.
Dopo più di due ore di tragitto vedemmo finalmente a spuntare il nostro isolotto, e in breve ne fummo alla riva. Altri passeggieri di quarantena ci stavano colà osservando, e pareva che ci dicessero: “Coraggio, non siete soli”. Il comandante del luogo ed il dottore ci vennero tosto incontro, e ci accolsero molto cordialmente; anzi quando seppero che noi e i nostri compagni quasi in N° di 100 eravamo pressoché tutti italiani ci fissarono la parte più vasta dell’isola per nostro soggiorno.
Ma di una cosa non ci vollero far grazia, e noi dovemmo sottometterci con grande disagio. Questi signori temevano che noi portassimo la febbre dentro i bauli; quindi tratti i bagagli a riva, fummo costretti a cavarne una per una le nostre robe, sciorinarle al sole ed aspettare un impiegato che passasse ad aspergerle con una cert'acqua disinfettante. Fatto ciò, ogni oggetto veniva segnato colla lettera R, che alcuni interpretavano per Riveduto, ed altri più giustamente per Rovinato. Se avesse veduto, signor D. Bosco, che spettacolo! A noi pareva di trovarci sul marcà dle plate ant ël borg dël Balon a Turin. Durante tutte queste così diligenti operazioni noi facemmo qualche osservazione morale e sociale insieme. Quante precauzioni, dicevamo tra noi, quante cautele si usano mai, perché non s' introduca una febbre, un contagio in un paese! Cose tutte e belle e buone; ma perché non si usano le stesse cautele, affinché non entri nei regni, nelle repubbliche, nelle città, nelle famiglie, la peste delle anime, le male dottrine, i libri, i fogli empii ed immorali? Ah! cecità umana, quanto sei da compiangere!
Or le daremo breve contezza di quest'isola, che ci serve di Purgatorio; dico Purgatorio, perché difatti vi ci hanno cacciati nostro malgrado, e a fine di purgarci, come dicono, dai miasmi assorbiti in Rio Janeyro, e così mondati da ogni neo meritare di contemplar tra poco il caro aspetto della città di Montevideo, e godere la dolce compagnia dei nostri confratelli di Villa Colón. Sappia dunque che quest' isola non è che un gruppo di tre scogli di circa 400 metri quadrati; in due dei quali stanno i viaggiatori della quarantena, e l'altro è occupato dai conigli e dalle vacche che vengono uccise col fucile, e servono di cibo ai condannati a domicilio coatto, rei di null'altro che d'aver fiutato l'aria del Brasile. Il lazzaretto è diviso in tre va sti cortili, che mettono in tre parti dell’isola, i ciascuna delle quali escono a passeggio i poveri esiliati. Mi limiterò a farle visitare il quartier toccato a noi, perché guai se varcassimo il confine che ci è segnato da un fil di ferro! Ci raddoppierebbero la quarantena, o purgatorio; cosa che non ci garba punto, perché sospiriamo ardentemente la patria.
Primieramente questa si chiama isola Flores cioè dei fiori, e noi non vi troviamo che fiori di camomilla. Al contrario abbondano le lumache, e sotto un'erbaccia alta un metro stri- sciano qua e là lunghe serpaccie, che ci fanno da salti di spavento. Ah! se fosse con noi il caro teol. Belasio, che paventa cotanto le biscie, il buon vegliardo ne morrebbe certo di paura! Intorno all'isola per altro si possono cogliere le ostriche in quantità; e chi fosse buon tiratore potrebbe fari ottima caccia di uccelli, che passano a stormi, si fermano anche su queste rocce, come spediti dalla Divina Provvidenza a gradito pascolo dei poveri isolani.
A quando a quando si veggono dalle onde gettati sulla spiaggia avanzi di bastimenti e barche naufragate, legni, cappelli, ciabatte, candele e simili; ed oggi stesso se fossimo abili ad aggiustare un bastimento ne avremmo uno a nostra disposizione. Poveretto! Due giorni prima del nostro arrivo venne a dar di cozzo contro questi scogli e vi lasciò la vita, rimanendo però salvi tutti i passeggieri. Questa sventura ci fece meglio riflettere quanto sia stato buono Iddio con noi, poiché abbiamo passato i maggiori pericoli senza la minima disgrazia.
Ma qui ci pare di udire il nostro caro D. Bosco a dire: Voi mi parlate dell'isola Flores senza fiori, delle sue lumache, delle bisce, e di millanta cose per me poco o nulla interessanti; ma nulla di voi, ditemene pur qualche cosa: come state di salute? che cosa fate di bello su cotesto scoglio?
Carissimo padre, viva pur tranquillo sul nostro conto. Tolta la pena sofferta all'annunzio della inaspettata nostra quarantena, noi non abbiamo patito male alcuno né di corpo né di spirito. Ci duole la spesa non prevista di circa mille lire, che ci costa la fermata in questo luogo, dovendo pagare uno scudo al giorno per testa; ma il Signore saprà ricompensarcene colla carità inesausta dei nostri benefattori, e questa fiducia ce ne lenisce il dolore.
Il capitano dell'isola è un italiano e ci usa quindi molti riguardi; con isquisita gentilezza ci tratta eziandio il medico, certo Sig. Bertelli, che è di Gavi presso al nostro Mornese, appartenente ad una famiglia a noi conosciutissima. Alle nostre Suore fu assegnata una decente camera da potervi stare tutte insieme; ed un'altra per noi molto comoda. Come vede, neanche in questa situazione che pareva doverci tornare così trista, il Signore non ci venne meno, ed oltre alla sanità che ci dona, ci fa usare dagli uomini le maggiori finezze. Oh! beati quelli davvero che sperano in Lui, e si abbandonano nelle sue mani.
