Bellezza come compito
Monica Quirico
La bellezza è una cosa terribile e paurosa, perché è indefinibile, e definirla non si può, perché Dio non ci ha dato che enigmi. Qui le due rive si uniscono, qui tutte le contraddizioni coesistono…La cosa paurosa è che la bellezza non solo è terribile, ma è anche un mistero. È qui che Satana lotta con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini…
Dimitrij Karamazov
Dio vide che era bello!...
Dio vide quanto aveva fatto: ecco, era molto bello!
Genesi 1
Innanzi tutto qualche precisazione…
Occorre innanzitutto precisare le difficoltà di un discorso sulla bellezza… per esempio proprio a partire dal contesto religioso…sospetto sulla “produzione artistica” o sorta di sostituzione (religione civile dell’arte) a partire dal romanticismo. Difficoltà per la mescolanza dei termini che rimanda ad una mescolanza di immagini: parlare di bellezza non significa immediatamente parlare di arte in senso corrente e di arte cristiana nello specifico ( problematica poi è la questione di una peculiare “arte cristiana” così come si è in qualche modo risolta negli ultimi secoli… il nodo estetico/etico è un nodo importante, ma non risolve il discorso, occorre superare la funzione della bellezza come via etica, ma riprendere la strada di una vera via pulchritudinis). Inoltre c’è una difficoltà culturale relativa alla diversità occidente-oriente cristiano. È noto che l’oriente ha elaborato da sempre una riflessione, a diversi livelli, sulla bellezza sia in contesto celebrativo che di vita. Di questo accennerò soltanto, dichiarando la mia incompetenza a parlarne (Evdokimov, Bulgakov, Florenskij…).
In ultimo la difficoltà proviene paradossalmente da una nostra rinnovata (ben venga, certamente!) sensibilità al tema della bellezza ( o dell’Arte, ma di tutta l’arte?) che però rischia di sconfinare in un vago ed emotivo richiamo “all’esotico” ( nel contesto religioso come in quello del mondo contemporaneo di tendenze New Age).
A partire da queste considerazioni ho scelto di considerare il tema della bellezza [1] su tre direttive che non devono essere lette come un percorso via via sempre più in profondità, ma come sempre coinvolgentisi e illuminantesi a vicenda.
- L’umano, la percezione e la vocazione alla totalità
- Bellezza e condiscendenza: la Rivelazione e il rapimento
- Bellezza come compito: far vivere la speranza in cui crediamo
L’umano, la percezione e la vocazione alla totalità
“Bello è ciò che esce dal quadro” (E. Jüngel).
Una riflessione, peraltro molto articolata, del teologo E. Jüngel “Anche il bello deve morire. La bellezza alla luce della verità”[2] mi pare interessante per aprire la riflessione.
Il bello è quel segno (Jüngel non esita a chiamarlo signum efficace, qualcosa di molto simile a ciò che gli antichi comprendevano come sacramento) che è capace di “mettere insieme” il molteplice. È una vocazione alla totalità e all’unità dei frammenti. Di fronte al bello che emerge dal suo stesso contesto, sono richiamato a raccogliere la mia umanità dispersa e frantumata verso un tutto che ora non c’è ma che è in un certo senso vocazione. L’unità appare allora come aperta, una possibilità, una promessa per il futuro. In questo senso nell’esperienza del bello si sciolgono i legami e si fa esperienza della libertà. Nell’apparizione del bello c’è la chiamata alla realizzazione della luce del vero e dell’unità.
Qui possiamo già ritrovare il bello all’interno di un’esperienza religiosa. Il bello brilla di una sua luce, ma non è la luce. Brilla di una luce che nel primo giorno della creazione è stata data come possibilità del vedere, come separazione dalle tenebre. Il bello brilla di una sua luce alla Luce del creatore “Per la tua luce noi vediamo la luce” Sal 36,10.
Resta da considerare la realtà dell ‘apparire del bello e del farne esperienza. Realtà segnata dalla contraddizione, dalla dispersione, dal male. Può il bello essere ancora percepito ed esperito come vocazione all’unità?
