Franc Maršič
(NPG 2022-05-40)
“La bontà infinita del nostro Dio ha due mani con cui fa ogni cosa:
l’una è la sua misericordia, l’altra la sua giustizia. /…/
Non ci può essere né giustizia né misericordia dove non c’è bontà”.
(San Francesco di Sales)
I giovani non hanno la forza e la gioia della vita, non si sentono capiti, accettati… I genitori si sentono delusi, impotenti di fare ancora qualcosa per i loro figli… la società fa degli “esperimenti sociali” discutibili, le esperienze storiche del progresso sembrano un ostacolo per l’oggi…
E ancora più dettagli concreti ed esemplificazioni possiamo trovare nel Christus vivit e altri documenti di papa Francesco…
F. Desramaut già vent’anni fa scriveva che il nostro tempo è segnato da “fenomeni di ferocia senza paragone. È urgente immettervi o farvi ritornare la bontà”. Purtroppo anche la bontà – per come a volte la pensiamo – appare sovente bonomia, fragile e decisamente sospetta. Desramaut presenta diverse “percezioni” della bontà.
Ci sono false bontà apertamente cattive: l’arcigna voglia di fare il bene, il rifiuto di vedere i conflitti reali, l’avido bisogno di farsi amare, ecc. C’è una bontà apprezzabile, quella del “bel tipo” che facilita i rapporti sociali, ma non va oltre. C’è, da ultimo, una bontà grande, che, in fondo, sgorga dall’amore verso l’umanità. Misericordiosa, essa spande tenerezza, addolcisce e umanizza le relazioni sociali. Vuole la giustizia, ma una giustizia a cui la fredda ragione non basta. È amore assai umile, che dona all’altro il diritto d’essere e di crescere. La bontà autentica mette in opera la carità, senza mai dimenticare la giustizia. Occorre riconoscervi la grandezza dell’umiltà.
Essere buono verso l’altro, a imitazione di Dio, padre giusto e oltremodo misericordioso, vuol dire riconoscerlo nella sua dignità di persona libera e chiamata alla liberta e all’amore. La bontà, piena di tenerezza, da una parte suppone il rispetto per l’altro, il rifiuto di usare nei suoi confronti dei mezzi coercitivi esterni o psicologici, come la forza, la minaccia, la manipolazione dello spirito e dei sentimenti. D’altra parte, essa è stimolo alla libertà, appello alle forze e alle risorse spirituali della persona dell’altro.[1]
La bontà di don Bosco
Don Egidio Viganò, Rettor Maggiore dei salesiani negli anni 1977-1995, descrive don Bosco come “il profeta della bontà”. In tutta la vita s’impegna a essere l’apostolo della bontà, e il suo sistema educativo-pastorale viene presentato da don Caviglia come un “sistema di bontà”. Don Bosco si sente chiamato e inviato. Nell’invito a tale apostolato gli erano indicati pure i mezzi con cui prepararsi: doveva incominciare col rendersi umile, forte e robusto, e poi passare all’acquisto della scienza.[2] La sua massima ripetuta ancora poco prima di morire è: “fare del bene a tutti, del male a nessuno”. Deciso di essere segno e portatore dell’amore di Dio Padre, manifestato nel suo Figlio Gesù, don Bosco avvicina tutti per fare a tutti del bene, senza corteggiare qualcuno in modo particolare. Magari, ognuno dei suoi ragazzi credeva che proprio lui era il prediletto. La sua carità – come descritta dall’apostolo Paolo – si mantenne indipendente da altrui pregiudizi.
Nel sogno di nove anni riceve le istruzioni necessarie: colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Renditi umile, forte, robusto; e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo per i figli miei. A suo tempo tutto comprenderai.
Tenendo conto delle circostanze concrete don Bosco è molto abile e attivo nell’avvicinare ogni tipo di persone – specialmente i giovani – per suscitare anche in loro l’atteggiamento di bontà operosa.
