Intervista a Saverio D’Ercole *
A cura di Giancarlo De Nicolò
(NPG 2022-05-55)
D. Il bel film-documentario "Chiara Lubich - L'amore vince tutto" è certamente coinvolgente perché racconta una storia vera, e che ha prodotto frutti di Spirito nella Chiesa e nel mondo.
Vorremmo prendere da esso alcuni spunti come significativa testimonianza per il dossier di NPG che stiamo elaborando, che mette a fuoco la disponibilità di una giovane e il coinvolgimento di varie giovani per vivere semplicemente il Vangelo nelle sue radicali richieste.
Come produttore esecutivo e "creativo" Lei certamente può aiutarci in una lettura che non sia solo storica ma anche "profetica" per i giovani oggi e per la chiesa oggi.
Anzitutto alcune domande "personali":
Come è stato coinvolto in questo progetto? Cosa l'ha spinta a realizzarlo?
R. Da diversi anni lavoro come produttore creativo nella fiction televisiva. Prima in Lux Vide e, dal 2010, in Eliseo Entertainment. Conosco invece il movimento dei focolari da quarantacinque anni. Posso quindi dire che, realizzare un film su “Chiara Lubich”, è sempre stato un mio profondo desiderio. Un desiderio che è stato possibile realizzare quando Tinny Andreatta, allora Direttrice della Fiction Rai, ha annunciato di cercare storie di donne italiane che avessero lasciato il segno nella nostra Storia.
Il valore della fratellanza universale, fondante nella storia di Chiara, mi sembrava essere un contenuto necessario da diffondere in questi travagliati anni. Per fortuna la lungimiranza del mio produttore Luca Barbareschi e dei dirigenti Rai (oltre alla Andreatta vorrei citare anche l’avv. Nicola Claudio e il capostruttura Fabrizio Zappi), hanno fatto si che il progetto potesse diventare realtà.
D. Che cosa l'ha colpita di più in questa storia e cosa voleva soprattutto mettere in evidenza, assieme agli sceneggiatori e al regista, e con quale modalità questo è stato possibile?
R. Sin dall’inizio avevo chiaro in mente di voler raccontare la storia di un gruppo di ragazze che, durante la seconda guerra mondiale, scoprivano l’amore di Dio.
Un amore così potente da vincere contro le atrocità della guerra.
Un amore così potente, da eleggerlo a Ideale della loro vita.
Un amore così potente da sognare di realizzare il desiderio di Gesù sulla terra: “Che tutti siano uno, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).
Un gruppo di ragazze, poco più che ventenni, alla conquista del mondo con l’arma dell’Amore.
Devo dire che gli autori del film, Giacomo Campiotti (anche regista), Francesco Arlanch, Luisa Cotta Ramosino e Lea Tafuri, hanno immediatamente sposato questa visione.
Per dare sostanza a questo amore non potevamo che costruire la storia sull’atto d’amore più grande di Chiara: la rinuncia al movimento da lei creato, per obbedire alla Chiesa. Per lei, figlia della Chiesa, quella richiesta significava la rinuncia più difficile della sua vita. Chiara si è ritrovata così in croce. Esattamente come quel Gesù che aveva “sposato”, consacrandosi a Lui alcuni anni prima.
L’Amore che conta non può che avere radici nel dolore.
L’Amore e la croce.
I due perni della spiritualità di Chiara sono diventati i due perni del nostro film.
D. Andando direttamente sul tema che vogliamo focalizzare:
Certamente il tempo della guerra in una città tanto vicina al "nemico", i bombardamenti, la povertà, le ferite materiali e spirituali sono state occasione per Chiara di sentirsi "chiamata" a rispondere attraverso la pratica del Vangelo. Una scelta che ha ispirato altre giovani come lei a mettersi insieme... non solo come "unione che fa la forza", ma per "avere Gesù in mezzo a loro".
Quanto può essere ispirante una simile esperienza anche oggi?
R. Chiara e le sue compagne nei rifugi, mentre fuori gli aerei bombardavano, aprono il vangelo e iniziano a prenderlo sul serio. Ovvero iniziano a credere alle parole di Gesù alla lettera. E capiscono che quelle parole vanno messe in pratica, sono profezie di esperienze concrete.