Qui le riflessioni di Jüngel conducono ad una più profonda teologia. Il bello appare oggi, dopo la caduta come apparenza del bello, luce, seppure creaturale, velata che si rende quasi inaccessibile. La lacerazione del mondo è troppo forte: nasconde la luce del bello e nasconde la luce del Creatore. Allora che cosa ne è oggi del bello? “Barlume della verità che viene…il bello porta in sé la promessa di una verità che viene, di un non mediato incontro futuro con la verità in sé…Ma la verità – persino quando si tratta solo del suo primo barlume- è sempre un’interruzione chiara de nostro contesto di realtà…”
Così il bello, seppure velato rinvia al tutto ed in questo suo rinviare è effimero, finito.
Qui si situerebbe la bellezza del bello (!), nel suo carattere di rinvio perché appaia il Bello senza fine. Fin qui Jüngel, ma si potrebbe prolungare la riflessione su questa peculiarità del bello come effimero eppure come promessa di pienezza…forse qui si potrebbe collocare un approfondimento del bello come suono, come musica. È dato e nello stesso tempo tolto, un soffio, un istante, una nota è passata, bella parte del tutto, bella perché passata nell’armonia piena…
Allora veramente il bello fa entrare nel mistero che non può che stupirci.
“Dio non è un mistero nel senso di un buio che si sottrae alla conoscenza e alla comprensione, bensì come l’essere eterno, che si schiude da sè, di Padre, Figlio e Spirito Santo, come pienezza della luce. Le porte del mistero si schiudono solo dall’interno. Ma quando si aprono, allora il mistero si comunica senza perciò smettere di essere mistero. Il mistero non perde il suo carattere di mistero quando si comunica; anzi più profondamente lo si riconosce, più diventa misterioso. Dio è questo mistero. La sua essenza non è buia, ma è luce inesauribile: luce di vita che supera la morte. Se Dio è nascosto, lo è nella luce del suo proprio essere (1 Tim 6,16).
La Rivelazione è l’entrare nel merito di questa luce nelle tenebre del mondo, di cui il mondo stesso è responsabile; vale a dire la trasformazione dell’assoluta misteriosità di Dio nel suo assoluto nascondimento sub contrario, di modo che l’eterno essere di Dio diventa identificabile come storia nello spazio e nel tempo: come storia della luce che sconfigge e caccia le tenebre che la celano…[3] Il credente, dunque, non può che affermare: Credo, dunque mi stupisco. Mi stupisco per il mistero di questo Dio che entra nella storia di vita e di morte degli uomini
Bellezza e condiscendenza: la Rivelazione e il rapimento
Dalla Creazione:
E vide che era molto bello Gen 1,31 (Cfr. buono/bello nell’utilizzo della versione dei LXX)
La Creazione merita l’esclamazione di bellezza di Dio.
Dio è l’autore stesso della bellezza Sap 13
Natura e bellezza come lode a Dio Sir 42,15-43
Splendore e bellezza il Suo agire Sal 111
E soprattutto: tutto ciò che esce dalla Sua Parola o è conforme alla Parola, è bellezza![4]
Di qui per tutta la Scrittura la bellezza è intesa come conformità alla parola/volontà/legge di Dio (Rabbi Aquiba: la bellezza è la torah!). Così anche Israele, dopo l’esodo è bello, creazione nuova, sposa per lo sposo... “Tu sei bella amica mia...” CdC
Anche Gesù è il pastore bello di Gv 10 perché dà la vita per le sue pecore (il più bello tra i figli dell’uomo).
Tov ricorre 741 volte nell’AT con il significato di bello, buono, ma anche verità, affetto, piacere della contemplazione di un paesaggio o tenerezza di un sentimento d’amore... e tov rimanda a kabod gloria di Dio (dove storia, natura, e opera di Dio si fondono). Nella gloria, potremmo dire, risplende il bello di dio, il bello che è Dio. Ancora è più in profondità, il rimando è all’opera bella di Dio, immagine bellissima: l’uomo. Così il rimando a Cristo, il pastore bello, icona del Padre (Col 1,17) acquista e dona ancora più luce: “Questo Figlio che è irradiazione della gloria divina” (Eb 3,13).
