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    “Share the dream”. Da Mornese ai nostri giorni


    Eliane Petri

    (NPG 2022-05-17)

     

    I 150 anni di storia dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice sono la testimonianza più eloquente di un sogno di Dio che è diventato realtà, grazie al sì creativo e generoso di Maria Domenica Mazzarello e delle prime Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) da lei formate e accompagnate. Da questo sogno condiviso si è configurata una comunità come luogo educativo in cui suore, ragazze e maestre facevano a gara per dare il meglio di sé in un progetto aperto, che andava oltre Mornese per raggiungere i confini del mondo. Il sogno di una società rigenerata a partire dall’educazione è diventato il sogno di ogni FMA che ha accolto, con Maria Domenica, la consegna “A te le affido” e facendone un progetto di vita.

    Anche a Mornese tutto è incominciato con una consegna-sogno

    Siamo nel 1860… dopo l’epidemia di tifo che ha colpito duramente il paese di Mornese. Maria Domenica, la futura cofondatrice dell’Istituto delle FMA, si riprende dalla grave malattia che quasi la porta alla morte. Non è più la stessa persona di prima: è segnata nel corpo e nello spirito dalla malattia. Cammina tra il buio e la luce. Niente più certezze!
    Maria Domenica non visse la malattia e la convalescenza in modo depresso, ma reagì ad essa in modo resiliente. Afferma la Cronistoria: «Maria doveva rinunciare alla campagna che pure le era sì cara. Rinunciarvi senza melanconie, senza lamenti; se Dio permetteva così, era chiaro che voleva da lei qualche altra cosa, ed ella vi si doveva disporre di buona voglia; e vi si andava disponendo»[1]. «Nell’animo suo andava pensando come potesse in qualche modo rendersi utile a se stessa e alla sua famiglia»[2].
    Un giorno, camminando per le vie di Mornese, le balenò un’idea: fare la sarta, con una chiara intenzionalità educativa. «Se sapessi sbrigarmela meglio nel lavoro d’ago, se sapessi lavorare da sarta quante ne potrei radunare! Le terrei lontane dai pericoli e le affezionerei al Signore, alla Madonna»[3]. Fare la sarta non era quindi rassegnazione di chi non poteva lavorare più nei campi e cercava qualcosa di alternativo per guadagnarsi la vita in avanti, ma era un vero e proprio progetto educativo.
    A confermarla sempre più a fondo nell’idea di dover imparare il cucito per essere utile alla gioventù, contribuì un fatto del tutto imprevedibile: «Passava un giorno per la collinetta di Borgoalto, quando le parve di vedersi di fronte un gran caseggiato con tutta l’apparenza esteriore di un collegio di numerose giovanette. Si fermò a guardare piena di stupore, e disse fra sé: “Cosa è mai questo che vedo? Ma qui non c’è mai stato questo palazzo! Che succede? E sentì come una voce: A te le affido”»[4].
    Era il sogno di Dio che bussava alla porta della vita di Maria Domenica. Ed ella, giovane aperta all’inedito della vita, si lascia interpellare e cerca di dare una risposta generosa al nuovo progetto di Dio. Nonostante la sgridata di don Pestarino, quando gli racconta l’accaduto di Borgoalto, lei si sente spinta a occuparsi delle ragazze. Supera il primo disagio interiore: «Maria se ne andò tutta confusa non tanto per l’atto del confessore, quanto al pensiero di aver potuto anche solo sospettare che ella, creatura tanto miserabile, potesse essere dal Signore scelta per quella delicata missione»[5].

    Il sogno diventa coinvolgimento

    Maria Domenica sente il bisogno di condividere quel sogno e coinvolgere l’amica Petronilla Mazzarello: «Senti, Petronilla, il Signore desidera che ci prendiamo cura delle ragazze di Mornese. Guarda: non hai le forze per lavorare in campagna; neanch’io dopo la malattia. Ambedue sentiamo un vivo desiderio di salvare le nostre anime facendo il bene alle ragazze»[6]. Maria Domenica è una donna che sa discernere la volontà di Dio e legge gli eventi nell’ottica della fede. Lei, infatti, non dice: “Ho avuto un’idea” oppure “mi è venuto in mente qualcosa di interessante”, ma è sicura che è volontà di Dio: «Il Signore desidera che ci prendiamo cura delle ragazze di Mornese»[7].