La scena del film quando sono in montagna e s’interrogano sul perché si sentono felici nonostante la guerra, è una scena-chiave. E’ in quella scena infatti che Chiara fa scoprire il significato della frase del vangelo “Dove due o più sono uniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,15-20)
Quel gruppetto di ragazze scopre che l’amore evangelico tra loro genera Gesù. E che la presenza di Gesù tra loro genera la felicità.
Capiscono che se si amano e generano Gesù, sono più forti nell’affrontare la vita.
Ecco, io penso che tutto questo possa essere fonte di grande ispirazione per tutti noi anche oggi.
D. Anche in altre esperienze di nascita di movimenti che hanno fatto la storia della chiesa e l'hanno fortemente rinnovata, ci sono protagonisti dei giovani, che sanno col loro entusiasmo e idealità (o anche soltanto prendendo sul serio il Vangelo) coinvolgere altri giovani. Come l'ha visto realizzare nell'esperienza di Chiara Lubich? Ci sono scene anche molto realistiche, che evidenziano la sua semplicità, la "prova" (per esempio di Ines), il rischio di autoritarismo, di procedere solo per entusiasmi. Come legge Lei questa esperienza? Crede sia possibile valorizzare anche oggi l'entusiasmo, la "profezia" dei giovani?
R. Sin dall’inizio non volevamo raccontare “un santino”. Non volevamo ingannare lo spettatore e quindi raccontare una storia edificante dove tutto va bene e dove tutto è “facile”. Non volevamo cioè nascondere i rischi che un’esperienza totalizzante come quella di Chiara Lubich può contenere e ha dovuto affrontare.
Tutte le esperienze umane si confrontano con i fallimenti. Così come tutte le esperienze “divine” non possono non confrontarsi con la croce.
Il rischio di sconfinare e passare dall’ispirazione all’autoritarismo è spesso concreto. Solo la capacità di avere sempre Dio come riferimento imprescindibile riesce a ridurlo.
È nato così il personaggio di Ines, ispirato ad un personaggio reale ma poi romanzato. Volevamo raccontare i limiti di Chiara, che è un essere umano come tutti noi e che quindi sbaglia. E volevamo raccontare che ognuno di noi ha sensibilità diverse. Ma anche che quelle sensibilità possono non essere un ostacolo se sappiamo rispettarle e valorizzarle. Ed infine volevamo raccontare che ciò che conta è camminare nel sentiero che conduce a Dio, non è importante come farlo.
Di certo però, il cammino insieme aiuta.
Ed è in questa ottica che va considerato il ruolo dell’entusiasmo.
Il rischio di lasciarsi guidare dall’entusiasmo e arrendersi quando questo viene meno è un rischio concreto che corriamo quotidianamente: nel lavoro, nella vita di coppia, nelle nostre passioni.
Molto spesso, quando l’entusiasmo viene meno, si cambia direzione.
Ora può essere che in tanti ambiti, cambiare direzione possa essere una risorsa per rigenerarsi ma, nei valori profondi, cambiare strada può non essere risolutivo.
La fede, così come l’amore, non può fondarsi sull’entusiasmo. Può essere ispirato dall’entusiasmo ma deve essere radicato nella sapienza.
Nell’amore tra due coniugi conta di più il sentimento o la volontà? Nell’amore “maturo”, contano entrambi.
Quindi, relativamente alla fede, l’entusiasmo è la miccia che innesca il fuoco ma poi occorre riuscire ad andare avanti anche quando viene meno. Saper ripartire: questo dovrebbe essere l’obiettivo. L’atto eroico “vero” non sta nel gesto straordinario, ma nel ricominciare sempre. Caduta dopo caduta. Occorre l’umiltà di affidarsi a Dio, ritrovare le energie e ripartire. Ed in questo senso, essere parte di una comunità, percorrere la strada insieme ad altri è di grande aiuto. Anzi forse è un aiuto indispensabile.
E questa è l’esperienza di Chiara che può essere d’ispirazione per i giovani di oggi.
