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    L'identità narrativa in Paul Ricoeur:

    filosofia, vita e pedagogia



    Una domanda che precede ogni risposta

    Prima di entrare nel pensiero di Ricoeur, vale la pena sostare un momento sulla domanda che lo muove, perché è una domanda che chiunque lavori con i giovani conosce bene – spesso nella forma di un disagio, di una crisi, di un silenzio imbarazzato di fronte allo specchio o davanti a un foglio bianco.
    La domanda è: chi sono io?
    Non "cosa so", non "cosa so fare", non "come mi vedono gli altri". Ma: chi sono io, in questo momento della mia vita, con questa storia alle spalle e questo futuro davanti? Cosa rende questo "io" qualcosa di riconoscibile, di stabile, di autentico – e non una semplice maschera che cambia a seconda del contesto?
    Ricoeur prende questa domanda sul serio come poche filosofie hanno saputo fare. E la sua risposta è, nella sua semplicità apparente, quasi provocatoria: tu sei il racconto che puoi fare di te stesso. Non nel senso che sei una finzione, ma nel senso che la tua identità ha la struttura di una narrazione – ha un inizio che non hai scelto, una trama che stai costruendo, e un finale che non conosci ancora ma verso cui ti muovi.

    Il problema filosofico: quale identità?

    Idem e ipse: due modi di essere "lo stesso"
    Ricoeur parte da una distinzione filosofica che sembra tecnica ma che in realtà tocca qualcosa di profondamente vissuto. Egli distingue due significati della parola "identità", entrambi presenti nella tradizione filosofica ma raramente separati con chiarezza.
    Il primo significato è quello che egli chiama idem: l'identità come medesimezza, come permanenza numerica e qualitativa nel tempo. In questo senso "io sono lo stesso" significa che c'è una sostanza, un substrato, una struttura che rimane immutata attraverso i cambiamenti. È l'identità delle cose: questa pietra è "la stessa" perché la sua composizione chimica non varia, questo documento è "lo stesso" perché porta lo stesso numero di serie.
    Il secondo significato è quello che egli chiama ipse: l'identità come ipseità, come risposta alla domanda "chi?" piuttosto che alla domanda "cosa?". In questo senso "io sono lo stesso" non significa che non cambia nulla in me, ma che io mantengo una promessa, che io rispondo di me, che io riconosco come miei certi atti, certi valori, certi legami. È l'identità delle persone: questa donna è "la stessa" non perché le sue cellule siano immutate ma perché mantiene fede a ciò che ha detto, perché riconosce come sua quella scelta fatta vent'anni fa, perché si sente responsabile di quella relazione.
    La confusione tra questi due tipi di identità produce, secondo Ricoeur, molte aporie filosofiche e molte sofferenze psicologiche. Chi cerca nell'identità personale la solidità dell'idem – una sostanza stabile, un'essenza immutabile, un nucleo definitivo e irremovibile di sé – è destinato alla delusione, perché le persone cambiano, crescono, si trasformano, vengono ferite e guariscono. Chi invece comprende che la propria identità è dell'ordine dell'ipse – una fedeltà dinamica, un racconto in costruzione, una responsabilità che si rinnova – può abitare il cambiamento senza dissolversi in esso.

    Il paradosso del tempo e dell'identità
    C'è un secondo problema filosofico che Ricoeur affronta con acume straordinario: il tempo minaccia l'identità e nello stesso tempo la costituisce. Il tempo mi cambia – i miei gusti, le mie idee, il mio corpo, le mie relazioni si trasformano – e tuttavia io non sono semplicemente la somma di questi cambiamenti successivi, come le perle infilate su un filo senza connessione tra loro.
    Come è possibile che io sia lo stesso attraverso il tempo pur essendo cambiato attraverso il tempo? Come è possibile che un uomo di cinquant'anni riconosca come "sua" la scelta fatta a vent'anni, pur essendo in molti sensi una persona diversa?
    La risposta di Ricoeur è che questa tenuta nel tempo non è garantita da una sostanza ma costruita attraverso una narrazione. È il racconto – il racconto che faccio di me a me stesso e agli altri – che tiene insieme i frammenti del tempo, che dà coerenza alle discontinuità, che integra le crisi e le svolte in una trama riconoscibile. Non nel senso che il racconto cancella le contraddizioni, ma nel senso che le include in una logica più ampia, come i grandi romanzi includono i personaggi contraddittori senza ridurli a coerenza forzata.

