Giuseppe Natile *
(NPG 2022-05-60)
Il mio primo anno al CFP è stato piuttosto impegnativo; un’alternanza di momenti duri, dolorosi ma anche gioiosi e festosi.
Faticavo i primi tempi a gestire le sofferenze che alcune situazioni in aula mi causavano. In particolare soffrivo per le mancanze di rispetto, le offese dirette o indirette che ricevevo, il caos che faticavo a gestire in classe, il senso di frustrazione determinato dall’impossibilità di insegnare la materia, il completo disinteresse che i ragazzi mostravano.
Queste situazioni erano all’ordine del giorno. Tuttavia, dentro di me, sapevo che la situazione non poteva andare avanti così.
Portavo le sofferenze a casa. Faticavo ad addormentarmi. Prima di entrare in classe, avvertivo dei fastidiosissimi mal di pancia. Respiravo profondamente e varcavo la soglia. Era come entrare in una gabbia di leoni inferociti sprovvisto di qualsiasi strumento di difesa.
Provare ad impostare le lezioni sul dialogo era praticamente impossibile. I ragazzi erano poco scolarizzati e faticavano a rispettare i turni di parola. Spesso si insultavano in maniera pesante anche tra di loro. Ero sul punto di mollare. Ne parlai con mia moglie. Mi suggerì di tenere botta, nonostante mi vedesse profondamente affranto.
Un giorno come tanti, arrivai a scuola in netto anticipo. Sulle scale all’entrata, vidi da lontano un ragazzo di una mia classe. Era in compagnia di alcuni ragazzi di altre classi. Ero preparato a ricevere un saluto poco accogliente o addirittura l’ennesima offesa. Inaspettatamente, Alan (era uno dei ragazzi più impegnativi della classe), mi venne incontro correndo e mi abbracciò forte. Così forte da togliermi il respiro. Non disse nulla. Io non dissi nulla. Ero frastornato. Era lo stesso ragazzo che qualche giorno prima mi aveva offeso svilendo qualsiasi contenuto proponessi alla classe. Era lo stesso ragazzo che all’intervallo, in cortile, durante una partita di calcio, mi aveva mandato a quel paese.
In quel momento capii che questi ragazzi avevano bisogno di una figura di riferimento disposta a comprendere e accettare le difficoltà, i vari problemi personali e familiari, i disagi esistenziali. In quel momento capii che una di quelle figure sarei potuta essere anche io.
Le difficoltà non cessarono, ma mi resi conto che avrei potuto aiutare e aiutarmi grazie ad un potentissimo strumento: il cortile. Il cortile è il luogo dell’incontro e della gioia. Sentivo il desiderio vivo di stare in mezzo a questi ragazzi e sentivo il loro affetto. In particolare capii che Alan si era avvicinato a me proprio grazie alle passeggiate (e chiacchierate) in cortile, alle interminabili e sudatissime partite a calcio.
Determinante fu anche la lettura del sogno "Il pergolato di rose", in particolare il passo seguente: "Le rose sono simbolo della carità ardente che deve distinguere te e tutti i tuoi coadiutori. Le altre spine significano gli ostacoli, i patimenti, i dispiaceri che vi toccheranno. Ma non vi perdete di coraggio. Con la carità e la mortificazione tutto supererete e giungerete alle rose senza spine".
Un giorno mi reco in un'azienda per fare visita ad un ragazzo in stage e chi incontro? Proprio lui, Alan! Mi riconosce da lontano e corre verso di me per abbracciarmi. Ancora. Mi ringrazia. Un'emozione indescrivibile. Alan lavora da 7 anni in un'azienda metalmeccanica di Bologna; si è sposato ed ha una bellissima bambina di 2 anni.
* 41 anni, Consigliere scolastico, Tutor e formatore del Cnos-Fap di Bologna.















































