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    La memoria

    che genera futuro

    Carlo Caffarra


    Sono profondamente grato al mio carissimo amico il Supremo Cavaliere dei Cavalieri di Colombo Carl Anderson per l’invito rivoltomi di visitare per alcuni giorni l’Istituto Giovanni Paolo II.
    Rivolgo il mio saluto pieno di rispetto all’Arcivescovo Metropolita di Baltimora Sua Ecc. Mons. W. Lori, a tutti i Docenti, molto noti per la loro dedizione all’Istituto e la loro riconosciuta competenza scientifica.
    Ma sopra tutti è a voi nuovi graduati che rivolgo il mio saluto pieno di affetto: ora vi aspetta un grande impegno nella Chiesa e nel vostro grande Paese. Voi ben sapete quale influenza nel bene e nel male esso esercita in tutto il mondo.
    Dividerò la mia riflessione in tre parti. Nella prima parlerò della nascita dell’Istituto; del suo DNA. Nella seconda di alcune delle principali sfide che oggi l’annuncio del Vangelo del Matrimonio deve affrontare in Occidente. Nella terza farò alcune considerazioni sul futuro dell’Istituto.

    1. LA MEMORIA

    Come è noto l’Istituto è stato voluto da san Giovanni Paolo II in risposta ad una richiesta fatta dai Vescovi presenti al Sinodo Ordinario sulla famiglia, celebrato nell’ottobre 1980. I vescovi chiesero la fondazione di un centro-studi a carattere scientifico. Giovanni Paolo II accolse questa richiesta e fondò l’Istituto, incaricando me di dare esecuzione alla sua decisione.
    Ovviamente la mia prima preoccupazione fu quella di comprendere veramente l’intenzione, il progetto del Santo Pontefice: ciò che Egli veramente pensava circa il prossimo Istituto. Ho avuto un contatto molto frequente con Giovanni Paolo II. E posso sintetizzare il suo pensiero al riguardo.
    a) La ricerca doveva avere un carattere altamente scientifico. Per capire che cosa Giovanni Paolo II intendesse con questo dobbiamo “purificarci” dal concetto di scienza propria dello scientismo. Per il Pontefice ricerca scientifica significava che la nostra ricerca, i nostri studi sul matrimonio e la famiglia doveva andare al fondamento, o, come preferiva dire con linguaggio più biblico, al principio. Era totalmente estraneo al Santo Pontefice l’idea che una forte dottrina non avesse una importanza fondamentale per la pastorale. Anzi Egli non credeva neppure possibile una pastorale che non fosse un “ fare la verità” della Dottrina. In breve: non c’è separazione fra dottrina e pastorale.
    b) La ricerca dunque del fondamento del matrimonio e della famiglia, il ritorno al Principio, questo si doveva fare nell’Istituto.
    Da ciò derivano le due grandi caratteristiche dell’Istituto: un forte impegno nell’ambito dell’antropologia; un pensiero cristocentrico. Vorrei fermarmi un poco su queste due caratteristiche. Entriamo nel cuore dell’Istituto.
    b1) Il Santo Pontefice era profondamente convinto che la crisi del matrimonio e della famiglia fosse in profondità una crisi antropologica: la persona aveva perso coscienza di se stessa, della verità del suo essere persona, da non comprendere più la verità del matrimonio; non solo in senso noetico ma in senso esistenziale.
    Il matrimonio è via privilegiata all’uomo; la ricostruzione dell’humanum è la condizione della ricostruzione della famiglia.
    b2) Il ritorno al Principio mette in luce il rapporto Cristo-persona umana-matrimonio. Rapporto istituito dal Sacramento.
    c) Giovanni Paolo II istituisce il rapporto matrimonio-persona umana mediante la filosofia e la teologia del corpo. È l’eredità più preziosa che ha affidato all’istituto. Una teologia e filosofia di cui la Chiesa difettava, e che non ha ancora recepito in tutta la sua ricchezza.
    d) Il Santo Pontefice pensa che esista un nodo in cui tutte le “corde” si annodano, un crocevia dove tutte le intuizioni precedenti si incrociano: l’Enciclica Humanae Vitae. Nella Costituzione Apostolica Magnum matrimonii sacramentum, che fonda canonicamente l’Istituto, la riflessione su questo documento è esplicitamente assegnata come un compito specifico dell’Istituto. È il grande tema della verità della procreazione umana.
    e) Alla base della fondazione sta la certezza che la pastorale senza dottrina è cieca, e quindi esposta continuamente a subire la tirannia della mondanità. Su questo punto, che è anche di drammatica attualità, devo fermarmi un momento.
    Quando dico dottrina non intendo principalmente le norme morali riguardanti il matrimonio, che poi la prassi pastorale cerca di applicare. Non intendo neppure ciò che la Chiesa insegna circa la natura del matrimonio come fosse un ideale da raggiungere. Non voglio ora mostrare a quali conseguenze porta questa visione. Riprenderò più tardi questo punto.
    La riflessione di livello scientifico e accademico che Giovanni Paolo II assegnò come compito specifico all’Istituto mira a scoprire la verità del matrimonio e della famiglia. Trattasi della struttura della persona umana, della sua natura in quanto dinamicamente orientata a realizzarsi in Cristo nella forma della charitas coniugalis.
    È una verità affidata alla libertà, perché è un veritas facienda, non come legge exterius data ma come lex indita.
    Riassumo. Il DNA dell’Istituto, se così posso dire, è dunque il seguente. Scoprire la verità del matrimonio e della famiglia, sulla base di un’adeguata antropologia, per aiutare l’uomo e la donna a vivere in pienezza la loro vocazione coniugale.