    La narrazione come struttura dell'identità

    Cosa significa "identità narrativa"
    L'espressione "identità narrativa" (identité narrative) è il cuore del contributo ricoeuriano. Essa indica che l'identità di una persona non è un dato di partenza – qualcosa che si trova semplicemente guardandosi dentro – ma un compito, una costruzione progressiva che avviene attraverso il tempo e attraverso il racconto.
    Ricoeur sviluppa questo concetto soprattutto in Soi-même comme un autre (1990) e nella grande trilogia Temps et récit (1983-1985). Il punto centrale è che tra l'esperienza vissuta del tempo e la comprensione di sé come identità coerente si interpone sempre una mediazione narrativa. Non c'è accesso diretto a sé stessi: si passa attraverso il racconto, attraverso i simboli, attraverso le storie che la cultura mette a nostra disposizione.
    Questo non è un limite deplorevole ma la struttura stessa dell'esistenza umana. Noi siamo esseri narrativi non perché siamo pigri o superficiali, ma perché il tempo è la dimensione costitutiva della nostra esistenza, e il racconto è il modo in cui il tempo diventa comprensibile, abitabile, orientabile.

    La triplice mimesi
    Per comprendere come funziona questa mediazione narrativa, Ricoeur elabora il concetto di triplice mimesi – una delle analisi più originali e fecondi della filosofia contemporanea.
    La mimesi I è il livello dell'esperienza pre-narrativa: il mondo vissuto con le sue azioni, i suoi desideri, le sue sofferenze, i suoi simboli culturali già presenti. Prima ancora di raccontare qualcosa, noi abitiamo già un mondo pre-compreso, dove le azioni hanno senso, dove i gesti portano significati, dove i ruoli sociali e le aspettative culturali strutturano silenziosamente l'esperienza. Un adolescente che vive una delusione amorosa non parte da zero: porta con sé già un intero universo di simboli, aspettative, modelli narrativi – da quelli culturali di massa a quelli familiari – che pre-strutturano la sua esperienza ancora prima che egli possa raccontarla.
    La mimesi II è il livello della configurazione narrativa: l'atto di costruire un racconto, di mettere insieme eventi disparati in una trama coerente (mise en intrigue). È qui che accade qualcosa di fondamentale: la narrazione non si limita a registrare gli eventi ma li configura, li mette in relazione, dà loro un inizio, uno sviluppo, una conclusione provvisoria. Questa configurazione non è arbitraria: segue una logica narrativa che Ricoeur analizza meticolosamente, distinguendo tra concordanza (la coerenza della trama) e discordanza (gli eventi imprevisti, le svolte, le crisi). Una buona narrazione integra le discordanze in una concordanza più ricca: non cancella le contraddizioni ma le trasforma in tensioni narrative produttive.
    La mimesi III è il livello della rifigurazione: il momento in cui il racconto ritorna all'esperienza vissuta del lettore o dell'ascoltatore, trasformandola. Quando leggo un romanzo o ascolto la storia di qualcuno, il mio mondo viene rifigurato: la mia esperienza del tempo, delle relazioni, della sofferenza si amplia e si trasforma attraverso il contatto con quella narrazione. Questo è il fondamento filosofico dell'utilità della letteratura e dell'autobiografia: esse non sono specchi dell'esperienza ma lenti trasformatrici attraverso le quali l'esperienza diventa più comprensibile, più ricca, più abitabile.