Ma ora che fate di bellocosti? - Quello stesso che lungo il viaggio, e qualche altra cosa ancora. Anche qui noi troviamo Iddio da servire e delle anime da salvare; anche qui vogliamo essere figli di D. Bosco. Quindi al mattino se la S. V. si trovasse sulla cima di questo faro vedrebbe in fondo in fondo davanti alla Chiesuola del Cimitero uno stuolo di Suore di Maria Ausiliatrice, le quali attendono alle loro preghiere, e più in qua sopra di una roccia vedrebbe raccolti i Salesiani con qualche buon Napolitanetto che recitano le loro orazioni, e fanno la meditazione. Più tardi ci troverebbe a tavola con un appetito che bello é il vedere come ci serve; e con cui facciamo toccare con mano al sor Dottore Sanitario, che invece della febbre gialla abbiamo la fame grigia. In certe ore poi del mattino, e del dopo pranzo Ella ci troverebbe parte a studiare, parte a lavare, ché tal è l'ordine del comandante, parte a pescare e cacciare; ed altri a tenere piacevole conversazione coi nostri compagni di viaggio allo scopo di far loro alcunché di bene all'anima. Né dimentichiamo i pochi ragazzi che qui si trovano, i quali tengono sempre il primo posto nel nostro cuore. Insomma noi procuriamo che questi pochi giorni ci tornino utili; e vedremo di trarne profitto col meglio apprendere la lingua e i costumi del paese, ed anche col fortificarci e farci buon sangue, a fine di lavorare poscia con maggior lena, quando tra poco ci troveremo in campo coi nostri fratelli.
La lettera é ormai troppo lunga, e perciò concludiamo. Tutti, e Salesiani e Suore di Maria Ausiliatrice, la riveriamo cordialissimamente, e ci raccomandiamo tuttora alle sue preghiere.
Finito l'esilio, le scriveremo dalla patria.
Suo aff.mo in G. C.
Sac. Giacomo Costamagna
2. A don Giovanni Bosco
Prime impressioni della comunità italiana spiritualmente da due anni assistita dai salesiani a Buenos Aires - non ci sono rose senza spine
Buenos Ayres, 2 Gennaio 1878
Carissimo D. Bosco,
Finalmente ci siamo, e ci siamo davvero senza pericolo più di burrasche e di quarantene. Ne sia benedetto Iddio, e la Vergine Immacolata che vi ci hanno condotti sanissimi. Diciamo sanissimi non solo perché ci liberarono da gravi pericoli per terra e per mare, ma perché diedero mirabilmente la sanità a quelli di noi, che partirono di costì poco bene in salute. Così fu difatto del nostro caro Don Vespignani, il quale sta così bene, che ormai più non lo si riconosce da quello che era due mesi fa. Anche gli altri godono salute. E di star bene si ha qui un grande bisogno, perché il lavoro è molto, e va crescendo ogni dì. Sapevamo per relazioni, che qui non si stava in ozio; ma ora che vediamo le cose cogli occhi nostri ci accorgiamo davvero che non erano cose esagerate. Oltre al ministero sacerdotale nelle Chiese della Bocca, della Misericordia, del Collegio, nonché di altre ancora, oltre la visita e l'assistenza agli infermi, si aggiungono le scuole ai giovani poveri, come la S. V. tanto ci raccomandò. Laonde, or pei sani, or pei malati, or per gli adulti, or pei giovinetti, si è da tutti e tutto il giorno occupati.
Varii sono i campi che il Signore ci ha dato qui a coltivare; ma il più vasto e che pel momento presenta una più abbondante raccolta, si è la Chiesa della Misericordia. Le basti il sapere che lungo il giorno noi non facciamo che calare e salire le scale, perché in Chiesa vi é sempre gente venuta or da più, or da meno lontano, che ci chiama. La maggior parte sono Italiani. E non sono soltanto persone pie e divote, che ci dànno questo gradito disturbo; ma il più delle volte sono pesci, così grossi, che farebbero stracciare le nostre reti, se non fossero di filo celeste e ben forte. In questi incontri è tanta la consolazione che noi proviamo, che ci fa dimenticare ogni pena e fatica.
Il cuor nostro va poi veramente in giubilo quando in certe ore del giorno ci vediamo attorniati da una bella schiera di bamboletti dai 19 ai 20 anni, i quali non hanno ancor fatta la lor prima Comunione, e sanno appena che vi é Dio. Dopo averli per qualche giorno bene istruiti, oh! quanto si gode al vederli poi a confessarsi con grande compunzione, e poscia con divoto contegno accostarsi a ricevere per la prima volta il Pane degli Angeli, e dar principio ad una vita veramente cristiana! E allora che noi esperimentiamo adempita in noi medesimi la promessa fatta da Gesù Cristo a coloro che lasciano tutto per amor suo, di dare cioè in premio, oltre la vita eterna, il centuplo ancora su questa terra; centuplo di beni spirituali, di gioie, di delizie anticipate di Paradiso.