D. Dispiace vedere che la Chiesa abbia fatto fatica ad accettare questa novità, anche se poi lo spirito del Concilio e papi illuminati hanno "capito" e approvato. Pensa che anche oggi la chiesa abbia bisogno di comprendere maggiormente e lasciarsi provocare e "convertire" dal nuovo che emerge e da nuovi protagonisti ecclesiali?
R. Sono contento che mi ponga questa domanda. Sì perché nel film, il mio timore più grande è che non si capisca adeguatamente il ruolo della Chiesa. Quando si costruisce una struttura drammaturgica, gli antagonisti sono fondamentali per la riuscita della storia. E, nella nostra storia, la gerarchia ecclesiastica è l’antagonista di Chiara; allo stesso modo di come lo è stata nella realtà: non abbiamo falsato nulla.
Antagonista però non significa “nemica”.
Inoltre è indispensabile, per comprendere bene la vicenda, storicizzare gli avvenimenti. Siamo negli Anni 40. Molti anni prima del Concilio. Il ruolo dei laici era estremamente circoscritto. Ed ancora più limitato era il ruolo della donna. Ma va considerato che il ruolo della donna era fortemente penalizzato nella società dell’epoca. Quindi potete immaginare che cosa possa aver scatenato una giovane-donna-laica che parla del vangelo e viene seguita da tanta gente!
La Chiesa, che ha una tradizione millenaria, si muove giustamente con cautela. Quante sono le realtà “fasulle” che nei secoli hanno usato la fede e la religione per i propri interessi?
Ecco perché la risposta del cardinale a Chiara che gli chiede perché? (dopo la richiesta di dare le dimissioni dal movimento) è: Per essere certi che il Movimento dei Focolari sia opera di Dio e non solo di Chiara Lubich.
Chiarito tutto questo, penso che la Chiesa oggi debba riuscire ad essere più rapida a cogliere il segno dei tempi. Se non vuole rimanere nelle sacrestie ma vuole essere “aperta e non chiusa in se stessa” come ci insegna Papa Francesco, dovrebbe essere più capace di ascoltare ed essere più “dinamica” nelle decisioni interne.
Non si tratta di mettere in discussione i contenuti, ma di cogliere le nuove esigenze e i nuovi linguaggi con cui questi contenuti devono essere veicolati. Chiara (e altre figure carismatiche) hanno fatto esattamente questo.
D. Quali "provocazioni" emergono da questa vicenda che possono trovare accoglienza nella chiesa e nei giovani?
R. Chiara propone un Ideale che non muore (perché ha vinto la morte), per il quale vale davvero spendere la propria vita. Vasco Rossi cantava “Voglio trovare un senso a questa vita anche se un senso non ce l’ha…”. Dio è capace di riempire di senso della nostra vita.
Chiara propone questo Ideale, nella prospettiva della fratellanza universale. Conoscete qualcosa di cui il mondo abbia più bisogno in questo momento?
E poi c’è l’idea della sofferenza, del dolore come strumento per la felicità.
Essere ragazzi, giovani, significa da sempre essere “fragili”. Sono uomini e donne in formazione che hanno il diritto di sbagliare. Oggi però questi ragazzi vivono in una società che li pretende perfetti. Spesso sono pieni di paure, ma sono costretti a costruirsi un’immagine che ostenti sicurezza nel timore di risultare “sfigati”. Sono sottomessi alla legge dei reality che prevede dei giudici pronti a giudicarli e quindi occorre sembrare perfetti anche se ci si sente imperfetti.
La fede aiuta a dare un senso alle paure, alle proprie fragilità. E promette la felicità. Non c’è nulla di più convincente della gioia.
La comunità autentica sostiene il cammino difficile della vita, nella speranza e nella gioia.
D. Cosa lascia in Lei personalmente la vicenda raccontata? Secondo Lei quale è il messaggio fondamentale che lascia in eredità Chiara Lubich?
R. Difficile sintetizzare ma, se costretto, sceglierei due concetti:
Per avere un mondo migliore, bisogna partire da se stessi.
Lavorare su ciò che ci unisce invece che su ciò che ci divide.
* Head of Drama - Creative Producer, Eliseo Multimedia S.p.A.















