    Carattere e promessa: i due poli dell'identità narrativa
    Ricoeur individua due componenti fondamentali dell'identità narrativa, che corrispondono ai due modi in cui l'ipse si manifesta nel tempo.
    Il primo polo è il carattere: l'insieme delle disposizioni acquisite, delle abitudini, degli stili di reazione che si sono sedimentati nel tempo e che rendono una persona riconoscibile. Il carattere è la parte dell'identità che si avvicina all'idem: è qualcosa che cambia lentamente, che porta le tracce del passato, che costituisce una sorta di seconda natura. Non è un destino immutabile, ma è una consistenza reale che non possiamo ignorare o cancellare a piacimento. Nell'educazione, rispettare il carattere significa rispettare la storia di chi si ha davanti: non trattare il ragazzo come una tabula rasa ma come qualcuno che già è qualcosa, che porta con sé una storia reale.
    Il secondo polo è la promessa – o più precisamente, la fedeltà alla parola data. Questo è il polo genuinamente ipseico: la capacità di mantenere un impegno anche quando le circostanze cambiano, anche quando "io" sono cambiato, anche quando sarebbe più comodo ritirarsi. La promessa è la forma più alta di identità narrativa perché è pura fedeltà a sé stessi in quanto responsabili di fronte all'altro. Ricoeur vede nella promessa la struttura etica fondamentale della persona: sono "lo stesso" non perché non cambia nulla in me, ma perché rispondo di ciò che ho detto e fatto, perché non abbandono chi conta su di me.
    Tra questi due poli – il carattere sedimentato e la promessa proiettata nel futuro – si distende la narrazione della vita: un racconto che tiene insieme passato e futuro, eredità e progetto, ciò che sono diventato e ciò a cui mi impegno.

    Come si costruisce l'identità narrativa: il processo

    La narrazione non è solipsistica
    Un elemento fondamentale, spesso trascurato nelle presentazioni superficiali di Ricoeur, è che la narrazione di sé non avviene in solitudine. L'identità narrativa è sempre una co-costruzione: si forma nell'interazione con gli altri, attraverso le storie che gli altri raccontano di noi, attraverso i racconti che la cultura mette a nostra disposizione, attraverso il riconoscimento che gli altri ci accordano o ci negano.
    Ricoeur parla di scambio narrativo: io racconto me stesso all'altro, l'altro mi racconta me stesso, e in questo scambio la mia identità prende forma. Non è quindi un narcisismo travestito da filosofia: è il riconoscimento che il sé non è un'isola ma si forma sempre in una relazione, in una tradizione, in una comunità di racconto.
    Questo ha conseguenze pedagogiche immediate: l'educatore che ascolta il racconto di un ragazzo non è uno spettatore passivo. È un co-narratore che, con le sue domande, i suoi silenzi, le sue risposte, contribuisce attivamente alla costruzione dell'identità narrativa di chi ha davanti.

    Il ruolo delle crisi narrative
    Ricoeur prende sul serio le crisi dell'identità, e questa è una delle caratteristiche più preziose del suo pensiero. Ci sono momenti nella vita – e nell'adolescenza questi momenti sono particolarmente frequenti e intensi – in cui la narrazione di sé si inceppa, in cui i fili della trama si aggrovigliano o si spezzano, in cui la persona non riesce più a raccontarsi in modo coerente.
    Queste crisi narrative non sono segni di fallimento: sono momenti di svolta potenzialmente produttivi. Ricoeur li descrive come momenti in cui la discordanza prevale sulla concordanza, in cui gli eventi della vita sfuggono all'integrazione narrativa e producono un senso di frammentazione o di perdita di senso. Ma proprio in questi momenti la narrazione mostra la sua forza trasformatrice: la crisi narrativa, se attraversata con sostegno adeguato, può diventare il punto in cui la trama si rinnova, in cui emerge una comprensione di sé più ricca e più vera di quella precedente.
    Molte grandi conversioni, molte grandi trasformazioni personali, molte vocazioni hanno questa struttura: una crisi narrativa – "non riesco più a raccontarmi come prima" – che apre uno spazio di ridefinizione profonda dell'identità.