Noi riceviamo appunto questo centuplo, più prezioso, più desiderabile che non tutte le più grandi cose del mondo. Oh! si tengano pure i ricchi le loro ricchezze, i mondani i loro divertimenti, le loro libertà, le loro gioie, ché noi non li invidiamo. Imperocché conforta di più, consola di più il condurre un'anima ad amare Iddio, cui prima non conosceva né amava, che non tutto il pelago degli umani piaceri. Or di queste stille di celestiale dolcezza noi ne riceviamo nel cuore tutti i giorni, pel gran numero di giusti e di peccatori, che vengono a cercare rifugio in questa Chiesa.
Abbiamo voluto esaminare qual fosse la causa di tanto concorso a questo luogo, la causa di tanta pietà, di tante conversioni, la causa insomma per cui questo campo del Signore presenta messe così abbondante. Crediamo di non andare errati dicendo che, dopo Dio e l'Augusta Madre di Gesù, due sono le principali cagioni di tanto bene. La prima, sono i sudori del compianto D. Baccino. Imperocché dopo che quello zelante fratello della prima spedizione venne a lavorarvi, la gente prese ad accorrervi in gran folla, e cominciò fin d'allora quel movimento che continua tuttavia, e mostra di andar crescendo ancora. La seconda cagione sono le preghiere che vi fanno, e gli esempi di singolarissima pietà che vi dànno i confratelli della Misericordia, quasi tutti Cooperatori Salesiani.
Questi buoni e ferventi cattolici ogni mattino per tempo vengono in gran numero alla prima Messa, dicono ad alta voce le loro orazioni, e la terza parte del Rosario, e poi fanno la Santa Comunione. Dopo ciò ognuno si reca alle proprie occupazioni, e vi passa santamente la giornata.
Alla sera poi sul fare della notte vi ritornano con molte altre persone, cantano lodi alla Mater Misericordiae, di cui sono divotissimi, e Le ripetono il Rosario. Ma le loro preghiere sono fatte così di cuore, il loro contegno é così esemplare, che pare di trovarsi in mezzo ad una comunità religiosa delle più fervorose. Essi presero questa maniera di vita fin dal primo anno che vi giunsero i nostri fratelli. Sentendo che i nostri al mattino facevano la meditazione e preghiere in comune, cominciarono pochi per volta a venirvi a prendere parte ancor essi, ed ora vengono moltissimi, e fanno così bene, che tutto il popolo n'è edificato. Or è facile argomentare così: Oratio justi clavis est Coeli... ascendit oratio, et descendit Dei miseratio: l'orazione del giusto é la chiave del Cielo; vi ascende l'orazione, e ne discende la misericordia . di Dio. La loro vita edificante, i loro esempi di virtù, dimostrano che questi Confratelli e Cooperatori Salesiani sono persone pie e giuste; quindi le loro preghiere penetrano il Cielo, e sono da Dio ascoltate. Ed ecco per conseguenza dal trono della divina Misericordia discendere la rugiada, anzi la pioggia di copiosissime grazie; grazie di perseveranza pei giusti, grazie di conversione per le anime più perdute.
Per tutte queste cose, o caro D. Bosco, noi la ringraziamo che ci abbia qui mandati, dove vediamo le nostre fatiche così ben corrisposte. Appena si abbia costì qualche altro operaio evangelico lo mandi pure ad aiutarci in questo gran campo, nel quale non si ha solo a spigolare, ma a raccogliere grossi covoni, vale a dire innumerevoli anime, che attendono di essere radunati nei sicuri granai del Signore. Né si tema che per la nostra venuta non vi sia più del lavoro per altri; no, no, questo non sarà mai. Se quest'anno vi è qui da fare per dieci, l'anno venturo ve ne sarà per venti.
Tuttavia non creda già che in mezzo a queste rose non vi siano le pungenti spine. D. Bodrato mi narrò poc'anzi che passò alcuni giorni di vera trepidazione. Il demonio accortosi che i nostri cominciavano ad incomodarlo, prese a dimenarsi ed agitarsi contro di loro orrendamente. I framassoni minacciarono nientemeno che bruciare la casetta di tavole che D. Bodrato con molta spesa e fatica si era fatto fare nella Parrocchia della Bocca. Ma Iddio non ha permesso questo delitto. Speriamo che i malevoli finiranno per convincersi che l'opera nostra ad altro non mira che a fare del bene al popolo, e ai figli del popolo, che essi hanno sempre in bocca. Noi chiamiamo l'opera nostra, opera di carità; essi la chiamino pure umanità e filantropia, ma è opera sempre degna di essere rispettata da ogni persona ragionevole e di buon cuore. Carissimo Padre, preghi tanto per essi e per noi; per essi affinché non ci facciano del male, per noi, affinché possiamo far del bene a loro, e a tutto il mondo. Monsignor Arcivescovo, che qui ci fa da padre, e ci tien luogo di D. Bosco, ci lascia di ringraziarla cordialmente dei libri che `. S. gli ha mandato per mezzo nostro.
I nostri fratelli andarono in festa a ricevere le sue care letterine. Se potesse scrivere più di spesso quanto bene ci farebbe; ma non osiamo pretenderlo, ben sapendo il gran peso di affari, che le gravita ogni giorno sulle spalle. Tutti la riveriamo. Saluti tutti i fratelli, e raccomandi ai sacerdoti che nel Memento dei vivi si ricordino sempre dei loro Missionarii americani.
Gradisca in particolar modo i rispetti di chi scrisse la lettera, che è il
suo aff.mo in G. C.