    2. DI FRONTE ALLE SFIDE DELLA MODERNITÀ OCCIDENTALE

    La decisione e il progetto di Giovanni Paolo II si sono rivelati in questi anni veramente profetici. Abbiamo infatti assistito ad una vera de-costruzione del matrimonio. La condizione attuale in cui versa il matrimonio può essere descritta col verso virgiliano: rari nantes in gurgite vasto. La civiltà occidentale possiede ancora tutte le categorie matrimoniali, ma non esiste più l’edificio. Quelle categorie non hanno più un significato univoco. Chi è la madre? Chi dona l’ovulo o chi porta in grembo affittato l’embrione o chi ha… pagato l’affitto? Mater semper certa – dicevano i giuristi romani – pater semper incertus; ora non è più vero.
    In questa situazione di totale incertezza, non restava che ricorrere al potere. Ad esso viene affidata la definizione stessa di matrimonio: di paternità, maternità, coniugalità.
    In che senso la decisione ed il progetto di Giovanni Paolo II sono stati profetici?
    Personalmente ritengo che la de-costruzione del matrimonio sia dovuta ad una concezione de-biologizzata della persona umana. Cioè. Attraverso un processo culturale durato secoli, la visione dell’uomo che si stava costruendo, estrometteva il corpo dalla costituzione della persona umana: questa ha, non è il suo corpo. Non posso ora narrare questo processo culturale. Voglio solo richiamare un fatto di estrema importanza.
    A questo processo la Chiesa non è stata capace di rispondere. Si considerino i seguenti fatti. La grande tesi di Tommaso sull’unità sostanziale della persona umana non è mai risultata vincente nel pensiero cristiano occidentale. La teoria della legge naturale non ha custodito il mirabile equilibrio teoretico di bios e logos, quale osserviamo in Tommaso. La grande crisi scoppiata con Humanae Vitae mise bene in chiaro questa situazione.
    Quando Giovanni Paolo II diede all’Istituto il difficile compito di ricostruire una grande teologia e filosofia del corpo, nel contesto della costruzione di un’antropologia adeguata, aveva individuato in questa esigenza la via per la ricostruzione di una visione veramente umana e cristiana del matrimonio. Il fatto che assieme alla fondazione dell’Istituto il Santo Pontefice abbia riformato il Pontificio Consiglio della Famiglia, indicava che non era sufficiente un impegno sul piano del pensiero, ma era necessaria una vera svolta pastorale.
    Come alcuni Padri Sinodali fecero notare nei Sinodi del 2014 e 2015, l’assenza quasi totale del magistero di Giovanni Paolo II dai due Sinodi, ed il fatto che le sue Catechesi sull’amore umano non fossero state alla base della pastorale matrimoniale, furono la causa non ultima delle gravi difficoltà sinodali. Lacuna alla quale ha cercato di rimediare l’Esortazione Post-sinodale Amoris laetitia.
    Ho accennato solamente ad un aspetto della visione profetica. Ne esistono altri che ora non intendo neppure accennare, per mancanza di tempo. E quindi possiamo trattare il terzo ed ultimo punto della mia riflessione.