    Il sogno diventa realtà

    Le due amiche si rimboccano le maniche e diventano sarte. Bisogna qualificarsi per la missione. Nel 1861 nasce il primo laboratorio di cucito. Di seguito nasce l’oratorio festivo, nel 1864 la prima casa famiglia e nel 1867 una piccola famiglia: 4 Figlie di Maria Immacolata (FMI) e 4 ragazze vanno ad abitare nella Casa dell’Immacolata. Il Signore, in modo provvidenziale e misterioso, guidava Maria Domenica e alcune FMI ad aprirsi ad uno nuovo progetto di vita.

    Il sogno si condivide in una comunità educativa

    Con la fondazione dell’Istituto delle FMA la consegna/sogno A te le affido accolta da Maria Domenica diventa la scelta di vita di un nuovo Istituto religioso, dedicato all’educazione cristiana delle giovani. Altre giovani donne, come Maria Domenica, hanno condiviso quel sogno e hanno creduto al miracolo di chi prende sul serio questa consegna di vita.

    In questo processo per dare vita ad un nuovo Istituto nella Chiesa insieme a don Bosco, «la Mazzarello – scrive don Egidio Viganò – inaugura una caratteristica femminile entro la salesianità: anzitutto perché è donna e poi perché il progetto di Dio che ha fatto nascere lo spirito di Mornese l’ha dotata di doni, di capacità, d’inclinazioni che convergono a questo compito». Lei con le prime sorelle ha creato lo spirito di Mornese, un modo nuovo di essere comunità per la missione educativa. Lo spirito di Mornese non è altro «che lo spirito salesiano di Valdocco con le caratteristiche “mazzarelliane”»[8].