Sac. Giacomo Costamagna
3, Al Rettor Maggiore don Michele Rua
Un pericoloso ma interessante viaggio per i paesi al di là delle Ande
Valparaíso, 24 aprile 1890
Carissimo e veneratissimo Padre mio, D. Rua,
Sono sulle mosse per imbarcarmi sul Pacifico alla volta di Guayaquil e Quito dove Mons. Cagliero vuole che faccia una visita dopo questa delle case nostre del Chili.
Prima di rispondere alla pregiatissima lettera di V. S., che m' ordina di avvicinar Mons. Arcivescovo di Santiago, e concretare le cose riguardo alla nuova spedizione pel Chili che si dovrà fare nel p. f. novembre, mi permetta di darle breve ragguaglio del mio viaggio dall'Argentina al Chili e mia permanenza in quest'ultimo.
Due mesi dopo d'esser arrivato d'Italia, e appena dopo d'essersi fondate le Case di Rosario e di Barracas al Norte, Monsignor Cagliero ordinommi di partir pel Chili, Equatore e Bolivia. Mi portai subito a Mendoza, accompagnato da un chierico. Colà fummo ricevuti fraternamente dai RR. PP. della Compagnia che, secondo soglion far coi poveri salesiani, ci trattarono nel modo più squisito. Essi vogliono che si faccia colà una fondazione, e ne danno i mezzi.
Da Mendoza (la città de' terremoti) a Santiago - Avventurosa attraversata delle Cordigliere - Bravi Chileni! - Due trafori e due bocche d'inferno
Mendoza è, com'ella sa, la città dei terremoti. Nel 1861, essendo l'ultimo giorno della missione che i detti Padri avevano predicato con gran frutto, nel mentre in chiesa la gente si stava confessando, un terremoto terribilissimo atterrava tutta Mendoza, restandovi circa 12 mila vittime, fra le quali il Parroco stesso ed uno dei confessori. E fu gran misericordia di Dio quella d'aspettarli a penitenza e dar loro quel colpo tremendo quando già s'eran fatti suoi amici. Mendoza risorse vicino ai ruderi che ancora si scorgono al presente, ma ora le sue chiese sono abbandonate, non v'è religione, l'indifferenza domina dovunque.
Il nostro viaggio delle Cordigliere non fu scarso di avventure. La prima notte la passammo sulle mule, facendo strada al chiarore della luna, e recitando continuamente Ave Maria, Angele Dei e Requiem. Il nostro arriero o guida era preso dal vino, e invece d'esser guidati, dovemmo guidar lui e sostenerlo tutta la notte, perché non cadesse nei precipizi di cui è seminato l'aspro sentiero. Arrivammo alle 4 1/2 del mattino a Villavicencio, e ripartimmo tosto per Uspallata, dove più morti che vivi arrivammo alla sera del giorno stesso. Colà mi fu rubato l'orologio! Ripartimmo al mattino, passando sopra il famoso ponte de los Incas e giugnemmo a notte inoltrata a Punta de las Vacas, dove le ultime vacche argentine trovano un po' d'erba, ché il resto è tutto nudo macigno.
In questa traversata fui assalito da un vero brigante (italiano!), e potei difendermi con uno stratagemma che mi suggerì la Madonna, a cui recitai in fretta un'Ave Maria. Da Punta de las Vacas camminammo un'altra giornata, e valicando le più alte Cordigliere di quel passo, scendemmo, schiaffeggiati dai venti e dalla neve, a Ojos de agua (occhi di acqua). Questo sito è così chiamato perché due grandi fontane, l'una vicina all'altra, eruttano al pie' d'una rocca tale una quantità d'acqua da formar tosto un fiumicello. Volli bere di quell'acqua limpidissima e salutare, e sperando d'averla per un po' di tempo a compagna di viaggio, ne investigai la corrente; ma ecco che a un duecento passi quell'acqua sì limpida e sì buona s'unisce col rio Aconcagua dalle acque giallognole e fangose, e il povero mio Ojos de agua non è più da vedere. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Quel brutto Aconcagua seguita precipitandosi nel vallone, e a quanti rivi e ruscelletti d'acqua cristallina scendon festosi ad incontrarsi in lui, tutti insudicia e travolge nel suo impetuoso corso. Vi trovai dipinta la rovina di tanta gioventù, che rivela l'innocenza del suo cuore in quei due occhi sereni e puri, come l'acqua dell’Ojos de agua finché sta coi buoni, o ritirato, ma che perde tutto il suo candore e purità nell'atto che s'accosta a certi rovinosi torrenti di vizio, i rei compagni.
Continuammo a scender per tutto un giorno, osservando i lavori preparativi del tunnel che i bravi Chileni stan facendo per comunicare coll'Argentina. Tutti i lavoranti chileni al nostro passare ci salutano rispettosi, col cappello di paglia in mano, e col dolce saluto sul labbro: Buen día, señor, oppure Buenos días le dé Dios. Qual diversità tra l'Argentina e Chile. E pensare che se l'emigrazione s'estenderà anche a Chile, come pur troppo i due trafori la realizzeranno, tutta questa pietà la si vedrà svanire come nebbia al sole!
