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    Quel corpo giovane

    che vogliamo eterno

    Umberto Galimberti

    «Onora la faccia del vecchio» è scritto nel Levitico (19, 32) perché la faccia è il primo segno da cui prende le mosse l'etica di una società. È infatti un dovere del cittadino rendere pubblica la propria faccia, e non nasconderla come oggi consentono gli interventi chirurgici o gli artifici della cosmesi. Non è da poco infatti il danno che si produce quando le facce che invecchiano hanno scarsa visibilità, quando esposte alla pubblica vista sono soltanto facce depilate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto, sia esso mercantile o politico, perché anche la politica oggi vuole la sua telegenia. La faccia del vecchio è un bene per il gruppo, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto, trattato con la chirurgia o con la cosmesi, è una falsificazione che lascia trasparire l'insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi alla vista con la propria faccia. Nel suo disperato tentativo di opporsi all'intelligenza della natura, che vuole l'inesorabile declino degli individui, chi non accetta la vecchiaia è costretto a stare continuamente all'erta per cogliere di giorno in giorno il minimo segno di declino. Ipocondria, ossessività, ansia e depressione diventano le malefiche compagne di viaggio dei suoi giorni, mentre suoi feticci diventano la bilancia, la dieta, la palestra, la profumeria, lo specchio, il wc. Ma che cosa si nasconde dietro il culto del corpo e dell'eterna giovinezza che interpreta ogni segno di declino, se non come l'anticamera dell'esclusione sociale, certo come l'avvisaglia di un possibile e progressivo disinteresse da parte degli altri nei nostri confronti? Quel che si nasconde è l'idea malata che la nostra cultura si è fatta della vecchiaia, come di un tempo inutile che ha nella morte il suo fine, in attesa del quale, grazie alla chirurgia e alla cosmesi, sopravvive tutta quella schiera di mummie animate, di paradossi sospesi in quella zona crepuscolare in cui non si riesce a reperire altro senso se non l'attesa della morte. A dar corda e sostegno a questa idea malata sono quelle categorie: il "biologismo", l'"economicismo" e l'"estetismo" che regolano la cultura occidentale e rendono la vecchiaia più spaventosa di quello che è. Non vogliamo con questo negare che i vecchi non vanno incontro a processi degenerativi che ne compromettono, oltre alla funzionalità, anche l'estetica, né che la loro vita appaia inutile se misurata sul criterio dell'efficientismo che regola la cultura dell'Occidente, semplicemente vorremmo spostare questi tratti dal primo piano sullo sfondo e riordinare la scala delle priorità, perché, se è vero che la vecchiaia è un'afflizione, ci piacerebbe sapere se questa afflizione non è generata o almeno incrementata dall'idea che ci siamo fatti della vecchiaia. Finché consideriamo ogni ruga ogni capello che cade o incanutisce, ogni tremito, ogni macchiolina epatica sulla pelle esclusivamente come indizio di declino, affliggiamo la nostra mente tanto quanto la sta affliggendo la vecchiaia. Il riproporsi, ogni volta che vediamo la nostra faccia allo specchio, di questa diagnosi negativa su quanto ci sta accadendo dimostra la potenza dell'idea alla quale abbiamo legato e imbrigliato l'ultima parte della vita. E allora il lifting facciamolo non alla nostra faccia, ma alle nostre idee e scopriremo che tante idee che in noi sono maturate guardando ogni giorno in televisione lo spettacolo della bellezza, della giovinezza, della sessualità e della perfezione corporea, in realtà servono per nascondere a noi stessi e agli altri la qualità della nostra personalità, a cui magari per tutta la vita non abbiamo prestato la minima attenzione, perché sin da quando siamo nati ci hanno insegnato che apparire è più importante che essere. E allora, se è vero che rimanendo legati a idee biologistiche, economicistiche ed estetiche così diffuse in Occidente, queste ci influenzano negativamente agendo su di noi come patologie, non è il caso, arrivati a 50 o a 60 anni, di incominciare un altro tipo di terapia, quella che Hillman chiama: «La terapia delle idee». Alla mente le idee piacciono, e nella vecchiaia bisogna coltivare idee, ma non per ritardare il declino delle funzioni cerebrali come si è soliti dire, perché le idee non sono semplici vitamine o utili integratori. Le idee tengono desta la mente solo se la mente modifica le sue idee. Rigirandole e smontandole la mente le tiene vive e, invece di lasciarle logorare e irrigidire nei luoghi comuni e nelle convenzioni, le sostituisce e le cambia. Nella vecchiaia c'è tutto il tempo per questo lavoro, ma prima bisogna persuadersi che non nel produrre maschere, bensì nel produrre idee è la giustificazione del vivere. Ma tutto ciò non esercita alcun fascino nella nostra cultura, perché questa ci ha insegnato a visualizzare il nostro corpo come semplice interprete del desiderio dell'altro. E così lo ha allucinato con quei bisogni da soddisfare quali la bellezza, la giovinezza, la salute, la sessualità che sono poi i nuovi valori da vendere. Basta guardare la televisione per accorgerci che tutta la religione della spontaneità, della libertà, della creatività, della giovinezza, della bellezza, della sessualità gronda del peso del produttivismo, anche le funzioni vitali si presentano immediatamente come funzioni del sistema. La stessa nudità del corpo, che pretende di essere progressista ed emancipativa, lungi dal ritrovarne la naturalità, al di là degli abiti, dei tabù, della moda, passa accanto al corpo, ormai reso inespressivo perché utilizzato come equivalente universale dello spettacolo delle merci. E così, anche nello splendore della sua bellezza e della sua giovinezza, il nostro corpo non riesce più a nascondere i segni univoci che lo marchiano, che non sono le rughe o le macchioline epatiche da cui ci può difendere il lifting, ma i bisogni indotti dalla nostra cultura e i desideri da essa manipolati a cui il nostro corpo è stato piegato, e ridotto a puro e semplice supporto.

    (Repubblica - 17 gennaio 2004)



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