    3. QUALE FUTURO

    Quale compito ora attende l’Istituto? Prima di rispondere, consentitemi, cari amici, una premessa che ritengo di grande importanza.
    Una delle più gravi insidie da cui la Chiesa deve guardarsi nel suo impegno di annunciare il Vangelo, è la separazione della prassi pastorale dalla dottrina della fede. Trattasi di una insidia molto grave.
    L’alternativa ad una Chiesa senza dottrina non è una chiesa più pastorale, ma una Chiesa dell’arbitrio e schiava dello spirito del tempo: praxis sine theoria coecus in via, dicevano i medioevali. Questa insidia è grave, e se non vinta causa gravi danni alla Chiesa. Per almeno due ragioni. La prima è che, essendo la Sacra Doctrina niente altro che la divina Rivelazione del progetto divino sull’uomo, se la missione della Chiesa non si radica in essa, che cosa la Chiesa dice all’uomo? La seconda ragione è che quando la Chiesa non si guarda da questa insidia, rischia di respirare il dogma centrale del relativismo: in ordine al culto che dobbiamo a Dio e alla cura che dobbiamo all’uomo, è indifferente ciò che penso di Dio e dell’uomo. La quaestio de veritate diventa una questione secondaria.
    Una delle ragioni che più frequentemente si ascoltano per giustificare questa separazione è che la dottrina è astratta mentre la prassi pastorale ha a che fare con la concretezza della vita. Questa affermazione è, alla fine, un truismo. Che la dottrina sia astratta è chiaro: lo è per sua natura. Cosi come la prassi… è pratica. Ma la vita, la vita cristiana ha bisogno di ambedue. Il fondamento della vita cristiana è la fede, la quale formalmente è un atto della ragione, è un assenso alla Verità rivelata. Ma la Verità rivelata è una veritas salutaris. In breve: praxis sine theoria coecus in via, theoria sine praxi currus sine axi, dicevano i medioevali.
    Solo questa visione consente… a ciascuno nella Chiesa di fare il suo mestiere. Il Magistero insegna la Dottrina, la Teologia la approfondisce, i confessori e i padri spirituali aiutano la persona a viverla, a realizzarla nella vita. Il pulpito e la cattedra devono rimanere ben distinti.
    Vogliate scusarmi di questa lunga premessa. Sono profondamente convinto che la prima sfida che il futuro dell’Istituto dovrà affrontare, è di custodire la sua qualifica di istituto accademico scientifico. Oserei dire: sit ut est aut non sit.
    Dentro a questo impegno teoretico, a questa fatica del pensare, quali sono le principali necessità a cui l’Istituto è chiamato a far fronte?
    La prima è la riflessione sulla base antropologica del matrimonio, la sua struttura naturale; amo chiamarla il matrimonio nell’ordine della creazione.
    A ragione Giovanni Paolo II ha posto a base dell’Istituto l’idea che esiste come una sorta di reciproca inabitazione tra la riflessione antropologica e la riflessione sul matrimonio. La verità dell’uomo è la via per conoscere la verità del matrimonio; la verità del matrimonio è la via per conoscere la verità dell’uomo. La riflessione sul matrimonio è il crocevia in cui si incontrano i discorsi sulla verità dell’amore e della sessualità, della libertà, della genealogia della persona, della società umana.
    La seconda è la riflessione teologica sulla sacramentalità del matrimonio. Come ho dimostrato altrove, nella teologia post-tridentina si è perduta la consapevolezza dell’ontologia sacramentale, della trasformazione reale prodotta dal sacramento nella persona degli sposi [res et sacramentum]. A una teologia del Patto, dell’Alleanza coniugale si è sostituita la nozione di contratto, come atto umano con cui le due persone si impegnano. La sacramentalità consisteva nella certezza delle grazie divine date per osservare il contratto. Le parole di Gesù, «ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi», perdevano di conseguenza tutta la loro forza realista. L’indissolubilità assoluta, una volta raggiunta la perfezione sacramentale [= matrimonio rato e consumato], diveniva sostanzialmente indifendibile.
    La terza è la riflessione sulla genealogia della persona in quanto essa è inscritta nella biologia della generazione. La fondazione antropologica della Enciclica Humanae Vitae è un “dovere costituzionale”, se così posso dire, in quanto nella Costituzione Apostolica Magnum Matrimonii Sacramentum ci è stato affidato questo compito. Oggi il compito si è logicamente allargato, a causa della sfida della procreatica artificiale.
    La quarta e ultima è la rifondazione della rilevanza pubblica del matrimonio, della sua pertinenza al bene comune. È questo un grande problema di filosofia della politica, di dottrina dello Stato.
    Ho concluso. Mi scuso della lunghezza della riflessione. Grande è il compito oggi dell’Istituto. Ho conosciuto quanta importanza il Papa della Famiglia, san Giovanni Paolo II, attribuisse all’Istituto. Sono sicuro che la sua intercessione non ci mancherà. Dixi.

    (Washington D.C., Istituto Giovanni Paolo II, 21 aprile 2016, memoria di sant’Anselmo, dottore della Chiesa)



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