Ci sono i due trafori, perché oltre questo de los Andes, se ne sta cominciando un altro più verso il Sud che comunica Buenos Aires, la Pampa e Norquín con Antuco tra gli Indi Araucani, Concepción, ecc. Ma se non si faciliteranno i mezzi di comunicazione a' Missionarii, col tempo si apriranno pure due bocche d'inferno all'indifferenza religiosa ed all'empietà, e si dovrà dire allora: Povero Chile
Verso la sera dello stesso dì arrivammo a Santa Rosa de Los Andes, dove il caro Don Tomatis era arrivato un quarto d'ora prima ad aspettarci. Egli sperava trovare una legione di Missionarii, e, poveretto! ne trovò uno solo. Il Parroco di Santa Rosa, che già assaporando gli amari frutti del traforo trema sull'avvenire della sua vastissima parrocchia, vuol assolutamente colà una casa di Salesiani.
Da Santa Rosa scendemmo alla capitale Santiago, dove i carissimi Padri Cappuccini, che son tutti Italiani, ci trattaron proprio da fratelli. Non essendo ancor arrivato d'Europa Monsignor Arcivescovo, salutati i principali Cooperatori di Santiago, partimmo per Talca, non senza ammirare le bellezze di tante chiese, tra le quali primeggia la Cattedrale, dove predicano i più famosi oratori, i quali però, se nel loro dire oltrepassano d'un minuto la mezz'ora, una forte scampanellata li fa tacere nell'atto.
Visita alla casa di Concezione e Talca - Piogge periodiche e prati aerei - Religione di questi paesi
Avendo in animo di passar il tempo pasquale in Talca, dopo alcuni giorni di permanenza in questa nostra casa, andai a visitar quella di Concezione.
Colà si sente ancor vivamente la partenza di D. Rabagliati. Ohi quanto l'amavano e quei di casa e quei di fuori! Il Collegio è povero, ma il suo edifizio non lascia nulla a desiderare. Una bella statua domina e par benedica l'ampio cortile dove corrono e saltano quei nostri ragazzi di Concezione, una parte dei quali non vuol saper di portar le scarpe, e se non si sta attenti, alcuni son capaci di venir scalzi anche a servire la Messa. Già una dozzina di essi studiano il latino e presero parte ai ss. Spirituali Esercizi che abbiam avuto nel tempo della visita.
I preti nostri, oltre al Collegio, attendono pure al bene spirituale del vasto sobborgo dove è situata la nostra casa, e sovente tocca loro trovarsi in certe catapecchie dove il malato giace sul nudo suolo, e dove tanta è la miseria che regna, che D. Daniele suol dire potersi comprare con pochi soldi e casa e masserizie e tutto ciò che appartiene a questa povera gente.
Da Concezione, dove il clima assai umido regala dei buoni reuma a tutti, e volle pure offrirne uno a me in una gamba, passai di nuovo a Talca. Talca è situata quasi al pie' d'una collina verdeggiante. È città di circa 18 mila abitanti. Qui come quasi in tutto Chile, non piove per circa 7 mesi, ma negli altri cinque è una pioggia quasi continua. La gente, che è ancor molto data alla religione, battezza con nomi santi i fenomeni della natura. Quindi è che, come chiama Veranito de S. Juan Bautista l'interruzione momentanea della pioggia circa il 24 di giugno, alle piogge dirotte di giugno e luglio dà il nome di lagrimones de San Pedro e di sollozos de la Magdalena, e chiama penitenacia de San Francisco de Asís il negro tempo di settembre. Nei mesi di siccità tutti i tetti delle case si copron di terra e di semi che i venti trasportano dai colli vicini, ma nei mesi di pioggia questi tetti si cambiano in prati, ove l'erba è si alta da farsi chiamar fieno.
Anche Talca, come Concezione, si può chiamar la terra dei terremoti. In questo mese l'udimmo già ben quattro volte. I nostri ragazzi saltan giù dal letto come scoiattoli, e da buoni cristiani invocano la misericordia di Dio e vogliono confessarsi. Nel 1835 ne venne uno così forte che atterrò Concezione. In Talca la sola chiesa che stette in piedi allora fu quella ceduta poi a noi; ma sette muratori che stavan lavorando per terminare il basso campanile furono gettati sulla via e morirono tra le macerie.
Per resistere a questo nemico, tutte le case sono assai basse, colle muraglie assai spesse e fatte in generale non di mattoni cotti nella fornace, ma solo seccati al sole. Tali mattoni son preparati con molta paglia mischiata a fango; sono grossi almeno venti volte più dei nostri, si piegano alla scossa e non cedono del tutto.
In Talca, oltre gli interni e gli esterni, abbiamo una bella chiesa pubblica e si frequentata che in tempo pasquale dovemmo confessare parecchi giorni dalle 5 del mattino alle undici di notte. bisogna vederli questi buoni popolani circondar l’altare e pregare per lunga pezza, poi entrare in sacrestia e aspettar le ore intiere finché venga il loro turno! Quanta fede in quella buona gente! Come si vede che non han lavorato invano i Missionarii! Venivano a confessarsi dalla campagna facendo quattro o cinque giorni di viaggio.
Prima di partir da Talca abbiam fatto i santi Spirituali Esercizi, alla fine dei quali due Talchini, coadiutori, si fecero ascrivere alla nostra Pia Società. Sono i primi frutti chileni. In Talca, volendo emulare quei di Concezione, si comincia adesso lo studio della musica strumentale, e aspettano con ansia il signor D. Rua per festeggiarlo.