    Le implicazioni pedagogiche: lavorare con l'identità narrativa

    Con un adolescente
    L'adolescenza è, dal punto di vista dell'identità narrativa, un periodo di straordinaria intensità e fragilità. È il momento in cui la narrazione dell'infanzia – costruita in gran parte dagli adulti, dai genitori, dalla scuola – entra in crisi e deve essere rinegoziata in prima persona. L'adolescente si trova a dover rifare il racconto di sé con materiali nuovi: un corpo che cambia, relazioni che si complicano, ideali che si formano e si scontrano con la realtà, una domanda di futuro che diventa urgente.
    Un educatore che lavori con questo strumento può fare alcune cose concrete. Può dare tempo e spazio al racconto: non affrettare le conclusioni, non riempire i silenzi con risposte preconfezionate, ma creare le condizioni perché il ragazzo possa dire "io", possa raccontarsi, possa esplorare la propria storia senza vergogna e senza paura del giudizio. Questo significa anche saper fare domande narrative piuttosto che valutative: non "hai fatto bene o male?" ma "come è successo?", "cosa sentivi in quel momento?", "come ti sei ritrovato lì?".
    Può poi aiutare il ragazzo a identificare la trama della propria storia: non solo gli eventi isolati, ma i fili che li connettono, i temi ricorrenti, i punti di svolta, le figure significative. Spesso un adolescente vive la propria vita come una serie di episodi sconnessi, senza vedere la coerenza sottostante. Il compito dell'educatore è aiutarlo a vedere la logica narrativa della propria esperienza – non nel senso di giustificare tutto, ma nel senso di aiutarlo a riconoscere chi sta diventando.
    Può infine aiutare a integrare le crisi e le contraddizioni nella narrazione senza cancellarle. Un errore grave, una ferita inflitta o subita, una scelta sbagliata: questi elementi non devono sparire dal racconto né diventare l'intero racconto. Devono trovare un posto nella trama – un posto che ne riconosca il peso reale senza farne una condanna definitiva.

    Con un gruppo di ragazzi
    La dimensione di gruppo aggiunge una ricchezza specifica: quella dello scambio narrativo tra pari. Quando i ragazzi raccontano le proprie storie in un contesto di rispetto e di attenzione reciproca, accade qualcosa di filosoficamente significativo: ognuno si riconosce nell'altro, scopre che le proprie esperienze – che credeva uniche e indicibili – hanno risonanza nelle esperienze altrui, e al tempo stesso riconosce la singolarità irriducibile della propria traiettoria.
    Questo produce due effetti pedagogici complementari: la de-solitudine (scoprire che non si è soli nelle proprie domande e fragilità) e il riconoscimento della singolarità (scoprire che la propria storia ha un valore proprio, non intercambiabile con quella di nessun altro). Entrambi sono fondamentali per la costruzione dell'identità.
    Un gruppo che lavora con le narrazioni può utilizzare diversi dispositivi: il racconto di un momento significativo della propria vita, la scrittura di un "capitolo della propria storia", la lettura condivisa di un testo letterario usato come specchio, il dialogo a partire da domande esistenziali aperte. L'importante è che il contesto sia sufficientemente sicuro da permettere una vera esposizione di sé, e che l'educatore sappia tenere il giusto equilibrio tra condivisione e rispetto della privacy, tra apertura e protezione.