    Il sogno nello stile sinodale del coinvolgimento per la missione

    Non è una forma di anacronismo affermare che l’originalità di Maria Domenica, in quanto madre, educatrice e confondatrice, sta nel fatto di aver infuso la passione del Da mihi animas coetera tolle e del A te le affido alle sorelle della prima comunità e di aver collaborato a creare comunità sinodali, cioè comunità caratterizzate dal lavorare, pregare, vivere e condividere la vita e la missione “insieme”.
    L’ambiente educativo e lo stile della comunità creata e animata da Maria Domenica sono fondati sulla collaborazione e sul coinvolgimento di tutti. Infatti tutte si sentono in campo per educare, indipendentemente dal ruolo che assumono nella comunità: FMA, educatrici laiche, direttori della comunità, famiglie delle educande e le stesse ragazze. Il suo modo di animare la comunità riveste il carattere di una presenza vigile e buona, flessibile e attenta ai bisogni di ciascuna, proprio come in una famiglia dove la convivenza è pervasa di dolcezza, d’amabilità, di semplicità e di gioia.
    Maria Domenica era consapevole che l’educazione richiede una coralità di interventi, di complementarietà, di reciprocità, di collaborazione su vari fronti. Le fonti per studiare e approfondire la dimensione della convergenza e della collaborazione a vari livelli nella missione educativa a Mornese, sono poche e frammentarie, tuttavia, sembrano sufficienti per affermare un vissuto comunitario sinodale. Ne sottolineiamo alcune[9]:
    L’ambiente parrocchiale in cui è cresciuta e vissuta Maria Domenica propiziava l’apertura e la partecipazione. Don Pestarino, viceparroco, diede un apporto fondamentale al rinnovamento della comunità mornesina mediante il coinvolgimento di tutti: bambini, giovani, adulti, mamme, papà, mediante le varie associazioni. Maria Domenica, ancora giovane, era profondamente coinvolta e partecipe della sua comunità, non solo ricevendo la sua formazione umana e cristiana, ma anche a sua insaputa, collaborando attivamente al rinnovamento della stessa parrocchia. In quest’ambiente ricco di relazioni Maria Domenica imparò uno stile di “sognare e camminare insieme”.
    Le famiglie delle educande erano profondamente coinvolte nella missione educativa. Maria Domenica, nella qualità di Superiora cercava la collaborazione con i genitori delle alunne. Esaminando il programma della casa di educazione di Mornese si viene a conoscere come le famiglie delle alunne erano attivamente coinvolte nella realizzazione dell’intento educativo e in alcune decisioni pratiche. I genitori, ad esempio, potevano chiedere per le loro figlie lezioni opzionali di lingua francese, di disegno, di pianoforte e, se l’avessero desiderato, un mese di vacanza dal 15 settembre al 15 ottobre. Le visite alle educande erano consentite una volta alla settimana e anche più spesso in caso di malattia. Ogni trimestre i genitori ricevevano informazioni sulla salute, condotta, profitto scolastico delle loro figlie[10]. Prova evidente di questa collaborazione sono le lettere di Maria Domenica alle famiglie (cf L10, 12, 30).
    Le FMA nei loro differenti ruoli. Da ogni FMA, qualunque fosse il suo ruolo, si esigeva un atteggiamento educativo non generico ma esplicito e opportunamente propositivo. Gli interventi delle numerose persone responsabili (direttrice, vicaria, economa, maestra di lavoro, assistente di studio, di camerata, cuoca, portinaia, maestra di musica…) erano indirizzati a formare la donna nella sua compiutezza umana, cristiana, professionale.
    Maria Domenica cercò sempre di interagire anche con le maestre laiche che gravitavano intorno alla scuola. Dalla Cronistoria si vengono a conoscere alcune educatrici laiche che hanno dato il loro apporto all’educazione delle giovani: Emilia Mosca e Angela Jandet che poi divennero FMA; Candida Salvini, Angela Bacchialoni.
    Nella comunità di Mornese il Direttore spirituale aveva pure un ruolo insostituibile. I suoi interventi erano soprattutto relativi al ministero sacerdotale, ma questi erano momenti privilegiati di un’opera di formazione più estesa, continua e condivisa. Era un’azione che si svolgeva, infatti, in collaborazione diretta con quella di Maria Mazzarello e delle altre educatrici.
    Nella comunità un posto particolare avevano le ragazze. Esse erano profondamente coinvolte e protagoniste della loro crescita. Nell’animazione e guida della comunità Maria Domenica coinvolgeva e chiedeva consigli e opinioni a tutte, anche alle ragazze e alle giovani in formazione.
    Lo stile della comunità è quello di “camminare insieme alle giovani”, che è molto più che una semplice “opzione preferenziale per le giovani”, di “fare qualcosa per loro”. Esse sono protagoniste del cammino di crescita, e nella comunità, tutte hanno qualcosa da dare e qualcosa da ricevere dalle altre. Quindi, si tratta di vivere in “comunione” con loro, crescendo insieme nella scoperta e comprensione del Vangelo e nella ricerca delle forme più autentiche per viverlo e testimoniarlo. Non solo lei, in quanto madre e superiora, ha tanto da comunicare alle ragazze che le sono affidate, ma anche loro hanno tanto da dire e da insegnare. Lei resta sempre attenta a questa scuola di vita e rivolge a suore e ragazze una saggia domanda proprio di chi è in costante ricerca: “Che ne pensi?”. “Che cosa faresti tu in questo caso?”. Questo atteggiamento crea un clima cordiale, dove ogni persona sa di essere accolta e amata e quindi si manifesta per quello che è, senza paure. Al tempo stesso ognuna matura nell’assumere con responsabilità l’impegno di offrire il suo contributo alla costruzione della comunità, pur nella distinzione dei ruoli.
    In questo modo Maria Domenica svolgeva la sua missione rispettosa delle ragazze e delle sorelle, senza far pesare la sua autorità, anzi promuovendo le persone e suscitando la partecipazione e la corresponsabilità. Sin dalle origini, le FMA sono consapevoli del fatto che si educa insieme, attraverso un amore vestito di pazienza e di bontà, nella fedeltà al proprio dovere quotidiano. A sua volta questo amore favorisce nelle ragazze la maturazione della fiducia, dell’altruismo, della solidarietà, della gratuità e della carità. Per arrivare a questo scopo ci vuole uno stile proprio e caratteristico di “camminare insieme”.
    Lo stile di creare comunità di Maria Domenica era, infatti, fondato sui valori che caratterizzano il Sistema preventivo: il valore della persona umana creata ad immagine e somiglianza di Dio, della persona che deve crescere nella libertà, l’accoglienza gioiosa e famigliare, l’ascolto attento, la fiducia, la prossimità, la cura diligente e amorosa, l’amicizia, la solidarietà, la gratuità, il riconoscimento dell’altro, l’incoraggiamento, l’adesione al progetto di Dio, il dono di sé nell’amore, la gioia, ecc. Attuando il Sistema preventivo, Maria Domenica ha esercitato un’autentica auctoritas, cioè donna capace di far crescere attorno a sé.