Tre nuove fondazioni salesiane - Il vero ideale del regno della carità
Ma egli è tempo che le mandi quelle speciali notizie che si riferiscono alla lettera che V. S. si degnò mandarmi. Arrivato S. E. l'Arcivescovo, gli notificai gli ordini ricevuti da lei e la mia missione nel Chili per ordine di Mons. Cagliero. Mi chiamò tosto a sé, non in Santiago, si bene in Panquehue, dove riposava per alcuni giorni col suo amico Massimiano Erràzuris, padrone di quasi tutto il popolo di Panquehue. Vi andai tosto con D. Tomatis, e colà giunto mi disse che appunto in Panquehue pensava e desiderava si facesse questa terza fondazione chileno-salesiana. Abbiam disputato assai, e visitato e casa e paese, e posizione morale e materiale, tutto insomma, e finimmo per accedere. Ma Monsignore con quei benedetti sei Salesiani che V. S. gli promise vorrebbe fondare tre case, cioè la Ia in Panquehue, la IIa in Chuchunes, borgo di Santiago, la IIIa in Valparaíso, di dove le scrivo io la presente. In Panquehue si vorrebbe una colonia agricola, ed il sito si presterebbe assai per questa. Ma per ora sarà sufficiente applicarci alla chiesa ed alle scuole annesse.
Oltre a tanta gente sparsa nelle campagne, i Salesiani dovranno attendere a 1800 persone che vivano tutte a spese del sig. Massimiano, il quale in una pianura immensa ha loro fatte tante casette assai belle dove non mancano di nulla. Il signor Massimiano è ricco si, ma è più caritatevole ancora. Non v'è opera pia in Santiago che non soccorra largamente, e in Concezione i nostri Salesiani lo chiamano il nostro papà, perchè è colui che cancella i debiti continui, che non son pochi, di quella nostra Casa. Questo signore poi è amante del prossimo perchè è amantissimo di Gesù; Gesù riceve ogni di colla massima devozione al cospetto del suo popolo, che è l'ideale d'un popolo ben ordinato.
Ma questo popolo giace nell'ignoranza, e il suo re e padre, il signor Massimiano, che, quando sa che uno è malato, tosto corre a soccorrerlo e gli fa da medico e da infermiere, conosce che ci vogliono dei Missionarii a diradar le tenebre di quella sua gente, e però dà la chiesa e la casa in proprietà ai Salesiani.
Il clima di Panquehue è tale che i tisici di 1° grado risanano affatto. Il paese è tra le montagne, tutto messo a vigneti e prati. Venga a vederlo, signor D. Rua, per impiantarvi una duplice colonia agricola, corporale cioè e spirituale. Il signor Massimiano possiede lettere di Don Bosco, ma vorrebbe avere la fortuna d'aver colà D. Rua per qualche giorno almeno.
Mons. Arcivescovo, al lasciarci, mi incaricò di salutar tanto il Capitolo Superiore, e specialmente V. S. ed il signor Don Durando.
Ma intanto là in Chuchunes si grida: Vengano presto i Salesiani, e qui in Valparaíso vennero piangendo alcune signore, e facendo rimostranze, perché son ben tre anni che Donna Antuca, morendo, lasciò ai figli di Don Bosco e casa e terreno, e i monellucci di giovani abbondano, e le carceri rigurgitano, e i Salesiani non si muovono. I Padri della Compagnia ci fanno ressa perchè facciamo presto, Mons. Arcivescovo insiste... Insomma la ci pensi, signor Don Rua, e provveda, se può.
Io intanto seguito il mio viaggio, pericoloso assai, perchè sono solo soletto. Il chierico che venne meco mi accompagnò fino a Talca, dove D. Tomatis lo fermò a lavorare. Ne ho ancora per ben tre mesi. Ho ben pregato i confratelli di Chile che mi prestassero i loro Angeli Custodi per questo tempo, affinchè porgessero aiuto al mio, che avrebbe diritto di non aiutarmi a causa d' averlo fatto tante volte disperare, ma chissà poi se me l'avran mandato. Se posso tornar sano e salvo a Buenos Aires, sarà segno che m'avran fatto una tanta carità.
Finisco perchè devo prepararmi alla partenza, ché il vapore inglese Puno già sta scaldando la sua macchina.
Preghi il buon Dio per me, affinchè non m'accada nessun sinistro nella lunga e penosa via. Iesus, Ioseph et Maria, semper sint mecum in via, dirò io con Cristoforo Colombo, e Lei, buon Padre, cambi il mecum in tecum, ed allora quis contra me? Mi benedica e mi creda suo
Aff.mo figlio in G. C.
D. Giacomo Costamagna
4. Al Rettor Maggiore don Michele Rua
Continua il viaggio precedente
Porto di Lima, 8 maggio 1890
Carissimo e veneratissimo Padre mio, D. Rua,
Oggi è gran festa per noi Salesiani. L'Apparizione di S. Michele, che la S. Chiesa celebra, ci ricorda il nostro carissimo Superiore D. Michele Rua, ed io, amatissimo Padre, lontanissimo da lei col corpo, sebbene assai vicino col cuore, tento di presentarmi con questa mia seconda lettera ed offrirle in omaggio questa mia qualunque descrizione del viaggio da Valparaíso a Lima, viaggio che, la Dio mercè, fu felice come quello da Buenos Aires al Chili.