Il bello, l’estetico, dunque, ha un rimando originario al Giusto e al Santo che nessun velamento di peccato può cancellare.
La bellezza è opera, movimento, un “per” che si irradia, che viene avanti, che ad-viene. E così è comunicata da tutta la Scrittura: dalla Creazione attraverso l’Incarnazione fino alla Parusia è un’epifania del bello, l’unico Bello non effimero. In questo senso è facile notare come la Scrittura rifugge una Bellezza statica, qualcosa sempre che esce “dalle mani del creatore” va formandosi, è opera che conosce un movimento.
È la via perseguita dall’Oriente cristiano ove la bellezza è il mistero stesso dell’Incarnazione, luogo della manifestazione di Dio, luogo in cui Dio e uomo si incontrano nell’intimità più profonda e che trova nell’icona e nella liturgia l’espressione piena.
Nell’icona c’è un movimento che consiste nel lasciarsi penetrare dalla luce del divino irradiata, una visione che anticipa la gloria futura, bellezza sensibile che porta ad entrare nella luce dell’Invisibile opera dello Spirito e che presuppone un incontro amoroso voluto nell’atto di avvicinamento stesso allo spazio vivente nella luce. Così l’andare all’icona è percorrere uno spazio di luce che sempre mi anticipa. In questo senso la bellezza è il luogo di comprensione dell’economia di salvezza: in Cristo la bellezza trinitaria assume progressivamente la bellezza umana tanto che questa, compenetrata da quella divina, nella sua stessa natura viene a divinizzarsi. Così in cristo la bellezza divina viene percepita nel legame con la natura umana. È la comunicazione delle proprietà del dogma calcedonese riletta nel luogo della Bellezza.
La logica del dinamismo è quella della kenosi (Bulgakov): il bello del Padre si svuota per la bellezza del sacrificio del Figlio nella circolarità della relazione che si realizza nella bellezza dello Spirito, così il processo kenotico inizia dallo svuotamento del Padre per darsi alla bellezza propria dell’umanità in Cristo che risplenderà sulla croce e sarà capace di rimandare alla bellezza divina. Si può parlare dunque di svuotamento e realizzazione della Bellezza come processo trinitario-rivelativo: la glorificazione del risorto è la restituzione della Bellezza divina attraverso lo Spirito. Così invoca la liturgia orientale: “Cristo Salvami con il tuo splendore!”
Per l’occidente è persino troppo evidente la riflessione su questo tema di H.U. von Balthasar per cui è la Rivelazione percepita nella sua bella e sconvolgente – paradossale – crudezza a rapire l’uomo verso il mistero trinitario. Così il teologo di Basilea può dire:
“Grazie all’apparizione di Dio, alla gloria e inafferrabile e degna di Dio che in questa apparizione si fa noi presente, è possibile leggere e accedere alla bellezza e alla gloria proprie di Dio: non già identificando semplicemente la bellezza e la gloria di Dio con quelle della sua apparizione (se vogliamo essere rapiti proprio per hunc[Deum visibilem] in invisibilium amorem) e nemmeno tentando di raggiungerle mediante una pura deduzione causale che tuttavia, mentre conclude, e-sclude dalla bellezza nella quale Dio appare; ma tentando piuttosto di compiere il nostro excessus a Dio in una theologia negativa tale, che non si separi mai dalla base della theologia positiva”
Il bello per von Balthasar si gioca in un movimento tra l’oggetto che mi attrae e me stesso, soggetto, attratto. Da un lato irruzione che mi pervade, dall’altro un movimento “verso”, un desiderio d’incontro. Una circolarità che in ogni caso determina un’uscita del soggetto da sé, un’espropriazione, una consegna. Circolarità asimmetrica, però perché l’oggetto è indisponibile. Da questo punto di vista la Bellezza non può che dirsi pienamente nell’evento cristologico dove il divino si comunica nella mondanità dell’umano senza esaurirsi in esso né consegnarsi alla sua misura. “La bellezza –intesa teologicamente- è l’evento della donazione assolutamente gratuita e imprevedibile del Tutto divino nel frammento, che realmente lo veicola senza per questo risolverlo in sé… È insomma il cristo, e lui crocefisso, il luogo in cui si compie l’esodo di Dio da sé verso la sua creatura ed è al contempo reso possibile l’excessus di questa verso il suo Creatore e Signore: ed è precisamente in questo incontro del duplice, asimmetrico movimento, che si compie l’evento della bellezza nella storia, come anticipo misterioso e velato della bellezza eterna, che sarà un giorno pienamente manifesta. La mediazione storica e mondana appare qui in tutta la sua dignità e in tutto il suo spessore: certamente essa non potrà mai catturare l’infinito, che sempre la trascende e la trapassa, eppure nondimeno sarà indispensabile per aprirsi al Tutto divino, silenzioso e raccolto, che in essa è venuto a dirsi, pur senza risolversi in essa. La positività dell’estetica teologica consisterà allora esattamente nel suo radicarsi sulle parole e gli eventi della bellezza, che –totalmente storici- sono stati scelti dall’Eterno, sovrano e trascendente, come via e luogo della Sua libera autocomunicazione”[5]