    Il ruolo della letteratura: i classici e i contemporanei

    La letteratura come laboratorio dell'identità
    Ricoeur dedica una parte consistente della sua riflessione al ruolo della letteratura nella costruzione dell'identità narrativa, e le sue osservazioni sono di straordinaria fertilità pedagogica.
    La letteratura – e in questo Ricoeur include sia i classici che i contemporanei, sia la narrativa che la poesia – non è semplicemente un deposito di storie altrui. È un laboratorio dell'identità: un luogo in cui si sperimenta, attraverso la finzione, l'essere-altro, il vivere vite diverse dalla propria, il confrontarsi con situazioni limite che nella vita reale non si potrebbero attraversare senza conseguenze irreversibili.
    Quando un adolescente legge I fratelli Karamazov o Il giovane Holden o La metamorfosi, non sta semplicemente acquisendo informazioni su personaggi immaginari. Sta sperimentando su di sé modi di essere nel mondo, sta lasciando che la narrazione rifiguri la sua comprensione di sé, degli altri, del bene e del male. La letteratura è – per usare un'espressione di Ricoeur – una scuola del sé attraverso l'alterità.

    Cosa fa la letteratura che non fa la filosofia sistematica
    La letteratura ha rispetto alla filosofia un vantaggio specifico: parla attraverso il concreto, attraverso il singolare, attraverso la carne dell'esperienza. Un personaggio letterario non è un esempio di un concetto generale: è una persona questa, con questo nome, questa storia, questa contraddizione irriducibile. E proprio per questo tocca zone dell'identità che i concetti generali non raggiungono.
    Don Chisciotte e Sancho Panza non illustrano il conflitto tra idealismo e realismo: lo incarnano, in modo tale che chi li legge non comprende semplicemente quel conflitto ma lo vive, lo riconosce in sé, lo porta via con sé come un'esperienza reale. Questo è il potere rifigurante della letteratura: non spiega l'esperienza ma la trasforma, la arricchisce, la rende più comprensibile e più abitabile.

    Classici e contemporanei: una distinzione produttiva
    I classici offrono al ragazzo quella che potremmo chiamare la profondità del tempo: storie che hanno attraversato secoli, che hanno interpellato generazioni diverse, che portano in sé una sapienza condensata sull'esperienza umana. Leggere Dostoevskij o Camus o Kafka non è semplicemente incontrare una storia interessante: è entrare in contatto con una tradizione di comprensione dell'umano che supera infinitamente il momento presente. I classici danno al ragazzo la possibilità di decentrarsi temporalmente: di scoprire che le sue domande non sono nuove, che altri hanno sofferto e cercato prima di lui, e che da quella sofferenza e da quella ricerca è uscita bellezza e comprensione.
    I contemporanei offrono invece la prossimità del presente: storie che parlano il linguaggio del ragazzo, che abitano il suo stesso mondo, che nominano le sue stesse paure e i suoi stessi desideri. Un romanzo contemporaneo che affronta il tema dell'identità di genere, della migrazione, della solitudine digitale, della famiglia franante non ha la profondità storica del classico ma ha la forza dell'immediato riconoscimento: "questo parla di me, questo parla del mio mondo". Questa forza non è da sottovalutare, soprattutto con chi non ha ancora sviluppato la capacità di abitare la distanza storica richiesta dalla lettura dei classici.
    La pedagogia narrativa più ricca sa muoversi tra questi due poli: usare i contemporanei come porte di accesso e i classici come orizzonti di profondità, lasciando che il movimento tra l'uno e l'altro arricchisca progressivamente la capacità narrativa del ragazzo.

    Vantaggi e rischi

    I vantaggi
    Il principale vantaggio di questo approccio è la sua risposta alla frammentazione. Il problema identitario degli adolescenti oggi non è tanto la rigidità quanto la frammentazione: la difficoltà di tenere insieme i diversi "sé" che si abitano nei diversi contesti (la scuola, la famiglia, il gruppo dei pari, il social media). La narrazione offre uno strumento reale per questa integrazione – non un'integrazione forzata e artificiale, ma una che rispetta le tensioni e le complessità.
    Un secondo vantaggio è la sua valorizzazione della singolarità: ogni persona ha una storia unica, non intercambiabile, e questa unicità non è un residuo irrilevante ma il luogo stesso in cui si gioca l'identità. In un'epoca di massificazione culturale e di pressione alla conformità, la narrazione come struttura dell'identità è un atto di resistenza epistemica: afferma che ciò che conta è il particolare, il concreto, il questo.
    Un terzo vantaggio è la sua profondità etica: lavorando sulla narrazione di sé, il ragazzo non fa solo psicologia ma fa etica. Si chiede chi vuole essere, di cosa vuole rispondere, a chi è fedele e perché. La promessa ricoeuriana – l'impegno che attraversa il tempo – è una categoria educativa di straordinaria potenza.