Da Callao a Lima - Un naufrago che trova il vero porto di salute - Le miniere- Tratta nefanda di Cinesi
Comincio la lettera mentre il vapore Peno, che ci porta all'Equatore, comincia a muoversi lentamente in questo mar di latte che è il porto e la baia di Callao-Lima. Ma mi dissero testé che nel 1740 questo stesso mare, stanco di starsi in pace, ne fece una grossa assai. Trangugiò in un boccone solo e in un attimo nientemeno che tutta la città antica di Callao. Questa inaudita sciagura, che fece tante vittime, fu causata da un terribile terremoto. Adesso la nuova Callao, che conta 20 mila anime, è situata sulla nuova sponda del mare, che s'addentrò sul continente, e dista da Lima una mezz'ora di ferrovia. Ma veniamo alla narrazione delle particolarità viste nel viaggio.
Due grandi consolazioni ebbi prima di lasciar Valparaíso. La prima fu nel veder tanta pietà ne' fedeli che accorrono alla chiesa dei Figli di S. Ignazio. La seconda si fu nell'accomiatarmi da Mons. Donoso, Vicario di Valparaíso. Questi mi presentò un giovane inglese, sui 25 anni, che doveva ricevere il battesimo fra pochi minuti. Questo fortunato giovane, che io vidi ancor tutto pallido, anzi giallo pei patimenti, era un naufrago del piroscafo Golfo di Aden, il quale, nelle vicinanze della Terra del Fuoco, era andato a fondo pochi giorni prima. Perirono quasi tutti i viaggiatori e quei dell'equipaggio. Ma il giovane inglese, che, trovandosi nella barca di salvataggio, vide morir di fame sette dei suoi undici compagni, fece ferma promessa al Signore di farsi cattolico se riusciva a salvarsi. Il buon Dio, che vedeva la sincerità della sua promessa, l'esaudi, e gli fe' trovare il vero porto nello stesso naufragio, salvandogli e corpo e anima.
Veniamo adesso al viaggio. Il vapore Puno è assai comodo, ed ha tre coperte, la prima delle quali è riservata in gran parte per vacche, buoi, agnelli, maiali, ecc. che da Valparaíso si trasportano ai paesi littorali del Pacifico, i quali non hanno né acqua manente né piovana. In cinque giorni di viaggio non vedemmo un albero, non un fil d'erba, ma tutto era pietra ed aride rocce. Eppure la costa è seminata di paeselli e grossi borghi e città. Ma quali sono i mezzi di sussistenza per tanta gente? Le miniere. Il paese di Caldera e Chañaral de las animas, per esempio, han miniere di rame; Taltal e Antofagasta hanno miniere d'oro, d'argento e salnitro; Iquique, Arica, Mollendo, Kilca, ecc. hanno oro e salnitro. Quasi ognuno di questi paesi ha una piccola ferrovia che comunica colle miniere, e noi dal piroscafo che continuamente costeggia vediamo di quando in quando serpeggiando su pei monti le locomotive, le quali ci dànno l'aspetto di tanti topacci neri neri.
Le nominai Iquique. Questa è una città di 20 mila anime, che i Chileni han tolta con altre ai Peruviani, come tolsero Antofagasta ed altre ancora ai Boliviani. La chiesa d'Iquique è la più bella di tutto il littorale da Valparaíso a Lima. E sa lei chi l'ha fatta costrurre? Il nostro D. Camillo Ortuzar, che, prima di farsi Salesiano, era nientemeno che Vicario Apostolico di Iquique. In quella bella chiesa potei dir Messa e ringraziar la Madonna che mi lasciava cominciare il suo mese (era il 1° di maggio) in una chiesa eretta da un Salesiano. L'attuale Vicario mi fece mille feste, del che lo ringrazio ben di cuore.
Il 2 di maggio potei scendere in Arica, fortezza inespugnabile, che tuttavia i Chileni presero ai Peruviani, per tradimento dicono questi, per bravura e con spargimento di tanto sangue rispondono quelli. Arica è soggetta ad un plebiscito che fra tre anni deciderà se dovrà esser chilena o peruviana. Per ora il potere civile è chileno, l'ecclesiastico è peruviano. Io celebrai all'altar del Cuor di Gesù.
Dopo Arica toccai Mollendo, Kilca, Lomas e Pizco, dove potei celebrare e rallegrarmi col primo verdeggiar dei campi ubertosi, seminati a zuccheri, a cotone, a platani e tante specie di altri alberi fruttiferi tropicali. L'uva era appunto giunta a maturità.
Partendo da Pizco, passammo tra l'arcipelago di Chicas, famoso pel suo guano formato dagli escrementi di tanti uccelli. Stormi di pellicani dal becco lungo più d'un palmo passavano dal continente alle isole, obbedendo a uno di loro che volando più in alto ne dirigeva i movimenti. In Pizco montò un Cinese, giovane sui 34 anni che da dieci anni sta nel Perù, e nissuno lo battezzò ancora. Accettò una medaglia di Maria Ausiliatrice, e senti volentieri un poco di catechismo, promettendo farsi battezzare. Da lui seppi che migliaia di schiavi furono, tempo fa, condotti in tratta nefanda dalla China al Perù, e che solamente dopo la guerra col Chili ebbero la libertà. Portano ancora tutte le loro trecce, e vivono col desiderio di tornar in patria, la qual cosa è di grave ostacolo al Battesimo.
Da Pizco passammo a Cerro Azul, e finalmente giungemmo a Lima.