Cristo crocifisso che si consegna al Padre per l’uomo è la “forma” nella cui percezione risplende la bellezza del Tutto divino trinitario, ma è al tempo stesso “trasgressione” della bellezza stessa che rapisce il soggetto contemplante e lo introduce nel Mistero di luce senza fine, così per il credente, nella fede, è possibile l’esperienza più alta della Bellezza.
Bellezza come compito: far vivere la speranza in cui crediamo
“È vero, principe, che voi diceste un giorno che il mondo sarà salvato dalla bellezza? Signori- gridò forte a tutti- il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza! Ed io affermo che ha idee così giocose perché è innamorato. Quale bellezza salverà il mondo?”
F. Dostoevskij, L’Idiota
«Sento che ancora oggi la domanda su questa bellezza ci stimola fortemente: “Quale bellezza salverà il mondo?”. Non basta deplorare e denunciare le brutture del nostro mondo. Non basta neppure, per la nostra epoca disincantata, parlare di giustizia, di doveri, di bene comune, di programmi pastorali, di esigenze evangeliche. Bisogna parlarne con un cuore carico di amore compassionevole, facendo esperienza di quella carità che dona con gioia e che suscita entusiasmo: bisogna irradiare la bellezza di ciò che è vero e giusto nella vita, perché solo questa bellezza rapisce veramente i cuori e li rivolge a Dio…
C.M. Martini, Quale bellezza salverà il mondo?
La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente. È invito a gustare la vita e a sognare il futuro.
Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti
La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto
H.U.von Balthasar, La percezione della forma
La domanda è dunque, anche, conclusiva, e invita ad un agire, è un compito. Quale bellezza?
La lettera pastorale del Cardinal Martini del 1998 [6] è un invito ad entrare nel Mistero della Bellezza che salva perché sia colto e vissuto in questo tempo e in questa storia.
L’invito è sicuramente a leggerla. E meditarla. Mi limito a far emergere alcune osservazioni e passaggi significativi. L’episodio che costituisce il nodo portante della riflessione è quello della Trasfigurazione scandito attraverso tre momenti fondamentali: la salita al monte con le inquietudini come fardello, le domande e le pesantezze che gravano sulla storia degli apostoli (e sulle nostre storie); l’esperienza “è bello per noi stare qui!” della Rivelazione; la discesa, nuovamente nella vita del mondo. Un percorso è delineato già nella scansione…
La salita rivela il tempo dell’uomo con le sue lacerazioni e le fatiche. C’è bellezza? C’è senso?... sul monte c’è la prossimità di Dio nella sua Gloria. La bellezza è offerta nella relazione trinitaria, il senso è svelato per l’uomo: la salvezza passa attraverso la Croce e la Risurrezione. Bellezza paradossale di una morte per la Vita! Così gli apostoli possono affermare “e bello per noi stare qui” e in ciò stabilire una relazione unica con la bellezza che è Verità. È bello , realmente bello (così umanamente bello, si potrebbe dire!) restare là: non c’è ombra nel vivere pienamente quell’esperienza o, detto in altri termini, occorre vivere pienamente l’esperienza del bello….eppure quella stessa esperienza non deve essere fermata, la bellezza deve essere donata e non trattenuta (proprio perché è stata vissuta!), bisogna scendere dal monte e far entrare la Bellezza nella vita del mondo. Esplicito il card. Martini: “ai discepoli prostrati in adorazione e presi da grande timore Gesù, avvicinandosi e toccandoli, dice: «Alzatevi e non temete» (Mt 17,7). È l’invito a riprendere il cammino senza paura, a scendere dal monte verso la vita ordinaria e intraprendere il grande viaggio che porterà il Figlio dell’uomo a Gerusalemme per compiere il proprio destino.