    I rischi
    Il rischio principale è quello che potremmo chiamare il narcisismo narrativo: il rischio che il "raccontare di sé" diventi una forma sofisticata di autoreferenzialità, di compiacimento nel proprio vissuto, di incapacità di uscire da sé verso l'altro e verso il reale. Questo rischio è reale, specialmente con adolescenti già inclini all'autocentratura. La narrazione di sé deve sempre essere bilanciata da un'apertura all'alterità: al racconto degli altri, alla realtà che resiste, all'Altro che mi precede e mi supera. È precisamente qui che, come vedremo, Levinas diventerà un complemento indispensabile.
    Un secondo rischio è quello della narrativizzazione del trauma: il pericolo di chiedere a chi ha subito ferite gravi di raccontarle in un contesto inadeguato, di "fare narrativa" su esperienze che richiedono invece protezione e gradualità. La narrazione del trauma richiede competenze specifiche e contesti protetti: non ogni situazione educativa è il luogo giusto per questo lavoro.
    Un terzo rischio è quello della banalizzazione: ridurre la ricchezza filosofica del pensiero ricoeuriano a una serie di tecniche ("ora racconta la tua storia", "scrivi il tuo capitolo"), perdendo la profondità teoretica che dà senso alle pratiche. Le tecniche narrative senza la comprensione filosofica rischiano di diventare attività vuote o, peggio, di produrre narrazioni consolatorie che non sfidano davvero il ragazzo a crescere.

    Un percorso filosoficamente ed esistenzialmente interessante?
    La risposta è sì – con convinzione, ma anche con consapevolezza delle condizioni necessarie.
    Filosoficamente, l'identità narrativa di Ricoeur è uno dei contributi più originali e fecondi della filosofia del Novecento. Non è sofisticazione per la sofisticazione: è una risposta seria a problemi seri. Il problema dell'identità personale, della coerenza nel tempo, del rapporto tra libertà e carattere, tra promessa e cambiamento – questi sono problemi che ogni persona affronta, che ogni educatore incontra nel proprio lavoro, che ogni tradizione religiosa e sapiente ha dovuto elaborare. Ricoeur li affronta con strumenti filosofici precisi ma senza perdere di vista la carne dell'esperienza.
    Esistenzialmente e pedagogicamente, il percorso è non solo interessante ma necessario. In un'epoca in cui i ragazzi sono bombardati da narrazioni altrui – i social media sono macchine di narrazione dell'identità altrui – la capacità di costruire e abitare la propria narrazione è un atto di libertà e di maturazione. L'educatore che aiuta un ragazzo a raccontarsi non sta facendo terapia, non sta facendo intrattenimento: sta aiutando quella persona a diventare soggetto della propria storia, che è probabilmente il compito più alto dell'educazione.
    Non è troppo sofisticato – a condizione che la profondità filosofica sia tenuta come orizzonte e non come oggetto di insegnamento. Il ragazzo non ha bisogno di conoscere Ricoeur per beneficiare della pedagogia narrativa: ha bisogno di un educatore che abbia interiorizzato quel pensiero e sappia tradurlo in presenza, in domande, in ascolto, in proposta letteraria. La filosofia, in educazione, funziona spesso così: non come contenuto da trasmettere ma come forma dell'incontro, come struttura dell'attenzione di chi educa.
    E questa, forse, è già una risposta narrativa in sé: la storia dell'educatore che ha incontrato un pensiero e ne è stato trasformato, e che ora – attraverso quella trasformazione – incontra il ragazzo in modo diverso, più attento, più profondo, più libero.



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