Desramaut descrive la bontà di don Bosco con le parole:
“Egli scelse, per principio, la bontà visibile, palpabile, la mansuetudine nei modi di fare, la valorizzazione delle qualità altrui, il silenzio sui suoi difetti e la ricerca sistematica del bene umano e soprannaturale. […] Da un certo punto di vista, questa dolcezza era tattica. Preoccupato di elevare gli uomini a Dio, Don Bosco si rifaceva volentieri alla seduzione della bontà, quella che il suo sogno dei nove anni gli aveva insegnato, e sul vigore che essa dà all’apostolato. […] In realtà, alla radice della sua bontà c’era la carità, quella che gli aveva insegnato san Paolo e che è tutt’altra cosa: “La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo”. La bontà e la dolcezza, ancelle della carità e autentiche virtù anch’esse, facevano parte delle solide fondamenta della sua spiritualità.[3]
Esiste il “quarto voto” salesiano – la bontà?
“I voti” sono i consigli evangelici che orientano la persona umana a vivere l’amore-carità in modo positivo e responsabile, nel rispetto reciproco e nella libertà dalle cose materiali. Ogni famiglia religiosa concretizza questi consigli evangelici in modo particolare. Così anche la Famiglia salesiana. Il modo salesiano di vivere questi consigli ci permette di parlare anche del “quarto voto”, cioè il voto della bontà. Caviglia sottolinea: “Anzi, abbiamo tre quarti voti. Secondo i vari aspetti: la bontà, il lavoro, il sistema preventivo. Ecco il programma che ci rimane”.
Citando i due brani biblici: Gal 6,2 (portate i pesi gli uni degli altri) e Ef 4,1-4 (comportatevi in maniera degna della vostra vocazione… sopportandovi a vicenda con amore), Caviglia insiste: “Questo è il testo più salesiano: ci parla di unità, di carità, di pazienza col fine dell’unione”. E richiama l’esperienza vissuta di don Bosco: “Don Bosco ha fasciato e permeato il mondo di bontà: egli ha lanciato nel mondo l’educazione fatta colla bontà. La bontà è un tratto caratteristico; […] ma Don Bosco è pure grande nella riconoscenza di Dio e degli uomini, perché ebbe cuore, ebbe bontà per tutti, specialmente per i poveri.[4]
Caviglia è convinto che esiste il quarto voto nell’esperienza salesiana, e continua: “Dobbiamo dunque fare questo quarto voto: il salesiano senza bontà non è salesiano, benché osservi le regole”. E precisa:
“Vedete: io faccio uso di bontà e non adopero la parola divina “carità”: e ciò faccio, perché si capisce meglio. È che gli uomini usando questo concetto l’hanno storpiato, e carità oggi è un’idea cerebrale scevra di sentimento. Veniamo alla pratica che ci suggerisce Don Bosco. Don Bosco ha voluto intendere la vita nelle sue case su questo fondamento della bontà e dell’amorevolezza”.[5]
Bontà riconosciuta come bontà
Don Bosco insiste: se grande è la bontà divina, o dei genitori o altre persone, deve essere grande altresì la gratitudine. La bontà deve essere riconosciuta e “rispettata” come bontà. La carità pastorale si realizza nell’esperienza di don Bosco come la “bontà pedagogica”. I ragazzi – specialmente nelle zone di emarginazione - hanno all’inizio la difficoltà di esprimersi di fronte a persone adulte “estranee”, specialmente se sono i rappresentanti delle istituzioni, le quali sembrano provocare l’emarginazione. “Sai fischiare?”, è il primo gesto di carità che don Bosco compì con Bartolomeo Garelli, che consiste nel farlo “ridere” mettendolo a suo agio. Alla sua bontà anche Garelli risponde, invitando altri amici delle strade di Torino. Stare bene con i giovani, affinché loro si sentano bene, e siamo tutti coinvolti nel fare “un po’ del bene” è il momento spirituale secondo J.E. Vecchi. L’amore vero si riferisce al bene assoluto dell’altro: l’amore e la bontà crea la persona! Ma non è qualcosa di automatico. I gesuiti invitano il chierico Bosco ad assistere in un soggiorno loro, ma lì incontra la difficoltà di influire profondamente su quei giovani. Percepisce quando il rapporto educativo è “finalizzato” e il giovane può dire: ’Tu fai bene il tuo mestiere e io lo riconosco. Ma io pago il servizio’, non è un rapporto gratuito. “A Montalto percepì la difficoltà di ottenere su quei giovani l’influsso pieno di cui si ha bisogno per far loro del bene” (MB I, 395). Vecchi conclude: “Ne scaturiva una relazione di rispetto e di amicizia, ma non di gratitudine. […] Saper scatenare la fiducia è un aspetto della nostra carità educativa”.[6]