    Un sogno che si dilata e raggiunge il mondo

    La dimensione missionaria caratterizza l’Istituto delle FMA sin dalle sue origini[11]: «La missionarietà non è vissuta come un’aggiunta all’attività dell’Istituto, ma ne costituisce un elemento essenziale: è alimentata dalla gioia della propria vocazione e dell’audacia apostolica»[12]. A Mornese tutte le FMA volevano essere missionarie e molte facevano la domanda, a partire dalla Madre[13].
    Il clima di fervore missionario contagiava anche le ragazze. In una lettera indirizzata a Mons. Cagliero la Madre scrive: «Preparino una casa ben grande per noi giacché le educande vogliono farsi tutte missionarie […]. Abbia la bontà di inviarci presto i libri di spagnolo acciò possiamo studiare ed essere preparate alla prima chiamata» (L 4,12 e 14).
    A Mornese si respirava l’aria missionaria. In missione, all’estero, oppure nella propria patria, tutte le FMA portavano in cuore un unico sogno: testimoniare a tutti che Dio è amore. Egli ci ama, ci salva e vive tra noi, perché la nostra gioia sia piena e perché abbiamo vita in abbondanza.

    Conclusione: il sogno ci raggiunge nel tempo

    Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli tutti convoca tutti a impegnarsi nella costruzione di una fraternità aperta, senza confini e per questo ricorda l’importanza di sognare e sostenersi insieme, come comunità. Nell’esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit, si rivolge direttamente ai giovani chiedendo loro di non lasciarsi rubare la speranza, la fraternità, la capacità di amare e di sognare in grande.
    Noi educatori ed educatrici, FMA e laici, condividendo il sogno dei nostri fondatori, siamo chiamati a riscoprire ancora con più entusiasmo e responsabilità il senso di “sognare e camminare insieme” come comunità educante, con i giovani, per dare loro ragioni di speranza, di gioia e risvegliare in loro il senso di una vita donata per amore, il senso della missionarietà, del protagonismo in vista del cambiamento e di una società più giusta e fraterna.
    Come comunità educanti siamo sfidate “ad essere tutte in campo per educare”, per dar vita a processi sinodali che includano i giovani. La sinodalità dovrebbe diventare anche il nostro modo di essere comunità educanti, di incontrarci, di esprimerci, di ascoltarci, di discernere, di cercare il bene comune nella missione per la trasformazione del mondo e della società secondo il progetto di Dio.
    Il sogno/consegna “a te le affido” ci raggiunge oggi nel tempo. I 150 anni di storia dell’Istituto delle FMA è testimonianza eloquente di generazioni di FMA ed educatori laici che insieme sono stati in campo per educare e comunicare la vita piena e buona del Vangelo.


    NOTE

    [1] Capetti Giselda (a cura di), Cronistoria [dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice], vol. 1, Roma, Istituto FMA, 1974, 95. D’ora in poi: Cronistoria seguito dal numero del volume e della pagina.
    [2] Maccono Ferdinando, Santa Maria Domenica Mazzarello. Confondatrice e prima Superiora Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, vol. 1, Torino, Istituto FMA 1960, 87.
    [3] Cronistoria I 96.
    [4] Ivi.
    [5] Sacra Rituum Congregatione, Aquen, Beatificationis et canonizationis servae Dei Mariae Dominicae Mazzarello prima antistitae Instituti Filiarum Mariae Auxiliatricis. Summarium super dubio, Romae, Guerra et Belli 1934, 385.
    [6] Cronistoria I 84.
    [7] Ivi 97.
    [8] Viganò Egidio, Radicate nella speranza, Roma, Istituto FMA 1994, 102.
    [9] Cf Cavaglià Piera, Un’educatrice al servizio della vita. Linee di uno stile educativo, in Ruffinatto Piera – Seide Martha (a cura di), L’arte di educare nello stile del Sistema Preventivo. Approfondimenti e prospettive, Roma, LAS 2008, 238-246.
    [10] Cf Cavaglià Piera - Costa Anna (a cura di), Orme di vita tracce di futuro. Fonti e testimonianze sulla prima comunità delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1870-1881), LAS, Roma 1996, D 24, 81-85.
    [11] Cf Costituzioni e Regolamenti, Istituto FMA, Roma, Istituto FMA 1982, art. 75.
    [12] [Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice], In preparazione al Capitolo Generale XXIII, Roma, Istituto FMA 2019, 26.
    [13] Il desiderio vivissimo di madre Mazzarello di recarsi personalmente nelle missioni in America Latina viene espresso in diverse lettere: L 4,12-14; L 5,9; L 6,10-11; L 9, 2-3. Nel 1880 scriverà, non senza sofferenza alle suore di Patagonia: «Credo che non mi daranno mai un tale permesso» (L 55,1).



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