Guido Benzi
(NPG 2022-05-35)
«Colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici», queste parole tratte dall’esposizione che Don Bosco fece del suo sogno fatto a nove anni[1], danno un timbro speciale all’azione educativa: essa non si presenta come un «imporre» e neppure come un «istruire», ma come un «guadagnare», cioè un attirare e insieme un convincere, che non si nutre di sofisticati ragionamenti o di mezzi straordinari e potenti, ma semplicemente della carità, che nel linguaggio ottocentesco di don Bosco ‒ sulla scia della spiritualità di San Francesco di Sales ‒ è il movimento di un animo buono, paziente e mite, capace di coinvolgere il giovane in un cammino di amicizia. La consonanza tra questa prospettiva salesiana e il detto di Gesù «imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29) è evidente. In questa sua parola, l’intenzione di Gesù non è quella di fare un elogio di se stesso, e nemmeno di presentarsi come teorico di una pedagogia rivoluzionaria (ai suoi tempi la «correzione», anche a suon di bastone, era la forma tipica e indiscussa dell’educazione). Gesù qui espone un metodo, il «suo» metodo, di essere con i suoi discepoli/amici.
Anzitutto è necessario vedere il contesto letterario in cui, nel Vangelo di Matteo, troviamo queste parole. I capitoli 11 e 12 di Matteo registrano alcune prese di posizione ‒ anche oppositive ‒ nei confronti di Gesù e della sua predicazione[2]: si parte con i dubbi di Giovanni il Battista in carcere (11,2-19); si passa alle città attorno al lago di Tiberiade che non si aprono al suo messaggio (11,20-24); segue un passo sui discepoli, i «piccoli» che hanno ricevuto la rivelazione di Gesù (contrapposti ai «sapienti e ai dotti» ‒ Mt 11,25-30 ‒ dove si trovano le parole che stiamo esaminando), quindi si approda a vere e proprie controversie con i farisei sull’agire di Gesù (12,1-21) e soprattutto sulla sua autorità nei confronti dello Spirito del Male (12,22-45), per concludere sul rapporto di Gesù con i suoi parenti (12,46-50). Di fatto, dopo l’iniziale successo, nubi nere si addensano nei confronti di Gesù: a tal punto che ‒ senza mezzi termini ‒ coloro che gli si oppongono iniziano a tramare contro la sua vita (12,14). Tenendo conto di questo ampio contesto, il brano in cui troviamo Gesù che dice di essere «mite e umile di cuore» assume un significato molto interessante. Egli, che sta vivendo sulla sua pelle il rifiuto, l’ostilità e l’incomprensione (di lui in 12,24 i farisei diranno che «non scaccia i demòni se non per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni»), dichiara di essere sotto un «giogo», come un paziente animale il cui sforzo è utile a muovere i mezzi per coltivare la terra o a portare cose o persone lungo le strade polverose della Galilea. Ascoltiamo questo testo affascinante:
25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.
Questo passo si divide chiaramente in tre parti[3]: un insegnamento di Gesù sulla benevolente volontà rivelatrice del Padre (vv 25-26); il ruolo, unico, di Gesù nel rivelare l’identità del Padre (v 27); e infine l’invito di Gesù a seguirlo espresso con tre imperativi «venite», «prendete», e «imparate» (vv 28-30). Le prime due parti sono presenti anche nel Vangelo di Luca (10,21-22), mentre i vv 28-30 sono presenti solo in Matteo, segno che questo evangelista vi dedica particolare attenzione.
La prima parte si collega, sia in Matteo sia in Luca, al contesto della predicazione di Gesù (e dei suoi discepoli in Luca) dunque si collega al «rifiuto» che Gesù sta sperimentando. Gesù non protesta, non si abbatte, invece «rende Lode» a Dio (si noti la formulazione tipicamente giudaica e solenne «Padre, Signore del cielo e della terra») per il suo «insuccesso» presso sapienti e dotti, mentre sono i piccoli che lo accolgono. E tutto questo è riconosciuto da Gesù come frutto esplicito e non occasionale della benevolente decisione di Dio. I «piccoli» non hanno prima di tutto una connotazione sociale (i poveri di fronte ai ricchi) ma «sapienziale», cioè sono coloro (poveri o ricchi che siano, intelligenti o stupidi, dotti o ignoranti) che davanti a Dio si pongono in modo semplice e aperto per ricevere la sua parola. A costoro Dio si «rivela»: il verbo greco utilizzato apokalyptai «rivelare» è molto interessante: Dio «toglie» (apò) il «velo» (kalymma)», cioè il Padre dona e si dona ‒ senza segreti. Non si tratta dunque di conoscenze particolari o dottrine arcane. Chiunque può accedere a questa rivelazione di Dio.
Il termine «rivelare» ricorre anche nella seconda parte, al v 27. Qui chi rivela è il Figlio, che ha ricevuto tutto dal padre. Si deve notare che questo «tutto» è la conoscenza del Padre. Sappiamo che il verbo «conoscere» nella Bibbia non ha solo valore di comprensione intellettuale, ma è un vero e proprio verbo esperienziale, cioè «conoscere il Padre» significa fare esperienza di Dio stesso nella propria vita come risulta in molti testi dei Profeti (cf. Os 2,22; 4,1; 6,6; Is 52,6; Ger 9,23).