È l’invito rivolto anche a noi a proseguire il nostro pellegrinaggio verso la Gerusalemme del cielo senza paura, sapendo che egli è con noi e che perciò la vita è bella ed è bello impegnarsi per il Regno. È l’invito ad accogliere, annunciare e condividere con tutti la Bellezza che salva. Attualizzando per il nostro oggi questa riflessione, potremmo dire che riscoprire la bellezza di Dio significa riscoprire le ragioni della nostra fede davanti al male che devasta la terra e le motivazioni profonde del nostro impegno a servizio di tutti, per la gloria di Dio. Chi fa esperienza della Bellezza apparsa sul Tabor e riconosciuta nel mistero pasquale, chi crede all’annuncio della Parola della fede e si lascia riconciliare col Padre nella comunione della chiesa, scopre la bellezza di esistere, a un livello che nulla e nessuno al mondo potrebbe dargli.
Di questa Bellezza, che viene dall’alto, il discepolo di Gesù deve nutrirsi e sempre di nuovo farsi annunciatore, per condividerla con chi non la conosce e con chi in forme diverse ne è alla ricerca.”
Bellezza e Verità, Bellezza e gratuità, Bellezza e speranza… una bellezza nella dimensione dell’essenziale, di quel suono del nuovo e della meraviglia di un Mistero più grande che ci rapisce per la Vita…
Io non ho parole traslucide.
La mia voce è ruvida
Come mani di artiere.
M’è rimasta nel sangue
Una memoria di erbe amare.
Ma ora mi sento essenziale.
La vite è potata, il canto degli uccelli
È semplice; santa anche la pietra
Sotto le ginocchia dell’orante
(David Maria Turoldo, Creazione nuda)
NOTE
[1] Per un approfondimento ricco e articolato sul tema della bellezza rimando al fascicolo monografico della Rivista della Pontificia Accademia di Teologia PATH 4 (2005) con il titolo: Il cielo sulla terra. La via della bellezza luogo d’incontro tra cristianesimo e culture (Rilevante la rassegna bibliografica presentata sul tema) e al testo di P. Sequeri, L’estro di Dio, Glossa, Milano 2000.
[2] E. Jüngel, «Anche il bello deve morire». La bellezza alla luce della verità. Osservazioni teologiche sulla relazione estetica, in E. Jüngel, Possibilità di Dio nella realtà del mondo. Saggi teologici, Claudiana, Torino 2005, p. 293-310.
[3] E. Jüngel, La mia teologia in breve, in E. Jüngel, Possibilità di Dio nella realtà del mondo. Saggi teologici, Claudiana, Torino 2005, p. 185-200
[4] A. Serra, “E Dio vide quanto aveva fatto. Ed ecco, era molto buono/bello” (Gen 1,31), in Servitium 26 (1992), p. 40-47.
[5] B. Forte, La porta della bellezza. Per un’estetica teologica, Morcelliana, Brescia 1999, p. 69-70.
[6] Card. C.M. Martini, Quale bellezza salverà il mondo?, Il Regno-documenti 17/99, p. 558-565
















































