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    L’umano alla prova della sofferenza / 1

    Attraversare il paese

    della sofferenza

    Luciano Manicardi

     

    La sofferenza è esperienza universale. Ogni uomo prima o poi la incontra: in sé, sulla propria pelle, negli altri, nelle persone che ama, in forme svariate: malattia fisica, disturbo psichico, lutto. Per quanto spiacevole e indesiderabile, la sofferenza, con la sua universalità dice qualcosa di importante sull’umano, sull'uomo. Anche il cristiano non ha vie privilegiate o scorciatoie di fronte alla sofferenza.
    “Anche un cristiano non conosce alcuna strada che aggiri la sofferenza, ma piuttosto una strada – insieme con Dio – che la attraversi. Le tenebre non sono l’assenza, ma il nascondimento di Dio, in cui noi – seguendolo – lo cerchiamo e lo troviamo nuovamente” (Erika Schuchardt). La mia proposta è di ascoltare la sofferenza. Cosa ha da dirci? Da insegnarci? Premesso che ne faremmo volentieri a meno, tuttavia con essa dobbiamo fare i conti. Si pongono due premesse necessarie. Come parlare della sofferenza?
    L'unico sapere possibile sulla sofferenza, e non ingiurioso, non è dell’ordine della speculazione o della giustificazione, ma della testimonianza. Sono troppi i “bei discorsi” e le “belle teorie” sul soffrire, sulla malattia, sul dolore, troppo ingannevoli e troppe diffuse le “scorciatoie del linguaggio” e i tranelli di un “linguaggio approssimativo” che nutrono frasi spirituali e disumane, elevate e antievangeliche al tempo stesso.
    Troppe bestemmie sono state pronunciate in nome di una perversa comprensione spirituale della sofferenza. Noi, che ci metteremo alla scuola del Vangelo, dobbiamo sapere anzitutto che Gesù non ha mai predicato rassegnazione di fronte al male, non ha mai detto che la sofferenza avvicini maggiormente a Dio, non ha mai chiesto ai malati di offrire a Dio la loro sofferenza, ma sempre ha lottato contro il male, ha curato e cercato di guarire.1
    L’esperienza umana del soffrire spezza l’esistenza, frantuma i sogni, conduce l’uomo ad abitare da straniero in una regione straniera, in cui deve imparare una lingua nuova e sconosciuta. Come attraversare questa regione straniera? Quale lingua parlare? Chiediamoci: qual è la lingua della sofferenza? Per azzardare una risposta, o forse semplicemente per porre meglio la domanda, dobbiamo forse parlare delle lingue della sofferenza. Perché non si tratta solamente di lingua o linguaggio verbale, ma di linguaggio del corpo, della psiche, dello spirito, della persona nella sua totalità. Il malato è una totalità sofferente.
    E ciascuno reagisce in modo personale e non standardizzato alle stesse malattie; la sofferenza, poi, sia fisica che psichica, mentre spersonalizza, può persino personalizzare, può condurre una persona a ritrovare il linguaggio suo proprio, quello smarrito in una vita di doveri e di esteriorità, di apparenze e di menzogne, come accade al consigliere di Corte d’appello Ivan Il’ič quando, giunto ormai agli ultimi momenti della sua vita, di fronte all’odiosa moglie gli esce dalla bocca il lapsus che rivela la sua raggiunta indipendenza.
    Nel calvario dei dolori fisici e morali si compie per Ivan un percorso spirituale che giunge al suo apice proprio nella morte. Ivan prova pietà per i suoi famigliari: «Mi fanno pena. Staranno meglio quando sarò morto… Indicò con lo sguardo il figlio dicendo alla moglie: "Portalo via… mi fa pena… e anche tu…".
    Voleva dire alla moglie "perdonami" [in russo: prostì], ma disse "lascia andare" [in russo: propustì]; e, non avendo ormai la forza di correggersi, tacque, tanto chi doveva, avrebbe capito ugualmente». Ivan stava cadendo nell’abitudine alla sottomissione, chiedendo perdono per la sua malattia che provocava dolore e disagio ai suoi famigliari, stava chiedendo perdono d’essere al mondo e di essere divenuto un peso, con la sua malattia, per i suoi famigliari.
    Ma non chiede perdono: dalla sua bocca esce una parola che dice alla moglie di lasciarlo andare, di lasciarlo morire. Lo sguardo compassionevole di Ivan sul figlio, sulla moglie, è stato in realtà il suo perdono a loro: «Aprì gli occhi e guardò il figlio. Ne ebbe pietà. Si avvicinò la moglie. Ivan Il’ič la guardò. Aveva la bocca aperta, lasciava scorrere le lacrime sul naso e sulle guance, senza asciugarle, lo guardava con un’aria disperata. Ne ebbe pietà» (p. 135).
    «Lascia andare»: quella parola finalmente sua, quella parola che non chiede più scusa per colpe inesistenti, quella parola che ha dovuto traversare una potente corazza per emergere, quella parola che il lavoro destrutturante del dolore ha liberato dalla prigionia, quella parola non di acquiescenza dopo una vita di conformismo, quella parola di verità dopo un’esistenza passata nella vanità, quella parola che dice il ritrovamento di un’identità repressa, ora sgorga dal profondo e Ivan non teme più la morte: «All’improvviso comprese chiaramente che ciò che lo tormentava e non voleva abbandonarlo, se ne stava andando via di colpo…