Infine la terza parte (vv 28-30), che è quella che più direttamente ci interessa. Col primo imperativo «venite» Gesù dice chi sono coloro ai quali vuole rivelare questa esperienza di Dio: «voi tutti che siete stanchi e oppressi». Tutti ‒ dunque ‒ coloro che sentono la fatica, l’impegno del vivere bene, o ‒ come si diceva nel mondo ebraico di Gesù ‒ la fatica del vivere sotto «il giogo della Legge». Il vivere bene, la buona vita, secondo i comandamenti, comporta un impegno e una dedizione che solo Dio può sostenere. Ben diverso è l’atteggiamento dei bigotti che fanno della loro pietà religiosa un vanto, oppure coloro che trattano con sufficienza (come cosa da stupidi) ogni impegno di carattere morale. Gesù, invece, assicura il suo «ristoro» (già promesso in Ger 6,16 e 31,25) a coloro che vivono questo impegno di vita. L’invito di Gesù riprende un passo poco conosciuto dell’Antico Testamento, Siracide 51,23-29:
23Avvicinatevi a me, voi che siete senza istruzione,
prendete dimora nella mia scuola.
24Perché volete privarvi di queste cose,
mentre le vostre anime sono tanto assetate?
25Ho aperto la mia bocca e ho parlato:
«Acquistatela per voi senza denaro.
26Sottoponete il collo al suo giogo
e la vostra anima accolga l’istruzione:
essa è vicina a chi la cerca.
27Con i vostri occhi vedete che ho faticato poco
e ho trovato per me un grande tesoro.
28Acquistate l’istruzione con grande quantità d’argento
e con essa otterrete molto oro.
29L’anima vostra si diletti della misericordia di lui,
non vergognatevi di lodarlo.
Qui abbiamo un dottore della Legge che si propone come esempio: la sua fatica e il suo sforzo l’hanno premiato. Così dovranno fare i suoi discepoli. Ma con il secondo imperativo: «prendete il mio giogo sopra di voi» Gesù ribalta questa prospettiva del Siracide: non si tratta di uno sforzo di pura volontà umana, per quanto religiosamente perfetta. Gesù stesso porta un giogo, ma è diverso, è quello della legge dell’amore. Infatti al v. 30, con una formulazione un po’ iperbolica, egli definisce il suo giogo «dolce», un «peso leggero». Di fronte ai complicati precetti della Legge Gesù rivela il nucleo essenziale della volontà di Dio «la giustizia, la misericordia e la fedeltà» (Mt 23:23).
Il terzo imperativo a questo punto è davvero interessante: «imparate da me, che sono mite e umile di cuore». Gesù per realizzare la Legge che lui rivela, il «suo» giogo, chiede di essere suoi discepoli (il verbo màthete «imparate» e il sostantivo mathētes «discepolo» hanno la stessa radice), cioè di seguire il suo esempio: lui è infatti praus «mite» e tapeinos tē kardia «semplice di cuore».
La prima qualità, la mitezza, compare altre due volte nel Vangelo di Matteo: nelle beatitudini («Beati i miti, perché avranno in eredità la terra» ‒ Mt 5:5) e quando Gesù entra in Gerusalemme alla vigilia della sua Passione (Mt 21,5) qui citando il profeta Zaccaria (9,9) «Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un'asina…». La mitezza è dunque un atteggiamento di adesione alla realtà disposti a seguire la volontà di Dio: il re che entra in acclamato Gerusalemme non è un vincitore sa che dovrà subire la persecuzione.
L’altra qualità è invece unica nel Vangelo di Matteo. La traduzione «umile di cuore» nell’italiano corrente non rende del tutto, può assumere un accento un po’ moralistico. Il tapeinos è spesso una persona realmente povera, e comunque piccola, di bassa condizione. Sostanzialmente Gesù con questa qualità si identifica con quegli «stanchi e oppressi» ai quali si è appena rivolto: egli si mette al loro livello ‒ non tanto per una posa di carattere sociale ‒ ma perché lui ‒ benchè Figlio ‒ così si pone di fronte al Padre dal quale «tutto» ha ricevuto. Il fatto che questa semplicità si viva nel cuore, non indica una dimensione emotiva: nella Bibbia il cuore è la sede dei pensieri, della piena coscienza di sé. Con queste due qualità Gesù indica così il modo di seguirlo e nello stesso tempo il modo con cui ci attira a sé: un atteggiamento realista, sapendo che qui e ora si è chiamati a seguire la volontà del Padre e la continua memoria del fatto che tutto riceviamo da Lui, per il nostro bene.
Cosa comporta tutto questo in un servizio educativo ispirato dal Vangelo? La consapevolezza che Dio si dona, si rivela a noi e ai giovani senza segreti arcani, ma in una vera esperienza di fede in Gesù Cristo, suo Figlio. Questo significa per l’educatore cercare maggiormente la propria relazione con il Signore Gesù, piuttosto che contare solo narcisisticamente sulle proprie qualità intellettuali, fisiche o comunicative. C’è una «fatica» della vita buona che deve essere chiara agli occhi dell’educatore e non va data per scontata; nello stesso tempo c’è la fiducia che sarà il Signore ‒ attraverso la sua grazia ‒ a far maturare questa vita buona. Infine l’essere miti e semplici di cuore come Gesù significa sentirsi prima di tutto dei «chiamati», cioè dei «guadagnati» ‒ per usare lo stesso verbo di don Bosco ‒ così da poter «guadagnare» coloro ai quali il Padre ci manda.
NOTE
[1] G. Bosco (saggio introduttivo e note storiche a cura di A. Giraudo), Memorie dell’oratorio di san Francesco di Sales dal 1815 al 1855, LAS, Roma 2011, 62-63.
[2] R. Fabris, Matteo, Borla, Roma 1982, 251-252
[3] J. Schniewind, Il Vangelo secondo Matteo, Paideia, Brescia 1977, 264.















