L’incontro che suscita fiducia e sveglia la stima di sé, d’altra parte, è una categoria evangelica. Nella Lettera di Roma del 1884 don Bosco stesso sottolinea che per i giovani non va bene qualsiasi tipo di bontà. Soprattutto se si tratta delle istituzioni. Il saper avvicinare e accompagnare il giovane con gioia è un momento di grazia. La persona sensibile e consapevole della bontà sente il bisogno della vicinanza e della bontà condivisa per poter interpretare la bontà umana come la Bontà divina, eterna. Nel linguaggio salesiano si parla dell’assistenza come una certa passione per capire e aiutare a vivere le esperienze giovanili. Nel mondo di oggi si parla dell’assistenza sociale, medica, psicologica, ecc., ma manca il coraggio di parlare dell’assistenza umanizzante e religiosa, visto che la dimensione religiosa è la componente essenziale della persona umana. Vecchi conclude: “L’accoglienza, l’amicizia, l’assistenza culminano in una manifestazione singolarissima: la paternità o maternità. Essa è più che l’amicizia. È una responsabilità affettuosa e autorevole… È amore e autorità”.[7]
Bontà nella vita dei giovani
Besucco, entrato nell’Oratorio di Valdocco ammira la bontà dei suoi compagni, sostenuti dalla bontà di don Bosco e altri formatori. Allora anche lui decide di farsi molto buono (OE XV, 332). Don Bosco lo sostiene, e nella sua biografia scrive: “Sii ubbidiente, aggiungeva il superiore, e diligente nei tuoi doveri, usa molta bontà e carità verso i tuoi compagni, sopporta i loro difetti, dà loro buoni avvisi e consigli e farai cosa che al Signore piacerà più che ogni altro sacrificio” (OE XV, 365).
La bontà di Savio non è soltanto un sostegno umano, ma diventa un’azione di apostolato. Don Bosco sottolinea l’importanza della bontà nella vita di Domenico:
“Nelle comunità di giovani sogliono esserne alcuni che o per essere alquanto rozzi, ignoranti, meno educati o crucciati da qualche dispiacere, sono per lo più lasciati da parte dai loro compagni. Costoro soffrono il peso dell’abbandono, quando avrebbero maggior bisogno del conforto di un amico. Questi erano gli amici di Domenico. Loro si avvicinava, li ricreava con qualche buon discorso, loro dava buoni consigli; quindi spesso è avvenuto che giovani, decisi di darsi in preda al disordine, animati dalle caritatevoli parole del Savio, ritornavano a buoni sentimenti”.[8]
Si tratta di una realtà condivisa. Nella lettera a G. Rinaldi del 27 novembre 1876 don Bosco scrive come una poesia: “Ma voi siete tutti buoni, sempre allegri, veri amici, ricordando che felici rende solo il buon oprar”.[9]
È l’invito ad ognuno che opera con i giovani nello spirito di don Bosco e secondo il suo carisma: con il sorriso della bontà.
NOTE
[1] F. Desramaut, Spiritualità salesiana. Cento parole chiave, Roma, LAS, 2001, 113.
[2] E. Ceria, Don Bosco con Dio, Roma, Editrice S.D.B., 1988, 229-230.
[3] F. Desramaut, Spiritualità salesiana. Cento parole chiave, 145.
[4] A. Caviglia, Conferenze sullo Spirito Salesiano, a cura di A. Giraudo, Torino, Centro Mariano Salesiano. Istituto Internazionale Don Bosco, 1988, 94.
[5] Ibid., 95.
[6] J. E. Vecchi, Spiritualità salesiana. Temi fondamentali, Leumann, Elle Di Ci, 2001, 114–116.
[7] Ibid., 123.
[8] G. Bosco, Scritti spirituali I, a cura di J. Aubry, Roma, Città Nuova Editrice, 1976, 147.
[9] F. Desramaut, Don Bosco e la vita spirituale, 146.















