    Cercò la sua solita paura della morte e non la trovò. Dov'era? Ma quale morte? Non c’era nessuna paura, perché non c’era neanche la morte. Invece della morte c’era la luce. "Ah, è così!", esclamò d’un tratto a voce alta. "Che gioia". Per lui tutto s’era compiuto in un attimo, e il significato di quell’attimo non cambiò più. Per i presenti la sua agonia durò ancora due ore… Poi qualcuno disse su di lui: "È finita".
    Egli sentì quelle parole e le ripeté nel suo animo. "È finita la morte" disse a se stesso. "Non c’è più". Aspirò l’aria, a metà del respiro si fermò, si distese e morì» (p. 139). Muore o nasce Ivan? La nascita a una parola propria è sigillo di una riconciliazione con se stesso e con la vita in articulo mortis. Egli è nato, dunque può morire. Soprattutto, egli ha perdonato: ha avuto pietà del figlio, della moglie, ha perdonato a loro. Ha perdonato a se stesso. Può finalmente partire.
    Ma la sofferenza è esperienza di stranierità. Il sofferente, diviene uno straniero nei confronti della vita. Scrive Nietzsche: “Colui che soffre fortemente vede dalla sua condizione, con terribile freddezza, le cose al di fuori: tutte quelle piccole ingannevoli magie in cui di consueto nuotano le cose, quando l’occhio dell’uomo sano vi si affisa, sono invece per lui dileguate; anzi, egli si pone dinanzi a se stesso privo di orpelli e di colore”2.
    Questa stranierità rispetto alla vita è drammaticamente vissuta dal malato nell’esperienza di essere improvvisamente o gradualmente reso incapace dei gesti più elementari e semplici: portare un cucchiaio alla bocca, poter fare due passi senza dover essere sostenuto da stampelle o dal braccio di un accompagnatore, leggere un libro senza essere esausto dopo poche righe…
    E lì risuona tragicamente quell’al di fuori di cui parla Nietzsche: le cose si allontanano da me, non sono più alla mia portata, ovvero, la vita mi rigetta. E Susan Sontag, che ben ha conosciuto il territorio della malattia, afferma in un ormai famoso libro in cui parla dell’“emigrare nel regno della malattia e del viverci”:
    “La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”3.
    Qual è la lingua di questo territorio così comune e così estraneo? Come si comunica in questo paese in cui possiamo giungere a sentire estraneo il nostro corpo, fastidiose le relazioni con gli altri, insulse le loro parole e inutili le nostre? Virginia Woolf, la cui intera vita fu segnata da sofferenze fisiche e psichiche, afferma che nella situazione di malattia si è più sensibili al linguaggio evocativo, simbolico e musicale della poesia che alle lungaggini della prosa:
    “L’incomprensibilità esercita un grosso potere su di noi quando siamo malati, più legittimamente forse di quanto gli eretti vogliano consentire. Quando si è sani, il significato vìola il territorio del suono. Ma quando si è malati, cioè quando i poliziotti non sono in servizio, strisciamo sotto qualche oscura poesia di Mallarmé o di Donne, sotto qualche espressione latina o greca, e le parole liberano il loro profumo e distillano il loro aroma e poi, se infine afferriamo il significato, è tanto più ricco per il fatto di esserci arrivato dapprima per via dei sensi, attraverso il palato e le narici, come un qualche strano odore. Gli stranieri, ai quali la lingua è ignota, sono avvantaggiati. I cinesi devono conoscere il suono di Antonio e Cleopatra meglio di noi”4.
    Perché questa maggiore sensibilità alla poesia nella situazione di sofferenza? Forse perché la parola poetica è distillata dalla sofferenza, nasce dalla sofferenza. Forse perché la parola poetica riduce la realtà all’essenziale, così come la malattia riduce la creatura alla sua corporeità. Forse perché la parola poetica passa al vaglio il corpo delle parole e ne raggiunge l’anima.
    Forse perché il dolore del lavoro poetico è anche il dolore del lavoro veritativo della malattia. Per cesellare un verso capace di sostenere il peso dell’essere, per elaborare un’immagine pregna di verità, per scovare una parola essenziale, il poeta ha patito come una partoriente e ora questa verità ed essenzialità sofferte sono annusate, sentite e gustate dal sofferente. La sensibilità acuita del malato pone un’esigenza aspra ai sani che gli si affollano intorno: di pronunciare parole vere, di essere nella verità, di relazionarsi a lui, malato, nella verità.
    La congiura della menzogna che si attua spesso al capezzale del malato per proteggerlo dalla “verità” della sua malattia, l’ipocrisia con cui lo si zittisce quando urla e grida o quando bestemmia, l’inganno pietoso, le risposte evasive, le frasi che spengono le sue domande insistenti (“Ma cosa dici?”; “Non pensare a queste cose!”), l’umiliante paternalismo, i silenzi imbarazzati, le parole falsamente rassicuranti, sono spesso, per il malato, il detestabile compagno delle visite dei conoscenti e dei famigliari. Un salmo esprime bene questa situazione:

    “Chi viene a visitarmi dice parole false,
    raccoglie cattiverie nel suo cuore
    e, uscito, sparla nelle piazze.
    Contro di me mormorano i miei nemici:
    'L’ha colpito con male incurabile,
    non si alzerà più dal letto in cui giace’” (Sal 41,7-9).

    Le parole “false” sono le frasi di rito, quelle che si dicono per dovere, per rassicurare il sofferente (“Vedrai che presto ritorni a casa”; “Ti vedo meglio”), impazienti di uscire al più presto dal cospetto del malato e dar libero sfogo a ciò che veramente si pensa (“Hai visto com’è ridotto?”; “Poveretto, non gli resta molto da vivere”). La malattia passa al vaglio impietosamente la qualità delle nostre relazioni.
    Nella sofferenza anche le relazioni famigliari e amicali possono conoscere brutali scossoni, o vere e proprie rotture: il conoscente e il visitatore può divenire il nemico, l’oggetto su cui sfogare la propria frustrazione e la propria rabbia. La comunicazione non passa indenne la prova della sofferenza. Ma dalla vicinanza di un malato, di un sofferente, possiamo imparare molto circa la relazione con l’altro. Dai vangeli attingiamo alcuni esempi.


    NOTE

    1 Su questo tema cf. L. Manicardi, L’umano soffrire. Evangelizzare le parole sulla sofferenza, Qiqajon, Bose 2006; E. Bianchi – L. Manicardi, Accanto al malato. Riflessioni sul senso della malattia e sull’accompagnamento dei malati, Qiqajon, Bose 2000.
    2 Nietzsche, Aurora, II,114; in F. Nietzsche, Aurora e Frammenti postumi (1879-1881), vol. V, tomo I (“Opere complete di Friedrich Nietzsche”), Adelphi, Milano 19862, pp. 83-84.
    3 S. Sontag, Malattia come metafora. Il cancro e la sua mitologia, Einaudi, Torino 1979, p. 3.

    (da www.arcidiocesipesaro.it)



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