Loquacità dei Limesi - Gli inutili frati! - Sacre memorie di S. Rosa
Lima è città di 120 mila anime, fondata da Francesco Pizzarro ai pie' d'una montagna e attraversata in parte dal fiume Rimac, dal quale la città prese il nome, modificandolo un tantino. Questo fiume poi chiamasi Rimac, che in idioma quechoa vuol dire parlatore, perché scende da un paese delle Ande chiamato Pachamama (Dio grande), nome che il paese si ebbe dall'idolo colà adorato, che dava pur troppo molti responsi; ed appunto perché parlava assai fu chiamato Rimac, cioè il Dio che parla. Lima vuol dunque dir parlatore. Ma non è mica per questo che i Limesi d'adesso parlano assai, e molto correttamente. Se essi superano assai e gli Argentini e i Chileni nella castigatezza dell'idioma spagnuolo, si è perché ebbero per molto tempo la Corte del Viceré di Spagna e una famosa Università, retta dai frati, gli inutili frati.
Lima ha ancora adesso sessantasei chiese e moltissimi conventi, fra i quali giganteggia quello di S. Domenico e più ancora quello dei Francescani. Di quest'ultimo si narra che, stanco il Viceré di tante domande che le signore di Lima e i Francescani gli presentavano per aver un terreno centrale dove erigere il convento, disse: Concedo quanto terreno i frati saranno capaci di munir con pareti di cinta in 24 ore. Ma i frati che erano assai numerosi lavorarono il di e la notte, si che circondarono un terreno grande come un paesello. Basti il dire che ai tempi di S. Francesco Solano i frati erano in numero di settecento.
In questa città di S. Rosa, di S. Francesco Solano, del B. Gio. Maxias, del B. Martino Porras il male è assai grave, le sue radici sono profonde. I soli Redentoristi nei sei anni della loro vita apostolica in questi paesi aggiustarono già cinque mila matrimoni. Coi Redentoristi lavorano i Gesuiti ed i Padri dei Cuori di Gesù e di Maria, e si vorrebbero ad ogni costo anche i Salesiani. Un buon signore mi diceva che tanto lui come i suoi compagni, i Soci della Beneficenza, quando trovano i ragazzi abbandonati, e si trovano ad ogni pie' sospinto, che van vendendo i biglietti del lotto, loro dicono: Verranno i Salesiani, li prenderanno i figli di D. Bosco.
Ma chi più di tutti ci desidera sono i buoni PP. Redentoristi. Essi mi han rubato il cuore. Mi vollero in casa loro, diedero un piccolo convito a varii Monsignori e Benefattori per celebrare l'arrivo del povero figlio del gran Don Bosco, e poi mi accompagnarono dappertutto, con una carità veramente da santo. Si è per loro che potei veder le reliquie di S. Francesco Solano, e la croce davanti la quale pregava, il suo rosario, il luogo dove attraeva gli Indii e consolava i poveri schiavi. Furon essi, i buoni Redentoristi, che m'accompagnarono al convento di S. Domenico, dove potei veder le reliquie del B. Giovanni Maxias e del B. Martino Porras, e potei celebrar all’altare di S. Rosa, sotto cui v'è una preziosissima effigie in marmo bianco che rappresenta la Santa nella posizione in cui fu trovata morta, regalo di Filippo II di Spagna; mi potei quindi inginocchiare nello stesso luogo dove S. Rosa udì Gesù che le diceva: Rosa del mio cuore, io voglio che tu sia mia sposa. Furono questi buoni Padri che mi procurarono l'ineffabile piacere di visitar la casa di S. Rosa, convertita in chiesa, ed il famoso orto, dove si sta erigendo uno stupendo santuario. Là vidi il pozzo dove la Santa gittò la chiave del lucchetto col quale s'era chiusa una catenaccia attorno alla vita; là le piante di rose della Santa, e specialmente la celletta ancora intatta che Rosa, aiutata da suo fratello, si costrusse in fondo all'orto per star sempre col suo Dio. È una cella di mattoni crudi, d'un metro e 20 cent. di larghezza per 1,50 di lunghezza. Colà pure ho visto il luogo dove nacque, occupato dall'altar maggiore, il terribile chiodo dove s'appendeva per le trecce ad una croce, rigettando lo sgabello di sotto i piedi; vidi i capelli, l'anello del desponsorio con Gesù, il Crocifisso chiamato N. S. de los Portentos, davanti al quale Rosa chiedeva ed otteneva tutto pei suoi poveri; vidi varie ossa del suo santo corpo, e l'orribile corona di acciaio colla quale martoriava il suo capo; e finalmente un quadro bellissimo rappresentante la Madonna col Bambino in braccio. Narra la storia che S. Rosa aveva questo bel quadro nella sua stanzetta, e che parlando e conferenziando sull’amor divino con varie sue buone compagne, il Bambino, che prima aveva le labbra al petto di Maria SS. in atto di lattante, voltò benigno e sorridente la faccia, e continuò tre ore nella stessa posizione. Insomma io devo molto a quei buoni Padri. Prima di partire mi regalarono varii libretti, immagini, ecc. che porto meco e distribuisco all'uopo nel viaggio.
Voleva ancor parlarle della prima chiesa di Lima, ben conservata, fatta costruire da Francesco Pizzarro, ma il vapore barcolla, è notte e non ci vedo più...
Mi benedica.
Suo Aff.mo figlio
Sac. Giacomo Costamagna








































